GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Una guerra lontana
racconto di Aldemaro Toni

 

La casa dei Buti era ai margini del padule, proprio dove cominciano le colline. Era come affogata fra l’argine e i poggi. S’intravedevano, oltre le vigne sul retro, le vegetazioni sempre verdi di una villa che si trovava sul cocuzzolo della collina: fu là che i tedeschi misero un comando. Dalla casa dei Buti passavano solo di rado dei soldati. I contadini si erano premuniti, avevano messo le biciclette nel fienile. Anche mio padre pensò di rimpiattare le nostre lassù; le portarono sopra su una scala a pioli, e le tirarono fuori solo a guerra finita. La guerra... Nella casa in paese se ne parlava da tempo. La radio non dava che bollettini “ diramati ”. Ricordo la voce cadenzata e solenne.
La guerra era stata per noi ragazzi quasi l’unico giuoco:
eroi, bombe a mano, cadute sotto il fuoco degli inglesi nella piazza dell’ospedale; poi era divenuta una cosa che metteva paura.
— Quando viene il fronte — diceva mio padre — si va in campagna.
“ Quando viene il fronte... ” era incredibile che la guerra, le battaglie, che a noi ragazzi erano sembrate cose da dune e deserti, potessero venire addirittura al nostro paese!
Ma poi quello che ci aveva scioccato, lo devo confessare, e che ci aveva dato un altro senso delle cose, più che della vicinanza, del poterla vedere sul serio la guerra, erano stati i bombardamenti. Dov’era l’atto eroico, il valore — ce ne rendevamo conto anche noi ragazzi — se potevano venire e sbranare palazzi, distruggere tutti indiscriminatamente. E noi invece quando giocavamo si facevano i corpo a corpo, addirittura si sfoderavano baionette e pugnali per avere ragione del nemico...
La paura ingigantiva perché tutto era ridotto ad una assurda fatalità.
— Sarebbe terribile fare la morte del topo —. Questa per esempio era una frase delle più ricorrenti in casa mia. Per questo eravamo sfollati già da tempo, quando bombardavano il ponte sull’Arno. L’idea che tutta una casa ci franasse addosso ossessionava soprattutto mio padre. Si dormiva allora più tranquilli nella capanna dei Buti, che aveva il tetto di paglia.
— Qui, bisogna che una bomba venga proprio a colpirti; ma è difficile! — ci rassicurava subito mio padre. Comunque che una di quelle cose mandate a casaccio ti venisse a distruggere completamente metteva raccapriccio. Sentivi quasi una ribellione fisica totale, una paura profonda nelle viscere, una pesantezza angosciosa che è difficile riferire. Quando noi ragazzi si giocava, l’essere colpiti non era altro che avere una ferita, magari in pieno petto (una bella chiazza rossa sulla camicia, uno striscio sulla fronte) e non era detto proprio di morire! Ti potevano soccorrere, mettere in una barella, o portarti a braccia presso un’infermeria, fasciarti e chissà.., potevi anche tornare imperterrito nel combattimento.
Invece (la cosa ha impressionato in modo particolare) vedevi trasportare brutti corpi dilaniati, sui carretti, e anche se non li vedevi te l’immaginavi.., il corpo di uomo che riceveva addosso una cosa esplosiva… le schegge — anche quelle —così attorcigliate e taglienti, e quando te le mostravano e dicevano che erano arroventate e che penetravano meglio...
— Una scheggia l’ha preso — dicevano — . . .e non c’è stato niente da fare!
Per questo piano piano l’idea di una buca scavata nella gran massa di terra della collina doveva dare anche a mio padre un maggior senso di sicurezza.
Scavarono il rifugio e ci andammo a dormire. La notte era diventata un incubo nel “ tucul ”: passava la cicogna. — un aereo da ricognizione... — dicevano; ma ormai la paura era più forte di ogni ragionamento. Al ronzio del motore di aeroplano si associava il senso di un qualcosa che poteva piovere dal cielo, e poteva ucciderti. Una notte ci si alzò alla svelta, si andò a ripararci in un fossone. Fu il primo cielo di luglio visto e sentito nel cuore della notte e una prima sensazione d’intimità notturna scambiata con altri.
Prima del rifugio, a parte la “ cicogna ” e le levatacce per quel pericolo misterioso, si viveva la vita dei contadini. Fu una esperienza ed uno svago: la stalla, i nomi delle mucche, i giovani Buti scalzi che cantavano canzonacce alla cugina, tutte cose diverse dal paese.
I Buti facevano il pane nel forno che avevano sotto casa. Pia e Maria, le due massaie, vestivano di nero, o comunque indossavano le fantasie serie — piccoli fiori, puntolini quasi impercettibili in fondo scuro — le stoffe che prima del benessere e dell’omologazione abbiamo visto vendere solo alle contadine, per tanti anni.

