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1944: preoccupazione, paura e angoscia
Lo shock, subito alle ore undici dell’8 settembre, non
voleva attenuarsi, anche se avevo cercato di porre un
velo su tutti gli avvenimenti, legati a quel giorno e
dimenticare, al più presto, una avventura, che mi aveva
lasciato una grande amarezza ed una repulsione verso la
“naia”, pur passabile ed accettabile coi gradi da
ufficiale.
Il nuovo anno, col passare dei giorni invernali, aveva
portato innumerevoli novità di segno negativo, che
potevano imprimere, in particolare, alcune di queste
conseguenze facilmente intuibili, come quella di
italiani da una parte che combattevano italiani, che
avevano scelto la causa degli Alleati o la causa della
liberazione dell’Italia dal nemico tedesco e dal
nazifascismo.
Le notizie, che mi pervenivano dal nonno, sempre
piuttosto ben informato per i suoi contatti serali, che
con qualche battuta d’arresto, teneva
con gli amici della partita a carte e del mezzino, alla
bottega del Soldaini, detto Mangiabambini, e per i suoi
incontri brevi , ma quasi giornalieri che aveva, in cima
alla viottola della sua casa, con il professore col
pinzetto - come egli diceva - mi fornivano il quadro di
una situazione piuttosto preoccupante.
Avevo saputo, così, che era stato ricostituito il
partito fascista con la nuova denominazione di
repubblichino, che era stata data vita alla Repubblica
Sociale, che a Fucecchio erano ritornati in auge i
fascisti con un buon nucleo di repubblichini.
Tutto questo mi aveva portato a rinchiudermi, ancora di
più, nel mio guscio, cercando di sparire completamente
dalla circolazione.
Avevo saputo che erano stati affissi numerosi manifesti,
che riportavano inviti, anche intimidatori indirizzati
agli ufficiali, incitanti a presentarsi ai Distretti, se
non volevano incorrere in gravi e serie sanzioni.
Avevo appreso che la battaglia intorno a Montecassino e
all’Abbazia, iniziata nel novembre del 1943, era
divenuta più cruenta, più violenta, più micidiale, che
correva una voce insistente che i Tedeschi avevano fatto
dei rastrellamenti nelle grosse città ed avevano
deportato mig1iaia e migliaia di ebrei in Germania su
carri ferroviari piombati.
Avevo sentito che una sorte analoga aveva coinvolto
tanti ex militari, fatti prigionieri nelle caserme o
presi mentre tentavano di tornare a casa. I più
fortunati - stando alle voci - erano stati impiegati dai
Tedeschi nell’approntare trincee, camminamenti,
fortificazioni. Molti di questi, ed anche dei civili,
erano stati inviati in Germania per lavorare nelle
fabbriche.
Una paura quasi animalesca ed una tremenda angoscia
erano divenute compagne inseparabili della mia vita
giornaliera, anche se la guerra combattuta era ancora
lontana e veniva subita a Fucecchio, soltanto di
riflesso.
La notizia dello sbarco ad Anzio, effettuato intorno al
22 gennaio 1944 dagli Alleati, per crea re - come era
evidente - una testa di ponte e prendere alle spalle i
Tedeschi, impegnati strenuamente nella difesa del loro
fronte a Montecassino, aveva aperto il mio animo a nuove
speranze, ma anche a nuove preoccupazioni e paure, che
erano aumentate, giorno dopo giorno, per l’andamento
della battaglia in quel settore, che non sembrava
favorevole agli Alleati, che non riuscivano ad allargare
la loro testa di ponte.
Erano passati i giorni ed i rigori dell’inverno stavano
attenuandosi. Un leggero cambiamento era nell’aria,
anche se il cielo conservava un certo grigiore e i raggi
del sole, soltanto a sprazzi, facevano sentire il loro
calore.
Le notizie erano aumentate ed erano tali da creare nelle
persone continue e maggiori preoccupazioni e paure.
Il fronte della guerra era ancora lontano, ma il clima
di guerra aveva invaso tutti i fucecchiesi, che venivano
a trovarsi, giorno dopo giorno, immersi in una realtà
nuova, conturbante ed angosciante e che lasciava
intravedere giorni più tristi ed anche dolorosi.
Il nonno che per prudenza aveva diradato le sue visite
serali alla bottega del Soldaini, per la partita a carte
con gli amici, ed i suoi incontri col signore dal
pinzetto, il professore Soldaini, riportava, di volta in
volta, che erano stati segnalati reparti tedeschi nella
nostra zona, di transito, la maggior parte, ed altri,
che si erano acquartierati nelle Cerbaie, che, con
maggior frequenza, soldati isolati, ma più spesso a
gruppetti, percorrevano le vie cittadine, con
comportamento non certo amichevole.
Aveva, in una occasione, riportato la voce che diversi
cittadini si accingevano o stavano pensando seriamente a
lasciare le proprie abitazioni, per spostarsi in
campagna in qualche capanno di padule o presso case
coloniche delle frazioni, se il fronte si fosse messo in
movimento e i tedeschi fossero stati costretti a
ritirarsi dal Sud dell’Italia.
Si stava diffondendo la psicosi che Fucecchio e la sua
popolazione non potessero evitare il loro coinvolgimento
nella guerra e che, ormai, eravamo parte della retrovia,
già interessata alle vicende.
Eravamo stati testimoni, anche se nascosti, del
passaggio della divisione Goering, o una parte di
questa, coi suoi carri armati leggeri ed i suoi soldati
in divisa nera.
Avevamo assistito, e molti avvinti da interesse ed
incosciente curiosità, alle picchiate di alcuni
apparecchi americani sul ponte sull’Arno e alla discesa
di bombe e spezzoni, che cercavano di colpire la
struttura. Le esplosioni avevano riempito l’aria.
Alcuni erano andati a vedere il ponte mezzo distrutto e
non più utilizzabile per l’attraversamento del fiume.
Avevamo alzato la testa verso il cielo, molte volte per
seguire il luccichio di grossi apparecchi, provenienti
da diverse direzioni, che si concentravano proprio su
Fucecchio, e continuavano il loro volo verso centri
italiani del Nord, dove avrebbero scaricato tonnellate e
tonnellate di esplosivo, di distruzione, di morte.
Il nonno aveva portato altre notizie e la primavera era
ormai esplosa, rivestendo tutta la campagna di verde e
di fiori e donando il suo dolce tepore ed il suo magico
incanto.
Si erano verificati in paese dei momenti di tensione con
la fuga disperata di diversi uomini verso la campagna e
con la cattura di alcuni di questi da parte dei
Tedeschi. Avevo ancor più limitato il mio raggio
d’azione, evitavo di andare, a casa del nonno e di
trattenermi a lungo nell’orto, nel retro della mia casa.
Passavo molte ore del giorno nel quartiere dell’ultimo
piano, che era stato lasciato vuoto e da tempo dalla
famiglia Marchetti, che aveva preferito una sistemazione
in una zona, ritenuta meno pericolosa, rispetto a Via
Dante.
Era stata una scelta, dettata dalle circostanze e
ritenuta abbastanza valida per evitare di essere
sorpreso in casa dai tedeschi, i quali avevano preso
l’abitudine, isolati o a coppie, di fare irruzione nelle
abitazioni, anche se, spesso, dimostravano più
attenzione ai viveri e a qualche oggetto da portare via.
Il quartiere all’ultimo piano, oltre ad offrirmi un
discreto nascondiglio, mi dava la possibilità di non
sentirmi completamente isolato. Potevo, infatti, dal
finestrino del bagno vedere la campagna e le varie case
fino alla Ferruzza e a via di Fucecchiello, da un’altra
finestra una parte di via Dante verso S. Croce e da
un’altra finestra il settore che andava dalla casa
Bertini fino al Poggio Salamartano.
Potevo avere la possibilità, anche se minima, di vedere
se in via Dante i tedeschi stavano facendo azioni di
rastrellamento o se, comunque, erano in zona, Salivo,
allora, in soffitta, ritiravo la scala di legno e
aspettavo, fidando in due elementi importanti: il
quartiere era completamente vuoto di mobili e di altro,
non c’era una scala a portata di mano per salire in
soffitta, anche se i Tedeschi avessero veduta la botola
chiusa nel soffitto.
La situazione in generale ed in particolare stava
prendendo un suo logico andamento.
Erano arrivate le notizie, benché fossi segregato
volutamente fra le quattro mura del palazzo dove
abitavo, che i Tedeschi erano stati costretti a lasciare
il fronte di Cassino (era sul finire di maggio), che
Roma nei primi giorni di giugno, era stata occupata
dagli Alleati, che il fronte si era spostato,
avvicinandosi, anche se lentamente, verso la nostra
zona.
Mi ero reso conto, guardando dalle finestre dell’ultimo
piano, con un occhio fra le persiane socchiuse, che in
Fucecchio erano aumentati sensibilmente i Tedeschi.
Il movimento di ufficiali tedeschi sulla terrazza della
scuola “Carlo Landini Marchiani e le sentinelle armate a
fianco del portone di ingresso, mi avevano fatto pensare
alla presenza di un Comando logistico od operativo.
Il fumo, che in determinate ore vedevo salire dall’aia
della casa colonica Bertini e i capi di pollo, che
vedevo, talvolta gettati qua e là alla rinfusa, altre
volte in un angolo, ammucchiati, avevano fatto pensare
ad una cucina da campo e alla presenza, quindi, di
numerosi soldati in zona.
Il passo cadenzato ed il suono dei tacchi ferrati sul
marciapiede a fianco della casa Mengozzi, mi avevano
fatto scoprire che nella tipografia, proprio sotto ai
miei occhi, avevano preso alloggio alcuni componenti di
un reparto di Gendarmeria tedesca, qualcosa di simile ai
nostri Carabinieri - avevo pensato - che si
distinguevano dagli altri soldati per un evidente scudo
ovale che portavano sul petto.
Il frequente passaggio, specie all’imbrunire, in via
Dante di soldati tedeschi, a piccoli gruppetti, diretti
verso il centro, mi avevano portato a pensare di essere,
ormai, in zona retrovia.
Avevo veduto, pure con profonda tristezza, un certo
movimento nel breve tratto di viale Principessa
Giovanna, che, anche se lontano, cadeva sotto il mio
sguardo dalla finestra dell’ultimo piano: gruppetti di
persone indirizzavano i loro passi verso la Ferruzza.
Avevo pensato che i fucecchiesi stavano sfollando,
lasciando le loro abitazioni, i loro beni, tutto
praticamente.
