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Verso
le ore quattro le tre donne si ritrovarono all’imbocco
di Via Cammullia. Le sorelle Adriana e Maggina erano
scese da via Castruccio e portavano, ognuna, due valige
abbastanza pesanti, piene di chincaglieria. Amedea le
aveva aspettate con il carretto della madre Isola alla
confluenza di via Cammullia con via S. Giovanni.
Il buio era pesto. Adriana e Maggina deposero alla
rinfusa sul veicolo le loro valige che si confusero con
le due di Amedea.
- Mi ci metto io alle stanghe. Voi aiutatemi a frenare
il carretto in discesa – disse sottovoce Adriana.
Partirono, a piedi, s’intende, alla volta di Empoli.
Era il 18 gennaio 1945.
Le ferite della guerra erano ancora freschissime. Le tre
donne, per racimolare qualche soldo, facevano tutti i
mercati nell’area del nostro comprensorio: il lunedì a
Castelfranco di Sotto; il martedì a S. Miniato; il
mercoledì a Fucecchio; il giovedì a Empoli; il venerdì a
Lamporecchio; il sabato ad Altopascio. Per risparmiare
sulle spese di viaggio, che potevano esser fatte
soltanto con le carrozze perché ancora non erano state
riattivate le autovetture e le ferrovie, si spostavano
tutti i giorni a piedi.
Appena si trovarono per la via di Empoli cominciarono a
conversare a voce alta: non avrebbero disturbato
nessuno.
- Anche stamani fa molto freddo – osservò Adriana –
Beata chi può starsene sotto le coperte fino a giorno!
- E’ toccata a noi questa vita, cara sorella e dobbiamo
rassegnarci – concluse Maggina.
Per un paio di minuti le donne tacquero. Poi, di punto
in bianco, Adriana disse:
- Senti, Amedea, tu mi devi togliere una curiosità. Ma
come hai fatto a sposarti l’uomo più bello di Fucecchio?
Il tuo Danilo somiglia per filo e per segno ad Amedeo
Nazzari. Te lo invidiano tutti il tuo Danilo.
Amedea, non vista per il buio, sorrise compiaciuta;
avrebbe preferito non rispondere, ma poi si lasciò
andare e raccontò la sua lunga storia di amore.
- Tu sai bene, Adriana, che in S. Andrea venivo
considerata una “civetta” perché mi facevo tutte le
feste da ballo e soprattutto perché quando andavo a
vendere i giornali nell’edicola di mia sorella Maggina,
in Piazza Montanelli, mi intrattenevo in conversazione
con i giovanotti che acquistavano un giornale o
qualcos’altro. Il mio Danilo piaceva a tante ragazze.
Per fortuna, lui era un po’ timido e soprattutto
impacciato perché non riusciva a trovarsi un posto di
lavoro. Un giorno, anzi una domenica d’inverno, mentre
ritornavo dalla Messa con alcune amiche che di nuovo
avevano parlato di Danilo, decisi di prendermelo io.
- E come facesti? – chiese Maggina.
Amedea proseguì:
- Una mattina venne a comprare il giornale per un
barbiere di piazza Montanelli. Io gli sorrisi. Lui gradì
moltissimo quel mio sorriso. Senza esitare un attimo gli
chiesi se gli sarebbe piaciuto lavorare come aiutante
nella barberia di mio fratello Giuseppe, detto Terpina.
Lui mi rispose subito di sì e mi chiese come e cosa
doveva fare per farsi assumere da Beppe. “Ci penso io”
lo rassicurai. “Tu vieni tutte le mattine all’edicola e
io ti terrò informato”
Adriana intervenne:
- Ma come facevi a stare all’edicola se lavoravi alla
SAFFA?
- Di luglio e d’agosto alla SAFFA non si lavorava perché
il calore estivo avrebbe potuto produrre l’incendio dei
fiammiferi e dello stabilimento. Io con Danilo mi ci
fidanzai a settembre del 1937.
Lì per lì a mio fratello non dissi niente. Volevo
conoscerlo molto meglio il mio Danilo. Lui veniva tutte
le mattine ed io lo intrattenevo a lungo e lo cuocevo
con i miei sorrisi e i miei complimenti. Dopo tre o
quattro incontri all’edicola mi accorsi che mi guardava
in maniera diversa e che era felice di stare in
conversazione con me. A questo punto decisi di parlare
con mio fratello. E senza andare troppo per le lunghe
gli raccontai che stavo per fidanzarmi con Danilo del
Favaio e che lui aveva bisogno di un posto di lavoro. E
mio fratello mi disse che Danilo gli avrebbe fatto molto
comodo il sabato e la domenica. Danilo ne fu soddisfatto
e incominciò subito a lavorare. Ora io lo avevo a
portata di uscio: abitavo a quindici metri dalla
barbieria di mio fratello! A settembre ci fidanzammo.
