GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Un’altra ombra nella luce della Liberazione:
il pestaggio di Amedea Boldrini

 

Verso le ore quattro le tre donne si ritrovarono all’imbocco di Via Cammullia. Le sorelle Adriana e Maggina erano scese da via Castruccio e portavano, ognuna, due valige abbastanza pesanti, piene di chincaglieria. Amedea le aveva aspettate con il carretto della madre Isola alla confluenza di via Cammullia con via S. Giovanni.
Il buio era pesto. Adriana e Maggina deposero alla rinfusa sul veicolo le loro valige che si confusero con le due di Amedea.
- Mi ci metto io alle stanghe. Voi aiutatemi a frenare il carretto in discesa – disse sottovoce Adriana.
Partirono, a piedi, s’intende, alla volta di Empoli.
Era il 18 gennaio 1945.
Le ferite della guerra erano ancora freschissime. Le tre donne, per racimolare qualche soldo, facevano tutti i mercati nell’area del nostro comprensorio: il lunedì a Castelfranco di Sotto; il martedì a S. Miniato; il mercoledì a Fucecchio; il giovedì a Empoli; il venerdì a Lamporecchio; il sabato ad Altopascio. Per risparmiare sulle spese di viaggio, che potevano esser fatte soltanto con le carrozze perché ancora non erano state riattivate le autovetture e le ferrovie, si spostavano tutti i giorni a piedi.
Appena si trovarono per la via di Empoli cominciarono a conversare a voce alta: non avrebbero disturbato nessuno.
- Anche stamani fa molto freddo – osservò Adriana – Beata chi può starsene sotto le coperte fino a giorno!
- E’ toccata a noi questa vita, cara sorella e dobbiamo rassegnarci – concluse Maggina.
Per un paio di minuti le donne tacquero. Poi, di punto in bianco, Adriana disse:
- Senti, Amedea, tu mi devi togliere una curiosità. Ma come hai fatto a sposarti l’uomo più bello di Fucecchio? Il tuo Danilo somiglia per filo e per segno ad Amedeo Nazzari. Te lo invidiano tutti il tuo Danilo.
Amedea, non vista per il buio, sorrise compiaciuta; avrebbe preferito non rispondere, ma poi si lasciò andare e raccontò la sua lunga storia di amore.
- Tu sai bene, Adriana, che in S. Andrea venivo considerata una “civetta” perché mi facevo tutte le feste da ballo e soprattutto perché quando andavo a vendere i giornali nell’edicola di mia sorella Maggina, in Piazza Montanelli, mi intrattenevo in conversazione con i giovanotti che acquistavano un giornale o qualcos’altro. Il mio Danilo piaceva a tante ragazze. Per fortuna, lui era un po’ timido e soprattutto impacciato perché non riusciva a trovarsi un posto di lavoro. Un giorno, anzi una domenica d’inverno, mentre ritornavo dalla Messa con alcune amiche che di nuovo avevano parlato di Danilo, decisi di prendermelo io.
- E come facesti? – chiese Maggina.
Amedea proseguì:
- Una mattina venne a comprare il giornale per un barbiere di piazza Montanelli. Io gli sorrisi. Lui gradì moltissimo quel mio sorriso. Senza esitare un attimo gli chiesi se gli sarebbe piaciuto lavorare come aiutante nella barberia di mio fratello Giuseppe, detto Terpina. Lui mi rispose subito di sì e mi chiese come e cosa doveva fare per farsi assumere da Beppe. “Ci penso io” lo rassicurai. “Tu vieni tutte le mattine all’edicola e io ti terrò informato”
Adriana intervenne:
- Ma come facevi a stare all’edicola se lavoravi alla SAFFA?
- Di luglio e d’agosto alla SAFFA non si lavorava perché il calore estivo avrebbe potuto produrre l’incendio dei fiammiferi e dello stabilimento. Io con Danilo mi ci fidanzai a settembre del 1937.
