GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Beppe, il ragazzo miracolato di via della Concia

 

Sabato 29 luglio 1944


Il 21 luglio il Comando tedesco aveva ordinato ai fucecchiesi del capoluogo di sfollare e di dirigersi verso Chiesina Uzzanese. Quell’ordine fu un autentico gesto umanitario e non un espediente per rendere più facile l’eventuale sciacallaggio delle truppe tedesche, ex alleate e dal settembre 1943 nostre fiere nemiche. Se i fucecchiesi avessero obbedito ci saremmo risparmiate ben 144 vittime. A Chiesina Uzzanese non andò in frantumi nemmeno un vetro di finestra.

Cesare Taviani, il calzolaio per antonomasia di via della Concia, si rifiutò addirittura di sfollare e volle rimanere con la moglie e i due figli, Eda e Giuseppe, sulla linea del fronte di guerra e cioè nella sua via della Concia, ad un tiro di schioppo dall’Arno, il fiume che costituì per oltre quaranta giorni la linea del fronte di guerra: sulla riva sinistra gli anglo-americani; su quella destra i tedeschi. Uno dei tanti loro centri di Comando si trovava appunto anche in via della Concia e precisamente nella casa di Carlo Boldrini, il padre della mamma di Beppe Taviani. La casa del nonno era molto vicina a quella dei genitori di Beppe.

Al termine del pranzo, Adele non seppe trattenere il groppo che l’aveva accompagnata per tutta la mattina:

- Stanotte, Cesare, ho sognato mia madre. Sognare la madre porta disgrazia. Cosa ci succederà? Meno male che appena sono uscita di casa ho visto una farfalla bianca. E il proverbio dice:

Farfalla bianca di mattina

cancella i timori

e la quiete indovina.

Speriamo che sia così; ma ho una grande paura.

Cesare, incredulo, scosse la testa e scese al piano terra a rifugiarsi nella sua bottega di calzolaio.

La mamma e la figlia Eda sparecchiarono, rigovernarono le poche stoviglie del desinare e poi scesero giù da Cesare.

Beppe, uno spilungone biondo di 9 anni aveva già raggiunto il padre in bottega e gli aveva riferito che per tutta la mattina non aveva visto nemmeno un tedesco. Beppe era andato anche dal Brogi ed aveva rivisitato il suo rifugio approntato per difendersi dalle cannonate. Neppure il Brogi e la sua famiglia avevano voluto lasciare la loro casa. E prima che Beppe se ne andasse, il Brogi gli ripeté:

- Digli ai tuoi genitori che c’è posto anche per voi nel rifugio.

E Cesare di rimando:

- Preferisco morire in casa mia piuttosto che sottoterra.


Ore 13,55


Si udì chiaramente il tonfo che segnava la partenza delle cannonate dalle colline di S. Miniato. Poco dopo le prime esplosioni al di là dell’argine e quindi molto vicine, Adele disse:

- Ci risiamo, Cesare. Andiamo nel rifugio del Brogi.

- Io non ci vengo – quasi protestò Cesare.

- Nemmeno io ci vengo – proclamò Eda, appena undicenne.

- Ci vengo io con te, mamma – disse lo spilungone.

- Andiamo! – disse Adele.

I due uscirono di casa e si diressero verso il rifugio del Brogi a non più di 50 metri.

Le deflagrazioni erano spaventose

- Abbassa la testa, Beppe! – gridò Adele.

Poi un’altra esplosione. Ravvicinatissima.

- Ohioi! – ebbe la forza di dire il ragazzo.

La madre percepì il lamento.

Volse lo sguardo e vide il figlio che teneva la mano sinistra all’altezza delle costole del lato destro del petto.

- Cosa ti è successo? – gridò Adele.

Il ragazzo scosse la testa come se volesse risponderle “Niente!”, sopravanzò la madre, ma fatti un paio di metri si appoggiò al ciglione e scivolò per terra.

Poi una deflagrazione spaventosa coprì di polvere madre e figlio. Un urlo spaventoso da circa quindici metri riscosse Adele e Beppe. A quell’urlo si aggiunsero subito quelli di Adele.

Cesare aveva udito il primo grido e mentre usciva di casa per portare soccorso, disse alla figlia:

- Deve essere successa una disgrazia ai Barsotti. Tu rimani qui dentro. Non uscire.

Appena varcata la soglia udì pure sua moglie che gridava:

- Corri, corri Cesare! Il nostro bambino… il nostro..

Le esplosioni violente , le nuvole nere di fumo e di terra rendevano quasi impossibile la vista. Cesare non ebbe esitazioni. Si diresse sicuro verso il rifugio del Brogi. Ma fatti una ventina di metri di corsa si trovò davanti il figlio Giuseppe che versava sangue dalla regione delle costole.