Tutte le ragazze stralunarono incredule gli occhi quando
seppero del nostro fidanzamento. Qualcuna arrivò a dire
che gli avevo fatto fare una fattura. E, per timore che
qualcuno me lo rubasse, accelerai e di molto i tempi per
le nozze. Difatti nel ’38 ci sposammo, di sera, in
Collegiata. Quinto di Bozzolo, cuoco poggettano, ci
cucinò per la cena delle nozze un bel “conigliolo”.
Le tre donne avevano già raggiunto Bassa. Fra poco
avrebbero dovuto attraversare l’Arno sopra il traghetto
in prossimità dell’ex Ponte alla Motta.
- Speriamo che la gente di Empoli non si lasci impaurire
da questo freddo – disse ancora Maggina.
- Non aver paura – intervenne Adriana – Gli empolesi
sono troppo attaccati al loro mercato. Qualche cosa
venderemo anche oggi. Certo, tu, Amedea, sei stata
sfortunata. Avevi il tuo posto di lavoro alla SAFFA….
- E allora, che cosa ci posso fare? Mi hanno fatto pagar
cara la mia adesione alle idee del Fascismo. E pensare
che non avevo nemmeno la tessera del PNF. Comunque io lo
difendevo a spada tratta. E anche quando in fabbrica le
mie compagne parlavano di liberatori e di alleati, io
effettivamente mi arrabbiavo e dicevo che avremmo pagato
a caro prezzo la liberazione. Io ho sempre amato ed in
maniera chiara ed inequivocabile la nostra Patria. E’
forse un peccato amare la Patria? Quando la SAFFA
riprese a lavorare, io mi presentai, ma per me il lavoro
non c’era. I nuovi sindacati mi avevano epurata. Ed ora,
lo sapete meglio di me, sono costretta a vivere in una
stanza sola. Si vede che con il fascismo avevo fatto
tanti soldi.
Si era fatto quasi giorno. Avevano attraversato l’Arno a
bordo del traghetto ed ora, a passo svelto, procedevano
sul lungo vialone che dal ponte alla Motta conduce ad
Empoli.
Verso le ore 7,30 le tre ambulanti fucecchiesi disposero
la loro chincaglieria sulle bancarelle che avevano
noleggiato dalla solita persona. Piano piano arrivarono
anche gli avventori, molti di più di quelli
pronosticati. Amedea verso le ore undici aveva già
venduto tanta robetta , aveva incassato un discreto
gruzzolo e già pensava ad una cenetta speciale che
avrebbe preparato al suo Danilo. Mentre era assorta in
questa piacevole prospettiva vide avvicinarsi alla sua
bancarella un manipolo di uomini, esagitati, guidati da
una ex fucecchiese che Amedea ben conosceva. La
fucecchiese, una donna vistosa, ben acconciata e
truccata, si fermò e, indicando Amedea con l’indice,
disse perentoria:
- E’ lei la fascista spiona! Ha fatto fucilare 3
partigiani in Piazza XX Settembre a Fucecchio.
E sparì.
Gli energumeni si portarono dietro la bancarella,
circondarono Amedea, la spintonarono e le urlarono.
- Ora, brutta fascistaccia, verrai con noi.
Amedea cercava di divincolarsi, ma niente poteva contro
quel manipolo di “rossi”. Molti avventori si
avvicinarono incuriositi e prosternarono la loro
antipatia nei confronti della bancarellista fucecchiese,
una donna del popolo, rea soltanto di aver professato la
sua fede fascista pur non essendosi mai tesserata e pur
non avendo mai ricoperto un ruolo dirigenziale.
Amedea, ricca solo della sua chincaglieria che le
assicurava un pezzo di pane, ebbe solo la forza di
gridare alla vicina Adriana:
- Pensaci tu a salvare la mia roba.
E Adriana di rimando:
- Ci penseremo io e la mia sorella.
La ciurma spinse Amedea fuori dalla piazza del mercato e
la portò in corteo per le vie di Empoli gridando.
- Ecco una fascistaccia fucecchiese. Guardatela bene !
Ha fatto fucilare tre partigiani!
Tutti gli spettatori gridavano:
- Bravi. Fateglielo vedere e sentire che il fascismo è
finito. Vergognati.