Lì per lì a mio fratello non dissi niente. Volevo conoscerlo molto meglio il mio Danilo. Lui veniva tutte le mattine ed io lo intrattenevo a lungo e lo cuocevo con i miei sorrisi e i miei complimenti. Dopo tre o quattro incontri all’edicola mi accorsi che mi guardava in maniera diversa e che era felice di stare in conversazione con me. A questo punto decisi di parlare con mio fratello. E senza andare troppo per le lunghe gli raccontai che stavo per fidanzarmi con Danilo del Favaio e che lui aveva bisogno di un posto di lavoro. E mio fratello mi disse che Danilo gli avrebbe fatto molto comodo il sabato e la domenica. Danilo ne fu soddisfatto e incominciò subito a lavorare. Ora io lo avevo a portata di uscio: abitavo a quindici metri dalla barbieria di mio fratello! A settembre ci fidanzammo. Tutte le ragazze stralunarono incredule gli occhi quando seppero del nostro fidanzamento. Qualcuna arrivò a dire che gli avevo fatto fare una fattura. E, per timore che qualcuno me lo rubasse, accelerai e di molto i tempi per le nozze. Difatti nel ’38 ci sposammo, di sera, in Collegiata. Quinto di Bozzolo, cuoco poggettano, ci cucinò per la cena delle nozze un bel “conigliolo”.
Le tre donne avevano già raggiunto Bassa. Fra poco avrebbero dovuto attraversare l’Arno sopra il traghetto in prossimità dell’ex Ponte alla Motta.
- Speriamo che la gente di Empoli non si lasci impaurire da questo freddo – disse ancora Maggina.
- Non aver paura – intervenne Adriana – Gli empolesi sono troppo attaccati al loro mercato. Qualche cosa venderemo anche oggi. Certo, tu, Amedea, sei stata sfortunata. Avevi il tuo posto di lavoro alla SAFFA….
- E allora, che cosa ci posso fare? Mi hanno fatto pagar cara la mia adesione alle idee del Fascismo. E pensare che non avevo nemmeno la tessera del PNF. Comunque io lo difendevo a spada tratta. E anche quando in fabbrica le mie compagne parlavano di liberatori e di alleati, io effettivamente mi arrabbiavo e dicevo che avremmo pagato a caro prezzo la liberazione. Io ho sempre amato ed in maniera chiara ed inequivocabile la nostra Patria. E’ forse un peccato amare la Patria? Quando la SAFFA riprese a lavorare, io mi presentai, ma per me il lavoro non c’era. I nuovi sindacati mi avevano epurata. Ed ora, lo sapete meglio di me, sono costretta a vivere in una stanza sola. Si vede che con il fascismo avevo fatto tanti soldi.
Si era fatto quasi giorno. Avevano attraversato l’Arno a bordo del traghetto ed ora, a passo svelto, procedevano sul lungo vialone che dal ponte alla Motta conduce ad Empoli.
Verso le ore 7,30 le tre ambulanti fucecchiesi disposero la loro chincaglieria sulle bancarelle che avevano noleggiato dalla solita persona. Piano piano arrivarono anche gli avventori, molti di più di quelli pronosticati. Amedea verso le ore undici aveva già venduto tanta robetta , aveva incassato un discreto gruzzolo e già pensava ad una cenetta speciale che avrebbe preparato al suo Danilo. Mentre era assorta in questa piacevole prospettiva vide avvicinarsi alla sua bancarella un manipolo di uomini, esagitati, guidati da una ex fucecchiese che Amedea ben conosceva. La fucecchiese, una donna vistosa, ben acconciata e truccata, si fermò e, indicando Amedea con l’indice, disse perentoria:
- E’ lei la fascista spiona! Ha fatto fucilare 3 partigiani in Piazza XX Settembre a Fucecchio.
E sparì.
Gli energumeni si portarono dietro la bancarella, circondarono Amedea, la spintonarono e le urlarono.
- Ora, brutta fascistaccia, verrai con noi.
Amedea cercava di divincolarsi, ma niente poteva contro quel manipolo di “rossi”. Molti avventori si avvicinarono incuriositi e prosternarono la loro antipatia nei confronti della bancarellista fucecchiese, una donna del popolo, rea soltanto di aver professato la sua fede fascista pur non essendosi mai tesserata e pur non avendo mai ricoperto un ruolo dirigenziale.
Amedea, ricca solo della sua chincaglieria che le assicurava un pezzo di pane, ebbe solo la forza di gridare alla vicina Adriana:
- Pensaci tu a salvare la mia roba.
E Adriana di rimando:
- Ci penseremo io e la mia sorella.
La ciurma spinse Amedea fuori dalla piazza del mercato e la portò in corteo per le vie di Empoli gridando.
- Ecco una fascistaccia fucecchiese. Guardatela bene ! Ha fatto fucilare tre partigiani!
Tutti gli spettatori gridavano:
- Bravi. Fateglielo vedere e sentire che il fascismo è finito. Vergognati.