- Mettigli un fazzoletto sulla ferita, Adele. Io vado a prendere il carretto di tuo padre e lo portiamo subito all’ospedale.

Altre due deflagrazioni e si fece silenzio. Scomparvero anche le fumate. Poco distante giaceva il cadavere di Barsotti Raffaello contornato dalla moglie e dai genitori straziati dal dolore. La moglie Campigli Angela si rese conto dell’altro corpo a terra e disse:

- Anche voi!

E Adele:

- Forse il nostro Giuseppe è soltanto ferito.

Nel frattempo giunsero Cesare ed Eda col carretto. Cesare sollevò il suo Giuseppe, gli chiese cosa sentiva e lo adagiò sul pianale. Di nuovo gli chiese:

- Senti tanto male?

Giuseppe ebbe la forza di rispondere:

- No.

Partirono. Giunti nei pressi del trentaduenne cadavere, Cesare ebbe la forza di dire:

- Scusateci, ma noi dobbiamo pensare a salvare il nostro figliolo.

I tre Barsotti approvarono con un movimento del viso.


Il viaggio verso la presunta salvezza


In via Roma non trovarono troppe macerie ed il viaggio fu molto spedito. Quasi correvano.

Incrociarono anche tre tedeschi che capirono e lasciarono passare il piccolo corteo.

Anche via Nazario Sauro e largo Piazza Montanelli furono percorsi molto agevolmente. Più accidentato si rivelò il tratto in salita di via Donateschi, Piazza Niccolini e Borgo Valori. Attraversata piazza Vittorio Veneto, di nuovo trovarono macerie in via S. Giovanni, piazza Garibaldi, Via Clorinda  Soldaini ed anche in via Castruccio. Giunti in piazza dell’ospedale Cesare ed Adele cominciarono a gridare:

- Aiuto!! Aiuto!

Dal portone dell’ospedale uscì Caleo, un infermiere conosciuto in tutto il paese. Venne ad aprire il cancello e disse :

- Venitemi dietro. Poverino! Com’è giovane!

Poi rivolto a un inserviente:

- Vai subito a chiamare il prof. Baccarini e digli che c’è un ferito molto giovane e molto grave. Svelto!

Giuseppe venne tolto dal pianale del carretto ed adagiato su di una barella che si trovava già nei presi del portone. Caleo – Montanelli Angiolo – e Cesare portarono la barella nella saletta del Pronto Soccorso. Nel frattempo arrivò il prof. Luigi Baccarini, reduce della campagna di Russia. Tolse il fazzoletto dalla ferita, mise di fianco il corpo del ragazzo e si rese subito conto che la scheggia responsabile della ferita aveva traversato anche il polmone. Scosse la testa e sentenziò:

- Non c’è niente da fare. La scheggia ha attraversato anche il polmone. Tentare un intervento chirurgico è letteralmente impossibile. Ed anche se fosse possibile le possibilità di riuscita sarebbero ridotte al minimo. Ci manca tutto. Riportatelo a casa. Questo povero ragazzo è condannato a morire.

Il professore lasciò il pronto soccorso e si ritirò come al solito nel rifugio dell’ospedale.

Caleo distese un lenzuolino bianco sul corpo di Giuseppe che intanto aveva cominciato a piangere. Aveva udito la sentenza di morte, ma lui non voleva assolutamente morire. Con gli occhi sbarrati quasi supplicò il padre che tentasse l’impossibile per salvarlo dalla morte. Cesare capì perfettamente e a stento riuscì a frenare le lacrime. Lui si sentiva il responsabile di quella situazione dato che si era rifiutato di sfollare. Sarebbero andati alla Torre. La moglie e la figlia, in attesa nel corridoio, si resero subito conto che per Giuseppe non ci sarebbe stato niente da fare e scoppiarono in lacrime. Ma…


Ottorino Aglietti, un medico coraggioso o temerario?


Ma proprio in quel momento stava rientrando al pronto soccorso un dottorino molto giovane e molto, anzi forse troppo sicuro di sé. Il dottore conosceva molto bene il calzolaio di via della Concia.

- Cosa ti è successo Taviani? – gli chiese Aglietti.

- Mio figlio, mezz’ora fa è stato ferito da una cannonata esplosa vicino alla nostra casa. Il professore ci ha detto che non c’è niente da fare e ci ha detto di portarlo a morire a casa nostra.

- Riportatelo dentro! Voglio esaminarlo io.

L’esame fu rapidissimo.