Avevo avuto, di poi, conferma dalla mamma, costretta,
talvolta a girare per la campagna per fare rifornimento:
molti stavano sfollando verso il padule, verso le
frazioni, molti avevano trovato rifugio nell’Ospedale
nell’ampio seminterrato.
Gli avvenimenti, nel loro incalzare, avevano avuto una
grossa ripercussione sullo stato d’animo dell’intera
popolazione che vedeva avvicinarsi un momento,
sicuramente lungo, che aveva sperato di non vivere,
ancor più pieno di nuove sofferenze, di nuovi sacrifici,
di nuove paure, di nuove angosce.
La guerra - era, ormai opinione diffusa e temuta -
avrebbe coinvolto tutti: paese e famiglie, case e beni.
Tutti gli accorgimenti per far fronte alla tremenda e
tragica realtà della guerra, come i rifugi, lo
sfollamento in campagna o all’ombra dell’ospedale,
l’utilizzo di cantine ben solide nella parte alta del
paese, la prudenza ed accortezza nel rimanere nascosti,
potevano divenire, pure inutili se la nostra zona fosse
stata facente parte di un fronte in movimento con
offensive e controffensive
La gente aveva fisso questo chiodo nella testa, ma
cercava, ugualmente, soluzione per la sopravvivenza.
Il pericolo incombente erano i Tedeschi. Il mezzo per
evitare questo pericolo: nascondersi e sperare in un
pizzico di fortuna, essere molto attenti e prudenti
evitando qualsiasi sorpresa da parte dei Tedeschi.
Era facile a dirsi. Talvolta ci metteva lo zampino il
diavolo e, quando meno te la aspettavi, succedeva
l’irreparabile, non sempre a buon fine, come era
avvenuto per alcuni fucecchiesi, presi dai Tedeschi e
inviati al lavoro lontano da Fucecchio. Ed erano stati -
si diceva - fortunati nella sfortuna.
Avevo avuto, pure io, dei momenti da zampino del
diavolo. Un pomeriggio ero stato sorpreso da un soldato
tedesco, apparso improvvisamente nella mia cucina,
mentre ero intento a passare la farina con lo staccino.
Avevo continuato a muovere lo staccino, dimostrando
incuranza, ma avevo il cuore in subbuglio e le gambe
tremolanti. La fortuna era stata dalla mia parte: il
soldato che appariva stanco, dopo aver fatto capire che
era austriaco e desideroso di ritornare alla sua casa,
aveva chiesto qualcosa da mangiare.
Una mattina, lo scalpiccio di alcune persone che
correvano ed il passo più pesante e più rumoroso di
altri mi avevano portato a pensare ad un inseguimento.
Ero stato preso dal panico ed ero corso nell’orto.
Sollecitato dallo scalpiccio e dal vociare, sempre più
vicino, avevo optato per un nascondiglio, che non era un
nascondiglio, infilandomi e sdraiandomi in mezzo a due
filari di fagiolini, sostenuti da canne.
Ero rimasto a lungo fra i fagiolini. Da perfetto
incosciente, come mi dissi dopo.
Avevo arrischiato grosso un pomeriggio. Ero riuscito a
scrollarmi di dosso la paura ed avevo deciso di andare
alla Torre a trovare Vera. Avevo fatto una lunga
camminata, attraverso la campagna, utilizzando le fosse,
con tutti i sensi molto vigili ed attenti. Ero arrivato
alla meta ed ero stato qualche minuto con Vera.
Avevo veduto, non molto lontano dalla zona
dell’incontro, delle batterie tedesche. Era scattata,
nuovamente la paura, e con questa il desiderio di
rientrare al più presto a casa. La camminata di ritorno
era stata più veloce, ma senza alcuna difficoltà.
Ero stato maledettamente felice di ritrovarmi fra le
mura amiche e di gratificarmi con tanto di pazzo
incosciente.
La mamma e il babbo rischiavano molto di più di me.
Il babbo aveva fatto una scelta: richiesto dal
vicedirettore della Saffa di rimanere nello stabilimento
in qualità di pompiere egli aveva accolto l’invito,
anteponendo la fabbrica alla famiglia. Aveva ritenuto
giusto rimanere, perché - come spesso egli diceva -
poteva essere determinante la sua presenza, come quella
degli altri operai, per salvare i macchinari e tutte le
attrezzature, sì che passata la tempesta, tutti
potessero ritornare al lavoro e lo stabilimento potesse
produrre i fiammiferi.
Avevo avuto molta difficoltà a capire il babbo. Non
riuscivo a comprendere quel suo attaccamento, quasi
morboso, alla Saffa, che si sarebbe tramutato in rischi
di vario genere e non soltanto da parte dei Tedeschi,
che non avrebbero considerato lo stabilimento zona
franca.
Avevo cercato di convincere il babbo ( ritornava a casa
per il pranzo e per la cena) di abbandonare lo
stabilimento e di accantonare quella sua dedizione alla
Saffa. Avevo trovato sempre in lui, con una risposta
secca, una determinazione forte e convinta. La fabbrica
- questa, purtroppo era la verità - aveva creato con mio
padre uno stretto rapporto, quasi di amore. Il babbo -
finalmente avevo capito- sentiva le mura, i capannoni,
le macchine dello stabilimento, come facenti parte della
sua vita, dei tanti anni del suo lavoro, del suo
crescere insieme alla fabbrica. Il babbo sentiva la
Saffa, come una cosa sua, e aveva sentito il dovere di
dare il suo contributo nel tentare di salvare lo
stabilimento dall’eventuale saccheggio, dall’eventuale
asportazione delle macchine da parte dei Tedeschi o
dagli eventuali incendi.
Avevo, alla fine, accettato ed apprezzato il suo
attaccamento alla Saffa, ed avevo capito l’importanza
vitale che questa aveva per il babbo. Avevo anche
pensato, probabilmente per troppo amore filiale, che a
guerra finita e, se la stessa avesse risparmiato la mia
famiglia e fosse passata senza grossi danni alla Saffa,
il babbo avrebbe meritato, insieme a quei quattro o
cinque operai rimasti nello stabilimento, un
riconoscimento tangibile per la sua opera svolta a
difesa dello stabilimento da parte di Fucecchio e della
sua comunità.
Sarebbe stato - mi dicevo - un attestato significativo
ed importante, che avrebbe fatto enormemente piacere al
babbo, anche se era un uomo schivo, un uomo che non
teneva affatto a menzioni ed elogi. Teneva, questo, sì,
a fare il suo dovere. Sempre.
Il babbo aveva rischiato la sua vita, giorno dopo
giorno, ed aveva rischiato ancor più, quando le granate
dei cannoni alleati avevano cominciato a cadere su
Fucecchio e sulla zona della Saffa.
Avevo, anche, immaginato la consegna dell’attestato al
vice direttore Toncelli e ai quattro o cinque “pompieri”
che erano rimasti fino all’ultimo nello stabilimento:
una breve cerimonia con tutti gli operai presenti,
riuniti per l’occasione, una stretta di mano ed un
diploma di benemerenza a mio padre, “Baccano” per gli
uomini e “Baccanino” per le donne, giustamente
complimentato. Sarebbe stato bello, ma, - mi dicevo –
non avrò la gioia di vedere una tale cerimonia.
Probabilmente l’abnegazione, il sacrificio di quell’esiguo
gruppetto di operai passerà quasi inosservato e non avrà
la valutazione che meriterebbe da parte di tutti. In
cuore mio avrei voluto sbagliare, avrei voluto essere
smentito.
La mamma aveva accettato, con il solito spirito
indomabile e battagliero, la situazione precaria
determinata dagli eventi bellici. Era, naturalmente,
assai preoccupata ed aveva paura. Aveva mostrato,
talvolta, quanto era sotto tensione con mutismi
prolungati o con scatti di ira, spesso, violenti contro
quanti avevano portato l’Italia in una condizione così
disastrosa. Era, però, riuscita a nascondere il suo
stato di animo sia per non influire negativamente sul
figlio, sia perché i problemi da affrontare erano così
tanti, che era necessario non farsi prendere dal
pessimismo e dalla disperazione.
Si sentiva, col babbo impegnato alla Saffa, la sola ed
unica responsabile della sua famiglia. Aveva due grosse
preoccupazioni: il pranzo e la cena da una parte e
salvare quanto più possibile di biancheria e vestiario,
i1 cui acquisto aveva richiesto tanto lavoro e tanti
sacrifici.
Era stato quanto mai impegnativo risolvere, per la
mamma, il problema del “mangiare”. Era divenuto, col
passare dei giorni, anche rischioso e pericoloso, quando
i Tedeschi avevano cominciato a mostrarsi presenti nella
zona. Tremendamente rischioso, quando erano cominciate a
cadere, imprevedibili, le granate, sparate dai cannoni
americani sulla campagna.
La mamma era stata costretta a rischiare diverse volte,
quando giungeva la notizia che questo o quel contadino
aveva macellato una “bestia”. Ella partiva e attraverso
i campi andava dai vari Cioni, Tognetti ed anche più
lontano. Oltre via Stieta, per avere un pezzo di carne,
spesso approfittava dell’occasione per riportare a casa
un po’ di patate, qualche etto di fagioli, qualche fetta
di rigatino, una manciata di farina di grano. Riusciva,
generalmente, ad racimolare un discreto peso da
trasportare. Chiedeva, si raccomandava e trovava grande
solidarietà. Le massaie erano sempre ben disposte verso
la mamma: la maggioranza di queste, oltre a conoscerla e
molto bene, erano anche clienti della sarta Teresina,
alla quale si rivolgevano per lavoretti di cucitura,
pagando spesso la fattura con generi in natura.
Altrettanto impegnativo ed importante, per la mamma,
mettere al sicuro i due bauli di biancheria, i serviti
di piatti e bicchieri, ai quali teneva tanto e quanto
poteva essere utile nel domani. Aveva deciso, nei primi
giorni di giugno, di nascondere quanto riteneva utile e
l’avevo aiutata a preparare i “fagotti’ con i vestiti, a
sistemare in scatole di cartone i piatti e i bicchieri e
quanto conteneva la vetrina di salotto.
L’avevo aiutata a fare un buca lunga e profonda nella
capanna di coccoli e lamiere, che era nell’orto e che il
Valori utilizzava per riporre gli attrezzi.
Avevo trasportato con lei un baule e varie scatole di
cartone piene, che erano state calate nella buca e poi
ricoperte di terra. L’avevo aiutata a portare l’altro
baule e vari fagotti alla casa di nonno Sgherri,
nascondendo l’uno e gli altri, fra le macchine
trebbiatrici e dentro le stesse.
