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Ore 1
del 19 luglio 1944- Tragedia nella casa di “Biagino”
attaccata alla Torre di via Castruccio
Il fabbricato della casa di “Biagino” faceva angolo fra
Via Castruccio e Via Franco Bracci; uno dei suoi due
lati verticali della facciata, quello sinistro,
coincideva per un lungo tratto con quello del lato
destro della torre di Castruccio.
Al piano terra della facciata si trovavano la porta
d’ingresso del condominio, la porta a vetri del forno di
Biagino ed uno sporto del negozietto della Niccoletta.
Al primo piano si trovavano gli appartamenti di “Dreino”,
al secolo Nelli Andrea, e quello di Biagino, al secolo
Biagi Dionisio.
Il nucleo familiare di Dreino comprendeva la moglie
Beppina, i figli Mario e Giovanna, e la sorella Cesira.
La famiglia di Dionisio comprendeva la moglie Corinna,
il figlio Piero e la figlia Siria.
Il secondo piano era occupato da altre due famiglie: la
famiglia del Pieri, l’infermiere, e quella di Sandrino
Monti formata da quattro persone: lui, la moglie Sonia
Ciardini, la figlia Denia e la madre Beppina Bardelli.
Da qualche giorno erano cominciati i cannoneggiamenti
secondo orari ben precisi. L’ultimo cannoneggiamento
avveniva alle ore 23 e si protraeva talvolta anche fino
alla mezzanotte.
La famiglia di Dreino, pur sentendosi molto protetta dal
corpo della torre di Castruccio, a scanso di brutte
sorprese, da alcuni giorni aspettava l’arrivo della
mezzanotte nel corridoio-pianerottolo da cui partivano
gli scalini che conducevano al secondo piano.
La sera del 18 luglio, Dreino salì al secondo piano,
bussò alla porta di Sandrino e, senza entrare in casa,
gli disse:
- Siccome stasera i Pieri non ci dormono in casa, se
volete, potete venire ad aspettare con noi la fine dei
cannoneggiamenti nel nostro pianerottolo che io ritengo
molto sicuro.
- O Drea, io ci verrei volentieri, ma stasera siamo in
troppi. Pochi minuti fa sono arrivati il mio suocero e
la mia suocera Quartina. Io li farò dormire a casa mia.
- Vedrai, Sandro, che in una maniera o nell’altra ci si
arrangia. Non preoccuparti del numero.
Dreino ridiscese nel suo appartamento dove già la tavola
era apparecchiata per la cena molto frugale e per niente
nutriente.
Sandrino rientrò nell’appartamento. Suo suocero stava
porgendo le solite introvabili caramelline alla nipotina
Denia di due anni. La piccola le gradiva moltissimo e
perciò si mostrava particolarmente contenta quando
vedeva varcare la porta dal nonno materno. Il Ciardini
spiegò:
- Siccome stanotte ero esonerato dal servizio notturno
di vigilanza alla Saffa son voluto venire a vedere la
mia nipotina. Volevo venirci da solo, ma Quartina non ha
voluto
- Se ci vai da solo, i tedeschi potrebbero prenderti e
mandarti a lavorare in qualche posto. Se invece ci sono
io con te, glielo faccio vedere io ai tedeschi di cosa è
capace Quartina.
La mamma di Sandrino ascoltava incantata quanto
affermava la consuocera.
- Ora – disse il Ciardini – si toglie l’incomodo. Appena
mi ricapiterà una serata libera ritornerò a vedere il
mio angiolino.
- Ma che siete matti tutti e due? – intervenne la madre
di Sandrino – E’ già scoccata l’ora del coprifuoco. E la
nostra via Castruccio è pattugliata dalla mattina alla
sera.
- Ha ragione mia madre – ribadì Sandrino – Cenerete con
noi e dormirete nella camera di mia madre
- E la tua mamma che la fai dormire per terra ? –
brontolò Quartina.
- La mia mamma – spiegò Sandro – dormirà insieme a Denia.
Non è mica la prima volta.