- Taviani, voglio tentare di salvarlo – disse Aglietti.

- Ma dottore – intervenne Caleo, l’infermiere – questo ragazzo verrà ucciso dall’infezione che voi medici chiamate setticemia.

- Chetati! E vai subito a prendere nel mio armadietto il sacchetto di nitrato di argento.

L’infermiere obbedì, ma non esitò a scuotere la testa in segno di totale sfiducia.

Il dottor Aglietti prese una bacinella e vi versò dell’acqua. Beppe rincuorato osservava tutto con grande attenzione. Il medico prese una garza e vi versò della tintura di iodio. Con questa garza pulì e disinfettò le due ferite toraciche: quella di entrata e quella di uscita della scheggia. Appena Caleo gli ebbe consegnato il sacchetto di nitrato d’argento, Aglietti versò un paio di misurini di quella polvere nella bacinella quasi piena di acqua. Poi, rivolto all’infermiere:

- Puoi andartene. Farò tutto da me.

Quando Adele ed Eda videro uscire Caleo gli chiesero:

- Cosa sta facendo il dott. Aglietti?

- Lui, si sa, è un testardo e crede di poterlo salvare, ma non fatevi illusioni. La ferita è troppo grave.

Il dottore sciolse quella polvere nell’acqua, poi prese una garza luna e, senza aprirla, la mise dentro la bacinella perché si inzuppasse al meglio. Nel frattempo estrasse dalla credenza della saletta una specie di lungo cacciavite di metallo cromato. Tirò fuori dalla bacinella la lunga garza e vi infilò dentro l’asta piatta metallica. Poi rivolto a Giuseppe:

- Senti, figliolo: ora sentirai molto male. Ti sentirai frizzare molto di più di quando ti avranno disinfettato con lo spirito. Però devi saper sopportare. Potrai urlare quanto vuoi, ma la tua salvezza è legata all’uso di questo medicamento. Comincio.

Il dottor Aglietti, con la massima delicatezza introdusse la garza all’interno della ferita. Quella polvere avrebbe potuto distruggere i batteri che avrebbero infettato il polmone che era stato forato dalla scheggia. Giuseppe strinse i denti. Il dolore era molto intenso. Dagli occhi socchiusi calarono dei lucciconi; ma non urlò.

- Bravo! Bravo, ragazzo mio. Resisti ancora un po’. Dovrò farti questo lavoro per molti giorni, ma io son sicuro che ti salverò.

Finalmente dopo alcuni minuti rientrasse la garza. Poi rivolto al padre, il dottore lo informò:

- Questa sera, verso le ore 19 rifarò questa operazione molto dolorosa per il tuo ragazzo, ma non ho altra scelta.

Proprio in quel momento rientrò il professor Baccarini, informato sicuramente dall’infermiere Montanelli Angiolo. Sbottò:

- Lei, dottor Aglietti, è proprio un caparbio come me lo avevano descritto. Ma cosa crede di realizzare? Questo ragazzo è condannato a morire. Il suo nitrato d’argento non potrà suturare le due parti sbrindellate del polmone destro.

Il dottore non replicò. Il professore, allora, infastidito da quel silenzio, se ne andò.

- Floridaaaa! – urlò il dottore affacciandosi alla porta.

Una infermiera sui quaranta corse subito al Pronto soccorso.

- Comandi, dottore!

- Prepara subito un giaciglio qui, nel corridoio, per questo ragazzo. E per il padre del ferito, guarda un po’ se gli trovi almeno una sedia, perché lui deve sorvegliare il figlio tutta la notte. Se il ragazzo peggiorasse deve subito chiamarmi senza esitazione. Inoltre, Florida, e lo deve dire anche alle altre infermiere, dovrete misurargli la temperatura tre volte al giorno e dovrete scrivermela sul taccuino che metterò accanto al guanciale del ragazzo non appena l’avrete sistemato.

Poi, rivolto a Cesare Taviani, il dottore precisò:

- Senti, Taviani, se entro dieci giorni la temperatura si abbasserà, avremo 90 probabilità su cento che il suo ragazzo si salvi. Ha una fibra molto forte e potrà farcela. A proposito, come si chiama tuo figlio?

- Beppe – rispose Cesare.

- Allora – riprese il dott. Aglietti – da domani comincerò a farlo mangiare normalmente. Però questo ragazzo ha perduto troppo sangue ed ha bisogno di mangiare molto fegato quasi crudo.

Il ragazzo ascoltava con grande attenzione.

