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Adriano, il Titti, era nato il 15 novembre 1921 ad un
anno esatto dal matrimonio di Adriana Banti (1901) con
l'avvocato Egisto Lotti (1898).
Nell'estate del 1940, quando l'Italia entrò in guerra,
Adriano conseguì la maturità classica a Pontedera.
Alla guerra prese parte anche l'avvocato Egisto in veste
di giudice dei tribunali militari.
Soltanto dopo l'8 settembre la famiglia Lotti poté
ricomporsi.
Nel frattempo il ventiduenne Adriano, a seguito dei
bombardamenti aerei e dopo l'occupazione tedesca
dell'Italia peninsulare, cessò di frequentare
l'Università di Pisa.
Nel luglio 1944, quando i Tedeschi ci ingiunsero lo
sfollamento nelle campagne vicine, Adriano e i suoi
genitori si rifugiarono nella loro villa sulla cima di
una collina di Torre.
L'Arno era diventato la linea del fronte di guerra:
sulla destra i tedeschi; sulla sinistra gli
anglo-americani.
I cannoneggiamenti anglo-americani e i rastrellamenti
operati dalle truppe tedesche mettevano continuamente a
repentaglio la vita degli sfollati.
La signora Adriana pregava continuamente perché Iddio
salvaguardasse la vita del marito e del figlio. La donna
pretese addirittura che entrambi mettessero nel loro
portamonete il santino di suor Chiara. Ma una mattina...
Il 20 agosto 1944 tanto io che mio padre fummo catturati
dai soldati tedeschi e deportati sull'Appennino
pistoiese a lavorare ad opere di fortificazione.
Dopo 45 giorni di lavori forzati, giunti all'Abetone,
riuscimmo a fuggire e a metterci in contatto con i
partigiani della formazione di Pippo.
Un giorno che questi erano partiti per un'azione su
Gavinana restammo in 16 persone in una casa che serviva
da quartier generale per i partigiani in una località
chiamata i Forconi.
Improvvisamente, mentre lì riuniti provvedevamo a
prepararci da mangiare, i Tedeschi cominciarono a
bombardare questa casa con mortai e granate incendiarie
perché avevano scoperto che quello era il punto di
convegno dei patrioti della zona.
La casa prese fuoco, ma nessuno poteva fuggire dato che
intorno era tutto prato, la macchia distante e i
tedeschi sparavano contro al fabbricato anche con
mitragliatrici pesanti, di modo che era impossibile
uscire fuori dalla casa in qualunque modo.
La situazione era disperata. Ci rifugiammo tutti in un
sottoscala in attesa della morte in quanto ero convinto
che , terminato il bombardamento, i tedeschi avrebbero
fatto irruzione nella casa o uccidendoci con bombe prima
di entrare o catturandoci vivi per impiccarci come
partigiani secondo le loro abitudini.
In questa angosciosa situazione restammo dalle ore 9 del
mattino alle ore 18,30 della sera, sempre in continua
vigilanza e in gran trepidazione.
Avvilito, rivolsi un pensiero e una preghiera a suor
Chiara, di cui portavo sempre l'immagine con me e le
confidai che di morire non mi importava, ma che avrei
desiderato tanto rivedere prima mia madre.
Improvvisamente il fuoco cessò e l'incendio che si era
sviluppato nella capanna di fieno che era accanto alla
casa si spense da sé.
Con noi erano anche delle donne che nell'attesa
dell'arrivo dei tedeschi si raccolsero a recitare le
preghiere dei morti.
Tutti fecero coro alle donne per raccomandarsi l'anima,
dato che si prevedeva imminente la nostra fine ed
aspettammo rassegnati la nostra morte.
Allora dato che era quasi buio decidemmo di uscire e
cercammo di inoltrarci nella macchia. Così facemmo.
Contro le nostre previsioni non incontrammo nessuno e
potemmo, camminando tutta la notte ed il giorno
successivo attraverso infinite peripezie, passare il
fronte con l'aiuto di un partigiano che trovammo per la
strada e giungere a casa nostra dopo tre giorni di
faticoso cammino.
Sono fermamente convinto che l'essersi spento l'incendio
da sé, l'esser cessato il bombardamento e l'esser
rimasto sano e salvo con tutti gli altri sia durante la
permanenza nella casa dei Forconi che durante la fuga e
la traversata del fronte sia unicamente un miracolo
attribuibile a suor Chiara che ascoltando la mia
preghiera volle concedermi la grazia richiestale per sua
infinita bontà.
Adriano Lotti
N.B. L’episodio è tratto dal libro inedito LE 41 GRAZIE
DI SUOR M. CHIARA GARZI
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