Sonia stava apparecchiando la tavola ed era contenta che
al medesimo desco sedessero anche i suoi genitori. La
nascita di Denia, nome derivato da una elisione di
Gardenia, aveva cancellato nei nonni anche i ricordi dei
loro ripetuti rifiuti al fidanzamento della loro Sonia
con Sandrino che risaliva al 1934. Sonia aveva allora
soltanto 13 anni e mezzo. Di fronte all’ostinazione di
Sonia anche l’indomabile Quartina si era arresa. I
genitori di Sonia non avevano niente da eccepire sul
futuro genero: aveva un lavoro fisso nella tipografia
del Bimbi; era di una onestà cristallina; anche i suoi
genitori erano persone stimatissime da tutti.
Mentre Sonia disponeva sulla tovaglia bianca i sei
coperti si rivide all’altare del Santissimo in
Collegiata mentre pronunciava il suo sì che l’avrebbe
legata per sempre al suo Sandrino. Era il 1941. La
cerimonia era stata officiata da don Pietro Stacchini.
- Tutti a tavola – disse Sonia. Sonia si udì e ricordò
la sua partenza dalla stazione il giorno del matrimoni.
- In vettura si parte - disse il capo-stazione dopo che
lei e Sandro furono saliti in treno per il viaggio di
nozze a Follonica. Vi si trattennero soltanto due
giorni. A Follonica, Sandro e Sonia fecero la loro prima
esperienza dell’allarme aereo.
A tavola tutti si volevano coccolare Denia, ma la
piccola inspiegabilmente voleva rimanere sempre
attaccata al babbo. Denia era nata il 3 giugno 1942. Il
babbo, Sandro, proprio in quel periodo era ricoverato
nell’ospedale di Empoli. Gli avevano asportato le
tonsille. L’intervento era stato dolorosissimo ed aveva
messo in pericolo la vita di Sandro a causa di una
inarrestabile emorragia sopravvenuta poche ore dopo
l’asportazione.
A tavola si parlò della guerra e soprattutto venne
ripetutamente espresso il desiderio che gli alleati si
sbrigassero ad attraversare l’Arno.
A conclusione della cena, Sandrino si alzò e disse:
-Verso le 22 sarà bene scendere nel pianerottolo di
Dreino. A quell’ora cominciano i cannoneggiamenti degli
Americani. In quel pianerottolo siamo sicurissimi.
Soltanto le bombe dei mortai potrebbero rivelarsi molto
pericolose per noi. Ma da S. Miniato non spareranno
sicuramente con i mortai. Sarà bene portare anche due o
tre sedie.
Alle ore 22 tutti i membri della famiglia di Sandro
scesero nel pianerottolo dove era già sistemata tutta la
famiglia Nelli.
Dreino, classe 1897, colse quella occasione per
raccontare ai presenti le sue vicissitudini di soldato
nel corso della Prima Guerra Mondiale. Enumerò i disagi
della vita in trincea lungo il fiume Piave; raccontò
alcuni episodi legati all’offensiva austriaca sul
Montello; rievocò i febbroni che lo colpirono a
Fucecchio mentre era in licenza e che lo costrinsero al
ricovero nel nostro ospedale per 40 giorni. Mentre
Dreino si apprestava a narrare la parte finale della sua
partecipazione alla guerra mondiale l’emissione della
sua voce fu soffocata dallo schianto di una cannonata
caduta nella zona dei Seccatoi per la via di Padule.
Denia si impaurì, lasciò la compagnia di Mario con il
quale aveva fraternizzato e volle andare in braccio a
suo padre.
- Gesù mio!! – esclamò Quartina.- Speriamo che non abbia
ammazzato qualcuno quella cannonata.
Al primo schianto seguirono altre esplosioni ora più
vicine ora più lontane.
Quartina ed il marito recitavano a ritmo serrato delle
giaculatorie in onore del Sacro Cuore di Gesù per
scongiurare il pericolo delle cannonate.
- Ma non dovete preoccuparvi – sosteneva Dreino – Noi
siamo protetti dal corpo della torre. E’ lei che ci fa
da scudo. Sono molto più in pericolo di noi le famiglie
che abitano nel palazzo del dottor Pellegrini, quello
che sta di fronte alla nostra casa. Anche quello ci fa
da paravento,
Ma Quartina e il Ciardini non cessarono per un istante
di recitar giaculatorie. Denia si teneva stretta stretta
al padre. La madre Sonia la guardava compiaciuta. Era
felice che la figlia amasse in una maniera così scoperta
il babbo.