Ed il dottore:

- Non spaventarti, Beppe. Non te lo farò mangiare crudo. Te lo farò cucinare da una cuoca bravissima: Adriana. Tu, Taviani, dovrai trovare fegato, carne da gratella. Non preoccuparti per i tedeschi. Avrai un bracciale con la croce rossa, un borsone con altra croce rossa ed un lasciapassare. Nessun soldato potrà prenderti la carne che riuscirai a trovare. Ciao, Beppe. Sei stato bravissimo. Ci vedremo più tardi.

- Ma mia moglie e la mia figliola non potrebbero trattenersi in ospedale, signor dottore? – chiese Cesare.

- Impossibile. Come vedi l’ospedale è strapieno di ricoverati e di rifugiati.

Aglietti uscì. Poco dopo rientrò la Florida con un’altra infermiera a prendere Beppe per sistemarlo nel giaciglio che gli avevano approntato nel corridoio. Uscì dall’ambulatorio anche Cesare. Informò la moglie e la figlia sulle condizioni di Giuseppe e concluse:

- Qui non potrete restare. Riprendete il carretto, andate a casa e fatevi accompagnare da tuo padre da quel contadino della Torre che tuo padre conosce molto bene. Mi raccomando: non venite mai a trovare il nostro Beppe. Vi potrebbe costare la vita. Vi terrò informate io. Se succedesse una disgrazia verrò io stesso prendervi per farvelo vedere per l’ultima volta. Ora andate. Il dottor Aglietti mi ha assicurato che forse ce la farà a salvare il nostro Beppe.

Prima di uscire, mamma Adele e la sorella Eda raggiunsero Beppe, si chinarono, lo baciarono ripetutamente e la madre:

- Coraggio, Beppe mio. Ce la farai. Io pregherò tanto per te la Madonna delle Vedute.


Vita nuova per Beppe, lo spilungone


Dieci minuti dopo che Adele ed Eda se ne erano andate, ripassò il dottore e si fermò proprio davanti a Beppe. Infilò sotto il guanciale il taccuino dove le infermiere avrebbero segnato i valori della temperatura. Consegnò poi a Cesare, lì accanto al suo Beppe, bracciale, borsa e il documento del lasciapassare. Infine rivolto ad entrambi precisò:

- Per almeno dieci giorni, Beppe, dovrai rimanere disteso su codesto materassino. Non preoccuparti per la pipì e la popò. Il tuo babbo e le infermiere, quando avrai bisogno di farle, ci penseranno loro a farti soddisfare i tuoi bisogni senza farti sollevare. Ragazzo mio, ne vale della tua vita. Io non voglio assolutamente vederti morire e per questo dovrai obbedirmi ciecamente. Hai capito?

Beppe fece senno di sì con la testa.

E Aglietti:

- Tu, caro Cesare, fin da domani mattina dovrai andare a cercare fegato e carne.

Il medico, in camice bianco e con lo stetoscopio in tasca, si allontanò.

Cesare rimase accanto al figlio e non aggiunse niente a quello che aveva detto il dottore. Sapeva benissimo che Beppe aveva capito e che si sarebbe attenuto alle regole per non finire al cimitero.

Benché si sentisse stanco, il ragazzo fu turbato dalla presenza di tanti ammalati e feriti sistemati in quel corridoio. C’erano uomini e donne, capelli scarmigliati, volti con i segni della stanchezza e della sofferenza. La donna alla sua destra, sulla sessantina, chiese a Beppe tante informazioni. Intervenne Cesare e le spiegò che suo figlio non poteva risponderle perché doveva evitare per qualche giorno il maggior numero possibile di movimenti. Ci pensò Cesare a fornirle tutte le informazioni richieste dalla donna.

Subito dopo Beppe si addormentò.

Al risveglio vide ai suoi piedi il babbo e ai suoi fianchi due file di ricoverati, l’andirivieni continuo di infermieri, alcuni medici ed anche un paio di suore. Suor Pasqualina si interessò subito sulle condizioni di Beppe parlandone con Cesare.

Beppe, però, si abbandonò nella braccia della sua immaginazione. Si rivedeva nella bottega del suo babbo sempre seduto davanti al suo banchetto con tanti schizzelli. Beppe si divertiva a confezionargli gli spaghi con il filo della canapa. Ci andava lui in piazza Montanelli a comprare nel negozio del Canovai la canapa, i chiodi, gli spilli, le stecchine per i fiossi, il feltro, i cerini per le rifiniture, la cera d’api per ungere gli spaghi impeciati. La pece andava a comprarla da Gaetanino Soldaini in via Arturo Checchi. Toccava a Beppe riempire la catenella d’acqua dove il babbo metteva a rinvenire per pochi secondi il cuoio. Il babbo lo faceva asciugare un po’ e poi lo batteva ripetutamente col martello sopra la superficie di un ferro da stiro. Questo trattamento rendeva il cuoio più compatto e quindi più resistente.

