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La casa
dei Buti era ai margini del padule, proprio dove
cominciano le colline. Era come affogata fra l’argine e
i poggi. S’intravedevano, oltre le vigne sul retro, le
vegetazioni sempre verdi di una villa che si trovava sul
cocuzzolo della collina: fu là che i tedeschi misero un
comando. Dalla casa dei Buti passavano solo di rado dei
soldati. I contadini si erano premuniti, avevano messo
le biciclette nel fienile. Anche mio padre pensò di
rimpiattare le nostre lassù; le portarono sopra su una
scala a pioli, e le tirarono fuori solo a guerra finita.
La guerra... Nella casa in paese se ne parlava da tempo.
La radio non dava che bollettini “ diramati ”. Ricordo
la voce cadenzata e solenne.
La guerra era stata per noi ragazzi quasi l’unico
giuoco:
eroi, bombe a mano, cadute sotto il fuoco degli inglesi
nella piazza dell’ospedale; poi era divenuta una cosa
che metteva paura.
— Quando viene il fronte — diceva mio padre — si va in
campagna.
“ Quando viene il fronte... ” era incredibile che la
guerra, le battaglie, che a noi ragazzi erano sembrate
cose da dune e deserti, potessero venire addirittura al
nostro paese!
Ma poi quello che ci aveva scioccato, lo devo
confessare, e che ci aveva dato un altro senso delle
cose, più che della vicinanza, del poterla vedere sul
serio la guerra, erano stati i bombardamenti. Dov’era
l’atto eroico, il valore — ce ne rendevamo conto anche
noi ragazzi — se potevano venire e sbranare palazzi,
distruggere tutti indiscriminatamente. E noi invece
quando giocavamo si facevano i corpo a corpo,
addirittura si sfoderavano baionette e pugnali per avere
ragione del nemico...
La paura ingigantiva perché tutto era ridotto ad una
assurda fatalità.
— Sarebbe terribile fare la morte del topo —. Questa per
esempio era una frase delle più ricorrenti in casa mia.
Per questo eravamo sfollati già da tempo, quando
bombardavano il ponte sull’Arno. L’idea che tutta una
casa ci franasse addosso ossessionava soprattutto mio
padre. Si dormiva allora più tranquilli nella capanna
dei Buti, che aveva il tetto di paglia.
— Qui, bisogna che una bomba venga proprio a colpirti;
ma è difficile! — ci rassicurava subito mio padre.
Comunque che una di quelle cose mandate a casaccio ti
venisse a distruggere completamente metteva
raccapriccio. Sentivi quasi una ribellione fisica
totale, una paura profonda nelle viscere, una pesantezza
angosciosa che è difficile riferire. Quando noi ragazzi
si giocava, l’essere colpiti non era altro che avere una
ferita, magari in pieno petto (una bella chiazza rossa
sulla camicia, uno striscio sulla fronte) e non era
detto proprio di morire! Ti potevano soccorrere, mettere
in una barella, o portarti a braccia presso
un’infermeria, fasciarti e chissà.., potevi anche
tornare imperterrito nel combattimento.
Invece (la cosa ha impressionato in modo particolare)
vedevi trasportare brutti corpi dilaniati, sui carretti,
e anche se non li vedevi te l’immaginavi.., il corpo di
uomo che riceveva addosso una cosa esplosiva… le schegge
— anche quelle —così attorcigliate e taglienti, e quando
te le mostravano e dicevano che erano arroventate e che
penetravano meglio...
— Una scheggia l’ha preso — dicevano — . . .e non c’è
stato niente da fare!
Per questo piano piano l’idea di una buca scavata nella
gran massa di terra della collina doveva dare anche a
mio padre un maggior senso di sicurezza.
Scavarono il rifugio e ci andammo a dormire. La notte
era diventata un incubo nel “ tucul ”: passava la
cicogna. — un aereo da ricognizione... — dicevano; ma
ormai la paura era più forte di ogni ragionamento. Al
ronzio del motore di aeroplano si associava il senso di
un qualcosa che poteva piovere dal cielo, e poteva
ucciderti. Una notte ci si alzò alla svelta, si andò a
ripararci in un fossone. Fu il primo cielo di luglio
visto e sentito nel cuore della notte e una prima
sensazione d’intimità notturna scambiata con altri.
Prima del rifugio, a parte la “ cicogna ” e le levatacce
per quel pericolo misterioso, si viveva la vita dei
contadini. Fu una esperienza ed uno svago: la stalla, i
nomi delle mucche, i giovani Buti scalzi che cantavano
canzonacce alla cugina, tutte cose diverse dal paese.
I Buti facevano il pane nel forno che avevano sotto
casa. Pia e Maria, le due massaie, vestivano di nero, o
comunque indossavano le fantasie serie — piccoli fiori,
puntolini quasi impercettibili in fondo scuro — le
stoffe che prima del benessere e dell’omologazione
abbiamo visto vendere solo alle contadine, per tanti
anni.
* * *
Al rifugio, prima di dormire si diceva il rosario. Si
mangiava fuori, a due passi dall’imboccatura
seminascosta da terra di riporto. I bisogni si facevano
in una vigna, anche quella vicina. Vi si trovavano i
mucchietti con le mosche, che poi seccavano e si
confondevano sempre più con la terra. Uno, mentre era
lì, poteva anche mangiare qualche chicco d’uva. Il
rifugio era ampio e rinforzato con delle assi. Io
dormivo vicino a mia madre. Dopo le preghiere era un
grande silenzio. Di giorno, non ricordo bene cosa si
potesse fare. Nessuno comunque azzardava ad allontanarsi
troppo.
