GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Diario di Pietro Boldrini

 

1944: preoccupazione, paura e angoscia

Lo shock, subito alle ore undici dell’8 settembre, non voleva attenuarsi, anche se avevo cercato di porre un velo su tutti gli avvenimenti, legati a quel giorno e dimenticare, al più presto, una avventura, che mi aveva lasciato una grande amarezza ed una repulsione verso la “naia”, pur passabile ed accettabile coi gradi da ufficiale.
Il nuovo anno, col passare dei giorni invernali, aveva portato innumerevoli novità di segno negativo, che potevano imprimere, in particolare, alcune di queste conseguenze facilmente intuibili, come quella di italiani da una parte che combattevano italiani, che avevano scelto la causa degli Alleati o la causa della liberazione dell’Italia dal nemico tedesco e dal nazifascismo.
Le notizie, che mi pervenivano dal nonno, sempre piuttosto ben informato per i suoi contatti serali, che con qualche battuta d’arresto, teneva
con gli amici della partita a carte e del mezzino, alla bottega del Soldaini, detto Mangiabambini, e per i suoi incontri brevi , ma quasi giornalieri che aveva, in cima alla viottola della sua casa, con il professore col pinzetto - come egli diceva - mi fornivano il quadro di una situazione piuttosto preoccupante.
Avevo saputo, così, che era stato ricostituito il partito fascista con la nuova denominazione di repubblichino, che era stata data vita alla Repubblica Sociale, che a Fucecchio erano ritornati in auge i fascisti con un buon nucleo di repubblichini.
Tutto questo mi aveva portato a rinchiudermi, ancora di più, nel mio guscio, cercando di sparire completamente dalla circolazione.
Avevo saputo che erano stati affissi numerosi manifesti, che riportavano inviti, anche intimidatori indirizzati agli ufficiali, incitanti a presentarsi ai Distretti, se non volevano incorrere in gravi e serie sanzioni.
Avevo appreso che la battaglia intorno a Montecassino e all’Abbazia, iniziata nel novembre del 1943, era divenuta più cruenta, più violenta, più micidiale, che correva una voce insistente che i Tedeschi avevano fatto dei rastrellamenti nelle grosse città ed avevano deportato mig1iaia e migliaia di ebrei in Germania su carri ferroviari piombati.
Avevo sentito che una sorte analoga aveva coinvolto tanti ex militari, fatti prigionieri nelle caserme o presi mentre tentavano di tornare a casa. I più fortunati - stando alle voci - erano stati impiegati dai Tedeschi nell’approntare trincee, camminamenti, fortificazioni. Molti di questi, ed anche dei civili, erano stati inviati in Germania per lavorare nelle fabbriche.
Una paura quasi animalesca ed una tremenda angoscia erano divenute compagne inseparabili della mia vita giornaliera, anche se la guerra combattuta era ancora lontana e veniva subita a Fucecchio, soltanto di riflesso.
La notizia dello sbarco ad Anzio, effettuato intorno al 22 gennaio 1944 dagli Alleati, per crea re - come era evidente - una testa di ponte e prendere alle spalle i Tedeschi, impegnati strenuamente nella difesa del loro fronte a Montecassino, aveva aperto il mio animo a nuove speranze, ma anche a nuove preoccupazioni e paure, che erano aumentate, giorno dopo giorno, per l’andamento della battaglia in quel settore, che non sembrava favorevole agli Alleati, che non riuscivano ad allargare la loro testa di ponte.
Erano passati i giorni ed i rigori dell’inverno stavano attenuandosi. Un leggero cambiamento era nell’aria, anche se il cielo conservava un certo grigiore e i raggi del sole, soltanto a sprazzi, facevano sentire il loro calore.
Le notizie erano aumentate ed erano tali da creare nelle persone continue e maggiori preoccupazioni e paure.
Il fronte della guerra era ancora lontano, ma il clima di guerra aveva invaso tutti i fucecchiesi, che venivano a trovarsi, giorno dopo giorno, immersi in una realtà nuova, conturbante ed angosciante e che lasciava intravedere giorni più tristi ed anche dolorosi.
Il nonno che per prudenza aveva diradato le sue visite serali alla bottega del Soldaini, per la partita a carte con gli amici, ed i suoi incontri col signore dal pinzetto, il professore Soldaini, riportava, di volta in volta, che erano stati segnalati reparti tedeschi nella nostra zona, di transito, la maggior parte, ed altri, che si erano acquartierati nelle Cerbaie, che, con maggior frequenza, soldati isolati, ma più spesso a gruppetti, percorrevano le vie cittadine, con comportamento non certo amichevole.
Aveva, in una occasione, riportato la voce che diversi cittadini si accingevano o stavano pensando seriamente a lasciare le proprie abitazioni, per spostarsi in campagna in qualche capanno di padule o presso case coloniche delle frazioni, se il fronte si fosse messo in movimento e i tedeschi fossero stati costretti a ritirarsi dal Sud dell’Italia.
Si stava diffondendo la psicosi che Fucecchio e la sua popolazione non potessero evitare il loro coinvolgimento nella guerra e che, ormai, eravamo parte della retrovia, già interessata alle vicende.
Eravamo stati testimoni, anche se nascosti, del passaggio della divisione Goering, o una parte di questa, coi suoi carri armati leggeri ed i suoi soldati in divisa nera.
Avevamo assistito, e molti avvinti da interesse ed incosciente curiosità, alle picchiate di alcuni apparecchi americani sul ponte sull’Arno e alla discesa di bombe e spezzoni, che cercavano di colpire la struttura. Le esplosioni avevano riempito l’aria.
Alcuni erano andati a vedere il ponte mezzo distrutto e non più utilizzabile per l’attraversamento del fiume.
Avevamo alzato la testa verso il cielo, molte volte per seguire il luccichio di grossi apparecchi, provenienti da diverse direzioni, che si concentravano proprio su Fucecchio, e continuavano il loro volo verso centri italiani del Nord, dove avrebbero scaricato tonnellate e tonnellate di esplosivo, di distruzione, di morte.
Il nonno aveva portato altre notizie e la primavera era ormai esplosa, rivestendo tutta la campagna di verde e di fiori e donando il suo dolce tepore ed il suo magico incanto.
Si erano verificati in paese dei momenti di tensione con la fuga disperata di diversi uomini verso la campagna e con la cattura di alcuni di questi da parte dei Tedeschi. Avevo ancor più limitato il mio raggio d’azione, evitavo di andare, a casa del nonno e di trattenermi a lungo nell’orto, nel retro della mia casa.
Passavo molte ore del giorno nel quartiere dell’ultimo piano, che era stato lasciato vuoto e da tempo dalla famiglia Marchetti, che aveva preferito una sistemazione in una zona, ritenuta meno pericolosa, rispetto a Via Dante.
Era stata una scelta, dettata dalle circostanze e ritenuta abbastanza valida per evitare di essere sorpreso in casa dai tedeschi, i quali avevano preso l’abitudine, isolati o a coppie, di fare irruzione nelle abitazioni, anche se, spesso, dimostravano più attenzione ai viveri e a qualche oggetto da portare via.
Il quartiere all’ultimo piano, oltre ad offrirmi un discreto nascondiglio, mi dava la possibilità di non sentirmi completamente isolato. Potevo, infatti, dal finestrino del bagno vedere la campagna e le varie case fino alla Ferruzza e a via di Fucecchiello, da un’altra finestra una parte di via Dante verso S. Croce e da un’altra finestra il settore che andava dalla casa Bertini fino al Poggio Salamartano.
Potevo avere la possibilità, anche se minima, di vedere se in via Dante i tedeschi stavano facendo azioni di rastrellamento o se, comunque, erano in zona, Salivo, allora, in soffitta, ritiravo la scala di legno e aspettavo, fidando in due elementi importanti: il quartiere era completamente vuoto di mobili e di altro, non c’era una scala a portata di mano per salire in soffitta, anche se i Tedeschi avessero veduta la botola chiusa nel soffitto.
La situazione in generale ed in particolare stava prendendo un suo logico andamento.
Erano arrivate le notizie, benché fossi segregato volutamente fra le quattro mura del palazzo dove abitavo, che i Tedeschi erano stati costretti a lasciare il fronte di Cassino (era sul finire di maggio), che Roma nei primi giorni di giugno, era stata occupata dagli Alleati, che il fronte si era spostato, avvicinandosi, anche se lentamente, verso la nostra zona.
Mi ero reso conto, guardando dalle finestre dell’ultimo piano, con un occhio fra le persiane socchiuse, che in Fucecchio erano aumentati sensibilmente i Tedeschi.
Il movimento di ufficiali tedeschi sulla terrazza della scuola “Carlo Landini Marchiani e le sentinelle armate a fianco del portone di ingresso, mi avevano fatto pensare alla presenza di un Comando logistico od operativo.
Il fumo, che in determinate ore vedevo salire dall’aia della casa colonica Bertini e i capi di pollo, che vedevo, talvolta gettati qua e là alla rinfusa, altre volte in un angolo, ammucchiati, avevano fatto pensare ad una cucina da campo e alla presenza, quindi, di numerosi soldati in zona.
Il passo cadenzato ed il suono dei tacchi ferrati sul marciapiede a fianco della casa Mengozzi, mi avevano fatto scoprire che nella tipografia, proprio sotto ai miei occhi, avevano preso alloggio alcuni componenti di un reparto di Gendarmeria tedesca, qualcosa di simile ai nostri Carabinieri - avevo pensato - che si distinguevano dagli altri soldati per un evidente scudo ovale che portavano sul petto.
Il frequente passaggio, specie all’imbrunire, in via Dante di soldati tedeschi, a piccoli gruppetti, diretti verso il centro, mi avevano portato a pensare di essere, ormai, in zona retrovia.
Avevo veduto, pure con profonda tristezza, un certo movimento nel breve tratto di viale Principessa Giovanna, che, anche se lontano, cadeva sotto il mio sguardo dalla finestra dell’ultimo piano: gruppetti di persone indirizzavano i loro passi verso la Ferruzza. Avevo pensato che i fucecchiesi stavano sfollando, lasciando le loro abitazioni, i loro beni, tutto praticamente.
Avevo avuto, di poi, conferma dalla mamma, costretta, talvolta a girare per la campagna per fare rifornimento: molti stavano sfollando verso il padule, verso le frazioni, molti avevano trovato rifugio nell’Ospedale nell’ampio seminterrato.