Da quando nella casa del nonno materno vi si era insediato un Comando di soldati tedeschi, le visite di Beppe si erano diradate moltissimo. Beppe andava molto d’accordo con nonno Carlo. Il nonno era orgoglioso del suo Beppe perché questo nipote voleva imparare a fare tutto quello faceva il nonno: vangare, zappare, curare l’orto, il pollaio, la concimaia. Nonno Carlo era soddisfattissimo di questo suo nipote. Beppe si era innamorato del grande gelso del barrocciaio che abitava sulla curva della via della Concia. Tutti lo chiamavano Barsotto.. d’estate era piacevolissima l’ombra del grande gelso. Qui si radunavano le fanciulle e i ragazzi della Concia. Qui giocavano a nascondino o al mercato.

Quando Cesare se ne andò con suor Pasqualina, Beppe non se ne accorse. Lui era volato con la sua fantasia sulle rive dell’Arno. Si ricordava dei fratelli Vezzosi, due grandi nuotatori. Gli avevano insegnato a nuotare e spesse volte gli avevano permesso di seguirli. La domenica del 2 luglio il bellissimo ponte in muratura era stato distrutto. Molte volte, specialmente in autunno ed in primavera andava al ponte per rimirare ancora una volta le due casette che si trovavano proprio all’imbocco del ponte. Ci abitava lo stradino Bertelli. Una volta Beppe chiese al Bertelli a cosa servivano quelle case e lui gli aveva risposto:

- Una volta, e cioè a partire dal 1867, per passare sopra il ponte bisognava pagare il biglietto come quando si va al cinema. Qui, oltre alle due casette che servivano al delegato che faceva pagare i biglietti c’era un grande cancello e lui lo apriva soltanto a coloro che compravano il biglietto per passare. Poi a partire dal 1809 non fu più necessario pagare il biglietto. Il cancello venne tolto e queste due casette divennero una trattoria e poi la casa per lo stradino, cioè per me e la mia famiglia.

Ritornò il babbo e gli chiese:

- Come ti senti?

Beppe scosse la testa in senso affermativo come se volesse dire “bene”.

Cesare era stanco. Si sedette sulla sedia che gli era stata procurata dalla Florida e si addormentò.

Beppe, allora, raggiunse con l’immaginazione la fornace D’Andrea a confine con la via della Concia. Gli sarebbe piaciuto moltissimo fare i mattoni, ma soprattutto spingere quei vagoncini sulle rotaie di ferro. Su quei vagoncini gli scavatori gettavano l’argilla che sarebbe stata trasformata in mattoni. Quei carrelli di ferro si muovevano su di un binario e per entrare nel corpo della fabbrica con la grande ciminiera dovevano salire su un viadotto in salita lungo una sessantina di metri. Per far loro salire questa erta ci pensava un cavo al quale venivano attaccati due ed anche tre vagoncini. Quale spettacolo per Beppe!

Non aveva mai nutrito troppa simpatia per la fabbrica dei fiammiferi anch’essa quasi a confine con l’area della Concia. La bea, che con la sua fumata bianca emetteva un suono analogo a quello delle navi in partenza, lo infastidiva. Non lo infastidivano invece l’Arena ed il cinema Edison anch’essi a confine con via della Concia. Nel 1942 l’Arena dovette cessare la propria attività a causa della guerra scoppiata per noi nel 1940. Entrare nell’arena da via della Concia era facilissimo. Dopo tutto questo girovagare, anche Beppe si addormentò.



Radio passaparola



Il giorno 9 agosto il termometro segnò 37 gradi.

Quando al mattino passò il prof. Baccarini seguito dal dottor Aglietti si fermò davanti a Beppe e brontolò:

- Ah, c’è ancora!

Intervenne Aglietti:

- Professore, credo di avercela fatta. La temperatura è scesa a 37°.

- Devi cantar vittoria, caro dottore, soltanto quando per qualche giorno consecutivo si sarà assestata sotto i 37 gradi.

Aglietti non replicò, ma in cuor suo era contentissimo.

Pochi minuti dopo passò Caleo, l’infermiere. Tutti i giorni informava a voce alta quante persone erano state uccise dalle cannonate e i luoghi dove erano stati effettuati i cannoneggiamenti. La gente gli chiedeva se sapeva niente degli americani. Tutti volevano sapere quando gli americacani si sarebbero decisi ad attraversare l’Arno per venirci a liberare. Angiolino a questa domanda non sapeva proprio rispondere. L’unica risposta plausibile di Angiolino era questa:

- I tedeschi hanno minato diversi palazzi ed anche la torre qui in S. Andrea. Quando li faranno saltare in aria vorrà dire che se ne stanno per andar via.