E i ribaldi:
- Ora comandiamo noi. Vergognati, serva dei tedeschi e dei capitalisti.
Man mano che passavano davanti ad un parrucchiere, i facinorosi lo chiamavano e gli ordinavano di tagliare una parte dei capelli neri di Amedea. Alcuni usarono le forbici, altri il rasoio, altri ancora la macchinetta con cui si faceva la “rapa”. Dalle finestre le persone acclamavano i “rossi” Chi la riconosceva, anche se così mal ridotta, le gridava:
- Non presentarti più al mercato di Empoli, altrimenti ti linciamo.
Il capo dei “rossi” diceva ai membri della squadraccia:
- Non picchiatela, altrimenti diranno che siamo peggiori dei fascisti.
E per dare il buon esempio colpiva le natiche di Amedea con un pedatone. E gli altri lo imitavano e ridevano compiaciuti. Sola come un cane randagio, la povera fucecchiese aspettava che almeno qualcuno venisse in suo aiuto. Nella piazza vicina alla stazione vide un prete col suo abito talare nero. Teneva le mani in tasca. Guardava la malcapitata, ma mostrò un’assoluta indifferenza.
I carabinieri, avvisati di quanto stava succedendo, fermarono il corteo che circondava Amedea, il capro espiatorio.
- Consegnatecela! Siamo noi la Legge. Se ha commesso qualche reato la puniremo noi.
- Andatevene, servi dei padroni, se non volete rimetterci le penne anche voi.
I carabinieri preferirono ritirarsi in silenzio.
Amedea era nelle mani della piazza. Abituata a non arrendersi, non si esibì nella sceneggiata di coloro che invocano pietà piangendo, inginocchiandosi, supplicando i persecutori in nome della famiglia povera. Amedea invece reagiva ai pedatoni, protestava contro quella violenza verbale e pedatoria incurante della gonna che quasi stava per scendere a terra e dei capelli che ormai erano ridotti a spunzoni più o meno lunghi di un centimetro.
I poveri di via Cammullia non si sono mostrati mai domi: erano vigliacchi e spioni come colei che aveva messo Amedea nelle mani della squadraccia, ma mai domi. Le donne cammulliesi non si arrendevano mai: erano molto più uomini dei maschi.
Gli empolesi e le empolesi non perdonavano a questa fucecchiese che tentasse di ribellarsi e di sottrarsi a quel ludibrio che non meritava. Anche gli spettatori si accanivano contro questa donna che non aveva fatto mai del male a nessuno.
Ad un tratto la ciurma dei giustizieri passò davanti al carcere di Empoli. Fuori c’era un agente di custodia. La ciurma pagò a buon prezzo un suo attimo di distrazione. Amedea vide che dietro l’agente c’era una porta aperta e, tanto per non smentire la fama del fratello “Tarpina”, l’uomo capace di passare per qualsiasi cunicolo a mo’ di una talpa, si sottrasse con una mossa energica ai facinorosi urlanti ed entrò in quella porta aperta. Immediatamente il vigile di custodia chiuse la porta ed intimò:
- Guai se qualcuno tenterà di forzare la porta. Noi gli spareremo. Vi prego di allontanarvi al più presto se non volete che facciamo intervenire la polizia – intimò l’agente di guardia a cui se ne era unito un altro armato.
- Fascisti, anche voi – gridarono gli scalmanati; ma si allontanarono subito. E’ comodo e facile fare i prepotenti quando si è sicuri dell’impunità. Quando udirono la parola POLIZIA diventarono agnelli, belanti, sì, ma agnelli.
La triste e vergognosa esperienza di Amedea non era finita. Quasi sicuramente i “rossi” sporsero denuncia contro la venditrice ambulante Amedea Boldrini in Daddi.
Adriana e Maggina rientrarono a Fucecchio all’imbrunire. Si fermarono a parlare con Maggina, la sorella di Amedea che abitava in piazza Montanelli e riportarono il carretto con le due valige di chincaglieria in Cammullia, alla “Pepa”, la madre di Amedea.
- Si son volute vendicare – disse Isola con voce quasi afona e non aggiunse altro. Lei , meglio di tutti, sapeva chi erano state le spie e ne conosceva chiaramente le ragioni.
Amedea, per ragioni di sicurezza, dopo essere stata rifocillata, venne chiusa dentro una cella. Nel carcere femminile non c’era nemmeno una reclusa. Dovette fare esperienza del pancaccio e del bugliolo.