Verso la mezzanotte i cannoni tacquero.
- Aspettiamo un altro po' prima di andare a letto –
disse Sandrino – Meglio evitare possibili sorprese.
Dopo un quarto d’ora, in fila indiana, i membri della
famiglia di Sandrino risalirono nel loro appartamento.
Denia si era addormentata nelle braccia del padre.
Faceva molto caldo ma dovevano tener chiuse le finestre,
almeno quelle che davano sulla strada per non
insospettire le pattuglie notturne tedesche. Il timore
di un attentato avrebbe potuto indurle a scaricare i
loro fucili mitragliatori contro le finestre aperte.
Denia venne adagiata sopra il letto. Anche la madre di
Sandrino preferì non entrare sotto le lenzuola. Tutti,
ad eccezione di Sandrino si addormentarono in brevissimo
tempo. Sandrino, invece, combatteva il sonno perché
prima di addormentarsi voleva rendersi conto che la sua
Denia riposava tranquillamente. Il lettino di Denia era
nella camera di babbo Sandro e di mamma Sonia.
- Non posso lasciarla dormire così scoperta la bambina
anche se è caldo – si disse mentalmente Sandrino.
Nella camera sottostante la piccola Sira Biagi, di
cinque mesi, piangeva perché quella (l’una dopo
mezzanotte) era l’ora della poppata notturna. Corinna si
sedette sul letto, prese la bambina e se la portò al
petto.
Sandrino, al piano superiore, sapeva che nella prima
cassetta del cassettone c’era una copertina leggera. Il
cassetto era di fianco al suo letto. Sandro si alzò e
aprì con grande circospezione il cassetto. Al tatto
riconobbe la copertina. La tirò fuori, richiuse il
cassetto, e camminando adagio e scalzo lungo il fianco
del letto si era portato davanti al bandone in fondo ai
piedi del suo letto e mentre stava per dirigersi verso
il lettino della sua Sonia ebbe appena il tempo di
percepire un sibilo assordante seguito dal tonfo di un
proiettile che penetrato dal tetto sfondò il pavimento
della camera di Sandrino, poi quello della camera di
Dionisio ed andò a schiantarsi al piano terra con una
grossa deflagrazione: il tutto in un amen. Sandrino
sprofondò al piano terra e con lui Dionisio Biagi, la
figlia Sira, la moglie Corinna e il figlio Piero, finito
sotto l’impastatrice.
L’interno del fabbricato, squartato, fu invaso da un
nuvolone di polvere e di fumi venefici. L’aria era
irrespirabile.
Quartina, rimasta illesa, aprì la finestra che dava in
via Valdarnese e cominciò a chiamare a squarciagola:
- Sonia, Sandro. Denia, Beppina siete vive?
Rispondetemi! Aiuto gente.
Il fragore di altre esplosioni seguite da bagliori di
intensa luminosità cancellava gridi, voci e lamenti.
Sandrino Monti benché ferito in moltissime parti del
corpo e nonostante il volo dal secondo al piano terra
che lo aveva stordito riuscì ad intravedere il foro
della porta di casa divelta. E mentre per effetto delle
esplosioni vicine franavano ancora vetri, travicelli,
mattoni ed arredi delle stanze franate, Sandrino
strisciando per terra riuscì a raggiungere la porta,
l’attraversò e , sempre strisciando sul lastricato di
via Castruccio, raggiunse la porta dirimpettaia, quella
del palazzo del dottor Pellegrini.
- Aiuto! Aiutatemi! Uscite! Sono Sandrino. Sono tutto
ferito – gridava il Monti con la forza della
disperazione. Poi perdette conoscenza per qualche
minuto. Quando riprese conoscenza vide accanto a sé
Pietro Mannini con la sorella Beppina (detta del
Cannelli). Quartina dall’ultimo piano continuava a
chiamare la figlia, la nipote; Dreino, invece, le
raccomandava di non lasciare la camera perché i
pavimenti e le scale erano franate: se ne era reso conto
grazie ai bagliori delle esplosioni.