E i ribaldi:
- Ora comandiamo noi. Vergognati, serva dei tedeschi e
dei capitalisti.
Man mano che passavano davanti ad un parrucchiere, i
facinorosi lo chiamavano e gli ordinavano di tagliare
una parte dei capelli neri di Amedea. Alcuni usarono le
forbici, altri il rasoio, altri ancora la macchinetta
con cui si faceva la “rapa”. Dalle finestre le persone
acclamavano i “rossi” Chi la riconosceva, anche se così
mal ridotta, le gridava:
- Non presentarti più al mercato di Empoli, altrimenti
ti linciamo.
Il capo dei “rossi” diceva ai membri della squadraccia:
- Non picchiatela, altrimenti diranno che siamo peggiori
dei fascisti.
E per dare il buon esempio colpiva le natiche di Amedea
con un pedatone. E gli altri lo imitavano e ridevano
compiaciuti. Sola come un cane randagio, la povera
fucecchiese aspettava che almeno qualcuno venisse in suo
aiuto. Nella piazza vicina alla stazione vide un prete
col suo abito talare nero. Teneva le mani in tasca.
Guardava la malcapitata, ma mostrò un’assoluta
indifferenza.
I carabinieri, avvisati di quanto stava succedendo,
fermarono il corteo che circondava Amedea, il capro
espiatorio.
- Consegnatecela! Siamo noi la Legge. Se ha commesso
qualche reato la puniremo noi.
- Andatevene, servi dei padroni, se non volete
rimetterci le penne anche voi.
I carabinieri preferirono ritirarsi in silenzio.
Amedea era nelle mani della piazza. Abituata a non
arrendersi, non si esibì nella sceneggiata di coloro che
invocano pietà piangendo, inginocchiandosi, supplicando
i persecutori in nome della famiglia povera. Amedea
invece reagiva ai pedatoni, protestava contro quella
violenza verbale e pedatoria incurante della gonna che
quasi stava per scendere a terra e dei capelli che ormai
erano ridotti a spunzoni più o meno lunghi di un
centimetro.
I poveri di via Cammullia non si sono mostrati mai domi:
erano vigliacchi e spioni come colei che aveva messo
Amedea nelle mani della squadraccia, ma mai domi. Le
donne cammulliesi non si arrendevano mai: erano molto
più uomini dei maschi.
Gli empolesi e le empolesi non perdonavano a questa
fucecchiese che tentasse di ribellarsi e di sottrarsi a
quel ludibrio che non meritava. Anche gli spettatori si
accanivano contro questa donna che non aveva fatto mai
del male a nessuno.
Ad un tratto la ciurma dei giustizieri passò davanti al
carcere di Empoli. Fuori c’era un agente di custodia. La
ciurma pagò a buon prezzo un suo attimo di distrazione.
Amedea vide che dietro l’agente c’era una porta aperta
e, tanto per non smentire la fama del fratello “Tarpina”,
l’uomo capace di passare per qualsiasi cunicolo a mo’ di
una talpa, si sottrasse con una mossa energica ai
facinorosi urlanti ed entrò in quella porta aperta.
Immediatamente il vigile di custodia chiuse la porta ed
intimò:
- Guai se qualcuno tenterà di forzare la porta. Noi gli
spareremo. Vi prego di allontanarvi al più presto se non
volete che facciamo intervenire la polizia – intimò
l’agente di guardia a cui se ne era unito un altro
armato.
- Fascisti, anche voi – gridarono gli scalmanati; ma si
allontanarono subito. E’ comodo e facile fare i
prepotenti quando si è sicuri dell’impunità. Quando
udirono la parola POLIZIA diventarono agnelli, belanti,
sì, ma agnelli.
La triste e vergognosa esperienza di Amedea non era
finita. Quasi sicuramente i “rossi” sporsero denuncia
contro la venditrice ambulante Amedea Boldrini in Daddi.
Adriana e Maggina rientrarono a Fucecchio all’imbrunire.
Si fermarono a parlare con Maggina, la sorella di Amedea
che abitava in piazza Montanelli e riportarono il
carretto con le due valige di chincaglieria in Cammullia,
alla “Pepa”, la madre di Amedea.
- Si son volute vendicare – disse Isola con voce quasi
afona e non aggiunse altro. Lei , meglio di tutti,
sapeva chi erano state le spie e ne conosceva
chiaramente le ragioni.
Amedea, per ragioni di sicurezza, dopo essere stata
rifocillata, venne chiusa dentro una cella. Nel carcere
femminile non c’era nemmeno una reclusa. Dovette fare
esperienza del pancaccio e del bugliolo.