Gli avvenimenti, nel loro incalzare, avevano avuto una grossa ripercussione sullo stato d’animo dell’intera popolazione che vedeva avvicinarsi un momento, sicuramente lungo, che aveva sperato di non vivere, ancor più pieno di nuove sofferenze, di nuovi sacrifici, di nuove paure, di nuove angosce.
La guerra - era, ormai opinione diffusa e temuta - avrebbe coinvolto tutti: paese e famiglie, case e beni.
Tutti gli accorgimenti per far fronte alla tremenda e tragica realtà della guerra, come i rifugi, lo sfollamento in campagna o all’ombra dell’ospedale, l’utilizzo di cantine ben solide nella parte alta del paese, la prudenza ed accortezza nel rimanere nascosti, potevano divenire, pure inutili se la nostra zona fosse stata facente parte di un fronte in movimento con offensive e controffensive
La gente aveva fisso questo chiodo nella testa, ma cercava, ugualmente, soluzione per la sopravvivenza.
Il pericolo incombente erano i Tedeschi. Il mezzo per evitare questo pericolo: nascondersi e sperare in un pizzico di fortuna, essere molto attenti e prudenti evitando qualsiasi sorpresa da parte dei Tedeschi.
Era facile a dirsi. Talvolta ci metteva lo zampino il diavolo e, quando meno te la aspettavi, succedeva l’irreparabile, non sempre a buon fine, come era avvenuto per alcuni fucecchiesi, presi dai Tedeschi e inviati al lavoro lontano da Fucecchio. Ed erano stati - si diceva - fortunati nella sfortuna.
Avevo avuto, pure io, dei momenti da zampino del diavolo. Un pomeriggio ero stato sorpreso da un soldato tedesco, apparso improvvisamente nella mia cucina, mentre ero intento a passare la farina con lo staccino. Avevo continuato a muovere lo staccino, dimostrando incuranza, ma avevo il cuore in subbuglio e le gambe tremolanti. La fortuna era stata dalla mia parte: il soldato che appariva stanco, dopo aver fatto capire che era austriaco e desideroso di ritornare alla sua casa, aveva chiesto qualcosa da mangiare.
Una mattina, lo scalpiccio di alcune persone che correvano ed il passo più pesante e più rumoroso di altri mi avevano portato a pensare ad un inseguimento. Ero stato preso dal panico ed ero corso nell’orto. Sollecitato dallo scalpiccio e dal vociare, sempre più vicino, avevo optato per un nascondiglio, che non era un nascondiglio, infilandomi e sdraiandomi in mezzo a due filari di fagiolini, sostenuti da canne.
Ero rimasto a lungo fra i fagiolini. Da perfetto incosciente, come mi dissi dopo.
Avevo arrischiato grosso un pomeriggio. Ero riuscito a scrollarmi di dosso la paura ed avevo deciso di andare alla Torre a trovare Vera. Avevo fatto una lunga camminata, attraverso la campagna, utilizzando le fosse, con tutti i sensi molto vigili ed attenti. Ero arrivato alla meta ed ero stato qualche minuto con Vera.
Avevo veduto, non molto lontano dalla zona dell’incontro, delle batterie tedesche. Era scattata, nuovamente la paura, e con questa il desiderio di rientrare al più presto a casa. La camminata di ritorno era stata più veloce, ma senza alcuna difficoltà.
Ero stato maledettamente felice di ritrovarmi fra le mura amiche e di gratificarmi con tanto di pazzo incosciente.
La mamma e il babbo rischiavano molto di più di me.
Il babbo aveva fatto una scelta: richiesto dal vicedirettore della Saffa di rimanere nello stabilimento in qualità di pompiere egli aveva accolto l’invito, anteponendo la fabbrica alla famiglia. Aveva ritenuto giusto rimanere, perché - come spesso egli diceva - poteva essere determinante la sua presenza, come quella degli altri operai, per salvare i macchinari e tutte le attrezzature, sì che passata la tempesta, tutti potessero ritornare al lavoro e lo stabilimento potesse produrre i fiammiferi.
Avevo avuto molta difficoltà a capire il babbo. Non riuscivo a comprendere quel suo attaccamento, quasi morboso, alla Saffa, che si sarebbe tramutato in rischi di vario genere e non soltanto da parte dei Tedeschi, che non avrebbero considerato lo stabilimento zona franca.
Avevo cercato di convincere il babbo ( ritornava a casa per il pranzo e per la cena) di abbandonare lo stabilimento e di accantonare quella sua dedizione alla Saffa. Avevo trovato sempre in lui, con una risposta secca, una determinazione forte e convinta. La fabbrica - questa, purtroppo era la verità - aveva creato con mio padre uno stretto rapporto, quasi di amore. Il babbo - finalmente avevo capito- sentiva le mura, i capannoni, le macchine dello stabilimento, come facenti parte della sua vita, dei tanti anni del suo lavoro, del suo crescere insieme alla fabbrica. Il babbo sentiva la Saffa, come una cosa sua, e aveva sentito il dovere di dare il suo contributo nel tentare di salvare lo stabilimento dall’eventuale saccheggio, dall’eventuale asportazione delle macchine da parte dei Tedeschi o dagli eventuali incendi.
Avevo, alla fine, accettato ed apprezzato il suo attaccamento alla Saffa, ed avevo capito l’importanza vitale che questa aveva per il babbo. Avevo anche pensato, probabilmente per troppo amore filiale, che a guerra finita e, se la stessa avesse risparmiato la mia famiglia e fosse passata senza grossi danni alla Saffa, il babbo avrebbe meritato, insieme a quei quattro o cinque operai rimasti nello stabilimento, un riconoscimento tangibile per la sua opera svolta a difesa dello stabilimento da parte di Fucecchio e della sua comunità.
Sarebbe stato - mi dicevo - un attestato significativo ed importante, che avrebbe fatto enormemente piacere al babbo, anche se era un uomo schivo, un uomo che non teneva affatto a menzioni ed elogi. Teneva, questo, sì, a fare il suo dovere. Sempre.
Il babbo aveva rischiato la sua vita, giorno dopo giorno, ed aveva rischiato ancor più, quando le granate dei cannoni alleati avevano cominciato a cadere su Fucecchio e sulla zona della Saffa.
Avevo, anche, immaginato la consegna dell’attestato al vice direttore Toncelli e ai quattro o cinque “pompieri” che erano rimasti fino all’ultimo nello stabilimento: una breve cerimonia con tutti gli operai presenti, riuniti per l’occasione, una stretta di mano ed un diploma di benemerenza a mio padre, “Baccano” per gli uomini e “Baccanino” per le donne, giustamente complimentato. Sarebbe stato bello, ma, - mi dicevo – non avrò la gioia di vedere una tale cerimonia. Probabilmente l’abnegazione, il sacrificio di quell’esiguo gruppetto di operai passerà quasi inosservato e non avrà la valutazione che meriterebbe da parte di tutti. In cuore mio avrei voluto sbagliare, avrei voluto essere smentito.
La mamma aveva accettato, con il solito spirito indomabile e battagliero, la situazione precaria determinata dagli eventi bellici. Era, naturalmente, assai preoccupata ed aveva paura. Aveva mostrato, talvolta, quanto era sotto tensione con mutismi prolungati o con scatti di ira, spesso, violenti contro quanti avevano portato l’Italia in una condizione così disastrosa. Era, però, riuscita a nascondere il suo stato di animo sia per non influire negativamente sul figlio, sia perché i problemi da affrontare erano così tanti, che era necessario non farsi prendere dal pessimismo e dalla disperazione.
Si sentiva, col babbo impegnato alla Saffa, la sola ed unica responsabile della sua famiglia. Aveva due grosse preoccupazioni: il pranzo e la cena da una parte e salvare quanto più possibile di biancheria e vestiario, i1 cui acquisto aveva richiesto tanto lavoro e tanti sacrifici.
Era stato quanto mai impegnativo risolvere, per la mamma, il problema del “mangiare”. Era divenuto, col passare dei giorni, anche rischioso e pericoloso, quando i Tedeschi avevano cominciato a mostrarsi presenti nella zona. Tremendamente rischioso, quando erano cominciate a cadere, imprevedibili, le granate, sparate dai cannoni americani sulla campagna.
La mamma era stata costretta a rischiare diverse volte, quando giungeva la notizia che questo o quel contadino aveva macellato una “bestia”. Ella partiva e attraverso i campi andava dai vari Cioni, Tognetti ed anche più lontano. Oltre via Stieta, per avere un pezzo di carne, spesso approfittava dell’occasione per riportare a casa un po’ di patate, qualche etto di fagioli, qualche fetta di rigatino, una manciata di farina di grano. Riusciva, generalmente, ad racimolare un discreto peso da trasportare. Chiedeva, si raccomandava e trovava grande solidarietà. Le massaie erano sempre ben disposte verso la mamma: la maggioranza di queste, oltre a conoscerla e molto bene, erano anche clienti della sarta Teresina, alla quale si rivolgevano per lavoretti di cucitura, pagando spesso la fattura con generi in natura.
Altrettanto impegnativo ed importante, per la mamma, mettere al sicuro i due bauli di biancheria, i serviti di piatti e bicchieri, ai quali teneva tanto e quanto poteva essere utile nel domani. Aveva deciso, nei primi giorni di giugno, di nascondere quanto riteneva utile e l’avevo aiutata a preparare i “fagotti’ con i vestiti, a sistemare in scatole di cartone i piatti e i bicchieri e quanto conteneva la vetrina di salotto.
L’avevo aiutata a fare un buca lunga e profonda nella capanna di coccoli e lamiere, che era nell’orto e che il Valori utilizzava per riporre gli attrezzi.
Avevo trasportato con lei un baule e varie scatole di cartone piene, che erano state calate nella buca e poi ricoperte di terra. L’avevo aiutata a portare l’altro baule e vari fagotti alla casa di nonno Sgherri, nascondendo l’uno e gli altri, fra le macchine trebbiatrici e dentro le stesse.
Avevamo, insieme rischiato e faticato sperando che il rischio e la fatica avessero avuto, dopo, una ricompensa: quella di salvare tutto.
Avevo tentato di nascondere anche la bicicletta. Era quella che avevo usato nell’ultimo anno di mia frequenza alla scuola magistrale di S. Miniato ,nei 1936; era quella, con la quale avevo fatto la gita fino a Genova e ritorno, con Piero Malvolti e Andrea Soldaini, poco prima dell’inizio della guerra. Un tedesco l’aveva trovata nel pagliaio, che era vicino alla casa del nonno. Aveva rimesso le ruote nelle forche, l’aveva inforcata e se ne era andato, soddisfatto del mezzo di trasporto trovato.
La mamma aveva continuato a pensare e a preoccuparsi di tutto, anche quando eravamo nel rifugio, anche se era, sempre più, impaurita ed angosciata, più tesa ed i nervi a fior di pelle.
Il palazzo in via Dante, dove abitavo dal 1943-44 con i miei genitori e dove abito attualmente con mia moglie al primo piano, mentre babbo e mamma abitano a piano terra.