Nemmeno il babbo di Beppe, che aveva modo di visitare molte località per ricercare fegato e carne per il suo Beppe, aveva potuto raccogliere qualche informazione precisa sull’arrivo degli americani. Cesare, qualche volta, aveva raggiunto anche Santa Croce e Castelfranco, ma anche lì non aveva saputo niente.

Il giorno dopo, il dottor Aglietti dopo aver constatato che la temperatura era scesa a 36°,5, disse a Beppe:

- Oggi, subito dopo aver pranzato potrai alzarti per un’ora. Se domani mattina la temperatura sarà ancora a 36,5 potrai stare alzato per due ore. A proposito, sei contento dei pranzetti che prepara per te la bravissima Adriana?

- Sono contentissimo. A babbo raccomando sempre di ringraziarla.

Quella mattina, il prof. Baccarini, quando gli fu riferito che la temperatura era scesa a 36,5 non profferì parola.

Il babbo, la mattina del 10 agosto rincasò in ospedale verso le ore 13. Dopo aver lasciato la carne alla cuoca Adriana salì nel corridoio per vedere il suo Beppe. Quando lo vide alzato, capì ed avrebbe voluto abbracciarlo, ma temette di compromettere le due ferite al torace e si limito a mostrare la sua gioia con un grande sorriso.

La giornata trascorse tranquilla. Verso le ore 21, nonostante il caldo, il ragazzo della via della Concia si addormentò saporitamente mentre gli altri degenti si intrattenevano in conversazioni non sempre piacevoli. Quel giovedì ricorreva la notte di San Lorenzo. Nessuno se ne era dimenticato. Da quel corridoio non si poteva vedere nemmeno uno squarcio di cielo che quella sera era strapieno di stelle. Prima delle ore undici si spensero anche gli ultimi chiacchiericci.

Alle undici un boato tremendo fece tremare tutto l’ospedale e svegliò tutti i ricoverati. Cosa mai era successo? Gli infermieri in servizio andarono a chiudere porte e finestroni.

- Scusate – spiegavano – ma fuori c’è un a nuvola di polverone rosso incredibile. Se quella polvere entra dentro, soffocheremo tutti quanti. Meglio patire un po’ di caldo che morire asfissiati.

Anche Beppe era stati svegliato da quella esplosione fortissima.

Mezz’ora dopo tutti seppero che era stata fatta saltare la torre di Castruccio in fondo alla strada.

“Al posto della torre – dicevano gli informatori – c’è ora una montagna di macerie”

Qualcuno azzardò:

- Forse i tedeschi stanno per andarsene e perciò la nostra liberazione dovrebbe essere vicina.


Giunsero soltanto il 1° settembre 1944

Le previsioni di Angiolino, l’infermiere di radio passaparola, non si avverarono. Ogni giorno l’infermiere aggiornava i ricoverati sul numero dei decessi che si erano verificati in paese e non azzardava più nessuna ipotesi. Il giorno 21 informò i ricoverati che i tedeschi, il giorno prima avevano compiuto un grande rastrellamento di uomini nella frazione della Torre e che questi uomini erano stati portati verso Bologna. Il giorno 24 agosto comunicò con voce dal tono desolato:

- Ieri, i tedeschi hanno compiuto una strage nel nostro Padule. Sembra che abbiano ammazzato almeno due centinaia di persone. Hanno ucciso anche dei bambini in fasce.

Ora Beppe poteva stare alzato tutto il giorno. Poteva camminare. Però gli proibirono di uscire fuori dal suo reparto perché temevano che venisse di nuovo ferito o ucciso dalle cannonate americane che non avevano risparmiato nemmeno l’area dell’ospedale. Beppe obbedì. Sentiva tanto il bisogno di rivedere la mamma, ma sapeva che per ordine del babbo non doveva venire all’ospedale: poteva venire uccisa dalle cannonate o dai tedeschi.

I cannoneggiamenti americani punteggiavano regolarmente tutte quante le giornate. Beppe aveva sempre una paura matta che suo padre ne potesse rimanere vittima. Tutte la mattine il coraggioso Cesare lasciava l’ospedale ed armato del bracciale, della borsa e del lasciapassare andava alla ricerca di carne. Qualche volta raggiunse anche la Torre e ne approfittò per rivedere la moglie e la figlia e per informarle sullo stato di salute del loro figlio.