Avevamo, insieme rischiato e faticato sperando che il
rischio e la fatica avessero avuto, dopo, una
ricompensa: quella di salvare tutto.
Avevo tentato di nascondere anche la bicicletta. Era
quella che avevo usato nell’ultimo anno di mia frequenza
alla scuola magistrale di S. Miniato ,nei 1936; era
quella, con la quale avevo fatto la gita fino a Genova e
ritorno, con Piero Malvolti e Andrea Soldaini, poco
prima dell’inizio della guerra. Un tedesco l’aveva
trovata nel pagliaio, che era vicino alla casa del
nonno. Aveva rimesso le ruote nelle forche, l’aveva
inforcata e se ne era andato, soddisfatto del mezzo di
trasporto trovato.
La mamma aveva continuato a pensare e a preoccuparsi di
tutto, anche quando eravamo nel rifugio, anche se era,
sempre più, impaurita ed angosciata, più tesa ed i nervi
a fior di pelle.
Il palazzo in via Dante, dove abitavo dal 1943-44 con i
miei genitori e dove abito attualmente con mia moglie al
primo piano, mentre babbo e mamma abitano a piano terra.
Estate favolosa.. tremenda.. tragica
La notizia era corsa veloce, rimbalzando nelle strade
deserte, sui muri delle case semiabbandonate, fra i
letti dell’ospedale e sotto le arcate piene di sfollati,
correndo nella campagna fino al padule e alle frazioni,
dove erano disseminate famiglie e famiglie di
fucecchiesi.
Era giunta alla casa del nonno, nel gruppetto di case di
via di Bondone, dal Billeri, dal Cioni, dal Donati.
Era giunta nella mia casa ed era stata accolta da me con
trepidazione, con preoccupazione, con paura, ma anche
con tanto sollievo, al quale si era unita una grande
speranza di poter cambiare, al più presto, pagina,
spazzando via tribolazioni, sacrifici, angosce e
assaporando, di nuovo, la gioia di una vita meno
precaria, meno sofferta, in pace ed in libertà.
Gli Alleati erano stati annunciati in avvicinamento alle
colline, dominate da S.Miniato e San Romano.
La fantasia aveva cominciato a galoppare, intravedendo
la possibilità di un rapido evolversi della situazione
militare e di un altrettanto rapido passaggio della
nostra zona agli Alleati, con la fine di tutti i nostri
guai.
I “liberatori”, come venivano chiamati i soldati
d’oltreoceano e gli inglesi, erano ormai vicinissimi.
Avevano un solo ostacolo serio da superare: l’Arno.
La liberazione di Fucecchio - era giustificato e
comprensibile pensare - avrebbe avuto tempi molto brevi.
Una mattina - mi piaceva pensare - avrei veduto, come
scaturite dal nulla, divise di un colore diverso da
quelle tedesche. Avrei potuto aprire la finestra, senza
paura, uscire di casa, senza preoccuparmi, camminare per
la strada, contento e felice.
Radio fante, come si diceva sotto le armi, divenuta voce
di tante vicine e lontane orecchie in ascolto, di occhi
attenti ad ogni sfumatura, aveva segnalato notizie sui
Tedeschi, frammentarie ma confortanti, che indicavano il
possibile e probabile abbandono della nostra zona da
parte degli stessi.
I giorni, però, avevano preso a passare .Erano divenuti
lunghi, interminabili. L’attesa dell’evento liberatorio
aveva cominciato a divenire snervante: oltre l’Arno,
oltre le colline di San Miniato, un silenzio, quasi
ovattato.
I Tedeschi, invece di andarsene, avevano intensificato
le razzie di bestiame nelle stalle dei contadini,
andavano saccheggiando le abitazioni in paese, avevano
ripreso a rastrellare giovani e meno giovani, portandoli
lontano. Avevano fatto scavare dai “pompieri” della
Saffa postazioni sull’argine per armi leggere, avevano
piazzato dei carri armati: uno vicino alla casa
dell’Arciprete nei pressi del Poggio Salamartano, due
nelle vicinanze della villa Nieri di via Pistoiese. La
paura e l’angoscia erano divenute ossessive, mentre i
proiettili, sparati dai cannoni americani, avevano
cominciato a cadere su Fucecchio e su tutta la campagna
vicina al paese, lasciando profondi segni e facendo i
primi morti.
La paura e l’angoscia erano aumentate durante il mese di
luglio e di agosto per quel sentirsi continuamente
braccati, per quel pericolo incombente legato alle
granate, che piombavano disordinatamente qua e là,
improvvise, per le notizie, sempre più brutte, sempre
più tragiche, che correvano alla velocità del fulmine di
persone uccise, di uomini portati da Tedeschi via, di
saccheggi nell’abitazione da parte dei soldati ed,
anche, da “sciacalli” nostrani che, approfittando della
situazione, cercavano di rubare ai concittadini.
Un senso di disperazione era entrato in molti cuori e la
speranza di vedere voltata quella pagina dolorosa e
sofferta, aveva cominciato a infrangersi, a perdere
consistenza e a ridursi ad un filo tenue, al quale,
ancora, cercavano di aggrapparsi, sperando che non si
rompesse del tutto.
Era venuto per la mia famiglia l’abbandono della casa,
minata dai Tedeschi e la sistemazione in un rifugio,
prima quello vicino alla casa del nonno, dopo quello nei
pressi della casa del Donati, ambedue miseri ed angusti
ed entrambi con una copertura di tavole e di terra, che
non avrebbero resistito ad un proiettile di cannone.
Ero passato, quasi inavvertitamente attraverso vari
stati d’animo. Lo shock, subito dopo l’8 settembre l943,
era divenuto un avvenimento lontano, un momento, senza
dubbio significativo, ma che non aveva più una
determinante importanza, se non come un brutto ricordo
doloroso ed umiliante.
L’armistizio e la sconfitta dell’Italia avevano
cambiato, completamente, quello che poteva essere il mio
futuro, facendo cadere la prospettiva invitante ed
eccitante della carriera militare, quale ufficiale
effettivo.
Avevo accusato la caduta di questa mia aspettativa, ma
avevo, pure, accantonato quanto avevo sperato e non
avvenuto, fra i brutti ricordi del passato.
Mi ero immerso nel presente, nei giorni di quel 1944,
che avevano portato profondi turbamenti negli animi, una
situazione, che era divenuta pesante e sempre più
drammatica, segnali quanto mai chiari di una incombente
tragedia.
Mi ero chiuso in me stesso ed in un mondo, sempre più
ristretto, con la paura e l’angoscia, divenuta quasi una
componente del mio vivere quotidiano, sì da influenzare
il mio comportamento ed anche il mio modo di ragionare e
di vedere tutta la realtà, che mi circondava.
Mi ero imposto grosse limitazioni alla mia libertà
personale, come necessaria risposta nel tentare di
evitare, prima, il pericolo da parte dei “fascisti
repubblichini”, che potevano costringermi, con le buone
o con le cattive, a ritornare ad indossare la divisa
militare, dopo, il pericolo, ancor più grave,
rappresentato dai Tedeschi, non certo teneri verso gli
Italiani ed i giovani in particolare, nuovamente
traditori, come gli stessi affermavano.
Mi ero imposto, per conservare un certo equilibrio
psichico, di guardare alla realtà, che coinvolgeva
Fucecchio e la sua comunità, con un pizzico di distacco,
illudendomi di essere una comparsa e non, purtroppo, un
protagonista pure passivo, o un pupazzo con dei fili
manovrati da altri.
Gli accorgimenti protettivi, innalzati intorno a me,
quale scudo ai pericoli ed indirettamente al mondo
esterno, avevano lentamente determinato un isolamento,
che, pur con le tante paure ed angosce, aveva qualcosa
che poteva essere confuso con uno stato di tranquillità,
tanto simile all’incoscienza.
Avevo, così, modo e con una certa frequenza, di essere
solo con me stesso, coi miei pensieri, con le mie
fantasticherie, spesso assurde, spesso pazzesche. Potevo
sfogare tutti i miei risentimenti, tutta la mia rabbia,
potevo sognare le speranze, le attese, potevo ricordare
momenti felici lontani nel tempo, potevo costruire
castelli in aria per il domani, che, immancabilmente,
non si avveravano.
Mi attaccavo, però, a questi castelli in aria, che
avevano il potere, anche se fantasiosi, anche se non
realizzabili per quanto erano immaginati, di farmi
sperare.
Non potevo e non volevo pensare alla mia dipartita sulla
soglia dei ventiquattro anni. Avevo fatto, col passare
dei giorni sempre più sofferti e tormentati, una
scoperta incredibile e sconcertante.
Ero rimasto sorpreso, incredulo ed amareggiato,
nell’afferrare qualcosa di esistente in me di brutto,
che improvvisamente si rilevava e che evidenziava chiari
contorni di egoismo ed egocentrismo esasperato.
Avevo cercato di capire e di analizzare questo
cambiamento profondo, che decisamente metteva in un
canto quel Pietro di anteguerra, che conoscevo come un
giovanotto buono e timido, soddisfatto di quel che
aveva, dalla giovane età al diploma di maestro,
abbastanza socievole e aperto con gli amici ed anche con
i più anziani, molto idealista e sognatore, pur con
pochi denari in tasca e molti desideri non appagati,
facile ad emozionarsi e a commuoversi di fronte ai
dolori e alle traversie degli altri.
Non ero riuscito a dare una risposta, che almeno
tentasse una spiegazione valida.
Mi era stato impossibile, purtroppo, argomentare con
serenità. Ero troppo preso dal clima di precarietà, di
paura, di preoccupazione, nel quale vivevo. Ogni mio
ragionamento era, immancabilmente, influenzato dalla
situazione, dalle esperienze recenti e partiva dalla
guerra, girava intorno alla guerra, ritornava alla
guerra.
Avevo capito che uno dei lati peggiori del mio “io”
aveva sopraffatto il Pietro di un tempo. Il Pietro
figlio della guerra, preso nel meccanismo dalla stessa
con tutte le sue brutture e nefandezze, non aveva più
posto nel suo cuore per gli altri, per i loro dolori,
per le loro sofferenze, per i loro problemi. Esistevano
solo lui, la mamma, il babbo, i componenti della
famiglia del nonno e la sua ragazza, sfollata alla
Torre. Gli altri, chiusi nelle loro case a Fucecchio o
sfollati in padule o nelle frazioni, gli altri abitanti
nel gruppetto di case di via del Bondone, coi quali
aveva passato gli anni dell’adolescenza, i vari Billeri,
Cioni, Donati, che conosceva molto bene, erano degli
estranei, che non facevano più parte del suo mondo
affettivo.