Estate favolosa.. tremenda.. tragica

La notizia era corsa veloce, rimbalzando nelle strade deserte, sui muri delle case semiabbandonate, fra i letti dell’ospedale e sotto le arcate piene di sfollati, correndo nella campagna fino al padule e alle frazioni, dove erano disseminate famiglie e famiglie di fucecchiesi.
Era giunta alla casa del nonno, nel gruppetto di case di via di Bondone, dal Billeri, dal Cioni, dal Donati.
Era giunta nella mia casa ed era stata accolta da me con trepidazione, con preoccupazione, con paura, ma anche con tanto sollievo, al quale si era unita una grande speranza di poter cambiare, al più presto, pagina, spazzando via tribolazioni, sacrifici, angosce e assaporando, di nuovo, la gioia di una vita meno precaria, meno sofferta, in pace ed in libertà.
Gli Alleati erano stati annunciati in avvicinamento alle colline, dominate da S.Miniato e San Romano.
La fantasia aveva cominciato a galoppare, intravedendo la possibilità di un rapido evolversi della situazione militare e di un altrettanto rapido passaggio della nostra zona agli Alleati, con la fine di tutti i nostri guai.
I “liberatori”, come venivano chiamati i soldati d’oltreoceano e gli inglesi, erano ormai vicinissimi. Avevano un solo ostacolo serio da superare: l’Arno.
La liberazione di Fucecchio - era giustificato e comprensibile pensare - avrebbe avuto tempi molto brevi. Una mattina - mi piaceva pensare - avrei veduto, come scaturite dal nulla, divise di un colore diverso da quelle tedesche. Avrei potuto aprire la finestra, senza paura, uscire di casa, senza preoccuparmi, camminare per la strada, contento e felice.
Radio fante, come si diceva sotto le armi, divenuta voce di tante vicine e lontane orecchie in ascolto, di occhi attenti ad ogni sfumatura, aveva segnalato notizie sui Tedeschi, frammentarie ma confortanti, che indicavano il possibile e probabile abbandono della nostra zona da parte degli stessi.
I giorni, però, avevano preso a passare .Erano divenuti lunghi, interminabili. L’attesa dell’evento liberatorio aveva cominciato a divenire snervante: oltre l’Arno, oltre le colline di San Miniato, un silenzio, quasi ovattato.
I Tedeschi, invece di andarsene, avevano intensificato le razzie di bestiame nelle stalle dei contadini, andavano saccheggiando le abitazioni in paese, avevano ripreso a rastrellare giovani e meno giovani, portandoli lontano. Avevano fatto scavare dai “pompieri” della Saffa postazioni sull’argine per armi leggere, avevano piazzato dei carri armati: uno vicino alla casa dell’Arciprete nei pressi del Poggio Salamartano, due nelle vicinanze della villa Nieri di via Pistoiese. La paura e l’angoscia erano divenute ossessive, mentre i proiettili, sparati dai cannoni americani, avevano cominciato a cadere su Fucecchio e su tutta la campagna vicina al paese, lasciando profondi segni e facendo i primi morti.
La paura e l’angoscia erano aumentate durante il mese di luglio e di agosto per quel sentirsi continuamente braccati, per quel pericolo incombente legato alle granate, che piombavano disordinatamente qua e là, improvvise, per le notizie, sempre più brutte, sempre più tragiche, che correvano alla velocità del fulmine di persone uccise, di uomini portati da Tedeschi via, di saccheggi nell’abitazione da parte dei soldati ed, anche, da “sciacalli” nostrani che, approfittando della situazione, cercavano di rubare ai concittadini.
Un senso di disperazione era entrato in molti cuori e la speranza di vedere voltata quella pagina dolorosa e sofferta, aveva cominciato a infrangersi, a perdere consistenza e a ridursi ad un filo tenue, al quale, ancora, cercavano di aggrapparsi, sperando che non si rompesse del tutto.
Era venuto per la mia famiglia l’abbandono della casa, minata dai Tedeschi e la sistemazione in un rifugio, prima quello vicino alla casa del nonno, dopo quello nei pressi della casa del Donati, ambedue miseri ed angusti ed entrambi con una copertura di tavole e di terra, che non avrebbero resistito ad un proiettile di cannone.
Ero passato, quasi inavvertitamente attraverso vari stati d’animo. Lo shock, subito dopo l’8 settembre l943, era divenuto un avvenimento lontano, un momento, senza dubbio significativo, ma che non aveva più una determinante importanza, se non come un brutto ricordo doloroso ed umiliante.
L’armistizio e la sconfitta dell’Italia avevano cambiato, completamente, quello che poteva essere il mio futuro, facendo cadere la prospettiva invitante ed eccitante della carriera militare, quale ufficiale effettivo.
Avevo accusato la caduta di questa mia aspettativa, ma avevo, pure, accantonato quanto avevo sperato e non avvenuto, fra i brutti ricordi del passato.
Mi ero immerso nel presente, nei giorni di quel 1944, che avevano portato profondi turbamenti negli animi, una situazione, che era divenuta pesante e sempre più drammatica, segnali quanto mai chiari di una incombente tragedia.
Mi ero chiuso in me stesso ed in un mondo, sempre più ristretto, con la paura e l’angoscia, divenuta quasi una componente del mio vivere quotidiano, sì da influenzare il mio comportamento ed anche il mio modo di ragionare e di vedere tutta la realtà, che mi circondava.
Mi ero imposto grosse limitazioni alla mia libertà personale, come necessaria risposta nel tentare di evitare, prima, il pericolo da parte dei “fascisti repubblichini”, che potevano costringermi, con le buone o con le cattive, a ritornare ad indossare la divisa militare, dopo, il pericolo, ancor più grave, rappresentato dai Tedeschi, non certo teneri verso gli Italiani ed i giovani in particolare, nuovamente traditori, come gli stessi affermavano.
Mi ero imposto, per conservare un certo equilibrio psichico, di guardare alla realtà, che coinvolgeva Fucecchio e la sua comunità, con un pizzico di distacco, illudendomi di essere una comparsa e non, purtroppo, un protagonista pure passivo, o un pupazzo con dei fili manovrati da altri.
Gli accorgimenti protettivi, innalzati intorno a me, quale scudo ai pericoli ed indirettamente al mondo esterno, avevano lentamente determinato un isolamento, che, pur con le tante paure ed angosce, aveva qualcosa che poteva essere confuso con uno stato di tranquillità, tanto simile all’incoscienza.
Avevo, così, modo e con una certa frequenza, di essere solo con me stesso, coi miei pensieri, con le mie fantasticherie, spesso assurde, spesso pazzesche. Potevo sfogare tutti i miei risentimenti, tutta la mia rabbia, potevo sognare le speranze, le attese, potevo ricordare momenti felici lontani nel tempo, potevo costruire castelli in aria per il domani, che, immancabilmente, non si avveravano.
Mi attaccavo, però, a questi castelli in aria, che avevano il potere, anche se fantasiosi, anche se non realizzabili per quanto erano immaginati, di farmi sperare.
Non potevo e non volevo pensare alla mia dipartita sulla soglia dei ventiquattro anni. Avevo fatto, col passare dei giorni sempre più sofferti e tormentati, una scoperta incredibile e sconcertante.
Ero rimasto sorpreso, incredulo ed amareggiato, nell’afferrare qualcosa di esistente in me di brutto, che improvvisamente si rilevava e che evidenziava chiari contorni di egoismo ed egocentrismo esasperato.
Avevo cercato di capire e di analizzare questo cambiamento profondo, che decisamente metteva in un canto quel Pietro di anteguerra, che conoscevo come un giovanotto buono e timido, soddisfatto di quel che aveva, dalla giovane età al diploma di maestro, abbastanza socievole e aperto con gli amici ed anche con i più anziani, molto idealista e sognatore, pur con pochi denari in tasca e molti desideri non appagati, facile ad emozionarsi e a commuoversi di fronte ai dolori e alle traversie degli altri.
Non ero riuscito a dare una risposta, che almeno tentasse una spiegazione valida.
Mi era stato impossibile, purtroppo, argomentare con serenità. Ero troppo preso dal clima di precarietà, di paura, di preoccupazione, nel quale vivevo. Ogni mio ragionamento era, immancabilmente, influenzato dalla situazione, dalle esperienze recenti e partiva dalla guerra, girava intorno alla guerra, ritornava alla guerra.
Avevo capito che uno dei lati peggiori del mio “io” aveva sopraffatto il Pietro di un tempo. Il Pietro figlio della guerra, preso nel meccanismo dalla stessa con tutte le sue brutture e nefandezze, non aveva più posto nel suo cuore per gli altri, per i loro dolori, per le loro sofferenze, per i loro problemi. Esistevano solo lui, la mamma, il babbo, i componenti della famiglia del nonno e la sua ragazza, sfollata alla Torre. Gli altri, chiusi nelle loro case a Fucecchio o sfollati in padule o nelle frazioni, gli altri abitanti nel gruppetto di case di via del Bondone, coi quali aveva passato gli anni dell’adolescenza, i vari Billeri, Cioni, Donati, che conosceva molto bene, erano degli estranei, che non facevano più parte del suo mondo affettivo.
La morte di Zaira, di Baldo, di Bimbuccio, dilaniati da una granata caduta sulla capanna vicina alla casa colonica Billeri, mi avevano creato del turbamento e sgomento. Così le morti di tanti altri in paese, in padule e nelle frazioni. Avevo, però, cercato di cancellare subito il ricordo di questi e della tragedia.
La donna violentata, gli uomini portati via, i saccheggi delle case, che colpivano questo o quel cittadino, le distruzioni avevano avuto ripercussioni angosciose su di me. Avevo cercato di cancellare tutto dalla memoria.
Così avevo fatto per la tremenda tragedia, che aveva colpito Massarella e nella quale avevano trovato la morte, per mano dei Tedeschi, sette massigiani.
Il disinteresse verso gli “altri” si era acuito col precipitare della situazione.
Si era accentuato, nel contempo, in me un senso di apatia e di frustrazione e quasi l’accettazione di un destino, ormai prestabilito e che avrebbe avuto u n suo compimento, prima o poi.
Avevo toccato il fondo.

