GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Ore 1 del 19 luglio 1944: tragedia nella casa di "Biagino"

 

Ore 1 del 19 luglio 1944- Tragedia nella casa di “Biagino” attaccata alla Torre di via Castruccio

Il fabbricato della casa di “Biagino” faceva angolo fra Via Castruccio e Via Franco Bracci; uno dei suoi due lati verticali della facciata, quello sinistro, coincideva per un lungo tratto con quello del lato destro della torre di Castruccio.
Al piano terra della facciata si trovavano la porta d’ingresso del condominio, la porta a vetri del forno di Biagino ed uno sporto del negozietto della Niccoletta.
Al primo piano si trovavano gli appartamenti di “Dreino”, al secolo Nelli Andrea, e quello di Biagino, al secolo Biagi Dionisio.
Il nucleo familiare di Dreino comprendeva la moglie Beppina, i figli Mario e Giovanna, e la sorella Cesira.
La famiglia di Dionisio comprendeva la moglie Corinna, il figlio Piero e la figlia Siria.
Il secondo piano era occupato da altre due famiglie: la famiglia del Pieri, l’infermiere, e quella di Sandrino Monti formata da quattro persone: lui, la moglie Sonia Ciardini, la figlia Denia e la madre Beppina Bardelli.
Da qualche giorno erano cominciati i cannoneggiamenti secondo orari ben precisi. L’ultimo cannoneggiamento avveniva alle ore 23 e si protraeva talvolta anche fino alla mezzanotte.
La famiglia di Dreino, pur sentendosi molto protetta dal corpo della torre di Castruccio, a scanso di brutte sorprese, da alcuni giorni aspettava l’arrivo della mezzanotte nel corridoio-pianerottolo da cui partivano gli scalini che conducevano al secondo piano.
La sera del 18 luglio, Dreino salì al secondo piano, bussò alla porta di Sandrino e, senza entrare in casa, gli disse:
- Siccome stasera i Pieri non ci dormono in casa, se volete, potete venire ad aspettare con noi la fine dei cannoneggiamenti nel nostro pianerottolo che io ritengo molto sicuro.
- O Drea, io ci verrei volentieri, ma stasera siamo in troppi. Pochi minuti fa sono arrivati il mio suocero e la mia suocera Quartina. Io li farò dormire a casa mia.
- Vedrai, Sandro, che in una maniera o nell’altra ci si arrangia. Non preoccuparti del numero.
Dreino ridiscese nel suo appartamento dove già la tavola era apparecchiata per la cena molto frugale e per niente nutriente.
Sandrino rientrò nell’appartamento. Suo suocero stava porgendo le solite introvabili caramelline alla nipotina Denia di due anni. La piccola le gradiva moltissimo e perciò si mostrava particolarmente contenta quando vedeva varcare la porta dal nonno materno. Il Ciardini spiegò:
- Siccome stanotte ero esonerato dal servizio notturno di vigilanza alla Saffa son voluto venire a vedere la mia nipotina. Volevo venirci da solo, ma Quartina non ha voluto
- Se ci vai da solo, i tedeschi potrebbero prenderti e mandarti a lavorare in qualche posto. Se invece ci sono io con te, glielo faccio vedere io ai tedeschi di cosa è capace Quartina.
La mamma di Sandrino ascoltava incantata quanto affermava la consuocera.
- Ora – disse il Ciardini – si toglie l’incomodo. Appena mi ricapiterà una serata libera ritornerò a vedere il mio angiolino.
- Ma che siete matti tutti e due? – intervenne la madre di Sandrino – E’ già scoccata l’ora del coprifuoco. E la nostra via Castruccio è pattugliata dalla mattina alla sera.
- Ha ragione mia madre – ribadì Sandrino – Cenerete con noi e dormirete nella camera di mia madre
- E la tua mamma che la fai dormire per terra ? – brontolò Quartina.
- La mia mamma – spiegò Sandro – dormirà insieme a Denia. Non è mica la prima volta.