La reclusa fucecchiese non riuscì a chiudere occhio. Per tutta la notte le fecero compagnia le immagini dei facinorosi, quella dei carabinieri impotenti e quella del prete in abito talare nero che non aveva mosso ciglio. Ribollivano nella sua coscienza i ricordi delle tappe del corteo, le grida e le minacce degli spettatori. Rivedeva i barbieri che divertiti le tagliuzzavano i capelli. Rifletteva su quello che avrebbe potuto fare e che non aveva fatto per liberarsi dalla morsa dei “rossi”. Si risovvenne anche dei marinai macellati dagli empolesi. Quante volte ne aveva sentito parlare. Nemmeno la memoria della “Cinquantaccia” riuscì ad incuterle paura.
Verso le ore sette un agente le aprì la porta e le disse:
- Dopo che avrà provveduto alla pulizia personale, le servirò la colazione. Non importa che rientri in cella. Può mangiare sul tavolino di questo corridoio e vi si potrà trattenere tutto il giorno.
- Ma quanto tempo dovrò rimanere qui in galera? – chiese con tono quasi risentito Amedea.
- Io non lo so, signora. Ma , vedrà, che fra una settimana sarà di nuovo a casa sua. Il Pretore dovrà assumere informazioni sul suo conto e poi emetterà l’ordine di scarcerazione.
Amedea scosse la testa, depauperata dei suoi bellissimi capelli neri e ondulati.
Alfredo Sabatini, cognato di Amedea, e il bel Danilo si recarono in carrozza a Empoli ma non fu loro consentito di vedere e di parlare con Amedea.
I due, comunque, ottennero una importante assicurazione: Amedea sarebbe stata dimessa entro brevissimo tempo e che i familiari ne sarebbero stati informati tramite la stazione dei carabinieri di Fucecchio.
Di questa visita ne venne informata anche Amedea. Quando seppe che della faccenda se ne stava occupando il cognato Alfredo Sabatini si tranquillizzò subito. Dopo aver pranzato, si addormentò stando seduta sulla sedia, il viso appoggiato sulle mani. Sognò di essere ritornata alla casa colonica del Papini, vicino a Stabbia, ai piedi delle colline cerretesi. Quando si svegliò era molto rilassata. Se ne accorse anche l’agente di custodia.
- Mi sembra, signora, che adesso non si senta più agitata.
- E’ vero – rispose Amedea – Ho dormito e mi sembra che non sia successo niente. Addirittura ho sognato la casa dove rimanemmo sfollati per quaranta giorni prima che arrivassero gli americani: dal 21 luglio al 1° settembre del 1944.
Il secondino chiese:
- Come ve la passaste con i tedeschi e le cannonate? Eravate vicini al Padule? Voi lo scansaste l’eccidio?
- Mio cognato Alfredo ebbe naso a portarci nella casa del Papini. Non ci piovve mai nemmeno una cannonata. I tedeschi si videro soltanto una volta quando vennero a prelevare un loro soldato morto che avevano lasciato per alcune ore vicino alla casa del Papini. Noi temevamo di essere incolpati dell’uccisione di quel soldato. Sicuramente avrebbero fatto una rappresaglia. E invece, nottetempo, in silenzio vennero a prelevarne la salma senza dirci e farci niente. Il Padule era distante da noi un bel chilometro e perciò scansammo quella carneficina.
L’agente di custodia raccontò:
- Io e la mia famiglia abbiamo patito tanta fame in attesa che arrivassero gli americani. Noi ci trovavamo dalle parti di Bassa. Sicuramente anche lei avrà dovuto macinare il grano col macinino da caffè.
- Mai usato. Il Papini ci vendeva di tutto: farina, pane, olio, vino, fagioli, patate, cipolle. E poi, io andavo a vendere con un paniere candele, zucchero, sale, fiammiferi, pepe e perfino liquori. Non avevo paura delle cannonate quando andavo a giro per le colline di Cerreto. Quando sentivo il colpo di partenza delle cannonate mi sdraiavo in un fosso e ci rimanevo, beata e tranquilla, fino a che i cannoni non si chetavano.
- Mi scusi – disse l’agente – ma ora vado a prenderle la cena.
Dopo aver consumato la cena, Amedea dovette rientrare in cella. Siccome faceva molto freddo le vennero assegnate due coperte di lana supplementari.