Avevo ritrovato qualcosa del Pietro, anteguerra, quando avevo conosciuto ed utilizzato il rifugio nei pressi della casa colonica del Donati.
Il vedere, ogni mattina, appena uscito dal rifugio, quel piccolo angolo di campagna con le viti rigogliose, con il pioppo dai rami ricoperti di foglie, con le erbe e le bianche margherite, che spiccavano nella proda, l’apprezzare il fascino di quel quadro bello e poetico, mi aveva procurato una grande gioia interiore.
Il trattenermi, spesso, seduto nella fossa a contemplare la bellezza della natura, così meravigliosa, così splendida, così viva di tanti colori e tanto prodiga nei suoi frutti, offerti durante l’estate in grande quantità, aveva il potere di rallegrarmi e di farmi pensare che il mio animo non era completamente inaridito e che era ancora sensibile a certi richiami.

Il sogno strano del 26 agosto 1944

Mi ero svegliato di soprassalto, infreddolito e angosciato.
Era l’alba: un lieve chiarore entrava dall’apertura, non completamente ostruita da una vecchia coperta, del rifugio, una fossa profonda oltre un metro, lunga sui cinque metri, coperta da tronchi d’albero e terra, che era stata scavata vicino ad una proda di un campo del podere Sgherri e non molto lontano dalla casa colonica della Famiglia Donati, detto Ghigne, che si affacciava su via di Bordone.
Ero uscito subito dal rifugio, dopo essermi messo le scarpe, il solo indumento che mi toglievo alla sera, prima di coricarmi.
Avevo guardato - come facevo immancabilmente ogni mattina, da quando passavo la notte in quella specie di fossato mal ricoperto e tanto simile ad una tomba - quel piccolo mondo, nel quale da molto tempo ero relegato, compreso fra casa Sgherri, casa Donati e il gruppo di case su Via di Bordone, coi suoi campi, coi suoi filari di viti, i suoi alberi, i suoi frutti.
Era divenuto quasi un rituale quel rapido sguardo intorno: un bisogno, quasi infantile, di toccare con gli occhi quelle vecchie e poche case, alle quali mi sentivo legato da un profondo affetto e che avevano conosciuto molti anni della mia serena giovinezza.
Avevo, di poi, fermato, per un momento, la mia attenzione sul solito quadretto - così mi piaceva definirlo con un pizzico di fantasia - che, quasi sovrastava l’apertura del rifugio, col suo pioppo non molto alto dai rami ricoperti di foglie, sul tronco del quale si appoggiava una vite nodosa dai tanti tralci, che sembravano lunghi serpentelli dal colore marrone e verde, che si intrecciavano con altri tralci delle viti vicine.
Avevano un fascino particolare per me quel pioppo e quella vite, quei grappoli dagli acini già formati, che occhieggiavano fra i pampini, quei colori così in contrasto fra loro e resi ancor più vivi dai raggi del sole.
Giorno dopo giorno, avevo veduto qualcosa di nuovo, che arricchiva quel piccolo spaccato della natura. Avevo quasi seguito il crescere dei tralci, delle foglie, degli acini, l’espandersi del verde da soffocare gli altri colori. Ero stato spettatore di qualcosa di straordinario di meraviglioso, di affascinante ed anche, sotto certi aspetti, di misterioso e di magico: la terra aveva dato, il pioppo e la vite avevano ricevuto e silenziosamente e gioiosamente si erano fatti belli per rallegrare gli occhi con la loro fantasia di colori e per donare i loro frutti.
Amavo vedere quel pioppo ombroso, quella vite rigogliosa, quell’erba filiforme, che ricopriva le zolle aride della proda, quel correre frenetico delle formiche sul tronco, sui rami e sui tralci. La visione di quel quadretto vivo, che si rinnovava, ogni giorno, arricchendosi sempre di più, andava a riempire, anche se per un attimo abbastanza fugace, il vuoto angoscioso, che, da tempo, mi andava opprimendo, rendendomi apatico, sfiduciato ed anche un po’ fatalista.
Quel mattino del 26 agosto, che si annunciava ricco di luci e di colori, avevo guardato il mio piccolo mondo, circostante il rifugio, con la solita attenzione, ma anche con un certo distacco.
La mia mente era ancora presa da quel frammento di sogno, incompiuto e indefinito, ma altrettanto nitido nelle sue rapide sequenze, che mi aveva procurato paura ed angoscia, sensazioni che avevo percepito al momento del mio improvviso risveglio e che non ero riuscito a scacciare.
La mamma aveva capito subito che qualcosa mi angustiava. Mi aveva domandato, molto preoccupata, se mi sentivo bene, se accusavo qualche malessere. Aveva, di poi, insistito, di fronte al mio diniego, per conoscere il motivo della mia evidente preoccupazione, così chiara, a suo parere, nella espressione del mio volto.
Mi ero seduto sulla proda, appoggiandomi al tronco del pioppo ed avevo invitato la mamma a fare altrettanto.
Avevo raccontato il sogno, che avevo fatto alle prime luci dell’alba, attenendomi ai pochi particolari, che erano rimasti impressi nella mia mente, nella loro rapida successione: il foglietto del calendario dalle dimensioni normali, sul quale spiccava in rosso, il numero uno, fluttuare lontano, lo stesso foglietto avvicinarsi divenendo sempre più grande, quasi enorme, pronto a cadermi addosso.
Avevo accennato all’inutilità dei miei sforzi per allontanare da me quel foglietto di calendario, che ondeggiava sul mio corpo, quasi minaccioso, avevo detto della paura e dell’angoscia sentita in quel momento e non avevo nascosto il senso di liberazione, provato nel repentino risveglio.
- Sono preoccupato - avevo concluso - per la stranezza del sogno, che sembra non aver alcun significato, ma che, forse, vuole suggerire qualche cosa, come un avvertimento, un segnale...
Mamma era rimasta un momento in silenzio. Aveva, di poi, sorriso e ponendomi la mano sulla testa, mi aveva arruffato i capelli. La sua voce mi aveva accarezzato le orecchie, come, quando ero bambino, ed ella mi diceva che avevo la “bua” e mi doleva il pancino, perché non avevo digerito bene.
- Avevi qualcosa sullo stomaco - mi stava dicendo - così non hai dormito bene ed hai avuto dei sogni. Un fatto più che naturale, che può capitare a chiunque.
Aveva continuato ed aveva fatto anche dell’ironia nell’esprimere la sua meraviglia per aver ascoltato suo figlio, che aveva studiato, che aveva dimostrato in diverse occasioni una pronta intelligenza, che conosceva già molte cose del mondo e che aveva finito per dare valore ad un sogno e a ricercare nello stesso qualche significato premonitore.
- Sei preoccupato e nervoso - aveva concluso, alzando leggermente il tono - e ti comporti come una qualsiasi domestica ignorante e superstiziosa, che crede ai sogni.
Avevo sentito il bisogno di replicare, ricordandole che avevo imparato proprio da lei a dare valore ai sogni. Innumerevoli volte, infatti, la mamma mi aveva raccontato i suoi sogni e che cosa ella aveva voluto vedere negli stessi, tanto da essere portata, talvolta, a giocare dei numeri al “gioco del lotto”, sicura, pure, nella loro uscita. Mi ero, però, trattenuto nel rispondere, comprendendo la futilità insita in un simile argomento e l’inutilità di una discussione, che non avrebbe avuto modo di pervenire ad una conclusione soddisfacente per ambo le parti.
Avevo, così, preferito ritornare sul mio sogno, sul quale, improvvisamente, si era presentata alla mia mente, una risposta piuttosto verosimile, quasi logica e pertanto accettabile.
- Vedi, mamma - le avevo detto - posso essere una domestica ignorante e superstiziosa, come tu dici. Ciò non cambia la mia convinzione che il sogno, che mi ha angosciato, abbia voluto avere un suo significato con un preciso avvertimento.
La mamma mi aveva interrotto con un “Non essere ridicolo e ragiona da uomo!”
Avevo continuato, ormai deciso ad esprimere compiutamente il mio pensiero:
- Il 1° settembre o saremo tutti liberi e la guerra sarà finalmente finita per noi o saremo tutti morti.
La mamma aveva avuto una strana reazione: si era alzata piuttosto repentinamente, aveva strappato un pampino dalla vite e aveva cominciato a ridurre la verde foglia in tanti piccoli pezzetti, che aveva gettato - e mi era sembrato con una certa stizza - sull’erba della proda.
L’espressione del suo volto non era più quella di pochi istanti prima. Era leggermente cambiata ed in particolare era possibile notare una certa durezza nello sguardo e un’altrettanta rigidità nella bocca, segni evidenti di uno stato d’animo turbato da rabbia e nervosismo, che, di solito, avrebbero influito su atteggiamenti diversi e contrastanti della mamma, la quale si sarebbe chiusa in un silenzio imbronciato e snervante o sarebbe esplosa, accalorandosi, con un fiume di parole.
Avevo continuato a guardarla, pensando che ella stesse assimilando e rimuginando il contenuto della frase, appena ascoltata e che ritenevo, avesse avuto una certa carica dirompente ad effetto immediato, tale, se non altro, da stimolare almeno un attimo di riflessione.
Ero consapevole che la mia frase, tendente a dare una spiegazione al sogno, era il frutto di un’intuizione, per certi aspetti eccezionale, ed anche brillante, ma anche, per altri aspetti, molto fantasiosa e pazzesca.
Ero, altresì, convinto che il sogno, in alcuni suoi elementi di una chiarezza straordinaria, come il numero UNO visto da lontano e divenuto sempre più grande e più nitido, come il foglietto del calendario, piccolo all’inizio e divenuto nel suo avvicinarsi, grande, quasi enorme, avesse un preciso significato
Erano stati proprio questi elementi — mi dicevo— che avevano fatto scattare la prima intuizione indicando una data, quella del 1° settembre, perché il sogno aveva fatto vedere il numero uno avvicinarsi celermente. La seconda intuizione sulla libertà o la morte era legata all’angoscia presente nel sogno e ancora persistente e al risveglio improvviso. Una reazione istintiva dell’inconscio, che non voleva sapere o aveva paura di sapere.