La reclusa fucecchiese non riuscì a chiudere occhio. Per
tutta la notte le fecero compagnia le immagini dei
facinorosi, quella dei carabinieri impotenti e quella
del prete in abito talare nero che non aveva mosso
ciglio. Ribollivano nella sua coscienza i ricordi delle
tappe del corteo, le grida e le minacce degli
spettatori. Rivedeva i barbieri che divertiti le
tagliuzzavano i capelli. Rifletteva su quello che
avrebbe potuto fare e che non aveva fatto per liberarsi
dalla morsa dei “rossi”. Si risovvenne anche dei marinai
macellati dagli empolesi. Quante volte ne aveva sentito
parlare. Nemmeno la memoria della “Cinquantaccia” riuscì
ad incuterle paura.
Verso le ore sette un agente le aprì la porta e le
disse:
- Dopo che avrà provveduto alla pulizia personale, le
servirò la colazione. Non importa che rientri in cella.
Può mangiare sul tavolino di questo corridoio e vi si
potrà trattenere tutto il giorno.
- Ma quanto tempo dovrò rimanere qui in galera? – chiese
con tono quasi risentito Amedea.
- Io non lo so, signora. Ma , vedrà, che fra una
settimana sarà di nuovo a casa sua. Il Pretore dovrà
assumere informazioni sul suo conto e poi emetterà
l’ordine di scarcerazione.
Amedea scosse la testa, depauperata dei suoi bellissimi
capelli neri e ondulati.
Alfredo Sabatini, cognato di Amedea, e il bel Danilo si
recarono in carrozza a Empoli ma non fu loro consentito
di vedere e di parlare con Amedea.
I due, comunque, ottennero una importante assicurazione:
Amedea sarebbe stata dimessa entro brevissimo tempo e
che i familiari ne sarebbero stati informati tramite la
stazione dei carabinieri di Fucecchio.
Di questa visita ne venne informata anche Amedea. Quando
seppe che della faccenda se ne stava occupando il
cognato Alfredo Sabatini si tranquillizzò subito. Dopo
aver pranzato, si addormentò stando seduta sulla sedia,
il viso appoggiato sulle mani. Sognò di essere ritornata
alla casa colonica del Papini, vicino a Stabbia, ai
piedi delle colline cerretesi. Quando si svegliò era
molto rilassata. Se ne accorse anche l’agente di
custodia.
- Mi sembra, signora, che adesso non si senta più
agitata.
- E’ vero – rispose Amedea – Ho dormito e mi sembra che
non sia successo niente. Addirittura ho sognato la casa
dove rimanemmo sfollati per quaranta giorni prima che
arrivassero gli americani: dal 21 luglio al 1° settembre
del 1944.
Il secondino chiese:
- Come ve la passaste con i tedeschi e le cannonate?
Eravate vicini al Padule? Voi lo scansaste l’eccidio?
- Mio cognato Alfredo ebbe naso a portarci nella casa
del Papini. Non ci piovve mai nemmeno una cannonata. I
tedeschi si videro soltanto una volta quando vennero a
prelevare un loro soldato morto che avevano lasciato per
alcune ore vicino alla casa del Papini. Noi temevamo di
essere incolpati dell’uccisione di quel soldato.
Sicuramente avrebbero fatto una rappresaglia. E invece,
nottetempo, in silenzio vennero a prelevarne la salma
senza dirci e farci niente. Il Padule era distante da
noi un bel chilometro e perciò scansammo quella
carneficina.
L’agente di custodia raccontò:
- Io e la mia famiglia abbiamo patito tanta fame in
attesa che arrivassero gli americani. Noi ci trovavamo
dalle parti di Bassa. Sicuramente anche lei avrà dovuto
macinare il grano col macinino da caffè.
- Mai usato. Il Papini ci vendeva di tutto: farina,
pane, olio, vino, fagioli, patate, cipolle. E poi, io
andavo a vendere con un paniere candele, zucchero, sale,
fiammiferi, pepe e perfino liquori. Non avevo paura
delle cannonate quando andavo a giro per le colline di
Cerreto. Quando sentivo il colpo di partenza delle
cannonate mi sdraiavo in un fosso e ci rimanevo, beata e
tranquilla, fino a che i cannoni non si chetavano.
- Mi scusi – disse l’agente – ma ora vado a prenderle la
cena.
Dopo aver consumato la cena, Amedea dovette rientrare in
cella. Siccome faceva molto freddo le vennero assegnate
due coperte di lana supplementari.