Prima di addormentarsi passò in rassegna la processione dei suoi congiunti: il babbo, la mamma, il marito, il fratello Beppe con la cognata Tosca ed i nipoti Amedeo e Renzo, la sorella Maggina, il cognato Alfredo, il nipote Emilio e poi la interminabile schiera degli zii e delle zie attorniata da un nugolo di cugini e cugine.
- Meno male che non mi sono venuti i figlioli in questi sette anni di matrimonio! Come avrei fatto a sopportare la loro lontananza?
E con questo pensiero Amedea si addormentò.
Il terzo giorno di detenzione volò. Amedea venne sottoposta a diversi interrogatori ed ebbe l’opportunità di rimanere un po’ con se stessa soltanto sul far della sera. Appena venne chiusa in cella si coricò e si addormentò di colpo.
Al mattino, prima che le servissero il pranzo, il solito secondino le confidò:
- Quasi sicuramente domattina all’alba sarà dimessa. Le informazioni assunte sono state tutte buone. A Fucecchio non è stato fucilato nessun partigiano. Vuole che le compri qualcosa per coprirsi la testa e non essere così riconosciuta?
- Tenga – disse Amedea porgendo al secondino la manciata di soldi che aveva incassato il giorno del mercato – Mi ci compri una sciarpa nera di lana.
L’indomani, all’alba, Amedea venne lasciata libera. Per non mostrare la testa quasi pelata, Amedea l’aveva avvolta con la sciarpa nera che si era trasformata in un turbante. Poco dopo si sentì inseguita da un omino in bicicletta.
- Non abbia timore, signora. La seguo per aiutarla. Le indicherò il percorso che dovrà compiere per attraversare inosservata la mia città e per giungere nella piazza dei frati a Fucecchio senza toccare il paese.
Amedea seguì le indicazioni dell’omino mandatole in aiuto quasi sicuramente dall’agente di custodia. Mentre Amedea saliva verso Corliano, da Fucecchio partiva una carrozza con Alfredo Sabatini ed il marito Danilo che erano stati avvisati della scarcerazione di Amedea dal Maresciallo dei carabinieri di Fucecchio.
Durante il lungo e faticoso viaggio a piedi di ritorno, Amedea elaborò numerosi progetti di…lavoro.
- Non farò più il mercato di Empoli, ma andrò a fare gli altri mercati. Semmai il giovedì andrò a vendere in campagna come faceva mia madre. Lei ci aveva il ciuchino; io dispongo della mia giovinezza. Ho soltanto 28 anni. Speriamo che mi arrivino i bambini. Ho avuto il marito bello ed ora sarebbe giusto che il buon Dio mi facesse rimanere incinta.
E senza accorgersene si ritrovò in piazza dei frati. La notizia del suo arrivo si sparse rapidamente. Quasi tutti i parenti vennero a visitarla. Rientrarono da Empoli anche il marito ed il cognato. A notte, prima dell’ora della cena vennero a renderle visita anche Adriana e Maggina. Erano molto serie in volto. Amedea se ne accorse.
- Che cosa c’è che non va, Adriana?
- Non abbiamo il coraggio di dirtelo. Il fatto di Empoli ha fatto il giro di tutti i nostri mercati. E la gente, lo sai che cosa ci grida? “Dite a quella signora che non metta più piede nel nostro paese altrimenti..”
- E io andrò a vendere nelle case di campagna – replicò Amedea.
- Io non ci andrei – azzardò Maggina, la sorella di Adriana.
Qualche giorno dopo Amedea volle provarci, ma dovette rientrare subito a Fucecchio. Il meccanismo dell’ostracismo funzionò alla perfezione anche nelle campagne dei luoghi di mercato settimanale.
Fortunatamente Amedea rimase in stato interessante e la prospettiva dell’arrivo di una creatura la esorcizzò dalla paura della perdita dell’ulteriore occupazione che si era inventata come venditrice ambulante. Ancora una volta intervenne provvidenzialmente il cognato Alfredo Sabatini:
- Non ti sgomentare. Tua sorella dovrà stare con me in negozio. Perciò tu verrai a casa nostra a far le faccende ed io ti pagherò come se tu lavorassi alla SAFFA.
Per Amedea si riaccesero le luci; ma sulla nostra comunità grava ancora l’ombra del pestaggio morale dei “rossi” a carico di una persona povera e politicamente ininfluente.
Forse la guerra fra poveri ci seguirà fino alla fine del mondo.
 

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