Eravamo, io e la mamma, immersi nei nostri pensieri da percepire debolmente una voce ancora assonnata, che dava il “buongiorno”.
Avevamo, quasi contemporaneamente guardato verso i1 rifugio e avevamo veduto far capolino dall’uscita posteriore il volto di Morina, come tutti chiamavano la figlia quindicenne del Donati, meglio conosciuto col soprannome di Ghigne.
L’apparizione della Morina, che intanto si era avvicinata e si era seduta sulla proda, era riuscita a rompere una specie d’incantesimo e — come ebbi subito modo di constatare — di sciogliere la lingua alla mamma, che sembrava attendere un qualsiasi diversivo per esprimere quanto aveva rimuginato dentro.
Aveva, così, raccontato alla Morina il sogno fatto dal figlio, non tralasciando alcun particolare e le aveva riferito, pure, la mia interpretazione, che - aveva detto con forza - non stava né in cielo né in terra, tanto era assurda, fantasiosa, inverosimile
Aveva continuato ripetendo la sua meraviglia per avere un figlio così credulone e fantasioso.
L’avevo interrotta, affermando che me n’andavo a casa di nonno Sgherri.
Mi ero alzato dalla proda e mi ero incamminato lungo la fossa, ombreggiata dalla folta chioma dei pioppi e dalle numerose foglie, che riempivano i tralci delle viti, che, in filari quasi allineati, fiancheggiavano il fossato.
La mamma mi aveva seguito e la sentivo borbottare.
Ero terribilmente arrabbiato con me stesso e mi andavo ripetendo che ero stato veramente sciocco a raccontare il sogno e l’interpretazione alla mamma, la quale sarebbe ritornata sull’argomento, riferendo tutto a nonno Sgherri e poi, pure ad altri, non mancando — e questo mi faceva rabbia — di ironizzare e di prendermi in giro.
Ero, altresì, arrabbiato con la mamma, perché non riuscivo a capire il motivo del suo eccessivo sarcasmo nei miei riguardi. Non era da escludere — un tal pensiero aveva fatto, in verità, capolino — che la reazione della mamma volesse convincere me a dimenticare l’uno e convincere se stessa a. non credere nella mia interpretazione.
Nonno Sgherri, che avevamo trovato nel capannone dietro la casa di abitazione, con la immancabile pipa in bocca, seduto su una vecchia poltrona, che ricordava altri tempi, aveva chiesto se avevamo qualche notizia da riferire proveniente dai Donati o dai Cioni.
La mamma si era seduta su un corbello, io su una cassetta, intento a masticare un pezzo di pane, piuttosto duro, sul quale la nonna aveva spalmato un po’ di marmellata.
Le notizie portate dalla mamma erano poche ed altrettanto poco allegre.
Era, intanto, arrivato zio Quinto, che si era seduto su una ruota della trebbiatrice.
Eravamo in un piccolo spazio vuoto, vicino alla porta, che portava al piano terra della casa, dove era la cantina e vicino alle parti anteriori di due macchine trebbiatrici, sistemate lungo la parete, parte comune della casa e del capannone.
Quella piccola parte del capannone era divenuta giorno dopo giorno, un luogo ideale per passare alcune ore.
Gli uomini di casa Sgherri e del vicinato avevano ritenuto quell’angolo del capannone appartato e tranquillo e tale, in caso di pericolo, come l’arrivo di Tedeschi, da dare il tempo necessario a zio Quinto di nascondersi nel vicino stanzino, che era stato del maiale, la cui apertura era facile mimetizzare e difficile a scoprire e dare agli altri uomini presenti la possibilità di saltare la finestra, sul retro, e cercare di guadagnare l’aperta campagna.
Il nonno aveva un occhio di riguardo per quel capannone, il cui portone, che si affacciava sull’aia, era da vari mesi ben stangato e contro il quale all’interno erano stati ammassati materiali, i più diversi, per renderlo più robusto e più difficoltoso il suo abbattimento da parte dei Tedeschi.
Era comprensibile che, al mattino, egli facesse una visita nel capannone e vi si trattenesse , anche a lungo a guardare quel mondo, un po’ disordinato, un po' caotico, dalle due macchine trebbiatrici, imponenti e maestose, alla più piccola e slanciata dei “semini”(come veniva chiamata),dai due trattori dalle grandi ruote posteriori agli aratri, uno per l’aratura in profondità, gli altri due per l’aratura normale. Era comprensibile che egli soffermasse il suo sguardo su altri e numerosi oggetti, che occupavano gli altri spazi del capannone, dal carro agricolo alle bigonce, dalla seminatrice all’erpice, dai fusti per il petrolio e l’olio alla carretta e agli innumerevoli, piccoli e grandi attrezzi da utilizzare nel lavoro dei campi.
Il nonno, in quello strano palcoscenico col pavimento di terra battuta, racchiuso da mura senza intonaco, coperto da un tetto a capanna con diversi embrici rotti, aveva tutta la sua vita, aveva quanto era riuscito a realizzare faticosamente dalla fine della prima guerra mondiale, passando da una esistenza familiare grama, lottata, sofferta ad una certa tranquillità economica, quale coltivatore diretto e piccolo imprenditore nella gestione dì macchine agricole.
Perdere quel patrimonio, che aveva, pure tanti risvolti affettivi, tanti ricordi vicini e lontani, tante gioie e sofferenze, tante speranze e tante preoccupazioni, sarebbe stato, per il nonno, l’inizio di una morte certa.
La mamma aveva raccontato al nonno e allo zio il sogno che avevo fatto ed aveva riportato la interpretazione che ne avevo dato.
Era stata breve e schematica. Non aveva fatto alcun commento. Ero rimasto sorpreso della scarsissima loquacità della mamma ed ero stato colpito da un dato inconfondibile: la mamma, come accadeva, pure a me, subiva il fascino di quell’anziano personaggio, di quel “capoccia” vecchio stampo, di quella figura imponente, che aveva dimostrato intelligenza, saggezza, intraprendenza e che aveva la stima di molti fucecchiesi, suoi coetanei, ed in particolare di molti contadini del piano, coi quali aveva i maggiori contatti.
Il nonno aveva ascoltato attentamente con lo sguardo fisso su di me.
I suoi occhi mi erano sembrati velati di tristezza e di preoccupazione, ma, anche, di una certa delusione.
Aveva, con calma, caricato la pipa e aveva pigiato il tabacco con l’unghia del pollice. Era rimasto indeciso sul da farsi non trovando nel taschino del panciotto un fiammifero di legno.
Zio Quinto si era alzato ed aveva detto che andava su in cucina a prendere qualche zolfanello.
Non era più il nonno che avevo lasciato quando ero stato chiamato a prestare il servizio militare e a fare la guerra. Non era più il nonno, che avevo visto entrare nel salotto della mia abitazione, quando ero ritornato dalla prigionia dopo l’8 settembre, anche se aveva necessità di utilizzare un bastone per aiutarsi a camminare.
Era ancor più invecchiato: gli anni, che cominciavano a pesare sulle sue spalle, la guerra ed in particolare le vicissitudini attraversate, fra paure, privazioni, preoccupazioni, durante questa calda estate, avevano inciso sulla sua forte fibra e probabilmente sul suo morale.
Era pur sempre il “capoccia”, che io rispettavo e al quale ero legato da tanto affetto.
Il vederlo in quello stato di prostrazione, sul quale influivano pure delle preoccupazioni per la salute, mi procurava tanta tristezza.
Il nonno —mi dicevo— ha perduto quella carica, che era stata determinante nella sua crescita come uomo e nella crescita della sua famiglia.
Era riuscito, negli anni successivi alla prima guerra mondiale del 1915—18, quando in famiglia non erano più in diciassette (il fratello aveva costruito la casa, vicino al primo Chiesino di via Dante, dove era tornato) ad avere di sua proprietà il podere, coltivato dai suoi vecchi con alcuni campi su via Dante e altri su via di Bondone.
La casa colonica di nonno Sgherri era a 50 metri da via Dante.
Aveva intrapreso alcune attività, come la vendita di concimi, non tralasciando il poderino e la stalla, curati l’uno e l’altra, in particolare, da nonna Erminia (la Catastina per tutti) e dalle quattro figlie.
Aveva lottato, compresa la famiglia, contro la miseria, dalla quale voleva affrancarsi. Aveva stimolato la sua intelligenza, piuttosto viva e pronta, aveva fatto tesoro del suo bagaglio culturale, acquisito nel frequentare (uno fra i non tanti) tutto il ciclo della scuola elementare e bene anche la sesta elementare.
Aveva coltivato rapporti sociali con persone di un certo ceto sociale e culturalmente qualificate, rispettate dalla comunità fucecchiese e che davano lustro al paese.
Aveva saputo ascoltare ed arricchire le sue conoscenze.
Aveva fatto tesoro dei suggerimenti.
Aveva, così, tentato una nuova esperienza con un motore a vapore, che era stato battezzato col nome di Pistagnino e con una macchina trebbiatrice, che aveva già qualche anno sulle spalle di attività.
Aveva cominciato ad andare di aia in aia dei contadini del piano a battere il grano, promuovendo la moglie Erminia nell’ingrato compito di fuochista.
Aveva, poi, accantonato il vecchio Pistagnino, acquistando un trattore Ford con le ruote motrici e una nuova trebbiatrice Mais e divenuto grande il figlio Quinto, aveva ampliato la sua attività con l’andare ad arare i campi e con l’aumentare il numero delle aie, durante la battitura del grano.
Aveva, piano piano, raggiunto una certa consistenza patrimoniale ed una certa tranquillità economica.
Poteva dirsi soddisfatto della sua situazione familiare e poteva dire di aver creato tanto dal nulla.
Capivo il dramma del nonno: fatiche, sacrifici di tanti anni di lavoro potevano essere spazzati via in una frazione di secondo dalla guerra.