Il giovedì 31 agosto i cannoneggiamenti diradarono. Qualcuno e fra questi anche il babbo del nostro Beppe disse di non aver visto nemmeno un tedesco. Comunque nessuno si fidava di queste notizie che sembravano foriere di grandi speranze.

La mattina del 1° settembre qualcuno dalla piazza dell’ospedale gridò ripetutamente che i tedeschi se ne erano andati via. “Ma sarà vero?” – pensavano tutti i ricoverati – “Meglio non farsi illusioni”.

Ma alle ore dieci tutti udirono le campane suonare a festa per un’ora consecutiva.

Era vero: i tedeschi se ne erano andati. Qualcuno entrò nell’ospedale e urlò:

- Stanno arrivando gli americani. Attraversano l’Arno in un punto molto vicino a Castelfranco. Dal Poggio Salamartano si vede un grosso nuvolone in quel punto. Sono gli americani che attraversano l’Arno. Nel pomeriggio passeranno anche da Fucecchio.

Il cortile dell’ospedale si riempi di tutti i rifugiati che avevano trovato scampo nello scantinato dove erano gli impianti del riscaldamento. Si volsero verso i feriti e i malati alzando le mani in segno di saluto e con i loro fagotti lasciarono per sempre l’ospedale dove erano rimasti per quaranta giorni.

Nel primo pomeriggio giunsero all’ospedale anche la mamma, la sorella ed il nonno di Beppe. L’incontro fu commovente. Sembrava un sogno per Beppe poter riabbracciare la mamma, la sorella ed il nonno con la certezza di essere ormai quasi guarito alla perfezione.

- Quando ti rimanderanno? – gli chiese la madre.

- Non lo so. Il professore vuole essere proprio sicuro che io sia guarito.

Anche il babbo quella sera ritornò a dormire in via della Concia.

Il corridoio dell’ospedale rimase ancora intasato di ricoverati. Prima di addormentarsi, benché il suo cuore traboccasse di letizia per aver rivisto la mamma, la sorella ed il nonno, il ragazzo di via della Concia passò in rassegna le persone che aveva visto morire in quel corridoio. Lui non era abituato a pregare nonostante le insistenze della zia Ida, la Perpetua a tempo pieno del priorino delle Vedute don Palmiro Ghimenti; ma quella sera gli parve doveroso recitare un Requiem Aeternam per tutte le persone che avevano perduto la vita a causa della guerra. “Anch’io potevo essere già morto” pensò e provò un brivido di paura ed un profondo senso di gratitudine verso il dottor Aglietti, verso la cuoca Adriana, verso suor Pasqualina che ogni giorno veniva rendersi conto della situazione del giovane Beppe e soprattutto verso il suo babbo che ogni giorno aveva sfidato la morte per procurare il fegato e la carne per lui.

Beppe, dopo queste riflessioni, socchiuse gli occhi e si addormentò.


Una sorpresa davvero incredibile


Domenica tre settembre 1944. Verso le ore 10, Beppe si trovava seduto sul bordo della vasca. Via via si alzava ed andava al muro della ringhiera per veder passare qualcuno da via Castruccio.

Mentre era appoggiato al muro fu raggiunto dalla voce inconfondibile di Caleo:

- Rientrate tutti dentro ed infilatevi nel letto anche con le scarpe. Chi può se le tolga. Però, sbrigatevi!

Beppe non se lo fece ripetere due volte. Rientrò nel corridoio, si tolse le scarpe, le nascose sotto il materassino e si infilò nel giaciglio. Anche i pochi altri che si potevano alzare lo imitarono.

Non erano trascorsi tre minuti, quando la porta a vetri venne aperta ed entrarono nel corridoio il prof. Baccarini ed un paio di medici locali in camice bianco e dietro di loro tre militari in divisa sorridenti e con le tasche della giacca che strabuzzavano. Giunti davanti al giaciglio di Beppe chiesero informazioni sul conto del ragazzo servendosi dell’interprete. Udita la storia, l’ufficiale americano che aveva chiesto le informazioni infilò le mani nelle due tasche strabuzzanti della giacca e ne vuotò il contenuto sulla copertina che copriva Beppe Taviani, Il ragazzo, nel vedere tutto quel ben di Dio ne rimase sbalordito. Caramelle in pacchetti strani, cioccolate – ma quante! – gomme – di cui il ragazzo non conosceva neppure l’esistenza. Un altro ufficiale trasse dal suo zainetto a tracolla due barattoli di pollo in scatola.. Beppe non sapeva cosa fare: sorrideva, ringraziava, pensava già alla sorpresa dei suoi familiari. Il terzo ufficiale si accostò al giaciglio, si chinò ed abbraccio il ragazzo di via della Concia.