Dionisio, nudo come Dio lo aveva fatto, liberatosi dalle
macerie e dal polverone e tenendo in braccio la figlia
che era riuscito ad agguantare per un piede, chiamava:
- Corinna! Piero! Siete vivi?
- Babbo, io sono sotto l’impastatrice, ma non mi sono
fatto niente. Sto cercando di uscire. Ecco, ce l’ho
fatta. E mamma?
- Non lo so – rispose Dionisio che teneva fra le braccia
Sira.
Subito dopo Dionisio percepì un lamento. Non ebbe nessun
dubbio. Era la sua Corinna. Quel lamento veniva dal
disotto di un cumulo di macerie.
- Tieni, Piero. Reggi Sira. Io vado a chiamare qualcuno
per farmi aiutare.
Dionisio entrò in Via Franco Bracci e cominciò a
chiamare a squarciagola:
- Barsotto! Ciaccheri! Correte! Aiuto. Aiuto!
Sandro nel frattempo venne trascinato da Pietro, da
Beppina e dal Pellegrini all’ospedale distante una
settantina di metri.
Altri sfollati notturni alloggiati nel Palazzo
Pellegrini provvedevano contemporaneamente a trasportare
all’ospedale Licia, la futura moglie di Cecco Morelli,
che era stata ferita ad una coscia da una scheggia
proprio nel corridoio del palazzo.
Barsotto e Ciaccheri risposero subito all’appello di
Dionisio. La notte non era buia. Il cielo era stellato
ed il chiarore della luna permise ai due soccorritori di
individuare subito Dionisio che aveva cominciato a
gettare nella strada le macerie che ricoprivano la sua
Corinna. Piero piagnucolava perché era convinto che sua
madre fosse morta.
- Mamma! – gridava – Rispondimi.
Corinna che a stento riusciva e respirare era solo
capace di emettere gemiti.
Con l’aiuto di Ciaccheri (Quinto Ferri) e di Barsotto
(Angiolo Barsotti), nel volgere di una ventina di
minuti, Dionisio riuscì a dissotterrare la moglie
Corinna. Il petto della donna era ricoperto di sangue;
il braccio sinistro era rotto e soprattutto sbranato.
Intanto il dottor Pellegrini stava rientrando
dall’ospedale dove aveva accompagnato Sandrino Monti.
Varcò la porta di Biagino attratto dal parlottare
concitato dei soccorritori. Il dottore tirò fuori dalla
tasca dei suoi pantaloni una torcia elettrica, l’accese,
esaminò con cura il petto ed il braccio di Corinna e
senza mezzi termini disse:
- Dobbiamo portarla subito in ospedale. Ci verrò anch’io
con voi. Ci vorrebbe una lettiga.
Ciaccheri che aveva adocchiato una tavola che serviva
per il pane, chiese:
- O una tavola come questa non potrebbe sostituire la
lettiga?
- Va benissimo. Stiamo attenti a non farla cadere.
Quartina dall’alto gridava:
- Ma voi, costì in basso, cosa fate? Dove sono le mie
bambine?
Nessuno le rispondeva. Corinna fu alla meglio distesa
sulla tavola.
Il dottore, rivolto a Piero Biagi, gli disse:
- Tu, porta la sorellina in casa mia ed aspetta lì il
nostro ritorno.
I quattro uomini portarono Corinna in ospedale.
Il dottor Bertoncini disinfettò le quattro ferite
riportate dalla donna e disse:
- Domattina, anche lei deve essere operata. Sotto la
mammella c’è una scheggia che deve essere tolta. E poi
dobbiamo rimettere a posto il braccio. Ne parlerò subito
al professor Baccarini.
Quando i quattro rientrarono in Via Franco Bracci
cominciava ad albeggiare. All’altezza dell’osteria di
Armando del Venturi si aprì il portone del fabbricato
posto fra il palazzo dell’avvocato Lotti e quello del
Lampredi. Ne uscì Peppole, Dino Billi, rientrato a
Fucecchio dopo l’8 settembre 1943 dalla Iugoslavia.
Quartina si era chetata. Dino si avvicinò ai quattro, si
fece ragguagliare sull’accaduto ed osservò:
- Ho udito urlare la povera Quartina per tutta la notte.