La morte di Zaira, di Baldo, di Bimbuccio, dilaniati da
una granata caduta sulla capanna vicina alla casa
colonica Billeri, mi avevano creato del turbamento e
sgomento. Così le morti di tanti altri in paese, in
padule e nelle frazioni. Avevo, però, cercato di
cancellare subito il ricordo di questi e della tragedia.
La donna violentata, gli uomini portati via, i saccheggi
delle case, che colpivano questo o quel cittadino, le
distruzioni avevano avuto ripercussioni angosciose su di
me. Avevo cercato di cancellare tutto dalla memoria.
Così avevo fatto per la tremenda tragedia, che aveva
colpito Massarella e nella quale avevano trovato la
morte, per mano dei Tedeschi, sette massigiani.
Il disinteresse verso gli “altri” si era acuito col
precipitare della situazione.
Si era accentuato, nel contempo, in me un senso di
apatia e di frustrazione e quasi l’accettazione di un
destino, ormai prestabilito e che avrebbe avuto u n suo
compimento, prima o poi.
Avevo toccato il fondo.
Avevo ritrovato qualcosa del Pietro, anteguerra, quando
avevo conosciuto ed utilizzato il rifugio nei pressi
della casa colonica del Donati.
Il vedere, ogni mattina, appena uscito dal rifugio, quel
piccolo angolo di campagna con le viti rigogliose, con
il pioppo dai rami ricoperti di foglie, con le erbe e le
bianche margherite, che spiccavano nella proda,
l’apprezzare il fascino di quel quadro bello e poetico,
mi aveva procurato una grande gioia interiore.
Il trattenermi, spesso, seduto nella fossa a contemplare
la bellezza della natura, così meravigliosa, così
splendida, così viva di tanti colori e tanto prodiga nei
suoi frutti, offerti durante l’estate in grande
quantità, aveva il potere di rallegrarmi e di farmi
pensare che il mio animo non era completamente inaridito
e che era ancora sensibile a certi richiami.
Il sogno strano del 26 agosto 1944
Mi ero svegliato di soprassalto, infreddolito e
angosciato.
Era l’alba: un lieve chiarore entrava dall’apertura, non
completamente ostruita da una vecchia coperta, del
rifugio, una fossa profonda oltre un metro, lunga sui
cinque metri, coperta da tronchi d’albero e terra, che
era stata scavata vicino ad una proda di un campo del
podere Sgherri e non molto lontano dalla casa colonica
della Famiglia Donati, detto Ghigne, che si affacciava
su via di Bordone.
Ero uscito subito dal rifugio, dopo essermi messo le
scarpe, il solo indumento che mi toglievo alla sera,
prima di coricarmi.
Avevo guardato - come facevo immancabilmente ogni
mattina, da quando passavo la notte in quella specie di
fossato mal ricoperto e tanto simile ad una tomba - quel
piccolo mondo, nel quale da molto tempo ero relegato,
compreso fra casa Sgherri, casa Donati e il gruppo di
case su Via di Bordone, coi suoi campi, coi suoi filari
di viti, i suoi alberi, i suoi frutti.
Era divenuto quasi un rituale quel rapido sguardo
intorno: un bisogno, quasi infantile, di toccare con gli
occhi quelle vecchie e poche case, alle quali mi sentivo
legato da un profondo affetto e che avevano conosciuto
molti anni della mia serena giovinezza.
Avevo, di poi, fermato, per un momento, la mia
attenzione sul solito quadretto - così mi piaceva
definirlo con un pizzico di fantasia - che, quasi
sovrastava l’apertura del rifugio, col suo pioppo non
molto alto dai rami ricoperti di foglie, sul tronco del
quale si appoggiava una vite nodosa dai tanti tralci,
che sembravano lunghi serpentelli dal colore marrone e
verde, che si intrecciavano con altri tralci delle viti
vicine.
Avevano un fascino particolare per me quel pioppo e
quella vite, quei grappoli dagli acini già formati, che
occhieggiavano fra i pampini, quei colori così in
contrasto fra loro e resi ancor più vivi dai raggi del
sole.
Giorno dopo giorno, avevo veduto qualcosa di nuovo, che
arricchiva quel piccolo spaccato della natura. Avevo
quasi seguito il crescere dei tralci, delle foglie,
degli acini, l’espandersi del verde da soffocare gli
altri colori. Ero stato spettatore di qualcosa di
straordinario di meraviglioso, di affascinante ed anche,
sotto certi aspetti, di misterioso e di magico: la terra
aveva dato, il pioppo e la vite avevano ricevuto e
silenziosamente e gioiosamente si erano fatti belli per
rallegrare gli occhi con la loro fantasia di colori e
per donare i loro frutti.
Amavo vedere quel pioppo ombroso, quella vite
rigogliosa, quell’erba filiforme, che ricopriva le zolle
aride della proda, quel correre frenetico delle formiche
sul tronco, sui rami e sui tralci. La visione di quel
quadretto vivo, che si rinnovava, ogni giorno,
arricchendosi sempre di più, andava a riempire, anche se
per un attimo abbastanza fugace, il vuoto angoscioso,
che, da tempo, mi andava opprimendo, rendendomi apatico,
sfiduciato ed anche un po’ fatalista.
Quel mattino del 26 agosto, che si annunciava ricco di
luci e di colori, avevo guardato il mio piccolo mondo,
circostante il rifugio, con la solita attenzione, ma
anche con un certo distacco.
La mia mente era ancora presa da quel frammento di
sogno, incompiuto e indefinito, ma altrettanto nitido
nelle sue rapide sequenze, che mi aveva procurato paura
ed angoscia, sensazioni che avevo percepito al momento
del mio improvviso risveglio e che non ero riuscito a
scacciare.
La mamma aveva capito subito che qualcosa mi angustiava.
Mi aveva domandato, molto preoccupata, se mi sentivo
bene, se accusavo qualche malessere. Aveva, di poi,
insistito, di fronte al mio diniego, per conoscere il
motivo della mia evidente preoccupazione, così chiara, a
suo parere, nella espressione del mio volto.
Mi ero seduto sulla proda, appoggiandomi al tronco del
pioppo ed avevo invitato la mamma a fare altrettanto.
Avevo raccontato il sogno, che avevo fatto alle prime
luci dell’alba, attenendomi ai pochi particolari, che
erano rimasti impressi nella mia mente, nella loro
rapida successione: il foglietto del calendario dalle
dimensioni normali, sul quale spiccava in rosso, il
numero uno, fluttuare lontano, lo stesso foglietto
avvicinarsi divenendo sempre più grande, quasi enorme,
pronto a cadermi addosso.
Avevo accennato all’inutilità dei miei sforzi per
allontanare da me quel foglietto di calendario, che
ondeggiava sul mio corpo, quasi minaccioso, avevo detto
della paura e dell’angoscia sentita in quel momento e
non avevo nascosto il senso di liberazione, provato nel
repentino risveglio.
- Sono preoccupato - avevo concluso - per la stranezza
del sogno, che sembra non aver alcun significato, ma
che, forse, vuole suggerire qualche cosa, come un
avvertimento, un segnale...
Mamma era rimasta un momento in silenzio. Aveva, di poi,
sorriso e ponendomi la mano sulla testa, mi aveva
arruffato i capelli. La sua voce mi aveva accarezzato le
orecchie, come, quando ero bambino, ed ella mi diceva
che avevo la “bua” e mi doleva il pancino, perché non
avevo digerito bene.
- Avevi qualcosa sullo stomaco - mi stava dicendo - così
non hai dormito bene ed hai avuto dei sogni. Un fatto
più che naturale, che può capitare a chiunque.
Aveva continuato ed aveva fatto anche dell’ironia
nell’esprimere la sua meraviglia per aver ascoltato suo
figlio, che aveva studiato, che aveva dimostrato in
diverse occasioni una pronta intelligenza, che conosceva
già molte cose del mondo e che aveva finito per dare
valore ad un sogno e a ricercare nello stesso qualche
significato premonitore.
- Sei preoccupato e nervoso - aveva concluso, alzando
leggermente il tono - e ti comporti come una qualsiasi
domestica ignorante e superstiziosa, che crede ai sogni.
Avevo sentito il bisogno di replicare, ricordandole che
avevo imparato proprio da lei a dare valore ai sogni.
Innumerevoli volte, infatti, la mamma mi aveva
raccontato i suoi sogni e che cosa ella aveva voluto
vedere negli stessi, tanto da essere portata, talvolta,
a giocare dei numeri al “gioco del lotto”, sicura, pure,
nella loro uscita. Mi ero, però, trattenuto nel
rispondere, comprendendo la futilità insita in un simile
argomento e l’inutilità di una discussione, che non
avrebbe avuto modo di pervenire ad una conclusione
soddisfacente per ambo le parti.
Avevo, così, preferito ritornare sul mio sogno, sul
quale, improvvisamente, si era presentata alla mia
mente, una risposta piuttosto verosimile, quasi logica e
pertanto accettabile.
- Vedi, mamma - le avevo detto - posso essere una
domestica ignorante e superstiziosa, come tu dici. Ciò
non cambia la mia convinzione che il sogno, che mi ha
angosciato, abbia voluto avere un suo significato con un
preciso avvertimento.
La mamma mi aveva interrotto con un “Non essere ridicolo
e ragiona da uomo!”
Avevo continuato, ormai deciso ad esprimere
compiutamente il mio pensiero:
- Il 1° settembre o saremo tutti liberi e la guerra sarà
finalmente finita per noi o saremo tutti morti.
La mamma aveva avuto una strana reazione: si era alzata
piuttosto repentinamente, aveva strappato un pampino
dalla vite e aveva cominciato a ridurre la verde foglia
in tanti piccoli pezzetti, che aveva gettato - e mi era
sembrato con una certa stizza - sull’erba della proda.
L’espressione del suo volto non era più quella di pochi
istanti prima. Era leggermente cambiata ed in
particolare era possibile notare una certa durezza nello
sguardo e un’altrettanta rigidità nella bocca, segni
evidenti di uno stato d’animo turbato da rabbia e
nervosismo, che, di solito, avrebbero influito su
atteggiamenti diversi e contrastanti della mamma, la
quale si sarebbe chiusa in un silenzio imbronciato e
snervante o sarebbe esplosa, accalorandosi, con un fiume
di parole.