Mai visto tutto quel ben di Dio. Nemmeno il ciuchino di Natale e neppure la Befana fascista gli avevano mai portato così tanta roba. Quando i tre militari si allontanarono lui li salutò ripetutamente sventolando la sua mano. Per un attimo si ricordò dei tre Re Magi e li paragonò ad essi.

Subito dopo la loro partenza si sgranocchiò una tavoletta di cioccolata. Era davvero squisita. Non aveva mai assaporato una cioccolata simile. E obbedendo all’impulso del suo cuore, da sempre generosissimo, volle rendere partecipi del suo banchetto squisito anche i compagni del corridoio.

Poi trasse fuori da sotto il guanciale una pezzuola da spesa che non era mai mancata e ci mise tutta quella grazia di Dio per consegnarla ai suoi familiari.


Finalmente poté dormire nel suo letto in via della Concia


Qualche giorno dopo la liberazione, mentre squadre di operai provvedevano a rimuovere le macerie dalle strade e le imprese edili artigianali cominciavano a tamponare le numerosissime ferite inferte a moltissimi edifici dalle cannonate, cominciò a serpeggiare una voce che destò molta preoccupazione nel cuore di Cesare Taviani: si vociferava che nell’ospedale di Fucecchio era scoppiata una epidemia di tifo.

Quel giorno, a tavola, mentre pranzava, Cesare ne parlò con la moglie. Adele gli suggerì:

- Vai a chiedere consiglio al dottore Aglietti. Non vorrei che il nostro Beppe ci morisse per colpa del tifo.

Cesare non se lo lasciò ripetere due volte.

- Ci vado subito – disse.

- Ma a quest’ora sarà a tavola anche lui – obiettò la moglie.

- O Adele, qui non bisogna perdere un minuto. Non voglio assolutamente perdere il nostro ragazzo. Aglietti mi ha assicurato diverse volte che il nostro Beppe è belle e guarito.

Cesare si alzò da tavola e raggiunse subito l’ambulatorio del dott. Aglietti. Non c’era nessuno. Bussò allora alla porta di cucina. La “serva” disse che il dottore era stato chiamato per una visita a domicilio e che fra pochi minuti sarebbe rientrato.

- Lo aspetti costì nel corridoio dell’ambulatorio.

Cesare obbedì, ma non nascose i segni irrefrenabili della sua impazienza. Dopo un quarto d’ora di attesa si alzò e si diresse senza esitazione all’ospedale. In quel quarto d’ora d’attesa aveva preso una decisione irrevocabile. Entrò nell’ospedale, raggiunse suo figlio ancora sistemato nel corridoio e gli disse:

- Vestiti e metti tutta la tua roba nella pezzuola.

- Ma babbo…!?

- Ho detto vestiti e non replicare.

Beppe di fronte alla risolutezza del padre obbedì senza fiatare. Appena Beppe fu pronto, il padre gli disse:

- Ti porto a casa. Andiamo!

I due si avviarono all’uscita. Al portone incrociarono Caleo che perplesso chiese:

- Ma cosa state facendo?

- Lo riporto a casa – rispose seccamente il babbo di Beppe.

- Ma non potete. Aspetta un minuto, ché vado a chiamare il professor Baccarini.

Cesare non si lasciò intimidire dal proposito di Caleo ed aspettò senza timore il professore.

Non era passato un minuto quando padre e figlio si videro comparire davanti il professore inferocito. Urlò:

- Ma lei, che cosa crede di fare? Suo figlio deve rimanere qui perché non è ancora guarito.

- Lei professore può chiamare un esercito intero, ma io il figliolo me lo porto a casa. Ha scansato la morte per la ferita della scheggia ed ora non lo voglio veder morire per colpa del tifo. Qui sono già morte diverse persone. Andiamo, Beppe!

Cesare prese per mano il figlio e senza badare agli urlacci del professore, padre e figlio uscirono dall’ospedale e si diressero giù in via della Concia.

- Mamma, mamma! Affacciati! – gridò la sorella di Beppe quando lo vide comparire insieme al babbo.

La mamma si affacciò ed esclamò:

-Non ci posso credere!

Adele scese di corsa la rampa di scale ed abbracciò con molta tenerezza il figlio.

Alle 21 , mamma Adele accompagnò Beppe nella sua cameretta. Appena il figlio si fu coricato - che bellezza ritrovarsi sul proprio letto! – mamma Adele lo baciò sulla fronte e sotto voce ripeté a se stessa:

Farfalla bianca di mattina

cancella i timori

e la quiete indovina.

- E’ proprio vero – disse a se stessa.

 

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