Sicuramente ci saranno dentro la casa dei morti. Di
notte, però, è impossibile recuperarli. Questo è un
lavoro che solo io e te, Quinto, possiamo fare. Tu,
Dionisio vai a sistemare i tuoi figli da tua sorella
Fulvia. Voi, Barsotto, andate a cercare tutte le scale
che potete trovare in Valdarnese (Via Franco Bracci).
- Ve ne do un paio anch’io – disse il dottor Pellegrini.
- Quartina – gridò Peppole.
Quartina si affacciò alla finestra.
- Sapete se ci sono ancora persone vive nella casa?
- Son tutti vivi quelli della famiglia di Dreino. Anche
mio marito è vivo. Ma voi che siete di sotto sapete
niente delle mie bambine, di Sandrino e della sua mamma?
- Sandrino lo abbiamo portato all’ospedale. E’ pieno di
ferite.
Peppole e Quinto attraversarono la porta e dettero un
occhiata all’interno. Le scale non esistevano più e
molti pavimenti erano crollati..
Qualcuno uscì dal palazzo del Pellegrini con due scale.
Anche Barsotto ne portò due.
- Ora ci occorrono delle corde molto resistenti – disse
Peppole.
- Ce l’ho io – disse Barsotto.
- Allora andate a prenderle e portatele nell’orto della
casa di Biagino. Noi si passa da dietro la torre.
Quando Dreino vide Ciaccheri e Peppole armati di scale
si lasciò andare:
- Meno male che almeno voi siete venuti a soccorrerci.
Grazie. Non finirò mai di ringraziarvi. Le scale interne
non esistono più.
- Dovrete passare tutti da codesto terrazzino, Dreino.
Io ti ci metto sotto questa scala a pioli. Non aver
paura né per te né per i tuoi. Io con un’altra scala mi
porterò all’altezza della ringhiera del terrazzino e vi
aiuterò a scendere sorreggendovi. Se potete, metteteci
un sedia alla ringhiera. Vi sarà più facile,
“acciancando” la ringhiera posare i piedi sui pioli
della scala.
I cinque della famiglia Nelli riuscirono a scendere
nell’orto. Erano salvi.
- Ora tocca a noi Quinto. Dobbiamo legare due scale e
salire al secondo piano passando dalla finestra.
Peppole salì per primo. attraversò la finestra e chiamò:
- Quartina! Ciardini! Rispondetemi, ma non vi muovete
per carità.
- Siamo dietro l’uscio che è di fronte a te, Billi. Lo
vedi?
- Sì, lo vedo. Il pavimento, almeno qui non è crollato e
mi sembra in buono stato.
Dino Billi vi posò io piedi, si diresse all’uscio, lo
aprì e si trovò di fronte i due coniugi Ciardini.
- Dove sono la mia Sonia, la mia Denia e Beppina?
- Le stanno cercando – rispose il Billi.
- Ed ora come facciamo ad uscire?
- Con la stessa scala con la quale vi ho raggiunti.
Peppole prese una sedia dalla cameretta dove erano
andati a riposare i due coniugi e l’appoggiò alla
finestra.
Con l’aiuto di Dino sia Quartina che il Ciardini
uscirono dalla casa che era stata disastrata dalla
cannonata delle ore 1.
- Quinto – disse Peppole – se Barsotto le ha già portate
, passami le corde.
Quinto le raccolse da terra e salì su in cima alla scala
a pioli e entrò nell’appartamento di Sandrino con una
bella gomena di corda.
- Seguendo questo corridoio dovremmo trovare la camera
di Sandrino. Speriamo che il pavimento non ci crolli
sotto i piedi.
- E’ codesta la porta della camera – disse Quinto Ferri
– Stai attento, Dino.
Peppole aprì pian piano la porta.
- Le vedo tutte e tre le persone che stanno tanto a
cuore a Quartina. Sono ancora sul letto. Credo che siano
tutte morte.
La polvere e i gas dell’esplosione che avevano ucciso
per soffocamento anche la piccola Denia, l’ultima a
morire, erano spariti.
- Guarda bene il pavimento, Billi.
- C’è una grossa buca davanti al bandone del letto di
Sonia. Il restante mi sembra abbastanza praticabile.