Avevo continuato a guardarla, pensando che ella stesse
assimilando e rimuginando il contenuto della frase,
appena ascoltata e che ritenevo, avesse avuto una certa
carica dirompente ad effetto immediato, tale, se non
altro, da stimolare almeno un attimo di riflessione.
Ero consapevole che la mia frase, tendente a dare una
spiegazione al sogno, era il frutto di un’intuizione,
per certi aspetti eccezionale, ed anche brillante, ma
anche, per altri aspetti, molto fantasiosa e pazzesca.
Ero, altresì, convinto che il sogno, in alcuni suoi
elementi di una chiarezza straordinaria, come il numero
UNO visto da lontano e divenuto sempre più grande e più
nitido, come il foglietto del calendario, piccolo
all’inizio e divenuto nel suo avvicinarsi, grande, quasi
enorme, avesse un preciso significato
Erano stati proprio questi elementi — mi dicevo— che
avevano fatto scattare la prima intuizione indicando una
data, quella del 1° settembre, perché il sogno aveva
fatto vedere il numero uno avvicinarsi celermente. La
seconda intuizione sulla libertà o la morte era legata
all’angoscia presente nel sogno e ancora persistente e
al risveglio improvviso. Una reazione istintiva
dell’inconscio, che non voleva sapere o aveva paura di
sapere.
Eravamo, io e la mamma, immersi nei nostri pensieri da
percepire debolmente una voce ancora assonnata, che dava
il “buongiorno”.
Avevamo, quasi contemporaneamente guardato verso i1
rifugio e avevamo veduto far capolino dall’uscita
posteriore il volto di Morina, come tutti chiamavano la
figlia quindicenne del Donati, meglio conosciuto col
soprannome di Ghigne.
L’apparizione della Morina, che intanto si era
avvicinata e si era seduta sulla proda, era riuscita a
rompere una specie d’incantesimo e — come ebbi subito
modo di constatare — di sciogliere la lingua alla mamma,
che sembrava attendere un qualsiasi diversivo per
esprimere quanto aveva rimuginato dentro.
Aveva, così, raccontato alla Morina il sogno fatto dal
figlio, non tralasciando alcun particolare e le aveva
riferito, pure, la mia interpretazione, che - aveva
detto con forza - non stava né in cielo né in terra,
tanto era assurda, fantasiosa, inverosimile
Aveva continuato ripetendo la sua meraviglia per avere
un figlio così credulone e fantasioso.
L’avevo interrotta, affermando che me n’andavo a casa di
nonno Sgherri.
Mi ero alzato dalla proda e mi ero incamminato lungo la
fossa, ombreggiata dalla folta chioma dei pioppi e dalle
numerose foglie, che riempivano i tralci delle viti,
che, in filari quasi allineati, fiancheggiavano il
fossato.
La mamma mi aveva seguito e la sentivo borbottare.
Ero terribilmente arrabbiato con me stesso e mi andavo
ripetendo che ero stato veramente sciocco a raccontare
il sogno e l’interpretazione alla mamma, la quale
sarebbe ritornata sull’argomento, riferendo tutto a
nonno Sgherri e poi, pure ad altri, non mancando — e
questo mi faceva rabbia — di ironizzare e di prendermi
in giro.
Ero, altresì, arrabbiato con la mamma, perché non
riuscivo a capire il motivo del suo eccessivo sarcasmo
nei miei riguardi. Non era da escludere — un tal
pensiero aveva fatto, in verità, capolino — che la
reazione della mamma volesse convincere me a dimenticare
l’uno e convincere se stessa a. non credere nella mia
interpretazione.
Nonno Sgherri, che avevamo trovato nel capannone dietro
la casa di abitazione, con la immancabile pipa in bocca,
seduto su una vecchia poltrona, che ricordava altri
tempi, aveva chiesto se avevamo qualche notizia da
riferire proveniente dai Donati o dai Cioni.
La mamma si era seduta su un corbello, io su una
cassetta, intento a masticare un pezzo di pane,
piuttosto duro, sul quale la nonna aveva spalmato un po’
di marmellata.
Le notizie portate dalla mamma erano poche ed
altrettanto poco allegre.
Era, intanto, arrivato zio Quinto, che si era seduto su
una ruota della trebbiatrice.
Eravamo in un piccolo spazio vuoto, vicino alla porta,
che portava al piano terra della casa, dove era la
cantina e vicino alle parti anteriori di due macchine
trebbiatrici, sistemate lungo la parete, parte comune
della casa e del capannone.
Quella piccola parte del capannone era divenuta giorno
dopo giorno, un luogo ideale per passare alcune ore.
Gli uomini di casa Sgherri e del vicinato avevano
ritenuto quell’angolo del capannone appartato e
tranquillo e tale, in caso di pericolo, come l’arrivo di
Tedeschi, da dare il tempo necessario a zio Quinto di
nascondersi nel vicino stanzino, che era stato del
maiale, la cui apertura era facile mimetizzare e
difficile a scoprire e dare agli altri uomini presenti
la possibilità di saltare la finestra, sul retro, e
cercare di guadagnare l’aperta campagna.
Il nonno aveva un occhio di riguardo per quel capannone,
il cui portone, che si affacciava sull’aia, era da vari
mesi ben stangato e contro il quale all’interno erano
stati ammassati materiali, i più diversi, per renderlo
più robusto e più difficoltoso il suo abbattimento da
parte dei Tedeschi.
Era comprensibile che, al mattino, egli facesse una
visita nel capannone e vi si trattenesse , anche a lungo
a guardare quel mondo, un po’ disordinato, un po'
caotico, dalle due macchine trebbiatrici, imponenti e
maestose, alla più piccola e slanciata dei “semini”(come
veniva chiamata),dai due trattori dalle grandi ruote
posteriori agli aratri, uno per l’aratura in profondità,
gli altri due per l’aratura normale. Era comprensibile
che egli soffermasse il suo sguardo su altri e numerosi
oggetti, che occupavano gli altri spazi del capannone,
dal carro agricolo alle bigonce, dalla seminatrice
all’erpice, dai fusti per il petrolio e l’olio alla
carretta e agli innumerevoli, piccoli e grandi attrezzi
da utilizzare nel lavoro dei campi.
Il nonno, in quello strano palcoscenico col pavimento di
terra battuta, racchiuso da mura senza intonaco, coperto
da un tetto a capanna con diversi embrici rotti, aveva
tutta la sua vita, aveva quanto era riuscito a
realizzare faticosamente dalla fine della prima guerra
mondiale, passando da una esistenza familiare grama,
lottata, sofferta ad una certa tranquillità economica,
quale coltivatore diretto e piccolo imprenditore nella
gestione dì macchine agricole.
Perdere quel patrimonio, che aveva, pure tanti risvolti
affettivi, tanti ricordi vicini e lontani, tante gioie e
sofferenze, tante speranze e tante preoccupazioni,
sarebbe stato, per il nonno, l’inizio di una morte
certa.
La mamma aveva raccontato al nonno e allo zio il sogno
che avevo fatto ed aveva riportato la interpretazione
che ne avevo dato.
Era stata breve e schematica. Non aveva fatto alcun
commento. Ero rimasto sorpreso della scarsissima
loquacità della mamma ed ero stato colpito da un dato
inconfondibile: la mamma, come accadeva, pure a me,
subiva il fascino di quell’anziano personaggio, di quel
“capoccia” vecchio stampo, di quella figura imponente,
che aveva dimostrato intelligenza, saggezza,
intraprendenza e che aveva la stima di molti
fucecchiesi, suoi coetanei, ed in particolare di molti
contadini del piano, coi quali aveva i maggiori
contatti.
Il nonno aveva ascoltato attentamente con lo sguardo
fisso su di me.
I suoi occhi mi erano sembrati velati di tristezza e di
preoccupazione, ma, anche, di una certa delusione.
Aveva, con calma, caricato la pipa e aveva pigiato il
tabacco con l’unghia del pollice. Era rimasto indeciso
sul da farsi non trovando nel taschino del panciotto un
fiammifero di legno.
Zio Quinto si era alzato ed aveva detto che andava su in
cucina a prendere qualche zolfanello.
Non era più il nonno che avevo lasciato quando ero stato
chiamato a prestare il servizio militare e a fare la
guerra. Non era più il nonno, che avevo visto entrare
nel salotto della mia abitazione, quando ero ritornato
dalla prigionia dopo l’8 settembre, anche se aveva
necessità di utilizzare un bastone per aiutarsi a
camminare.
Era ancor più invecchiato: gli anni, che cominciavano a
pesare sulle sue spalle, la guerra ed in particolare le
vicissitudini attraversate, fra paure, privazioni,
preoccupazioni, durante questa calda estate, avevano
inciso sulla sua forte fibra e probabilmente sul suo
morale.
Era pur sempre il “capoccia”, che io rispettavo e al
quale ero legato da tanto affetto.
Il vederlo in quello stato di prostrazione, sul quale
influivano pure delle preoccupazioni per la salute, mi
procurava tanta tristezza.
Il nonno —mi dicevo— ha perduto quella carica, che era
stata determinante nella sua crescita come uomo e nella
crescita della sua famiglia.
Era riuscito, negli anni successivi alla prima guerra
mondiale del 1915—18, quando in famiglia non erano più
in diciassette (il fratello aveva costruito la casa,
vicino al primo Chiesino di via Dante, dove era tornato)
ad avere di sua proprietà il podere, coltivato dai suoi
vecchi con alcuni campi su via Dante e altri su via di
Bondone.
La casa colonica di nonno Sgherri era a 50 metri da via
Dante.
Aveva intrapreso alcune attività, come la vendita di
concimi, non tralasciando il poderino e la stalla,
curati l’uno e l’altra, in particolare, da nonna Erminia
(la Catastina per tutti) e dalle quattro figlie.
Aveva lottato, compresa la famiglia, contro la miseria,
dalla quale voleva affrancarsi. Aveva stimolato la sua
intelligenza, piuttosto viva e pronta, aveva fatto
tesoro del suo bagaglio culturale, acquisito nel
frequentare (uno fra i non tanti) tutto il ciclo della
scuola elementare e bene anche la sesta elementare.
Aveva coltivato rapporti sociali con persone di un certo
ceto sociale e culturalmente qualificate, rispettate
dalla comunità fucecchiese e che davano lustro al paese.
Aveva saputo ascoltare ed arricchire le sue conoscenze.
Aveva fatto tesoro dei suggerimenti.