Le argomentazioni di nonno Sgherri


Zio Quinto era ritornato ed aveva interrotto il mio fantasticare.
Aveva passato al nonno una scatola di fiammiferi, che, contrariamente a quanto pensavo, era andata a finire nella tasca del panciotto.
Il nonno non aveva acceso la pipa. Si era, invece, rivolto dalla mia parte ed aveva iniziato a parlare, a voce bassa, col dire che i frammenti del sogno, riferiti dalla mamma, erano pochi, anche se abbastanza chiari e che gli stessi potevano offrire il fianco, se si voleva dare una interpretazione, a diverse e contrastanti risposte.
Aveva continuato precisando che egli non credeva ai sogni, ma che riteneva giusto parlarne a causa della spiegazione da me data, così categorica, drammatica e conturbante e per togliermi dalla testa certe brutte fantasie e paure.
S’era soffermato e aveva preso la scatola dei fiammiferi dal taschino del panciotto. Aveva puntato lo zolfanello verso di me, dicendo:
- Il 1° settembre, caro Pietro, non succederà un bel niente. La guerra per noi non sarà finita. Gli Alleati non hanno alcuna furia nell’attraversare l’Arno e i Tedeschi non hanno alcun motivo di lasciare questa zona.
Aveva acceso il fiammifero e nuvolette di fumo avevano impregnato l’aria di un odore greve. La mamma e zio Quinto avevano concordato col nonno, come avevo immaginato vedendo le loro espressioni, che erano state chiaramente di approvazione e di assenso totale, a tutte le sue argomentazioni.
Ero rimasto in silenzio. Mi dispiaceva dirgli che la sua risposta era poco soddisfacente, mi dispiaceva fargli rilevare che era stato, pure lui, categorico nell’affermare che il 1° settembre non poteva succedere alcunché. Non volevo, altresì, ammettere che in alcuni punti egli aveva ragione, specie sul comportamento degli Alleati ,che dimostravano, in modo evidente ,di non avere alcuna fretta.
Il nonno aveva guardato figlia e figlio, sorridendo. Aveva, di poi spostato lo sguardo verso di me ed aveva fatto un piccolo gesto con la mano, che avevo interpretato come segno di disapprovazione per il mio silenzio e di rimprovero.
Aveva ripreso nel suo dire, riconoscendo che i giorni da venire potevano riservare brutture e dolori, dato che sussistevano i pericoli incombenti sia da parte dei Tedeschi, che, forse, non erano numerosi a Fucecchio, ma che sembravano presenti ovunque, stando alle notizie, che arrivavano confuse, spesso contraddittorie, di rastrellamenti, di case saccheggiate, di persone uccise, sia da parte degli Americani, che erano vicini , ma nello stesso tempo tanto lontani, e che si facevano sentire con qualche salve di cannoni, indirizzate, spesso, contro i civili e non certo contro postazioni militari.
Aveva ricordato la tragedia, che aveva colpito tre famiglie del vicinato, con la morte di Zaira, Baldo e Bimbuccio, dilaniati dalle schegge di un proiettile, caduto sulla capanna, dietro la casa del Billeri. E aveva accompagnato il triste ricordo, togliendosi il vecchio e logoro cappello, volendo, così, fare omaggio a dei cari amici, conosciuti per tanti anni e dipartiti in un modo tanto orribile.
Avevo apprezzato il gesto reverente del nonno ed il breve silenzio, che aveva fatto seguito. Zaira, Baldo e Bimbuccio avevano fatto parte della mi infanzia. Mi avevano visto crescere, anno dopo anno, nella piccola corte che univa il gruppetto di case di via Bondone, circondate dalla campagna e non lontane dal centro del paese. Mi avevano seguito, quando avevo lasciato con i genitori la casa natale ed ero tornato in via Dante, vedendomi poco ma chiedendo notizie alla mamma.
La loro immagine, appena il nonno aveva ricordato i nomi, aveva preso forma in una successione rapida di fotogrammi significativi.
Avevo riveduto il volto scarno, bruciato dal sole e solcato dalle rughe ed il corpo robusto, ricoperto da vesti, spesso, trasandate di Zaira, la faccia tonda, nella quale spiccava il colore rosso, del buon Baldo, piuttosto basso, piuttosto grasso, la prestanza fisica del più giovane Bimbuccio Corsagni, dal passo deciso e marziale e dall’aria, che appariva, strafottente.
Avevo ricordato Zaìra accanto al carretto, pieno di verdure in Piazza Montanelli, vicino ai capitelli, con a fianco i carretti della Gerboni e della Panichi, intenta alla vendita degli ortaggi, ricavati dal suo orto. Avevo rivisto Baldo, seduto davanti alla sua casetta, che mi raccontava delle sue esperienze di cocchiere del dott. Anghinelli, del cavallino, che curava come un figlio, del calesse, che brillava quando era pulito. Bimbuccio, invece, mi era apparso in orbace, con le braccia ai fianchi e tutto impettito, che richiamava l’attenzione mia e degli altri giovani del plotone (uno dei diversi partecipanti al corso premilitare del sabato) a mantenere un comportamento marziale con “Il petto in fuori e il capo ritto!”.
Avevo provato una sincera emozione: credevo di aver dimenticato ed invece le loro immagini erano balzate nitide dal libro della memoria. Altri ricordi stavano affiorando, mentre il nonno riportava il cappello in testa e quasi, contemporaneamente, la pipa alla bocca, per emettere, poi, la solita nuvoletta di fumo.
Zio Quinto ci aveva lasciati, per andare, come aveva detto, al gabinetto dopo essersi privato di una mezza sigaretta, che mi aveva offerto, come gli accadeva, purtroppo, raramente.
Avevo acceso subito il mozzicone di sigaretta, godendo di ogni “boccata” e spazzando via ogni pensiero, mentre seguivo il fumo salire verso il tetto, lambire la fiancata di legno della trebbiatrice e l’intonaco sgretolato del muro della parete, tagliare la tenue luce, che proveniva dalla finestra sul retro.
La mattina, che era stata tranquilla e quieta, sorprendendomi per il suo prolungato silenzio, aveva improvvisamente fatto sentire la sua voce, ponendo al nonno una domanda precisa, che riferendosi alla fine di Zaira, Baldo e Bimbuccio, chiedeva se il 1° settembre potesse verificarsi la morte di tutti, come aveva pronosticato il figlio, interpretando il sogno.
Il nonno aveva guardato la figlia, fulminandola con lo sguardo (così mi era sembrato). Aveva, di poi, spostato lo sguardo su di me ed aveva seguito l’operazione “spegni sigaretta e conservazione della cicca” , suggerendomi, fra l’altro, di calpestare bene la cenere e la puntina di fuoco caduta sul pavimento.
La mamma aveva insistito con un “Allora babbo?” ed il nonno aveva brontolato qualcosa, come “Lasciami in pace, benedetta figliola!”.
Si era mosso sulla sedia, come per trovare una posizione più riposante Aveva sistemato meglio il bastone fra le gambe, si era tolto un po’ di cenere caduta sul pantalone, continuando a tentennare la testa, forse come segno di disapprovazione o di irritazione o di sopportazione, o forse perché si rendeva conto che doveva, comunque, rispondere e che la sua risposta era attesa in particolare dal nipote,
Aveva iniziato con voce alterata dicendo che era pazzesco continuare a parlare di un sogno e dell’interpretazione fantasiosa data allo stesso, quando c’erano altri problemi, reali e incombenti, che ci assillavano, giorno dopo giorno, a causa della guerra praticamente alle porte e nella quale i veri protagonisti erano divenuti gli abitanti del paese e della campagna, tormentati da continue angosce, rinunce e privazioni, costretti a vivere in modo randagio e oppressi dalla paura.
Aveva, di poi, continuato con voce più pacata, chiedendo il significato preciso da me attribuito a quel ”tutti morti” e avendo avuto, come risposta il mio riferirmi a quanti passavano la notte nel rifugio del campo vicino alla casa di Ghighe, aveva proseguito con una dissertazione, che, dopo, avevo capito essere stata meditata sì da divenire una sua chiara convinzione.
Aveva, così, esaminato con una certa minuzia, i tanti piccoli e lunghi momenti, durante i quali il pericolo per la nostra vita era stato grosso. Aveva ricordato le varie occasioni, che avevano visto dei tedeschi isolati mettere una grande paura a nonna e zia e a lui stesso nel chiedere se c‘erano uomini giovani in casa e poi fare razzia di polli.
Aveva parlato delle schegge dei grossi proiettili sparati dai cannoni degli Alleati, che avevano colpito la facciata della sua casa, che avevano fatto scempio dei corpi di Zaira, Baldo e Bimbuccio, che avevano danneggiato l’angolo sotto il tetto del palazzo dove io abitavo.
Si era domandato, facendo riferimento a quanto era avvenuto anche di brutto durante quella terribile estate, quali erano i pericoli, ai quali saremmo andati incontro, salvo imprevedibili sviluppi della guerra, come una difesa ad oltranza da parte dei Tedeschi sull’Arno o una decisione degli Alleati di radere al suolo Fucecchio.
Aveva espresso la sua convinzione che il pericolo da parte dei Tedeschi si era molto attenuato, anche se i giovani dovevano rimanere nascosti e sempre all’erta e che il vero pericolo derivava dai proiettili di cannone, imprevedibili, purtroppo, nel luogo del loro impatto.
Aveva avanzato l’ipotesi, alla quale egli credeva senza riserve, e nella quale vedeva la quasi certezza nell’evitare il pericolo cannone: restarsene in casa o nel rifugio, quando appariva la cicogna che volteggiando lentamente, spiava dall’alto, per segnalare alle postazioni di artiglieria alleate movimenti sospetti o ritenuti sospetti, che si potevano verificare davanti alle case, nelle strade e qua e là nei campi.
Aveva ricordato, a conforto della sua ipotesi, il dato di fatto che indicava, inequivocabilmente, l’arrivo di una granata o più granate, successivamente all’apparizione dell’aereo da ricognizione nella nostra zona.
Il nonno aveva cessato di parlare, avendo chiaramente necessità di riprendere fiato, dopo la lunga ed articolata disquisizione. Aveva, poi, fatto un gesto con la mano che avevo interpretato, nel senso, dimostratosi, di poi, giusto, che aveva ancora qualcosa da dire. Aveva dedicato la sua attenzione alla pipa e accertatosi che il trinciato era ormai tutto consumato, aveva messo in atto l’operazione “pulizia pipa”.
Io lo guardavo, sentendomi sorpreso piacevolmente da una immagine, che si era presentata improvvisamente e che rivedevo nitida: quella del mio insegnante elementare, il maestro Biagetti.
Mi ero riveduto ragazzino, seduto dietro un banco dal colore nero, con gli occhi fissi sul maestro Biagetti ,che pazientemente, con voce calma e piana, spiegava ed insegnava. Io seguivo, attento, desideroso di imparare e di sapere, trovando, nel contempo, tanta meraviglia per le molte cose che egli sapeva e per la facilità del suo parlare.
Era significativo — mi ero detto— quello strano ritornare indietro nel tempo e quella immagine, mentre ero seduto su un corbello e preso dalla voce calda e piacevole del nonno e interessato a quanto egli diceva.
Non avevo avuto il tempo per analizzare il motivo di quel piacevole ricordo, perché il nonno aveva ripreso a parlare, chiamandomi in causa direttamente con un “Caro Pietro”
Mi aveva detto che dovevo dimenticare il sogno e cancellare dalla mia mente la data del 1° settembre ed, in particolare, il mio angoscioso pensiero di morte.
Aveva spiegato che le vicissitudini della guerra sul fronte dell’Arno stavano dimostrando, ed in modo evidente, che gli Americani non avevano alcuna intenzione di avanzare oltre l’Arno, finché il carro armato tedesco appostato nei pressi del Poggio Salamartano, l’altro nelle vicinanze della villa Nieri e le batterie ben nascoste nelle Cerbaie facevano sentire la voce dei loro cannoni.
Aveva posto l’accenno sul comportamento dei Tedeschi rimasti nella nostra zona, i quali, stando anche alle notizie, che viaggiavano fra casolare e casolare, non stavano mostrando né fretta né nervosismo, sintomi, spesso significanti e tali da indicare un imminente ritiro da queste posizioni.
Aveva affrontato il tema dell’eventuale tragica fine di coloro che dormivano nel rifugio in prossimità della casa colonica di Ghighe e dopo aver affermato che era una ipotesi pazzesca e fantasiosa, mi aveva ricordato che di notte mai
I cannoni avevano sparato e mai, anche di giorno, i proiettili erano caduti nei campi del suo podere e dei poderi vicini.
Aveva concluso rimproverandomi per aver raccontato alla mamma il sogno, per aver dato allo stesso una interpretazione affascinante ma anche tanto preoccupante, tale da poter creare nuove ansie e nuove angosce immotivate.
Si era alzato dalla sedia con una certa fatica e appoggiandosi al bastone, aveva aperto la porta che immetteva nella cantina.
Io e la mamma lo avevamo seguito in silenzio.