Quello che non ho mai capito (ce lo siamo chiesti tante
volte!) è perché il rifugio l’avessero fatto proprio
sotto il tiro delle batterie alleate. Con una buona
traiettoria una bomba poteva insaccarsi. Ma molto
probabilmente i nostri genitori volevano avere sempre
sott’occhio il teatro della guerra. Dalle prime colline
delle Cerbaie si dominava il padule e si vedeva il
paese; in lontananza si controllava la lunga fila
cilestrina dei poggi di S. Miniato, da dove partivano le
cannonate e da dove, prima o dopo, avrebbero potuto
arrivare carrarmati o altro, se fosse scoppiata la
battaglia. Dominare, controllare, difendersi dalle cose
improvvise e inattese doveva essere la principale
ragione di una disposizione tanto sbagliata del rifugio:
lo scenario era ampio e certi momenti poterono essere
vissuti intensamente.
I tedeschi, a un certo punto, non vollero più nessuno
fra i piedi e ordinarono l’abbandono immediato del
paese. La strada che attraversava il padule si trasformò
in un lungo nastro nero di gente che veniva via
disperata con poche masserizie messe insieme alla
rinfusa. Di lassù si poté vedere anche quando i tedeschi
fecero saltare la torre medioevale.
-……guarda non c’è più! — Mi ricordo ancora l’espressione
sbigottita.
Fra gli evacuati c’era anche mio zio. Si era fatta
crescere una barba lunga e procedeva con in mano un
grosso crocefisso. Da giovane era stato dai frati
francescani ed aveva conservato un particolare spirito
religioso. La tragedia deve avergli risvegliato quello
che in qualche modo si era temperato con gli anni. La
tragedia operava indiscutibilmente questi risvegli. Del
resto i rosari dentro i rifugi erano all’ordine del
giorno. Uomini, che di solito magari bestemmiavano,
rispondevano agli ave, pater e gloria con voce commossa
e convinta dell’aldilà. Il giorno dell’evacuazione poi
sembrava il giorno del Giudizio. L’esodo in massa di
disgraziati che non sapevano dove ripararsi, minacciati
da una furia diabolica... Si seppe che i tedeschi
avevano minato strade intere e che volevano far saltare
tutto. Si seppe anche che una donna era stata violentata
e due persone anziane uccise spietatamente.
Mio zio recitava ininterrottamente preghiere, e con la
barba e il crocefisso impugnato nella destra si presentò
al rifugio. Era venuto a cercarci, a chiedere
ospitalità. Ma era arrivata tanta gente, troppa, e non
c’era più spazio. Quella buca nella collina poteva
contenere al massimo tre o quattro famiglie, e, stando
stretti, qualche altra persona, ma non di più. Così mio
zio fu fatto oggetto di un rifiuto, penso spiacevole e
angoscioso.
Ma lui la prese male. Con aria che sembrò ispirata dal
cielo e dai santi proferì parole che ebbero poi puntuale
conferma:
— Stasera qui pioveranno fuoco e fiamme — disse, o
qualcosa del genere. Me li ricordo, ne posso essere
testimone, i volti impauriti di tutti, quando
effettivamente all’imbrunire e per tutta la notte
piovvero cannonate. Fu un bombardamento terribile! Le
parole di mio zio risuonarono come un’autentica
profezia, se non proprio come la maledizione di un uomo
che portava i segni della sacralità e che era stato
respinto.
Era agosto, un tempo bellissimo. I contadini erano un
po’ angustiati per il grano ammassato nei covoni, che se
pioveva poteva marcire. Maria Buti cuoceva degli ottimi
tegami di patate con la carne, di cui c’era
un’abbondanza incredibile. Venivamo tutti dalle carestie
del tempo di guerra, la tessera e tutto il resto; ora ci
trovavamo in pieno sollazzo alimentare. Proprio sopra il
nostro rifugio, dal Catastini o dal Niccolai... proprio
lì sopra c’era sfollato il Cioli, macellaio del paese,
che per pochi soldi distribuiva carne.
— Tanto le bestie le prendono i tedeschi... — mi
spiegava mio padre, per farmi capire come nell’estate
del ‘44 dall’autarchia e dalla borsa nera cara appestata
si fosse passati improvvisamente a quella sfacciata
abbondanza.
Le patate di Maria, bene intingolate, si mangiavano su
una tavola piazzata alla meglio nello spazio davanti al
rifugio. Mangiando si vedevano i canali del padule e la
strada bianca coi ponti.
Giorni e giorni, poi la liberazione. In padule atterrò
una cicogna. Passarono colonne ininterrotte di
americani.
* * *
Un aneddoto curioso. Nisio e Giovanni, i fratelli Buti,
passata la bufera, decisero di andare a trovare l’altro
fratello che stava dalle parti di Stabbia. Tirarono giù
le biciclette e partirono. Tornarono dopo un po’,
bianchi e stravolti. Vicino alla casa del fratello
avevano gridato: — Gigi, siamo liberi, viva gli
americani! —. E quello: — Siete matti, zitti, qui ci
sono i tedeschi! —. E raccontavano di avere sentito
bombe e mitragliate e di avere fatto dietro-front
sbalorditi.
Ma erano scaramucce e tutto era finito.
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