Prima di addormentarsi passò in rassegna la processione
dei suoi congiunti: il babbo, la mamma, il marito, il
fratello Beppe con la cognata Tosca ed i nipoti Amedeo e
Renzo, la sorella Maggina, il cognato Alfredo, il nipote
Emilio e poi la interminabile schiera degli zii e delle
zie attorniata da un nugolo di cugini e cugine.
- Meno male che non mi sono venuti i figlioli in questi
sette anni di matrimonio! Come avrei fatto a sopportare
la loro lontananza?
E con questo pensiero Amedea si addormentò.
Il terzo giorno di detenzione volò. Amedea venne
sottoposta a diversi interrogatori ed ebbe l’opportunità
di rimanere un po’ con se stessa soltanto sul far della
sera. Appena venne chiusa in cella si coricò e si
addormentò di colpo.
Al mattino, prima che le servissero il pranzo, il solito
secondino le confidò:
- Quasi sicuramente domattina all’alba sarà dimessa. Le
informazioni assunte sono state tutte buone. A Fucecchio
non è stato fucilato nessun partigiano. Vuole che le
compri qualcosa per coprirsi la testa e non essere così
riconosciuta?
- Tenga – disse Amedea porgendo al secondino la manciata
di soldi che aveva incassato il giorno del mercato – Mi
ci compri una sciarpa nera di lana.
L’indomani, all’alba, Amedea venne lasciata libera. Per
non mostrare la testa quasi pelata, Amedea l’aveva
avvolta con la sciarpa nera che si era trasformata in un
turbante. Poco dopo si sentì inseguita da un omino in
bicicletta.
- Non abbia timore, signora. La seguo per aiutarla. Le
indicherò il percorso che dovrà compiere per
attraversare inosservata la mia città e per giungere
nella piazza dei frati a Fucecchio senza toccare il
paese.
Amedea seguì le indicazioni dell’omino mandatole in
aiuto quasi sicuramente dall’agente di custodia. Mentre
Amedea saliva verso Corliano, da Fucecchio partiva una
carrozza con Alfredo Sabatini ed il marito Danilo che
erano stati avvisati della scarcerazione di Amedea dal
Maresciallo dei carabinieri di Fucecchio.
Durante il lungo e faticoso viaggio a piedi di ritorno,
Amedea elaborò numerosi progetti di…lavoro.
- Non farò più il mercato di Empoli, ma andrò a fare gli
altri mercati. Semmai il giovedì andrò a vendere in
campagna come faceva mia madre. Lei ci aveva il ciuchino;
io dispongo della mia giovinezza. Ho soltanto 28 anni.
Speriamo che mi arrivino i bambini. Ho avuto il marito
bello ed ora sarebbe giusto che il buon Dio mi facesse
rimanere incinta.
E senza accorgersene si ritrovò in piazza dei frati. La
notizia del suo arrivo si sparse rapidamente. Quasi
tutti i parenti vennero a visitarla. Rientrarono da
Empoli anche il marito ed il cognato. A notte, prima
dell’ora della cena vennero a renderle visita anche
Adriana e Maggina. Erano molto serie in volto. Amedea se
ne accorse.
- Che cosa c’è che non va, Adriana?
- Non abbiamo il coraggio di dirtelo. Il fatto di Empoli
ha fatto il giro di tutti i nostri mercati. E la gente,
lo sai che cosa ci grida? “Dite a quella signora che non
metta più piede nel nostro paese altrimenti..”
- E io andrò a vendere nelle case di campagna – replicò
Amedea.
- Io non ci andrei – azzardò Maggina, la sorella di
Adriana.
Qualche giorno dopo Amedea volle provarci, ma dovette
rientrare subito a Fucecchio. Il meccanismo
dell’ostracismo funzionò alla perfezione anche nelle
campagne dei luoghi di mercato settimanale.
Fortunatamente Amedea rimase in stato interessante e la
prospettiva dell’arrivo di una creatura la esorcizzò
dalla paura della perdita dell’ulteriore occupazione che
si era inventata come venditrice ambulante. Ancora una
volta intervenne provvidenzialmente il cognato Alfredo
Sabatini:
- Non ti sgomentare. Tua sorella dovrà stare con me in
negozio. Perciò tu verrai a casa nostra a far le
faccende ed io ti pagherò come se tu lavorassi alla
SAFFA.
Per Amedea si riaccesero le luci; ma sulla nostra
comunità grava ancora l’ombra del pestaggio morale dei
“rossi” a carico di una persona povera e politicamente
ininfluente.
Forse la guerra fra poveri ci seguirà fino alla fine del
mondo.
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