Senti, Quinto. Tu stai qui alla porta pronto con una
fune. Se vedi che corro pericolo me la tiri e io mi ci
aggrappo. Intanto cerco di prendere il cadavere di
Sonia. Ce la faccio da solo. E’ molto magra.
Il Billi camminò sulla parte di pavimento a confine con
il muro, si avvicinò al letto ed anziché cercare di
prendere il cadavere cominciò a tirare la coperta. Man
mano che la coperta veniva tirata anche il corpo di
Sonia si spostava in direzione del Billi.
- Ci sono, Quinto! – disse Dino con voce turbata
dall’emozione. Peppole afferrò Sonia sotto le ascelle,
la fece strisciare sul letto e poi, sostenendola, la
portò fuori della camera. Sonia era tutta ricoperta di
polvere e non presentava ferite.
- Ed ora come facciamo a portarla giù in strada? –
chiese Quinto.
- Tu, Quinto, togli quell’uscino che è davanti alla
finestra da cui siamo entrati. Ci mettiamo sopra Sonia,
ce la leghiamo e poi la caliamo facendola scivolare
lungo la scala a pioli. Di fune ne abbiamo abbastanza,
no?
Sonia venne legata alla porticina e calata nell’orto in
cui erano discesi tutti i superstiti sopravvissuti.
Quando Sonia venne calata giù dalla finestra erano quasi
le otto del mattino. Nell’orto e nella strada c’erano
tante persone disposte a dare una mano.
La stessa operazione venne compiuta per il recupero
della madre di Sandrino.
- La bambina – disse Peppole con la voce rotta
dall’emozione – non la caleremo giù legandola alla
porta. Anch’io ne ho una ancora piccola e non
sopporterei di vedermela legare ad un uscio.
Dino con estrema cautela e leggerezza ritornò nella
camera di Sandrino, recuperò la salma di Denia, la portò
nel corridoio e disse a Quinto:
- Tu tienimela. Io esco dalla finestra, mi piazzo su un
piolo della scala e tu poi me la porgi in modo che io la
possa cingere col braccio destro sotto le ascelle. Tu
non la lasciare fino a che non l’avrò cinta ben bene.
- E se per caso ti scivola? – chiese Quinto.
- Non mi scivolerà. Stai pur sicuro. Farò finta che sia
la mia bambina.
E così fu. Dino non solo la teneva avvinghiata al corpo
con il suo robusto braccio, ma per precauzione stringeva
fra i denti un lembo della camiciolina della dolce
fanciulla.
I cadaveri di Sonia e di Denia vennero trasportati da
quanti avevano assistito al loro recupero all’ospedale;
quello della mamma di Sandro, in bruttissime condizioni,
venne subito portato alla cappellina.
All’ospedale il medico dottor De Pasquale, dopo aver
esaminato il corpicino di Denia, disse:
- La piccola è morta soltanto mezz’ora fa per
soffocamento.
Sandrino che aveva riportato ben 12 ferite era stato
messo sdraiato per terra in un corridoio dell’ospedale.
Al mattino, quando gli vennero collocate di fianco sia
pure per pochi minuti le salme della bambina e della
moglie, gemette come un animale mortalmente ferito. Ebbe
netta la sensazione che il libro della sua vita si era
chiuso per sempre. Sì, la sua vita, senza Denia e senza
Sonia, era finita.
A Quartina spettò l’ingrato compito di portare al
cimitero con un carretto le casse con le tre vittime. Al
ritorno, distrutta dal dolore ed in preda ad una
violenta crisi da rigetto della propria fede, venne
fermata da un tedesco. Voleva violentarla. Quartina
sotto la spinta della disperazione diventò una leonessa,
aggredì il militare urlando, strepitando, azzannandolo.
sgraffiandolo. Il soldato, di fronte ad un essere umano
così inferocito, fuggì.
Quella goccia fece traboccare il vaso della povera
Quartina. All’istante perdette la Fede, interamente,
totalmente. Cominciò a bestemmiare, ad inveire contro
Dio, contro la Madonna, contro i Santi, contro tutti.
Anche per lei la vita era finita.
Sandrino rimase in ospedale per 60 giorni. Corinna,
invece, se la cavò dopo quaranta giorni di ricovero.
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