Sonia stava apparecchiando la tavola ed era contenta che al medesimo desco sedessero anche i suoi genitori. La nascita di Denia, nome derivato da una elisione di Gardenia, aveva cancellato nei nonni anche i ricordi dei loro ripetuti rifiuti al fidanzamento della loro Sonia con Sandrino che risaliva al 1934. Sonia aveva allora soltanto 13 anni e mezzo. Di fronte all’ostinazione di Sonia anche l’indomabile Quartina si era arresa. I genitori di Sonia non avevano niente da eccepire sul futuro genero: aveva un lavoro fisso nella tipografia del Bimbi; era di una onestà cristallina; anche i suoi genitori erano persone stimatissime da tutti.
Mentre Sonia disponeva sulla tovaglia bianca i sei coperti si rivide all’altare del Santissimo in Collegiata mentre pronunciava il suo sì che l’avrebbe legata per sempre al suo Sandrino. Era il 1941. La cerimonia era stata officiata da don Pietro Stacchini.
- Tutti a tavola – disse Sonia. Sonia si udì e ricordò la sua partenza dalla stazione il giorno del matrimoni.
- In vettura si parte - disse il capo-stazione dopo che lei e Sandro furono saliti in treno per il viaggio di nozze a Follonica. Vi si trattennero soltanto due giorni. A Follonica, Sandro e Sonia fecero la loro prima esperienza dell’allarme aereo.
A tavola tutti si volevano coccolare Denia, ma la piccola inspiegabilmente voleva rimanere sempre attaccata al babbo. Denia era nata il 3 giugno 1942. Il babbo, Sandro, proprio in quel periodo era ricoverato nell’ospedale di Empoli. Gli avevano asportato le tonsille. L’intervento era stato dolorosissimo ed aveva messo in pericolo la vita di Sandro a causa di una inarrestabile emorragia sopravvenuta poche ore dopo l’asportazione.
A tavola si parlò della guerra e soprattutto venne ripetutamente espresso il desiderio che gli alleati si sbrigassero ad attraversare l’Arno.
A conclusione della cena, Sandrino si alzò e disse:
-Verso le 22 sarà bene scendere nel pianerottolo di Dreino. A quell’ora cominciano i cannoneggiamenti degli Americani. In quel pianerottolo siamo sicurissimi. Soltanto le bombe dei mortai potrebbero rivelarsi molto pericolose per noi. Ma da S. Miniato non spareranno sicuramente con i mortai. Sarà bene portare anche due o tre sedie.
Alle ore 22 tutti i membri della famiglia di Sandro scesero nel pianerottolo dove era già sistemata tutta la famiglia Nelli.
Dreino, classe 1897, colse quella occasione per raccontare ai presenti le sue vicissitudini di soldato nel corso della Prima Guerra Mondiale. Enumerò i disagi della vita in trincea lungo il fiume Piave; raccontò alcuni episodi legati all’offensiva austriaca sul Montello; rievocò i febbroni che lo colpirono a Fucecchio mentre era in licenza e che lo costrinsero al ricovero nel nostro ospedale per 40 giorni. Mentre Dreino si apprestava a narrare la parte finale della sua partecipazione alla guerra mondiale l’emissione della sua voce fu soffocata dallo schianto di una cannonata caduta nella zona dei Seccatoi per la via di Padule. Denia si impaurì, lasciò la compagnia di Mario con il quale aveva fraternizzato e volle andare in braccio a suo padre.
- Gesù mio!! – esclamò Quartina.- Speriamo che non abbia ammazzato qualcuno quella cannonata.
Al primo schianto seguirono altre esplosioni ora più vicine ora più lontane.
Quartina ed il marito recitavano a ritmo serrato delle giaculatorie in onore del Sacro Cuore di Gesù per scongiurare il pericolo delle cannonate.
- Ma non dovete preoccuparvi – sosteneva Dreino – Noi siamo protetti dal corpo della torre. E’ lei che ci fa da scudo. Sono molto più in pericolo di noi le famiglie che abitano nel palazzo del dottor Pellegrini, quello che sta di fronte alla nostra casa. Anche quello ci fa da paravento,
Ma Quartina e il Ciardini non cessarono per un istante di recitar giaculatorie. Denia si teneva stretta stretta al padre. La madre Sonia la guardava compiaciuta. Era felice che la figlia amasse in una maniera così scoperta il babbo.
Verso la mezzanotte i cannoni tacquero.