La nostra zona duramente colpita

Il giorno successivo al sogno, avevo lasciato il rifugio nei pressi della casa Donati, intenzionato a sottoporre alla attenzione di nonno Sgherri alcuni appunti, che ricordavo di aver stilato su un foglio di carta protocollo ed un disegno, molto schematizzato, fatto su un foglietto a quadretti, che avevo messo fra i documenti personali, nella cartella nera da studente.
Erano due documenti - avevo ritenuto giustamente - che avrebbero avuto il potere di dimostrare al nonno quanto era stato poco valido tutto il suo argomentare, nell’intento di convincermi a non dare alcun valore al sogno ed ancor più, a mimetizzare la mia interpretazione del “tutti vivi o morti” al 1° settembre.
Il nonno avrebbe veduto, leggendo gli appunti e il disegno, una cronaca scarna, che raccontava avvenimenti, anche drammatici, e dei quali eravamo stati protagonisti ,purtroppo indifesi.
Una cronaca che partiva dal 19 luglio con un appunto:
“Dopo un mese ed otto giorni ho riveduto Vera.
In precedenza l’avevo veduta l’11 giugno alle ore sei e mezza: era vestita di bianco.”
E proseguiva:
“28 luglio: tre granate hanno colpito la casa di mio nonno, dove ero con la mia famiglia. Effetti: porta d’entrata fracassata, una falla nel muro.
Tutti eravamo in una stanza a pianterreno, quella il cui muro esterno era stato colpito dalla granata.
Tutti vivi.
11 agosto. E’ stata colpita nuovamente la casa del nonno. E’ caduto il tetto della capanna fienile e una parte del tetto della capanna, dove sono le macchine trebbiatrici. Danni: trattore sotto le macerie.
13 agosto. Sono stato costretto a lasciare la mia casa. Mi sono sistemato con la mamma in un rifugio, vicino alla casa di nonno.
La prima quindicina d’agosto è passata.. Non si può pensare ad un miglioramento della situazione.
Il paese è colpito, spesso dalla cannonate. Vera, ogni tanto, mi manda un biglietto tramite Furio, che raramente, da dove è sfollato, viene a vedere in quale stato è la sua casa.
20 agosto. Alcune granate sono scoppiate vicino al rifugio e alla casa Donati. Una piccolissima scheggia è entrata nel rifugio ed ha forato la mia borsa nera, nella quale conservo i documenti personali.
Abbiamo usato i fazzoletti per tapparci bocca e naso contro la polvere di terra e l’odore acre della polvere della granata. Non lontano da noi sono morte due persone. L’abbiamo scampata.
E continuava in modo più particolareggiato:
“La mia casa è stata minata. E’ stata una giornata infernale. Sono riuscito con l’aiuto di mamma, di zia Rina e di nonna Erminia a portare via tutti i mobili. Ho sbarbato tutti i fili della corrente elettrica.
Io e la mamma siamo ospitati dal nonno. Siamo tre famiglie complessivamente tredici persone. Il rifugio è accanto alla casa.
Il 28 luglio è stata colpita la casa di nonno. Eravamo tutti nella stanza a pianterreno, sotto il salotto, vicino alla scala.
Due o più granate hanno colpito in pieno la porta d’ingresso, davanti alla quale avevamo innalzato una massicciata di mattoni.
I mattoni sono stati polverizzati, la porta è stata rovinata completamente, una falla di un metro e trenta di diametro si è aperta nel muro della stanza, dove eravamo noi; alcune schegge sono entrate nella stanza vicina.
Molta paura, con un fuggi fuggi verso la cantina e la capanna del retro. Molti pezzetti di vetro sui nostri vestiti. Nonna Erminia veniva colpita da un leggero malore.
E’ stata nuovamente colpita la casa di nonno.
Era notte ed eravamo già tutti nel rifugio. Era spettato a me, forse perché il più giovane, il compito di andare ad accertare i danni. Era una nottata bellissima ed avevo pensato che non potesse avvenire, in una notte così bella, di essere colpiti dalla morte. Sono andato dietro la casa poco illuminata dalla luna. Ho visto, attraverso il fumo, che andava diradandosi, dei tronconi di muro e delle travi.
Al mattino sì è constatato che quasi tutta la capanna fienile era caduta, come era caduta buona parte dei tetto del capannone delle macchine.
Abbiamo abbandonato la casa, costretti dai Tedeschi. Io, la mamma e il babbo abbiamo preso possesso del rifugio, vicino alla casa colonica del Donati detto Ghighe, dopo aver passato un giorno e mezzo dentro la fabbrica dei fiammiferi, da dove, però, ci hanno sloggiato.
Ho cercato con l’aiuto della mamma di fare alcuni lavoretti dentro il rifugio, per sistemare delle tavole, sulle quali mettere i materassi, evitando, così, l’umidità della terra. La mamma ha sistemato i “ciottoli” e un fornello a legna nella fossa.
Ho ritrovato, dopo lunghe ricerche, il mio anello d’oro. L’avevo perduto fra le zolle del campo, vicino al rifugio.
Ho bruciato degli appunti, riguardanti il mio ritorno a casa. Inutili conservarli. Per chi ?! Ho disegnato due piantine nell’intento di ricordare le granate cadute nella zona, che è divenuta il mio piccolo mondo: la prima con al centro la casa Sgherri; la seconda, indicante la casa Donati e il rifugio.

Le due piantine

Il nonno aveva letto il foglio di protocollo, scritto fittamente, ma non aveva veduto i due disegni con la piante delle case e dei campi e i segni delle granate esplose nel suo podere e nelle zone viciniore.
Era giù di carrozzeria, avendo accusato un leggero malore durante la notte.
Avevo lasciato i fogli nella tasca e non avevo fatto alcun cenno all’argomento. Così avevo fatto i giorni successivi.

