GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Delfo Morelli venne promosso interprete dai tedeschi

 

Figlio di un venditore ambulante fucecchiese, Delfo era nato nel 1904 a Borgo a Mozzano (Lucca) dove il padre aveva preso dimora visto che preferiva “fare i mercati “ della lucchesia.
Negli anni ’20, la nostalgia del paese nativo indusse i genitori di Delfo a ritornare a Fucecchio.
E siccome il nostro era un paese di calzolai, anche Delfo si intruppò in questo settore.
Ventenne, romantico, si innamorò di Fedora Ferri, un’operaia della SAFFA. Delfo le fece dichiarazione d’amore “Sottopoggio” -Vicolo delle Carbonaie – e i due si sposarono nel 1929.
Fedora non si rivelò una sposa dolce. Pretese subito lo scettro della conduzione familiare e non lesinava mai i rimproveri al povero Delfo. I calzolai fucecchiesi, purtroppo, non potevano lavorare in continuità per tutto l’anno. La fine dell’inverno e soprattutto l’estate erano due periodi di stanca, anzi di disoccupazione per i nostri calzolai.
Delfo non era il classico tipo dalle spalle tonde. Era addirittura una persona che avrebbe potuto trovare la sua giusta collocazione nel Paese delle api industriose di collodiana memoria.
E Fedora non si stancava mai di rimbrottarlo specialmente dopo che erano nati Renato e Neda.
- Se fosse per te – insinuava Fedora – queste due nostre creature potrebbero morire di fame. E’ possibile che tu non trovi niente da fare?
Il povero Delfo non esplodeva, come avrebbe saputo fare, perché non voleva mostrarsi “arrabbiato” di fronte ai figlioli. La moglie, però, lo irritava allo spasimo.
Nel 1936 seppe che il Governo italiano cercava dei lavoratori da mandare in Abissinia
- Ora sì che mi garbi – gli disse Fedora quando seppe che di lì a pochi giorni il suo Delfo sarebbe andato a lavorare in Abissinia.
Grazie alla qualifica di operaio militarizzato, Delfo, che era stato destinato alla costruzione di nuove strade, venne assunto come attendente di un gruppo di ufficiali che gli affidarono l’ingrato compito di lenone o procacciatore di donne. Con l’aiuto di un interprete Delfo raggiungeva un villaggio e, previo pagamento di tangente, gli chiedeva l’uso, sia pure temporaneo di due o tre ragazzine. Delfo prelevava le ragazzine e prima di “passarle” agli ufficiali aveva l’incarico di lavarle ben bene, di strigliarle (leggi spidocchiarle), insomma di renderle idonee all’uso.
Lui, fedelissimo alla sua Fedora, e soprattutto per evitarsi i risciacquoni della moglie che dall’Italia teneva la contabilità nelle tasche del marito, non approfittò mai della favorevoli occasioni… erotiche.
Nel 1937, alla scadenza del contratto, Delfo ritornò in Italia. Con le credenziali di operaio volontario in quel di Abissinia non gli fu difficile di essere assunto dalla SAFFA.
- Finalmente ! – esclamò Fedora - Finalmente potrai lavorare di seguito dieci mesi all’anno ( a luglio e ad agosto la SAFFA chiudeva i battenti perché si temeva che il calore estivo avrebbe potuto far incendiare la fabbrica di .. fiammiferi)
Dopo un paio di mesi i fascisti locali tanto brigarono che il povero Delfo si ritrovò, come si diceva a Fucecchio, “in mezzo alla strada” cioè disoccupato.
Fedora riprese a recitare le sue litanie contro il povero Delfo. La situazione per la famiglia di Fedora e Delfo peggiorò e di molto, dopo che anche l’Italia, il 10 giugno 1940 volle entrare in guerra a fianco della Germania.
Nel 1942 presso l’ufficio di collocamento Delfo seppe che in Germani cercavano degli operai. Sollecitato da Fedora, Delfo trasmise la domanda di assunzione a Firenze. La domanda venne accolta e Delfo finì in Germania, ad Oringen, nella zona orientale. Il gruppo di operai in cui Delfo venne inserito doveva provvedere alla manutenzione di un tratto di ferrovia su cui passavano treni militari carichi di mezzi corazzati, di munizioni. Il piano di appoggio dei binari sotto il notevole peso dei vagoni pesantissimi cedeva, avvallava. Fu quello un periodo felicissimo per Delfo: guadagnava molto, poteva mangiare e molto all’italiana e, se non avesse temuto le ire della Fedora che da Fucecchio controllava tutte le entrate e le uscite avrebbe potuto anche amoreggiare, ma… a pagamento.
Alla scadenza del contratto semestrale, Delfo e l’altro fucecchiese, il Porciani, dovettero ritornare in Italia.
Fedora si mostrò inizialmente soddisfatta della bella somma raggranellata dal marito; ma dopo una settimana riprese a lamentarsi e gratificare di insinuazioni il suo sposo.
Due mesi dopo ritornò a lavorare in Germania. Fedora gongolava. Questa volta, Delfo venne mandato ad Essen nel cuore della CRUP. Con l’ausilio di una gru doveva imballare i trucioli di metallo. Delfo, quando si trattava di lavorava non si sgomentava mai. E pur di non sentirsi rimbrottare dall’amata Fedora sopportava di buon grado anche i rischi dei bombardamenti anglo-americani che alla fine del ’42 e all’inizio del ’43 avevano preso di mira anche la Germania. Delfo, nelle sue rarissime lettere non accennava nemmeno ai bombardamento.
Il figlio Renato, a Fucecchio, tutti i giorni andava dal Billi, un bar con vendita di generi alimentari, ad ascoltare il giornale radio.