- Aspettiamo un altro po' prima di andare a letto – disse Sandrino – Meglio evitare possibili sorprese.
Dopo un quarto d’ora, in fila indiana, i membri della famiglia di Sandrino risalirono nel loro appartamento. Denia si era addormentata nelle braccia del padre.
Faceva molto caldo ma dovevano tener chiuse le finestre, almeno quelle che davano sulla strada per non insospettire le pattuglie notturne tedesche. Il timore di un attentato avrebbe potuto indurle a scaricare i loro fucili mitragliatori contro le finestre aperte.
Denia venne adagiata sopra il letto. Anche la madre di Sandrino preferì non entrare sotto le lenzuola. Tutti, ad eccezione di Sandrino si addormentarono in brevissimo tempo. Sandrino, invece, combatteva il sonno perché prima di addormentarsi voleva rendersi conto che la sua Denia riposava tranquillamente. Il lettino di Denia era nella camera di babbo Sandro e di mamma Sonia.
- Non posso lasciarla dormire così scoperta la bambina anche se è caldo – si disse mentalmente Sandrino.
Nella camera sottostante la piccola Sira Biagi, di cinque mesi, piangeva perché quella (l’una dopo mezzanotte) era l’ora della poppata notturna. Corinna si sedette sul letto, prese la bambina e se la portò al petto.
Sandrino, al piano superiore, sapeva che nella prima cassetta del cassettone c’era una copertina leggera. Il cassetto era di fianco al suo letto. Sandro si alzò e aprì con grande circospezione il cassetto. Al tatto riconobbe la copertina. La tirò fuori, richiuse il cassetto, e camminando adagio e scalzo lungo il fianco del letto si era portato davanti al bandone in fondo ai piedi del suo letto e mentre stava per dirigersi verso il lettino della sua Sonia ebbe appena il tempo di percepire un sibilo assordante seguito dal tonfo di un proiettile che penetrato dal tetto sfondò il pavimento della camera di Sandrino, poi quello della camera di Dionisio ed andò a schiantarsi al piano terra con una grossa deflagrazione: il tutto in un amen. Sandrino sprofondò al piano terra e con lui Dionisio Biagi, la figlia Sira, la moglie Corinna e il figlio Piero, finito sotto l’impastatrice.
L’interno del fabbricato, squartato, fu invaso da un nuvolone di polvere e di fumi venefici. L’aria era irrespirabile.
Quartina, rimasta illesa, aprì la finestra che dava in via Valdarnese e cominciò a chiamare a squarciagola:
- Sonia, Sandro. Denia, Beppina siete vive? Rispondetemi! Aiuto gente.
Il fragore di altre esplosioni seguite da bagliori di intensa luminosità cancellava gridi, voci e lamenti.
Sandrino Monti benché ferito in moltissime parti del corpo e nonostante il volo dal secondo al piano terra che lo aveva stordito riuscì ad intravedere il foro della porta di casa divelta. E mentre per effetto delle esplosioni vicine franavano ancora vetri, travicelli, mattoni ed arredi delle stanze franate, Sandrino strisciando per terra riuscì a raggiungere la porta, l’attraversò e , sempre strisciando sul lastricato di via Castruccio, raggiunse la porta dirimpettaia, quella del palazzo del dottor Pellegrini.
- Aiuto! Aiutatemi! Uscite! Sono Sandrino. Sono tutto ferito – gridava il Monti con la forza della disperazione. Poi perdette conoscenza per qualche minuto. Quando riprese conoscenza vide accanto a sé Pietro Mannini con la sorella Beppina (detta del Cannelli). Quartina dall’ultimo piano continuava a chiamare la figlia, la nipote; Dreino, invece, le raccomandava di non lasciare la camera perché i pavimenti e le scale erano franate: se ne era reso conto grazie ai bagliori delle esplosioni.
Dionisio, nudo come Dio lo aveva fatto, liberatosi dalle macerie e dal polverone e tenendo in braccio la figlia che era riuscito ad agguantare per un piede, chiamava:
- Corinna! Piero! Siete vivi?
- Babbo, io sono sotto l’impastatrice, ma non mi sono fatto niente. Sto cercando di uscire. Ecco, ce l’ho fatta. E mamma?