* * *

Al rifugio, prima di dormire si diceva il rosario. Si mangiava fuori, a due passi dall’imboccatura seminascosta da terra di riporto. I bisogni si facevano in una vigna, anche quella vicina. Vi si trovavano i mucchietti con le mosche, che poi seccavano e si confondevano sempre più con la terra. Uno, mentre era lì, poteva anche mangiare qualche chicco d’uva. Il rifugio era ampio e rinforzato con delle assi. Io dormivo vicino a mia madre. Dopo le preghiere era un grande silenzio. Di giorno, non ricordo bene cosa si potesse fare. Nessuno comunque azzardava ad allontanarsi troppo.
Quello che non ho mai capito (ce lo siamo chiesti tante volte!) è perché il rifugio l’avessero fatto proprio sotto il tiro delle batterie alleate. Con una buona traiettoria una bomba poteva insaccarsi. Ma molto probabilmente i nostri genitori volevano avere sempre sott’occhio il teatro della guerra. Dalle prime colline delle Cerbaie si dominava il padule e si vedeva il paese; in lontananza si controllava la lunga fila cilestrina dei poggi di S. Miniato, da dove partivano le cannonate e da dove, prima o dopo, avrebbero potuto arrivare carrarmati o altro, se fosse scoppiata la battaglia. Dominare, controllare, difendersi dalle cose improvvise e inattese doveva essere la principale ragione di una disposizione tanto sbagliata del rifugio: lo scenario era ampio e certi momenti poterono essere vissuti intensamente.
I tedeschi, a un certo punto, non vollero più nessuno fra i piedi e ordinarono l’abbandono immediato del paese. La strada che attraversava il padule si trasformò in un lungo nastro nero di gente che veniva via disperata con poche masserizie messe insieme alla rinfusa. Di lassù si poté vedere anche quando i tedeschi fecero saltare la torre medioevale.
-……guarda non c’è più! — Mi ricordo ancora l’espressione sbigottita.
Fra gli evacuati c’era anche mio zio. Si era fatta crescere una barba lunga e procedeva con in mano un grosso crocefisso. Da giovane era stato dai frati francescani ed aveva conservato un particolare spirito religioso. La tragedia deve avergli risvegliato quello che in qualche modo si era temperato con gli anni. La tragedia operava indiscutibilmente questi risvegli. Del resto i rosari dentro i rifugi erano all’ordine del giorno. Uomini, che di solito magari bestemmiavano, rispondevano agli ave, pater e gloria con voce commossa e convinta dell’aldilà. Il giorno dell’evacuazione poi sembrava il giorno del Giudizio. L’esodo in massa di disgraziati che non sapevano dove ripararsi, minacciati da una furia diabolica... Si seppe che i tedeschi avevano minato strade intere e che volevano far saltare tutto. Si seppe anche che una donna era stata violentata e due persone anziane uccise spietatamente.
Mio zio recitava ininterrottamente preghiere, e con la barba e il crocefisso impugnato nella destra si presentò al rifugio. Era venuto a cercarci, a chiedere ospitalità. Ma era arrivata tanta gente, troppa, e non c’era più spazio. Quella buca nella collina poteva contenere al massimo tre o quattro famiglie, e, stando stretti, qualche altra persona, ma non di più. Così mio zio fu fatto oggetto di un rifiuto, penso spiacevole e angoscioso.
Ma lui la prese male. Con aria che sembrò ispirata dal cielo e dai santi proferì parole che ebbero poi puntuale conferma:
— Stasera qui pioveranno fuoco e fiamme — disse, o qualcosa del genere. Me li ricordo, ne posso essere testimone, i volti impauriti di tutti, quando effettivamente all’imbrunire e per tutta la notte piovvero cannonate. Fu un bombardamento terribile! Le parole di mio zio risuonarono come un’autentica profezia, se non proprio come la maledizione di un uomo che portava i segni della sacralità e che era stato respinto.
Era agosto, un tempo bellissimo. I contadini erano un po’ angustiati per il grano ammassato nei covoni, che se pioveva poteva marcire. Maria Buti cuoceva degli ottimi tegami di patate con la carne, di cui c’era un’abbondanza incredibile. Venivamo tutti dalle carestie del tempo di guerra, la tessera e tutto il resto; ora ci trovavamo in pieno sollazzo alimentare. Proprio sopra il nostro rifugio, dal Catastini o dal Niccolai... proprio lì sopra c’era sfollato il Cioli, macellaio del paese, che per pochi soldi distribuiva carne.
— Tanto le bestie le prendono i tedeschi... — mi spiegava mio padre, per farmi capire come nell’estate del ‘44 dall’autarchia e dalla borsa nera cara appestata si fosse passati improvvisamente a quella sfacciata abbondanza.
Le patate di Maria, bene intingolate, si mangiavano su una tavola piazzata alla meglio nello spazio davanti al rifugio. Mangiando si vedevano i canali del padule e la strada bianca coi ponti.
Giorni e giorni, poi la liberazione. In padule atterrò una cicogna. Passarono colonne ininterrotte di americani.

* * *

Un aneddoto curioso. Nisio e Giovanni, i fratelli Buti, passata la bufera, decisero di andare a trovare l’altro fratello che stava dalle parti di Stabbia. Tirarono giù le biciclette e partirono. Tornarono dopo un po’, bianchi e stravolti. Vicino alla casa del fratello avevano gridato: — Gigi, siamo liberi, viva gli americani! —. E quello: — Siete matti, zitti, qui ci sono i tedeschi! —. E raccontavano di avere sentito bombe e mitragliate e di avere fatto dietro-front sbalorditi.
Ma erano scaramucce e tutto era finito.

 

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