Aveva, così, tentato una nuova esperienza con un motore
a vapore, che era stato battezzato col nome di
Pistagnino e con una macchina trebbiatrice, che aveva
già qualche anno sulle spalle di attività.
Aveva cominciato ad andare di aia in aia dei contadini
del piano a battere il grano, promuovendo la moglie
Erminia nell’ingrato compito di fuochista.
Aveva, poi, accantonato il vecchio Pistagnino,
acquistando un trattore Ford con le ruote motrici e una
nuova trebbiatrice Mais e divenuto grande il figlio
Quinto, aveva ampliato la sua attività con l’andare ad
arare i campi e con l’aumentare il numero delle aie,
durante la battitura del grano.
Aveva, piano piano, raggiunto una certa consistenza
patrimoniale ed una certa tranquillità economica.
Poteva dirsi soddisfatto della sua situazione familiare
e poteva dire di aver creato tanto dal nulla.
Capivo il dramma del nonno: fatiche, sacrifici di tanti
anni di lavoro potevano essere spazzati via in una
frazione di secondo dalla guerra.
Le argomentazioni di nonno Sgherri
Zio Quinto era ritornato ed aveva interrotto il mio
fantasticare.
Aveva passato al nonno una scatola di fiammiferi, che,
contrariamente a quanto pensavo, era andata a finire
nella tasca del panciotto.
Il nonno non aveva acceso la pipa. Si era, invece,
rivolto dalla mia parte ed aveva iniziato a parlare, a
voce bassa, col dire che i frammenti del sogno, riferiti
dalla mamma, erano pochi, anche se abbastanza chiari e
che gli stessi potevano offrire il fianco, se si voleva
dare una interpretazione, a diverse e contrastanti
risposte.
Aveva continuato precisando che egli non credeva ai
sogni, ma che riteneva giusto parlarne a causa della
spiegazione da me data, così categorica, drammatica e
conturbante e per togliermi dalla testa certe brutte
fantasie e paure.
S’era soffermato e aveva preso la scatola dei fiammiferi
dal taschino del panciotto. Aveva puntato lo zolfanello
verso di me, dicendo:
- Il 1° settembre, caro Pietro, non succederà un bel
niente. La guerra per noi non sarà finita. Gli Alleati
non hanno alcuna furia nell’attraversare l’Arno e i
Tedeschi non hanno alcun motivo di lasciare questa zona.
Aveva acceso il fiammifero e nuvolette di fumo avevano
impregnato l’aria di un odore greve. La mamma e zio
Quinto avevano concordato col nonno, come avevo
immaginato vedendo le loro espressioni, che erano state
chiaramente di approvazione e di assenso totale, a tutte
le sue argomentazioni.
Ero rimasto in silenzio. Mi dispiaceva dirgli che la sua
risposta era poco soddisfacente, mi dispiaceva fargli
rilevare che era stato, pure lui, categorico
nell’affermare che il 1° settembre non poteva succedere
alcunché. Non volevo, altresì, ammettere che in alcuni
punti egli aveva ragione, specie sul comportamento degli
Alleati ,che dimostravano, in modo evidente ,di non
avere alcuna fretta.
Il nonno aveva guardato figlia e figlio, sorridendo.
Aveva, di poi spostato lo sguardo verso di me ed aveva
fatto un piccolo gesto con la mano, che avevo
interpretato come segno di disapprovazione per il mio
silenzio e di rimprovero.
Aveva ripreso nel suo dire, riconoscendo che i giorni da
venire potevano riservare brutture e dolori, dato che
sussistevano i pericoli incombenti sia da parte dei
Tedeschi, che, forse, non erano numerosi a Fucecchio, ma
che sembravano presenti ovunque, stando alle notizie,
che arrivavano confuse, spesso contraddittorie, di
rastrellamenti, di case saccheggiate, di persone uccise,
sia da parte degli Americani, che erano vicini , ma
nello stesso tempo tanto lontani, e che si facevano
sentire con qualche salve di cannoni, indirizzate,
spesso, contro i civili e non certo contro postazioni
militari.
Aveva ricordato la tragedia, che aveva colpito tre
famiglie del vicinato, con la morte di Zaira, Baldo e
Bimbuccio, dilaniati dalle schegge di un proiettile,
caduto sulla capanna, dietro la casa del Billeri. E
aveva accompagnato il triste ricordo, togliendosi il
vecchio e logoro cappello, volendo, così, fare omaggio a
dei cari amici, conosciuti per tanti anni e dipartiti in
un modo tanto orribile.
Avevo apprezzato il gesto reverente del nonno ed il
breve silenzio, che aveva fatto seguito. Zaira, Baldo e
Bimbuccio avevano fatto parte della mi infanzia. Mi
avevano visto crescere, anno dopo anno, nella piccola
corte che univa il gruppetto di case di via Bondone,
circondate dalla campagna e non lontane dal centro del
paese. Mi avevano seguito, quando avevo lasciato con i
genitori la casa natale ed ero tornato in via Dante,
vedendomi poco ma chiedendo notizie alla mamma.
La loro immagine, appena il nonno aveva ricordato i
nomi, aveva preso forma in una successione rapida di
fotogrammi significativi.
Avevo riveduto il volto scarno, bruciato dal sole e
solcato dalle rughe ed il corpo robusto, ricoperto da
vesti, spesso, trasandate di Zaira, la faccia tonda,
nella quale spiccava il colore rosso, del buon Baldo,
piuttosto basso, piuttosto grasso, la prestanza fisica
del più giovane Bimbuccio Corsagni, dal passo deciso e
marziale e dall’aria, che appariva, strafottente.
Avevo ricordato Zaìra accanto al carretto, pieno di
verdure in Piazza Montanelli, vicino ai capitelli, con a
fianco i carretti della Gerboni e della Panichi, intenta
alla vendita degli ortaggi, ricavati dal suo orto. Avevo
rivisto Baldo, seduto davanti alla sua casetta, che mi
raccontava delle sue esperienze di cocchiere del dott.
Anghinelli, del cavallino, che curava come un figlio,
del calesse, che brillava quando era pulito. Bimbuccio,
invece, mi era apparso in orbace, con le braccia ai
fianchi e tutto impettito, che richiamava l’attenzione
mia e degli altri giovani del plotone (uno dei diversi
partecipanti al corso premilitare del sabato) a
mantenere un comportamento marziale con “Il petto in
fuori e il capo ritto!”.
Avevo provato una sincera emozione: credevo di aver
dimenticato ed invece le loro immagini erano balzate
nitide dal libro della memoria. Altri ricordi stavano
affiorando, mentre il nonno riportava il cappello in
testa e quasi, contemporaneamente, la pipa alla bocca,
per emettere, poi, la solita nuvoletta di fumo.
Zio Quinto ci aveva lasciati, per andare, come aveva
detto, al gabinetto dopo essersi privato di una mezza
sigaretta, che mi aveva offerto, come gli accadeva,
purtroppo, raramente.
Avevo acceso subito il mozzicone di sigaretta, godendo
di ogni “boccata” e spazzando via ogni pensiero, mentre
seguivo il fumo salire verso il tetto, lambire la
fiancata di legno della trebbiatrice e l’intonaco
sgretolato del muro della parete, tagliare la tenue
luce, che proveniva dalla finestra sul retro.
La mattina, che era stata tranquilla e quieta,
sorprendendomi per il suo prolungato silenzio, aveva
improvvisamente fatto sentire la sua voce, ponendo al
nonno una domanda precisa, che riferendosi alla fine di
Zaira, Baldo e Bimbuccio, chiedeva se il 1° settembre
potesse verificarsi la morte di tutti, come aveva
pronosticato il figlio, interpretando il sogno.
Il nonno aveva guardato la figlia, fulminandola con lo
sguardo (così mi era sembrato). Aveva, di poi, spostato
lo sguardo su di me ed aveva seguito l’operazione
“spegni sigaretta e conservazione della cicca” ,
suggerendomi, fra l’altro, di calpestare bene la cenere
e la puntina di fuoco caduta sul pavimento.
La mamma aveva insistito con un “Allora babbo?” ed il
nonno aveva brontolato qualcosa, come “Lasciami in pace,
benedetta figliola!”.
Si era mosso sulla sedia, come per trovare una posizione
più riposante Aveva sistemato meglio il bastone fra le
gambe, si era tolto un po’ di cenere caduta sul
pantalone, continuando a tentennare la testa, forse come
segno di disapprovazione o di irritazione o di
sopportazione, o forse perché si rendeva conto che
doveva, comunque, rispondere e che la sua risposta era
attesa in particolare dal nipote,
Aveva iniziato con voce alterata dicendo che era
pazzesco continuare a parlare di un sogno e
dell’interpretazione fantasiosa data allo stesso, quando
c’erano altri problemi, reali e incombenti, che ci
assillavano, giorno dopo giorno, a causa della guerra
praticamente alle porte e nella quale i veri
protagonisti erano divenuti gli abitanti del paese e
della campagna, tormentati da continue angosce, rinunce
e privazioni, costretti a vivere in modo randagio e
oppressi dalla paura.
Aveva, di poi, continuato con voce più pacata, chiedendo
il significato preciso da me attribuito a quel ”tutti
morti” e avendo avuto, come risposta il mio riferirmi a
quanti passavano la notte nel rifugio del campo vicino
alla casa di Ghighe, aveva proseguito con una
dissertazione, che, dopo, avevo capito essere stata
meditata sì da divenire una sua chiara convinzione.
Aveva, così, esaminato con una certa minuzia, i tanti
piccoli e lunghi momenti, durante i quali il pericolo
per la nostra vita era stato grosso. Aveva ricordato le
varie occasioni, che avevano visto dei tedeschi isolati
mettere una grande paura a nonna e zia e a lui stesso
nel chiedere se c‘erano uomini giovani in casa e poi
fare razzia di polli.
Aveva parlato delle schegge dei grossi proiettili
sparati dai cannoni degli Alleati, che avevano colpito
la facciata della sua casa, che avevano fatto scempio
dei corpi di Zaira, Baldo e Bimbuccio, che avevano
danneggiato l’angolo sotto il tetto del palazzo dove io
abitavo.
Si era domandato, facendo riferimento a quanto era
avvenuto anche di brutto durante quella terribile
estate, quali erano i pericoli, ai quali saremmo andati
incontro, salvo imprevedibili sviluppi della guerra,
come una difesa ad oltranza da parte dei Tedeschi
sull’Arno o una decisione degli Alleati di radere al
suolo Fucecchio.