- Non lo so – rispose Dionisio che teneva fra le braccia Sira.
Subito dopo Dionisio percepì un lamento. Non ebbe nessun dubbio. Era la sua Corinna. Quel lamento veniva dal disotto di un cumulo di macerie.
- Tieni, Piero. Reggi Sira. Io vado a chiamare qualcuno per farmi aiutare.
Dionisio entrò in Via Franco Bracci e cominciò a chiamare a squarciagola:
- Barsotto! Ciaccheri! Correte! Aiuto. Aiuto!
Sandro nel frattempo venne trascinato da Pietro, da Beppina e dal Pellegrini all’ospedale distante una settantina di metri.
Altri sfollati notturni alloggiati nel Palazzo Pellegrini provvedevano contemporaneamente a trasportare all’ospedale Licia, la futura moglie di Cecco Morelli, che era stata ferita ad una coscia da una scheggia proprio nel corridoio del palazzo.
Barsotto e Ciaccheri risposero subito all’appello di Dionisio. La notte non era buia. Il cielo era stellato ed il chiarore della luna permise ai due soccorritori di individuare subito Dionisio che aveva cominciato a gettare nella strada le macerie che ricoprivano la sua Corinna. Piero piagnucolava perché era convinto che sua madre fosse morta.
- Mamma! – gridava – Rispondimi.
Corinna che a stento riusciva e respirare era solo capace di emettere gemiti.
Con l’aiuto di Ciaccheri (Quinto Ferri) e di Barsotto (Angiolo Barsotti), nel volgere di una ventina di minuti, Dionisio riuscì a dissotterrare la moglie Corinna. Il petto della donna era ricoperto di sangue; il braccio sinistro era rotto e soprattutto sbranato.
Intanto il dottor Pellegrini stava rientrando dall’ospedale dove aveva accompagnato Sandrino Monti. Varcò la porta di Biagino attratto dal parlottare concitato dei soccorritori. Il dottore tirò fuori dalla tasca dei suoi pantaloni una torcia elettrica, l’accese, esaminò con cura il petto ed il braccio di Corinna e senza mezzi termini disse:
- Dobbiamo portarla subito in ospedale. Ci verrò anch’io con voi. Ci vorrebbe una lettiga.
Ciaccheri che aveva adocchiato una tavola che serviva per il pane, chiese:
- O una tavola come questa non potrebbe sostituire la lettiga?
- Va benissimo. Stiamo attenti a non farla cadere.
Quartina dall’alto gridava:
- Ma voi, costì in basso, cosa fate? Dove sono le mie bambine?
Nessuno le rispondeva. Corinna fu alla meglio distesa sulla tavola.
Il dottore, rivolto a Piero Biagi, gli disse:
- Tu, porta la sorellina in casa mia ed aspetta lì il nostro ritorno.
I quattro uomini portarono Corinna in ospedale.
Il dottor Bertoncini disinfettò le quattro ferite riportate dalla donna e disse:
- Domattina, anche lei deve essere operata. Sotto la mammella c’è una scheggia che deve essere tolta. E poi dobbiamo rimettere a posto il braccio. Ne parlerò subito al professor Baccarini.
Quando i quattro rientrarono in Via Franco Bracci cominciava ad albeggiare. All’altezza dell’osteria di Armando del Venturi si aprì il portone del fabbricato posto fra il palazzo dell’avvocato Lotti e quello del Lampredi. Ne uscì Peppole, Dino Billi, rientrato a Fucecchio dopo l’8 settembre 1943 dalla Iugoslavia. Quartina si era chetata. Dino si avvicinò ai quattro, si fece ragguagliare sull’accaduto ed osservò:
- Ho udito urlare la povera Quartina per tutta la notte. Sicuramente ci saranno dentro la casa dei morti. Di notte, però, è impossibile recuperarli. Questo è un lavoro che solo io e te, Quinto, possiamo fare. Tu, Dionisio vai a sistemare i tuoi figli da tua sorella Fulvia. Voi, Barsotto, andate a cercare tutte le scale che potete trovare in Valdarnese (Via Franco Bracci).
- Ve ne do un paio anch’io – disse il dottor Pellegrini.
- Quartina – gridò Peppole.
Quartina si affacciò alla finestra.
- Sapete se ci sono ancora persone vive nella casa?
- Son tutti vivi quelli della famiglia di Dreino. Anche mio marito è vivo. Ma voi che siete di sotto sapete niente delle mie bambine, di Sandrino e della sua mamma?
