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Figlio
di un venditore ambulante fucecchiese, Delfo era nato
nel 1904 a Borgo a Mozzano (Lucca) dove il padre aveva
preso dimora visto che preferiva “fare i mercati “ della
lucchesia.
Negli anni ’20, la nostalgia del paese nativo indusse i
genitori di Delfo a ritornare a Fucecchio.
E siccome il nostro era un paese di calzolai, anche
Delfo si intruppò in questo settore.
Ventenne, romantico, si innamorò di Fedora Ferri,
un’operaia della SAFFA. Delfo le fece dichiarazione
d’amore “Sottopoggio” -Vicolo delle Carbonaie – e i due
si sposarono nel 1929.
Fedora non si rivelò una sposa dolce. Pretese subito lo
scettro della conduzione familiare e non lesinava mai i
rimproveri al povero Delfo. I calzolai fucecchiesi,
purtroppo, non potevano lavorare in continuità per tutto
l’anno. La fine dell’inverno e soprattutto l’estate
erano due periodi di stanca, anzi di disoccupazione per
i nostri calzolai.
Delfo non era il classico tipo dalle spalle tonde. Era
addirittura una persona che avrebbe potuto trovare la
sua giusta collocazione nel Paese delle api industriose
di collodiana memoria.
E Fedora non si stancava mai di rimbrottarlo
specialmente dopo che erano nati Renato e Neda.
- Se fosse per te – insinuava Fedora – queste due nostre
creature potrebbero morire di fame. E’ possibile che tu
non trovi niente da fare?
Il povero Delfo non esplodeva, come avrebbe saputo fare,
perché non voleva mostrarsi “arrabbiato” di fronte ai
figlioli. La moglie, però, lo irritava allo spasimo.
Nel 1936 seppe che il Governo italiano cercava dei
lavoratori da mandare in Abissinia
- Ora sì che mi garbi – gli disse Fedora quando seppe
che di lì a pochi giorni il suo Delfo sarebbe andato a
lavorare in Abissinia.
Grazie alla qualifica di operaio militarizzato, Delfo,
che era stato destinato alla costruzione di nuove
strade, venne assunto come attendente di un gruppo di
ufficiali che gli affidarono l’ingrato compito di lenone
o procacciatore di donne. Con l’aiuto di un interprete
Delfo raggiungeva un villaggio e, previo pagamento di
tangente, gli chiedeva l’uso, sia pure temporaneo di due
o tre ragazzine. Delfo prelevava le ragazzine e prima di
“passarle” agli ufficiali aveva l’incarico di lavarle
ben bene, di strigliarle (leggi spidocchiarle), insomma
di renderle idonee all’uso.
Lui, fedelissimo alla sua Fedora, e soprattutto per
evitarsi i risciacquoni della moglie che dall’Italia
teneva la contabilità nelle tasche del marito, non
approfittò mai della favorevoli occasioni… erotiche.
Nel 1937, alla scadenza del contratto, Delfo ritornò in
Italia. Con le credenziali di operaio volontario in quel
di Abissinia non gli fu difficile di essere assunto
dalla SAFFA.
- Finalmente ! – esclamò Fedora - Finalmente potrai
lavorare di seguito dieci mesi all’anno ( a luglio e ad
agosto la SAFFA chiudeva i battenti perché si temeva che
il calore estivo avrebbe potuto far incendiare la
fabbrica di .. fiammiferi)
Dopo un paio di mesi i fascisti locali tanto brigarono
che il povero Delfo si ritrovò, come si diceva a
Fucecchio, “in mezzo alla strada” cioè disoccupato.
Fedora riprese a recitare le sue litanie contro il
povero Delfo. La situazione per la famiglia di Fedora e
Delfo peggiorò e di molto, dopo che anche l’Italia, il
10 giugno 1940 volle entrare in guerra a fianco della
Germania.