“Anche oggi è stata bombardata da aerei americani la città di Essen” ripeté la radio.
Renato ne informò la madre.
Fedora, allora. fece un ragionamento semplice semplice:
- Se mi muore il marito, con cosa camperò i figli?
Senza perdere un secondo andò dal podestà ad esporle la sua situazione familiare.
“.. voglio che il mio Delfo venga rimpatriato”
Il podestà fece un giro di telefonate.
- Finalmente ce l’abbiamo fatta, signora! – esclamò il podestà con espressione raggiante - Ad Essen c’è un pezzo grosso italiano molto amico del fucecchiese Sestilio Banchi. Lei domani ritorni e mi porti l’indirizzo esatto di suo marito.
Fedora di buon mattino era già in Comune. Appena arrivò il podestà la fece entrare.
- Vede, signora: questo è un biglietto vergato dal Banchi. Lui va a trovare quel pezzo grosso italiano e vedrà che in pochi giorni suo marito ritornerà a casa.
- Ma io come faccio a spiegargli tutte queste cose.? ‘Un sono mi’a alletterata.
- Lei, signora, non deve spiegare niente. A suo marito ho spiegato tutto io con questa lettera.
Fedora lasciò al podestà l’indirizzo e ritornò a casa.
Delfo eseguì a puntino tutto quanto gli aveva chiaramente spiegato il podestà, Nell’arco di due giorni aveva già in tasca il biglietto di ritorno. Fortunatamente, Delfo aveva imparato a parlare e a capire discretamente la lingua tedesca. I bombardamenti a cui venivano sottoposte le città e le linee ferroviarie resero oltremodo difficile il viaggio di ritorno in treno in Italia.
Dopo l’armistizio dell’ 8 settembre 1943, l’Italia venne interamente invasa dai tedeschi.
Nell’estate del 1944 Fucecchio diventò fronte di guerra ed anche il nostro territorio comunale venne invaso dalle truppe tedesche. I cannoni americani a partire dal mese di luglio cominciarono a vomitare quotidianamente i loro proiettili micidiali su Fucecchio. Le linee elettriche saltarono. I mulini rimasero bloccati. Il Detti riuscì ad azionare il suo mulino, in via Landini Marchiani, tramite una macchina a vapore. Il via vai al Mulino era incessante. I tedeschi assunsero allora Delfo Morelli come interprete presso detto mulino. Il deposito di legna per riscaldare l’acqua della macchina a vapore venne realizzato sul retro del teatro Pacini. I tedeschi assegnarono a Delfo e a suo figlio Renato un bracciale sui era stampigliata una croce rossa. Anche sulla porta della sua casa, in via Castruccio, venne disegnata una croce rossa su campo bianco.
Il ruolo di interprete consentiva a Delfo di procurare a buon mercato farina ed altri generi alimentari per la sua famiglia che, perciò, non fu costretta come centinaia di altre famiglie a tirare la cinghia.
La notte del 19 luglio quando venne centrata la casa di Biagino e la facciata della casa del Toni Ottorino posta in via Castruccio al n.44 fu colpita da una cannonata, tutta la famiglia di Delfo si trovava a dormire nella cantina molto al di sotto del livello stradale. La paura dei Morelli in quella circostanza fu grandissima.
Quando il giorno 21 luglio i tedeschi ordinarono alla nostra popolazione di abbandonare il capoluogo e di dirigersi verso Chiesina Uzzanese-Pescia, anche Delfo, nonostante il bracciale protettivo sfollò per la via delle Fornaci in casa dell’amico Antonini. Purtroppo la quasi totalità dei fucecchiesi non volle allontanarsi troppo dal capoluogo e le fu fatale.
La notte del 21 luglio la casa dell’Antonini venne colpita da una cannonata che fortunatamente riuscì a divellere soltanto il portone d’ingresso Dopo quel botto, ci fu un fuggi fuggi generale. Renato Morelli si caricò sulle spalle la vecchia nonna, raggiunse dopo gli altri il fossone del campo vicino e vi trascorse, all’addiaccio, tutta la notte. Al mattino ritornarono nella loro via Castruccio e il giorno stesso chiesero ed ottennero di potersi rifugiare nel vicinissimo ospedale S. Pietro Igneo. Per Delfo era ormai finita la “stagione di interprete” al servizio dei tedeschi Non usciva quasi mai dall’area dell’ospedale. Soltanto il figlio Renato non sapeva rinunciare a soddisfare alle sue curiosità. Quando seppe che i cannoni americani avevano centrato il carrarmato appostato nei paraggi della villa di Giuseppe Nieri, lungo la via Pistoiese, volle andare a vedere i resti di questo motorizzato.
Il quadro che gli si presento quando raggiunse la Villa Nieri fu oltremodo scioccante.
Accanto ai resti dell’enorme bestione di ferro erano disseminati i corpi di tanti soldati tedeschi uccisi dal cannoneggiamento americano che aveva centrato il bersaglio corazzato tedesco.
Di ritorno all’ospedale Renato fece una capatina nella Cappellina o stanza mortuaria: c’erano ancora i cadaveri dei fratelli Nello ed Arturo Cambi e quello del fratello di Albertino Ferri, Ferruccio, marito della Lari.
Renato ne rimase molto impressionato. Ne parlò ai familiari. Fedora, ancora una volta sfoderò i suoi possenti artigli:
- Non devi più uscire dall’ospedale. Devi fare come tu’ padre. Ci siamo capiti?
Renato non replicò e aspettò buono buono l’arrivo del 1° settembre 1944, il giorno della nostra liberazione.

 

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