Aveva espresso la sua convinzione che il pericolo da
parte dei Tedeschi si era molto attenuato, anche se i
giovani dovevano rimanere nascosti e sempre all’erta e
che il vero pericolo derivava dai proiettili di cannone,
imprevedibili, purtroppo, nel luogo del loro impatto.
Aveva avanzato l’ipotesi, alla quale egli credeva senza
riserve, e nella quale vedeva la quasi certezza
nell’evitare il pericolo cannone: restarsene in casa o
nel rifugio, quando appariva la cicogna che volteggiando
lentamente, spiava dall’alto, per segnalare alle
postazioni di artiglieria alleate movimenti sospetti o
ritenuti sospetti, che si potevano verificare davanti
alle case, nelle strade e qua e là nei campi.
Aveva ricordato, a conforto della sua ipotesi, il dato
di fatto che indicava, inequivocabilmente, l’arrivo di
una granata o più granate, successivamente
all’apparizione dell’aereo da ricognizione nella nostra
zona.
Il nonno aveva cessato di parlare, avendo chiaramente
necessità di riprendere fiato, dopo la lunga ed
articolata disquisizione. Aveva, poi, fatto un gesto con
la mano che avevo interpretato, nel senso, dimostratosi,
di poi, giusto, che aveva ancora qualcosa da dire. Aveva
dedicato la sua attenzione alla pipa e accertatosi che
il trinciato era ormai tutto consumato, aveva messo in
atto l’operazione “pulizia pipa”.
Io lo guardavo, sentendomi sorpreso piacevolmente da una
immagine, che si era presentata improvvisamente e che
rivedevo nitida: quella del mio insegnante elementare,
il maestro Biagetti.
Mi ero riveduto ragazzino, seduto dietro un banco dal
colore nero, con gli occhi fissi sul maestro Biagetti
,che pazientemente, con voce calma e piana, spiegava ed
insegnava. Io seguivo, attento, desideroso di imparare e
di sapere, trovando, nel contempo, tanta meraviglia per
le molte cose che egli sapeva e per la facilità del suo
parlare.
Era significativo — mi ero detto— quello strano
ritornare indietro nel tempo e quella immagine, mentre
ero seduto su un corbello e preso dalla voce calda e
piacevole del nonno e interessato a quanto egli diceva.
Non avevo avuto il tempo per analizzare il motivo di
quel piacevole ricordo, perché il nonno aveva ripreso a
parlare, chiamandomi in causa direttamente con un “Caro
Pietro”
Mi aveva detto che dovevo dimenticare il sogno e
cancellare dalla mia mente la data del 1° settembre ed,
in particolare, il mio angoscioso pensiero di morte.
Aveva spiegato che le vicissitudini della guerra sul
fronte dell’Arno stavano dimostrando, ed in modo
evidente, che gli Americani non avevano alcuna
intenzione di avanzare oltre l’Arno, finché il carro
armato tedesco appostato nei pressi del Poggio
Salamartano, l’altro nelle vicinanze della villa Nieri e
le batterie ben nascoste nelle Cerbaie facevano sentire
la voce dei loro cannoni.
Aveva posto l’accenno sul comportamento dei Tedeschi
rimasti nella nostra zona, i quali, stando anche alle
notizie, che viaggiavano fra casolare e casolare, non
stavano mostrando né fretta né nervosismo, sintomi,
spesso significanti e tali da indicare un imminente
ritiro da queste posizioni.
Aveva affrontato il tema dell’eventuale tragica fine di
coloro che dormivano nel rifugio in prossimità della
casa colonica di Ghighe e dopo aver affermato che era
una ipotesi pazzesca e fantasiosa, mi aveva ricordato
che di notte mai
I cannoni avevano sparato e mai, anche di giorno, i
proiettili erano caduti nei campi del suo podere e dei
poderi vicini.
Aveva concluso rimproverandomi per aver raccontato alla
mamma il sogno, per aver dato allo stesso una
interpretazione affascinante ma anche tanto
preoccupante, tale da poter creare nuove ansie e nuove
angosce immotivate.
Si era alzato dalla sedia con una certa fatica e
appoggiandosi al bastone, aveva aperto la porta che
immetteva nella cantina.
Io e la mamma lo avevamo seguito in silenzio.
La nostra zona duramente colpita
Il giorno successivo al sogno, avevo lasciato il rifugio
nei pressi della casa Donati, intenzionato a sottoporre
alla attenzione di nonno Sgherri alcuni appunti, che
ricordavo di aver stilato su un foglio di carta
protocollo ed un disegno, molto schematizzato, fatto su
un foglietto a quadretti, che avevo messo fra i
documenti personali, nella cartella nera da studente.
Erano due documenti - avevo ritenuto giustamente - che
avrebbero avuto il potere di dimostrare al nonno quanto
era stato poco valido tutto il suo argomentare,
nell’intento di convincermi a non dare alcun valore al
sogno ed ancor più, a mimetizzare la mia interpretazione
del “tutti vivi o morti” al 1° settembre.
Il nonno avrebbe veduto, leggendo gli appunti e il
disegno, una cronaca scarna, che raccontava avvenimenti,
anche drammatici, e dei quali eravamo stati protagonisti
,purtroppo indifesi.
Una cronaca che partiva dal 19 luglio con un appunto:
“Dopo un mese ed otto giorni ho riveduto Vera.
In precedenza l’avevo veduta l’11 giugno alle ore sei e
mezza: era vestita di bianco.”
E proseguiva:
“28 luglio: tre granate hanno colpito la casa di mio
nonno, dove ero con la mia famiglia. Effetti: porta
d’entrata fracassata, una falla nel muro.
Tutti eravamo in una stanza a pianterreno, quella il cui
muro esterno era stato colpito dalla granata.
Tutti vivi.
11 agosto. E’ stata colpita nuovamente la casa del
nonno. E’ caduto il tetto della capanna fienile e una
parte del tetto della capanna, dove sono le macchine
trebbiatrici. Danni: trattore sotto le macerie.
13 agosto. Sono stato costretto a lasciare la mia casa.
Mi sono sistemato con la mamma in un rifugio, vicino
alla casa di nonno.
La prima quindicina d’agosto è passata.. Non si può
pensare ad un miglioramento della situazione.
Il paese è colpito, spesso dalla cannonate. Vera, ogni
tanto, mi manda un biglietto tramite Furio, che
raramente, da dove è sfollato, viene a vedere in quale
stato è la sua casa.
20 agosto. Alcune granate sono scoppiate vicino al
rifugio e alla casa Donati. Una piccolissima scheggia è
entrata nel rifugio ed ha forato la mia borsa nera,
nella quale conservo i documenti personali.
Abbiamo usato i fazzoletti per tapparci bocca e naso
contro la polvere di terra e l’odore acre della polvere
della granata. Non lontano da noi sono morte due
persone. L’abbiamo scampata.
E continuava in modo più particolareggiato:
“La mia casa è stata minata. E’ stata una giornata
infernale. Sono riuscito con l’aiuto di mamma, di zia
Rina e di nonna Erminia a portare via tutti i mobili. Ho
sbarbato tutti i fili della corrente elettrica.
Io e la mamma siamo ospitati dal nonno. Siamo tre
famiglie complessivamente tredici persone. Il rifugio è
accanto alla casa.
Il 28 luglio è stata colpita la casa di nonno. Eravamo
tutti nella stanza a pianterreno, sotto il salotto,
vicino alla scala.
Due o più granate hanno colpito in pieno la porta
d’ingresso, davanti alla quale avevamo innalzato una
massicciata di mattoni.
I mattoni sono stati polverizzati, la porta è stata
rovinata completamente, una falla di un metro e trenta
di diametro si è aperta nel muro della stanza, dove
eravamo noi; alcune schegge sono entrate nella stanza
vicina.
Molta paura, con un fuggi fuggi verso la cantina e la
capanna del retro. Molti pezzetti di vetro sui nostri
vestiti. Nonna Erminia veniva colpita da un leggero
malore.
E’ stata nuovamente colpita la casa di nonno.
Era notte ed eravamo già tutti nel rifugio. Era spettato
a me, forse perché il più giovane, il compito di andare
ad accertare i danni. Era una nottata bellissima ed
avevo pensato che non potesse avvenire, in una notte
così bella, di essere colpiti dalla morte. Sono andato
dietro la casa poco illuminata dalla luna. Ho visto,
attraverso il fumo, che andava diradandosi, dei tronconi
di muro e delle travi.
Al mattino sì è constatato che quasi tutta la capanna
fienile era caduta, come era caduta buona parte dei
tetto del capannone delle macchine.
Abbiamo abbandonato la casa, costretti dai Tedeschi. Io,
la mamma e il babbo abbiamo preso possesso del rifugio,
vicino alla casa colonica del Donati detto Ghighe, dopo
aver passato un giorno e mezzo dentro la fabbrica dei
fiammiferi, da dove, però, ci hanno sloggiato.
Ho cercato con l’aiuto della mamma di fare alcuni
lavoretti dentro il rifugio, per sistemare delle tavole,
sulle quali mettere i materassi, evitando, così,
l’umidità della terra. La mamma ha sistemato i
“ciottoli” e un fornello a legna nella fossa.
Ho ritrovato, dopo lunghe ricerche, il mio anello d’oro.
L’avevo perduto fra le zolle del campo, vicino al
rifugio.
Ho bruciato degli appunti, riguardanti il mio ritorno a
casa. Inutili conservarli. Per chi ?! Ho disegnato due
piantine nell’intento di ricordare le granate cadute
nella zona, che è divenuta il mio piccolo mondo: la
prima con al centro la casa Sgherri; la seconda,
indicante la casa Donati e il rifugio.
Le due piantine
Il nonno aveva letto il foglio di protocollo, scritto
fittamente, ma non aveva veduto i due disegni con la
piante delle case e dei campi e i segni delle granate
esplose nel suo podere e nelle zone viciniore.
Era giù di carrozzeria, avendo accusato un leggero
malore durante la notte.
Avevo lasciato i fogli nella tasca e non avevo fatto
alcun cenno all’argomento. Così avevo fatto i giorni
successivi.
26 agosto: il sogno
1 settembre: la liberazione
Era giunto il 26 agosto con il mio sogno breve e strano
ed il mio risveglio improvviso alle prime luci
dell’alba.
Era seguita una mattinata movimentata con un pizzico di
suspense per la interpretazione data al sogno e con il
mio categorico annuncio che il i1° settembre saremmo
stati tutti liberi o tutti morti.
Nei giorni successivi, un pietoso velo di silenzio, si
era posato su quanto era avvenuto il mattino del 26
agosto.