Nel 1942 presso l’ufficio di collocamento Delfo seppe
che in Germani cercavano degli operai. Sollecitato da
Fedora, Delfo trasmise la domanda di assunzione a
Firenze. La domanda venne accolta e Delfo finì in
Germania, ad Oringen, nella zona orientale. Il gruppo di
operai in cui Delfo venne inserito doveva provvedere
alla manutenzione di un tratto di ferrovia su cui
passavano treni militari carichi di mezzi corazzati, di
munizioni. Il piano di appoggio dei binari sotto il
notevole peso dei vagoni pesantissimi cedeva, avvallava.
Fu quello un periodo felicissimo per Delfo: guadagnava
molto, poteva mangiare e molto all’italiana e, se non
avesse temuto le ire della Fedora che da Fucecchio
controllava tutte le entrate e le uscite avrebbe potuto
anche amoreggiare, ma… a pagamento.
Alla scadenza del contratto semestrale, Delfo e l’altro
fucecchiese, il Porciani, dovettero ritornare in Italia.
Fedora si mostrò inizialmente soddisfatta della bella
somma raggranellata dal marito; ma dopo una settimana
riprese a lamentarsi e gratificare di insinuazioni il
suo sposo.
Due mesi dopo ritornò a lavorare in Germania. Fedora
gongolava. Questa volta, Delfo venne mandato ad Essen
nel cuore della CRUP. Con l’ausilio di una gru doveva
imballare i trucioli di metallo. Delfo, quando si
trattava di lavorava non si sgomentava mai. E pur di non
sentirsi rimbrottare dall’amata Fedora sopportava di
buon grado anche i rischi dei bombardamenti
anglo-americani che alla fine del ’42 e all’inizio del
’43 avevano preso di mira anche la Germania. Delfo,
nelle sue rarissime lettere non accennava nemmeno ai
bombardamento.
Il figlio Renato, a Fucecchio, tutti i giorni andava dal
Billi, un bar con vendita di generi alimentari, ad
ascoltare il giornale radio.
“Anche oggi è stata bombardata da aerei americani la
città di Essen” ripeté la radio.
Renato ne informò la madre.
Fedora, allora. fece un ragionamento semplice semplice:
- Se mi muore il marito, con cosa camperò i figli?
Senza perdere un secondo andò dal podestà ad esporle la
sua situazione familiare.
“.. voglio che il mio Delfo venga rimpatriato”
Il podestà fece un giro di telefonate.
- Finalmente ce l’abbiamo fatta, signora! – esclamò il
podestà con espressione raggiante - Ad Essen c’è un
pezzo grosso italiano molto amico del fucecchiese
Sestilio Banchi. Lei domani ritorni e mi porti
l’indirizzo esatto di suo marito.
Fedora di buon mattino era già in Comune. Appena arrivò
il podestà la fece entrare.
- Vede, signora: questo è un biglietto vergato dal
Banchi. Lui va a trovare quel pezzo grosso italiano e
vedrà che in pochi giorni suo marito ritornerà a casa.
- Ma io come faccio a spiegargli tutte queste cose.? ‘Un
sono mi’a alletterata.
- Lei, signora, non deve spiegare niente. A suo marito
ho spiegato tutto io con questa lettera.
Fedora lasciò al podestà l’indirizzo e ritornò a casa.
Delfo eseguì a puntino tutto quanto gli aveva
chiaramente spiegato il podestà, Nell’arco di due giorni
aveva già in tasca il biglietto di ritorno.
Fortunatamente, Delfo aveva imparato a parlare e a
capire discretamente la lingua tedesca. I bombardamenti
a cui venivano sottoposte le città e le linee
ferroviarie resero oltremodo difficile il viaggio di
ritorno in treno in Italia.
Dopo l’armistizio dell’ 8 settembre 1943, l’Italia venne
interamente invasa dai tedeschi.