- Sandrino lo abbiamo portato all’ospedale. E’ pieno di ferite.
Peppole e Quinto attraversarono la porta e dettero un occhiata all’interno. Le scale non esistevano più e molti pavimenti erano crollati..
Qualcuno uscì dal palazzo del Pellegrini con due scale. Anche Barsotto ne portò due.
- Ora ci occorrono delle corde molto resistenti – disse Peppole.
- Ce l’ho io – disse Barsotto.
- Allora andate a prenderle e portatele nell’orto della casa di Biagino. Noi si passa da dietro la torre.
Quando Dreino vide Ciaccheri e Peppole armati di scale si lasciò andare:
- Meno male che almeno voi siete venuti a soccorrerci. Grazie. Non finirò mai di ringraziarvi. Le scale interne non esistono più.
- Dovrete passare tutti da codesto terrazzino, Dreino. Io ti ci metto sotto questa scala a pioli. Non aver paura né per te né per i tuoi. Io con un’altra scala mi porterò all’altezza della ringhiera del terrazzino e vi aiuterò a scendere sorreggendovi. Se potete, metteteci un sedia alla ringhiera. Vi sarà più facile, “acciancando” la ringhiera posare i piedi sui pioli della scala.
I cinque della famiglia Nelli riuscirono a scendere nell’orto. Erano salvi.
- Ora tocca a noi Quinto. Dobbiamo legare due scale e salire al secondo piano passando dalla finestra.
Peppole salì per primo. attraversò la finestra e chiamò:
- Quartina! Ciardini! Rispondetemi, ma non vi muovete per carità.
- Siamo dietro l’uscio che è di fronte a te, Billi. Lo vedi?
- Sì, lo vedo. Il pavimento, almeno qui non è crollato e mi sembra in buono stato.
Dino Billi vi posò io piedi, si diresse all’uscio, lo aprì e si trovò di fronte i due coniugi Ciardini.
- Dove sono la mia Sonia, la mia Denia e Beppina?
- Le stanno cercando – rispose il Billi.
- Ed ora come facciamo ad uscire?
- Con la stessa scala con la quale vi ho raggiunti.
Peppole prese una sedia dalla cameretta dove erano andati a riposare i due coniugi e l’appoggiò alla finestra.
Con l’aiuto di Dino sia Quartina che il Ciardini uscirono dalla casa che era stata disastrata dalla cannonata delle ore 1.
- Quinto – disse Peppole – se Barsotto le ha già portate , passami le corde.
Quinto le raccolse da terra e salì su in cima alla scala a pioli e entrò nell’appartamento di Sandrino con una bella gomena di corda.
- Seguendo questo corridoio dovremmo trovare la camera di Sandrino. Speriamo che il pavimento non ci crolli sotto i piedi.
- E’ codesta la porta della camera – disse Quinto Ferri – Stai attento, Dino.
Peppole aprì pian piano la porta.
- Le vedo tutte e tre le persone che stanno tanto a cuore a Quartina. Sono ancora sul letto. Credo che siano tutte morte.
La polvere e i gas dell’esplosione che avevano ucciso per soffocamento anche la piccola Denia, l’ultima a morire, erano spariti.
- Guarda bene il pavimento, Billi.
- C’è una grossa buca davanti al bandone del letto di Sonia. Il restante mi sembra abbastanza praticabile. Senti, Quinto. Tu stai qui alla porta pronto con una fune. Se vedi che corro pericolo me la tiri e io mi ci aggrappo. Intanto cerco di prendere il cadavere di Sonia. Ce la faccio da solo. E’ molto magra.
Il Billi camminò sulla parte di pavimento a confine con il muro, si avvicinò al letto ed anziché cercare di prendere il cadavere cominciò a tirare la coperta. Man mano che la coperta veniva tirata anche il corpo di Sonia si spostava in direzione del Billi.
- Ci sono, Quinto! – disse Dino con voce turbata dall’emozione. Peppole afferrò Sonia sotto le ascelle, la fece strisciare sul letto e poi, sostenendola, la portò fuori della camera. Sonia era tutta ricoperta di polvere e non presentava ferite.
- Ed ora come facciamo a portarla giù in strada? – chiese Quinto.