Io, la mamma, il nonno avevamo altro da pensare,
immersi, come eravamo, in una realtà tragica, che non
presentava alcuna evoluzione di sorta e tale da non
lasciar intravedere eventi immediati.
La sera del 31 agosto, con la mamma e la “ nonna” del
Donati, mi ero disteso sul materasso, nel buio del
rifugio.
Era stato fatto cenno al giorno successivo, con un
semplice “Domani ha inizio un nuovo mese”. Avevo pensato
al sogno e alla mia interpretazione dello stesso. E mi
ero domandato che cosa avrebbe portato il 1° settembre
di nuovo, di bello, di brutto. Avevo concluso che
sarebbe stato un giorno uguale ai precedenti con nuove
paure, nuove angosce, nuovi dolori e lutti.
Ero stato svegliato, in piena notte, da alcuni forti
boati, non molto lontani dal rifugio.
Non ero riuscito a capire se le esplosioni, che avevano
interrotto tanto bruscamente il mio sonno, fossero
dipese da diverse granate, sparate dai cannoni
americani, o se, invece, fossero legate alla dinamite.
Ipotesi, quest’ultima, possibile- avevo pensato- perché
ero a conoscenza che i Tedeschi avevano minato diverse
case, che si affacciavano su alcune vie principali di
Fucecchio, allo scopo evidente di ridurre, queste, in
macerie, onde creare degli ostacoli al nemico.
Avevo considerato questa ipotesi, che aveva tutto il mio
gradimento, anche se avrebbe comportato tante
distruzioni, alla luce di un dato di fatto importante: i
Tedeschi nel far brillare la dinamite annunciavano,
indirettamente, la loro intenzione di ritirarsi dalla
nostra zona, in tempi anche brevi.
Il che voleva dire la liberazione.
Non avevo avuto la possibilità di accertarmi. La paura
di lasciare il rifugio era troppo grande.
Avevo pensato che era da pazzi rischiare e che, se era
stata usata la dinamite, la mia casa era salva, perché
da vari giorni, erano state tolte le cassette con
l’esplosivo.
Era stata la mamma a proibire, tassativamente, la mia
uscita dal rifugio.
“Cosa è stato, è stato”- aveva detto- “Pazienza per chi
è toccato o per cosa è andato distrutto”.
Non avevo replicato: era una decisione, che approvavo in
pieno.
In attesa di riprendere sonno, avevo fantasticato un
poco sui boati uditi, ripetendo le deduzioni, che avevo
espresso e quelle che avevo ascoltato dalla mamma e
dalle Morina, avendo il desiderio di convincere me
stesso, che quei boati volessero indicare una svolta
alle nostre tribolazioni.
Mi ero, pure, trattenuto a ripetermi le strane
sensazioni avute durante il breve colloquio con la mamma
e la Morina, nel quale soltanto delle voci sommesse, con
tonalità diverse, si erano intrecciate, fendendo il buio
del rifugio, creando- così era stata la mia impressione-
una atmosfera, che sapeva tanto di fantasmi, di
oltretomba.
Mi ero svegliato, il 1° settembre, alla solita ora,
intorno alle sette.
Ero uscito dal rifugio, fermandomi a guardare il solito
quadretto del pioppo ombroso e della vite dai tanti
pampini e dalle diverse pigne di uva dal color verde
giallastro.
Avevo respirato a pieni polmoni, l’aria frizzante,
tipica delle prime ore del mattino di una giornata
estiva.
Avevo dato il solito, rapido, sguardo sulla campagna
circostante, avvolta in un grande silenzio, sul
gruppetto di case di via Giotto di Bondone, che
apparivano senza vita.
Avevo guardato verso il Poggio Salamartano, non certo
attratto dalle due maestose chiese e dal campanile, che
facevano di quel poggio un angolo caratteristico e di
estrema bellezza e fascino, ma con la speranza di non
vedere più quel lungo telone, ormai divenuto di un
bianco sporco, di circa due metri di altezza, che i
Tedeschi avevano messo sopra il muricciolo dal Convento
di S. Salvatore fino alla casa Costagli.
L’esistenza di quel telone era legata al carrarmato, che
stazionava davanti alla casa dell’Arciprete e che,
quando sparava verso le colline saminiatesi, si spostava
sul poggio.
Vedere ancora il telone, voleva significare che niente
era cambiato e che il carro armato era ancora lassù.
L’argomento esplosioni era ‘‘tornato in discussione,
prima con la mamma e con la Morina, nei pressi del
rifugio, poi col nonno e i suoi familiari, quando tutti
ci eravamo trovati seduti intorno al tavolo di cucina, a
fare una specie di colazione.
I pareri erano stati discordanti. I più erano stati
portati a credere che i boati notturni avevano tutte le
caratteristiche di esplosioni da dinamite.
Il nonno stava dicendo che era il caso di andare nel
capannone, quando avevamo sentito delle voci, piuttosto
concitate, provenire dal gruppetto di case di via di
Bondone.
La mamma aveva aperto la finestra della cucina, che dava
sui campi sul retro della casa e dalla quale si vedeva
il gruppetto di case di via di Bondone e ci aveva
informato che vicino al pozzo, la Rosa, la Cecconi, la
Billi stavano gesticolando ed abbracciandosi.
La mamma aveva chiamato Rosa e Rosa aveva risposto,
urlando e facendo ampi gesti con le braccia, che i
Tedeschi, durante la notte, se ne erano andati, che
tutto era finito e che eravamo finalmente liberi.
Una viva commozione aveva attanagliato i nostri cuori.
Ci eravamo abbracciati, lasciando che la tensione,
accumulatasi in tanti lunghi giorni, potesse sciogliersi
in calde lacrime.
Il nonno aveva richiamato la nostra attenzione sulla
necessità dì verificare se la bella notizia, urlata
dalla Rosa, fosse vera. Aveva raccomandato di non
muoverci di casa, per il tempo a lui occorrente per
giungere in Cima alla viottola, dare uno sguardo intorno
e ritornare a casa.
“Se tutto è vero- aveva detto- avrò la possibilità di
vedere dei movimenti in paese, e, forse, potrò, pure,
incontrare e parlare con qualcuno”.
Eravamo rimasti in attesa , trepidando. Eravamo, però,
confortati dalla voce dello zio Quinto, che aveva preso
il posto della mamma alla finestra, che ci informava
segnalando movimenti di persone nelle aie delle case
coloniche del piano e non in atteggiamento circospetto.
Il nonno era ritornato poco dopo, tutto raggiante.
Ero andato con la mamma, attraversando l’orto di Zaira,
quasi di corsa, verso la mia casa, accompagnato dal
suono delle campane, che annunciavano il meraviglioso
evento.
Ero passato di stanza in stanza della mia abitazione,
semivuota di mobili, ero andato all’ultimo piano.
Il palazzo non aveva subito danni, se non nell’angolo,
vicino al tetto, dalla parte della casa Mengozzi.
Ero disceso e, insieme alla mamma, avendo aperto il
portone d’ingresso e messo piede sul marciapiede.
Avevo veduto il babbo uscire dal grande cancello della
Saffa e venire verso di noi.
Il mio sguardo si era, di poi, fermato su una montagna
di macerie, che ingombrava via Dante, all’altezza delle
case, abitate dalle famiglie Taddei, Mori, Ghimenti,
Lotti.
Le case erano quasi completamente rase al suolo .I pochi
muri, che ancora stavano in piedi, mezzo diroccati,
fornivano una immagine desolante e raccapricciante.
Avevo capito soltanto in quel momento, che le
esplosioni, che mi avevano svegliato bruscamente durante
la notte, erano state l’ultimo atto malvagio dei
Tedeschi, e che, sicuramente altre montagne di macerie
ed altre case distrutte avrei veduto in altre strade ed
in altre zone di Fucecchio.
Alcune persone avevano superato le macerie e a passo
svelto si stavano avvicinando. Mi avevano invitato ad
andare con loro verso S. Croce.
- Vieni pure tu - mi avevano detto- con noi. Andiamo ad
incontrare i soldati alleati, i quali, stando alle
ultime notizie, dovrebbero attraversare l’Arno e passare
per la strada, che porta al cimitero di Santa Croce.
Ero andato con loro.
Altri, nel percorrere via Dante e, dopo, via di Santa
Croce (come semplicemente era chiamata la via
Provinciale Fiorentina) si erano uniti a noi.
Eravamo una decina dì persone di tutte le età, con tanta
voglia di parlare, di raccontare e di ascoltare.
La conversazione aveva toccato tanti argomenti, con gli
immancabili accenni al passato ed in particolare agli
ultimi mesi, da ricordare- come qualcuno aveva detto- ma
anche da cercare di dimenticare al più presto, e con
l’esposizione di tanti propositi per il presente e per
l’immediato domani, indirizzati tutti verso la necessità
di rimboccarsi le maniche per costruire, e tutti
insieme, una società più libera, più giusta, senza più
fame, senza più miseria, senza più guerre.
Era bello sentire parlare di amore, di fratellanza, di
amicizia, di solidarietà, di comunione di intenti.
La guerra, i sacrifici, le paure, le angosce, i lutti,
le sofferenze avevano ingentilito i cuori delle persone.
Questo avevo sentito nelle parole degli occasionali
compagni di strada.
Era una cosa meravigliosa. Era un bel segno per quel
primo giorno di festa e di gioia.
Eravamo giunti alla via che porta al cimitero di Santa
Croce. Avevamo trovato tante altre persone conosciute e
sconosciute.
Avevo veduto sfilare una colonna interminabile di
soldati dell’esercito alleato.
Il loro passaggio era stato accolto da prolungati
applausi.
Ero rimasto, in silenzio, ai bordi della strada, non
sentendo, a differenza degli altri, nessuna spinta
emotiva.
Era veramente tutto finito.
La tragica avventura di guerra aveva avuto, per noi, la
sua conclusione.
Avevo pensato a quel piccolo foglietto di calendario col
numero UNO, veduto in sogno, avvicinarsi e divenire
enorme. E mi ero felicitato con me stesso per la mia
interpretazione, da nessuno accettata, ma che, invece,
aveva centrato in pieno il significato insito in quel
numero ed in quel foglietto.
Il 1° settembre, come avevo preannunciato, sarebbe
arrivata la libertà.
Il “Tutti vivi o tutti morti” legato a questa data, era
senza dubbio rilevante, conturbante, eccessivo,
drastico, ma aveva qualche cosa di reale, di vero.
Era accaduto quanto avevo previsto.
Pietro Boldrini
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