26 agosto: il sogno
1 settembre: la liberazione


Era giunto il 26 agosto con il mio sogno breve e strano ed il mio risveglio improvviso alle prime luci dell’alba.
Era seguita una mattinata movimentata con un pizzico di suspense per la interpretazione data al sogno e con il mio categorico annuncio che il i1° settembre saremmo stati tutti liberi o tutti morti.
Nei giorni successivi, un pietoso velo di silenzio, si era posato su quanto era avvenuto il mattino del 26 agosto.
Io, la mamma, il nonno avevamo altro da pensare, immersi, come eravamo, in una realtà tragica, che non presentava alcuna evoluzione di sorta e tale da non lasciar intravedere eventi immediati.
La sera del 31 agosto, con la mamma e la “ nonna” del Donati, mi ero disteso sul materasso, nel buio del rifugio.
Era stato fatto cenno al giorno successivo, con un semplice “Domani ha inizio un nuovo mese”. Avevo pensato al sogno e alla mia interpretazione dello stesso. E mi ero domandato che cosa avrebbe portato il 1° settembre di nuovo, di bello, di brutto. Avevo concluso che sarebbe stato un giorno uguale ai precedenti con nuove paure, nuove angosce, nuovi dolori e lutti.
Ero stato svegliato, in piena notte, da alcuni forti boati, non molto lontani dal rifugio.
Non ero riuscito a capire se le esplosioni, che avevano interrotto tanto bruscamente il mio sonno, fossero dipese da diverse granate, sparate dai cannoni americani, o se, invece, fossero legate alla dinamite.
Ipotesi, quest’ultima, possibile- avevo pensato- perché ero a conoscenza che i Tedeschi avevano minato diverse case, che si affacciavano su alcune vie principali di Fucecchio, allo scopo evidente di ridurre, queste, in macerie, onde creare degli ostacoli al nemico.
Avevo considerato questa ipotesi, che aveva tutto il mio gradimento, anche se avrebbe comportato tante distruzioni, alla luce di un dato di fatto importante: i Tedeschi nel far brillare la dinamite annunciavano, indirettamente, la loro intenzione di ritirarsi dalla nostra zona, in tempi anche brevi.
Il che voleva dire la liberazione.
Non avevo avuto la possibilità di accertarmi. La paura di lasciare il rifugio era troppo grande.
Avevo pensato che era da pazzi rischiare e che, se era stata usata la dinamite, la mia casa era salva, perché da vari giorni, erano state tolte le cassette con l’esplosivo.
Era stata la mamma a proibire, tassativamente, la mia uscita dal rifugio.
“Cosa è stato, è stato”- aveva detto- “Pazienza per chi è toccato o per cosa è andato distrutto”.
Non avevo replicato: era una decisione, che approvavo in pieno.
In attesa di riprendere sonno, avevo fantasticato un poco sui boati uditi, ripetendo le deduzioni, che avevo espresso e quelle che avevo ascoltato dalla mamma e dalle Morina, avendo il desiderio di convincere me stesso, che quei boati volessero indicare una svolta alle nostre tribolazioni.
Mi ero, pure, trattenuto a ripetermi le strane sensazioni avute durante il breve colloquio con la mamma e la Morina, nel quale soltanto delle voci sommesse, con tonalità diverse, si erano intrecciate, fendendo il buio del rifugio, creando- così era stata la mia impressione- una atmosfera, che sapeva tanto di fantasmi, di oltretomba.
Mi ero svegliato, il 1° settembre, alla solita ora, intorno alle sette.
Ero uscito dal rifugio, fermandomi a guardare il solito quadretto del pioppo ombroso e della vite dai tanti pampini e dalle diverse pigne di uva dal color verde giallastro.
Avevo respirato a pieni polmoni, l’aria frizzante, tipica delle prime ore del mattino di una giornata estiva.
Avevo dato il solito, rapido, sguardo sulla campagna circostante, avvolta in un grande silenzio, sul gruppetto di case di via Giotto di Bondone, che apparivano senza vita.
Avevo guardato verso il Poggio Salamartano, non certo attratto dalle due maestose chiese e dal campanile, che facevano di quel poggio un angolo caratteristico e di estrema bellezza e fascino, ma con la speranza di non vedere più quel lungo telone, ormai divenuto di un bianco sporco, di circa due metri di altezza, che i Tedeschi avevano messo sopra il muricciolo dal Convento di S. Salvatore fino alla casa Costagli.
L’esistenza di quel telone era legata al carrarmato, che stazionava davanti alla casa dell’Arciprete e che, quando sparava verso le colline saminiatesi, si spostava sul poggio.
Vedere ancora il telone, voleva significare che niente era cambiato e che il carro armato era ancora lassù.
L’argomento esplosioni era ‘‘tornato in discussione, prima con la mamma e con la Morina, nei pressi del rifugio, poi col nonno e i suoi familiari, quando tutti ci eravamo trovati seduti intorno al tavolo di cucina, a fare una specie di colazione.
I pareri erano stati discordanti. I più erano stati portati a credere che i boati notturni avevano tutte le caratteristiche di esplosioni da dinamite.
Il nonno stava dicendo che era il caso di andare nel capannone, quando avevamo sentito delle voci, piuttosto concitate, provenire dal gruppetto di case di via di Bondone.
La mamma aveva aperto la finestra della cucina, che dava sui campi sul retro della casa e dalla quale si vedeva il gruppetto di case di via di Bondone e ci aveva informato che vicino al pozzo, la Rosa, la Cecconi, la Billi stavano gesticolando ed abbracciandosi.
La mamma aveva chiamato Rosa e Rosa aveva risposto, urlando e facendo ampi gesti con le braccia, che i Tedeschi, durante la notte, se ne erano andati, che tutto era finito e che eravamo finalmente liberi.
Una viva commozione aveva attanagliato i nostri cuori. Ci eravamo abbracciati, lasciando che la tensione, accumulatasi in tanti lunghi giorni, potesse sciogliersi in calde lacrime.
Il nonno aveva richiamato la nostra attenzione sulla necessità dì verificare se la bella notizia, urlata dalla Rosa, fosse vera. Aveva raccomandato di non muoverci di casa, per il tempo a lui occorrente per giungere in Cima alla viottola, dare uno sguardo intorno e ritornare a casa.
“Se tutto è vero- aveva detto- avrò la possibilità di vedere dei movimenti in paese, e, forse, potrò, pure, incontrare e parlare con qualcuno”.
Eravamo rimasti in attesa , trepidando. Eravamo, però, confortati dalla voce dello zio Quinto, che aveva preso il posto della mamma alla finestra, che ci informava segnalando movimenti di persone nelle aie delle case coloniche del piano e non in atteggiamento circospetto.
Il nonno era ritornato poco dopo, tutto raggiante.
Ero andato con la mamma, attraversando l’orto di Zaira, quasi di corsa, verso la mia casa, accompagnato dal suono delle campane, che annunciavano il meraviglioso evento.
Ero passato di stanza in stanza della mia abitazione, semivuota di mobili, ero andato all’ultimo piano.
Il palazzo non aveva subito danni, se non nell’angolo, vicino al tetto, dalla parte della casa Mengozzi.
Ero disceso e, insieme alla mamma, avendo aperto il portone d’ingresso e messo piede sul marciapiede.
Avevo veduto il babbo uscire dal grande cancello della Saffa e venire verso di noi.
Il mio sguardo si era, di poi, fermato su una montagna di macerie, che ingombrava via Dante, all’altezza delle case, abitate dalle famiglie Taddei, Mori, Ghimenti, Lotti.
Le case erano quasi completamente rase al suolo .I pochi muri, che ancora stavano in piedi, mezzo diroccati, fornivano una immagine desolante e raccapricciante.
Avevo capito soltanto in quel momento, che le esplosioni, che mi avevano svegliato bruscamente durante la notte, erano state l’ultimo atto malvagio dei Tedeschi, e che, sicuramente altre montagne di macerie ed altre case distrutte avrei veduto in altre strade ed in altre zone di Fucecchio.
Alcune persone avevano superato le macerie e a passo svelto si stavano avvicinando. Mi avevano invitato ad andare con loro verso S. Croce.
- Vieni pure tu - mi avevano detto- con noi. Andiamo ad incontrare i soldati alleati, i quali, stando alle ultime notizie, dovrebbero attraversare l’Arno e passare per la strada, che porta al cimitero di Santa Croce.
Ero andato con loro.
Altri, nel percorrere via Dante e, dopo, via di Santa Croce (come semplicemente era chiamata la via Provinciale Fiorentina) si erano uniti a noi.
Eravamo una decina dì persone di tutte le età, con tanta voglia di parlare, di raccontare e di ascoltare.
La conversazione aveva toccato tanti argomenti, con gli immancabili accenni al passato ed in particolare agli ultimi mesi, da ricordare- come qualcuno aveva detto- ma anche da cercare di dimenticare al più presto, e con l’esposizione di tanti propositi per il presente e per l’immediato domani, indirizzati tutti verso la necessità di rimboccarsi le maniche per costruire, e tutti insieme, una società più libera, più giusta, senza più fame, senza più miseria, senza più guerre.
Era bello sentire parlare di amore, di fratellanza, di amicizia, di solidarietà, di comunione di intenti.
La guerra, i sacrifici, le paure, le angosce, i lutti, le sofferenze avevano ingentilito i cuori delle persone.
Questo avevo sentito nelle parole degli occasionali compagni di strada.
Era una cosa meravigliosa. Era un bel segno per quel primo giorno di festa e di gioia.
Eravamo giunti alla via che porta al cimitero di Santa Croce. Avevamo trovato tante altre persone conosciute e sconosciute.
Avevo veduto sfilare una colonna interminabile di soldati dell’esercito alleato.
Il loro passaggio era stato accolto da prolungati applausi.
Ero rimasto, in silenzio, ai bordi della strada, non sentendo, a differenza degli altri, nessuna spinta emotiva.
Era veramente tutto finito.
La tragica avventura di guerra aveva avuto, per noi, la sua conclusione.
Avevo pensato a quel piccolo foglietto di calendario col numero UNO, veduto in sogno, avvicinarsi e divenire enorme. E mi ero felicitato con me stesso per la mia interpretazione, da nessuno accettata, ma che, invece, aveva centrato in pieno il significato insito in quel numero ed in quel foglietto.
Il 1° settembre, come avevo preannunciato, sarebbe arrivata la libertà.
Il “Tutti vivi o tutti morti” legato a questa data, era senza dubbio rilevante, conturbante, eccessivo, drastico, ma aveva qualche cosa di reale, di vero.
Era accaduto quanto avevo previsto.


Pietro Boldrini

 

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