- Tu, Quinto, togli quell’uscino che è davanti alla finestra da cui siamo entrati. Ci mettiamo sopra Sonia, ce la leghiamo e poi la caliamo facendola scivolare lungo la scala a pioli. Di fune ne abbiamo abbastanza, no?
Sonia venne legata alla porticina e calata nell’orto in cui erano discesi tutti i superstiti sopravvissuti. Quando Sonia venne calata giù dalla finestra erano quasi le otto del mattino. Nell’orto e nella strada c’erano tante persone disposte a dare una mano.
La stessa operazione venne compiuta per il recupero della madre di Sandrino.
- La bambina – disse Peppole con la voce rotta dall’emozione – non la caleremo giù legandola alla porta. Anch’io ne ho una ancora piccola e non sopporterei di vedermela legare ad un uscio.
Dino con estrema cautela e leggerezza ritornò nella camera di Sandrino, recuperò la salma di Denia, la portò nel corridoio e disse a Quinto:
- Tu tienimela. Io esco dalla finestra, mi piazzo su un piolo della scala e tu poi me la porgi in modo che io la possa cingere col braccio destro sotto le ascelle. Tu non la lasciare fino a che non l’avrò cinta ben bene.
- E se per caso ti scivola? – chiese Quinto.
- Non mi scivolerà. Stai pur sicuro. Farò finta che sia la mia bambina.
E così fu. Dino non solo la teneva avvinghiata al corpo con il suo robusto braccio, ma per precauzione stringeva fra i denti un lembo della camiciolina della dolce fanciulla.
I cadaveri di Sonia e di Denia vennero trasportati da quanti avevano assistito al loro recupero all’ospedale; quello della mamma di Sandro, in bruttissime condizioni, venne subito portato alla cappellina.
All’ospedale il medico dottor De Pasquale, dopo aver esaminato il corpicino di Denia, disse:
- La piccola è morta soltanto mezz’ora fa per soffocamento.
Sandrino che aveva riportato ben 12 ferite era stato messo sdraiato per terra in un corridoio dell’ospedale. Al mattino, quando gli vennero collocate di fianco sia pure per pochi minuti le salme della bambina e della moglie, gemette come un animale mortalmente ferito. Ebbe netta la sensazione che il libro della sua vita si era chiuso per sempre. Sì, la sua vita, senza Denia e senza Sonia, era finita.
A Quartina spettò l’ingrato compito di portare al cimitero con un carretto le casse con le tre vittime. Al ritorno, distrutta dal dolore ed in preda ad una violenta crisi da rigetto della propria fede, venne fermata da un tedesco. Voleva violentarla. Quartina sotto la spinta della disperazione diventò una leonessa, aggredì il militare urlando, strepitando, azzannandolo. sgraffiandolo. Il soldato, di fronte ad un essere umano così inferocito, fuggì.
Quella goccia fece traboccare il vaso della povera Quartina. All’istante perdette la Fede, interamente, totalmente. Cominciò a bestemmiare, ad inveire contro Dio, contro la Madonna, contro i Santi, contro tutti. Anche per lei la vita era finita.
Sandrino rimase in ospedale per 60 giorni. Corinna, invece, se la cavò dopo quaranta giorni di ricovero.

 

INDICE

 

HOME PAGE

Territorio
Cenni storici
Arte e Cultura
Come arrivare
 
le RICERCHE di
Mario Catastini
Centro Storico
Almanacco storico
Enciclopedia
Guerra del 1944
la Fucecchio che non c'è più
Storia di Fucecchio
Corale di S. Cecilia
Arciconfraternita di Misericordia
GUIDE
Chiesa La Vergine
Chiesa Collegiata
Chiesa S. Salvatore
Chiesa delle Vedute
 
VIDEO
 
il Palio
le Contrade
 
Ospitalità
Numeri utili
Stradario
Aziende
 
Le Tue Foto
Fotografie
Cartoline
Pubblicazioni
 
Links
 
Contatti
 


 


fucecchionline.com ®  2002 - 2015

Immagini della Toscana www.toscanavacanzeviaggi.it
Ospitalità in Toscana www.retetoscana.it

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità esclusivamente sulla base della disponibilità del materiale.
Pertanto, non è un prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, comma III della L. n. 62 del 7 marzo 2001