Nell’estate del 1944 Fucecchio diventò fronte di guerra
ed anche il nostro territorio comunale venne invaso
dalle truppe tedesche. I cannoni americani a partire dal
mese di luglio cominciarono a vomitare quotidianamente i
loro proiettili micidiali su Fucecchio. Le linee
elettriche saltarono. I mulini rimasero bloccati. Il
Detti riuscì ad azionare il suo mulino, in via Landini
Marchiani, tramite una macchina a vapore. Il via vai al
Mulino era incessante. I tedeschi assunsero allora Delfo
Morelli come interprete presso detto mulino. Il deposito
di legna per riscaldare l’acqua della macchina a vapore
venne realizzato sul retro del teatro Pacini. I tedeschi
assegnarono a Delfo e a suo figlio Renato un bracciale
sui era stampigliata una croce rossa. Anche sulla porta
della sua casa, in via Castruccio, venne disegnata una
croce rossa su campo bianco.
Il ruolo di interprete consentiva a Delfo di procurare a
buon mercato farina ed altri generi alimentari per la
sua famiglia che, perciò, non fu costretta come
centinaia di altre famiglie a tirare la cinghia.
La notte del 19 luglio quando venne centrata la casa di
Biagino e la facciata della casa del Toni Ottorino posta
in via Castruccio al n.44 fu colpita da una cannonata,
tutta la famiglia di Delfo si trovava a dormire nella
cantina molto al di sotto del livello stradale. La paura
dei Morelli in quella circostanza fu grandissima.
Quando il giorno 21 luglio i tedeschi ordinarono alla
nostra popolazione di abbandonare il capoluogo e di
dirigersi verso Chiesina Uzzanese-Pescia, anche Delfo,
nonostante il bracciale protettivo sfollò per la via
delle Fornaci in casa dell’amico Antonini. Purtroppo la
quasi totalità dei fucecchiesi non volle allontanarsi
troppo dal capoluogo e le fu fatale.
La notte del 21 luglio la casa dell’Antonini venne
colpita da una cannonata che fortunatamente riuscì a
divellere soltanto il portone d’ingresso Dopo quel
botto, ci fu un fuggi fuggi generale. Renato Morelli si
caricò sulle spalle la vecchia nonna, raggiunse dopo gli
altri il fossone del campo vicino e vi trascorse,
all’addiaccio, tutta la notte. Al mattino ritornarono
nella loro via Castruccio e il giorno stesso chiesero ed
ottennero di potersi rifugiare nel vicinissimo ospedale
S. Pietro Igneo. Per Delfo era ormai finita la “stagione
di interprete” al servizio dei tedeschi Non usciva quasi
mai dall’area dell’ospedale. Soltanto il figlio Renato
non sapeva rinunciare a soddisfare alle sue curiosità.
Quando seppe che i cannoni americani avevano centrato il
carrarmato appostato nei paraggi della villa di Giuseppe
Nieri, lungo la via Pistoiese, volle andare a vedere i
resti di questo motorizzato.
Il quadro che gli si presento quando raggiunse la Villa
Nieri fu oltremodo scioccante.
Accanto ai resti dell’enorme bestione di ferro erano
disseminati i corpi di tanti soldati tedeschi uccisi dal
cannoneggiamento americano che aveva centrato il
bersaglio corazzato tedesco.
Di ritorno all’ospedale Renato fece una capatina nella
Cappellina o stanza mortuaria: c’erano ancora i cadaveri
dei fratelli Nello ed Arturo Cambi e quello del fratello
di Albertino Ferri, Ferruccio, marito della Lari.
Renato ne rimase molto impressionato. Ne parlò ai
familiari. Fedora, ancora una volta sfoderò i suoi
possenti artigli:
- Non devi più uscire dall’ospedale. Devi fare come tu’
padre. Ci siamo capiti?
Renato non replicò e aspettò buono buono l’arrivo del 1°
settembre 1944, il giorno della nostra liberazione.
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