GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Adriano, il figlio dell’avvocato Egisto Lotti, scampato nel 1944 a sicura morte
racconto di Adriano Lotti

 

Adriano, il Titti, era nato il 15 novembre 1921 ad un anno esatto dal matrimonio di Adriana Banti (1901) con l'avvocato Egisto Lotti (1898).
Nell'estate del 1940, quando l'Italia entrò in guerra, Adriano conseguì la maturità classica a Pontedera.
Alla guerra prese parte anche l'avvocato Egisto in veste di giudice dei tribunali militari.
Soltanto dopo l'8 settembre la famiglia Lotti poté ricomporsi.
Nel frattempo il ventiduenne Adriano, a seguito dei bombardamenti aerei e dopo l'occupazione tedesca dell'Italia peninsulare, cessò di frequentare l'Università di Pisa.
Nel luglio 1944, quando i Tedeschi ci ingiunsero lo sfollamento nelle campagne vicine, Adriano e i suoi genitori si rifugiarono nella loro villa sulla cima di una collina di Torre.
L'Arno era diventato la linea del fronte di guerra: sulla destra i tedeschi; sulla sinistra gli anglo-americani.
I cannoneggiamenti anglo-americani e i rastrellamenti operati dalle truppe tedesche mettevano continuamente a repentaglio la vita degli sfollati.
La signora Adriana pregava continuamente perché Iddio salvaguardasse la vita del marito e del figlio. La donna pretese addirittura che entrambi mettessero nel loro portamonete il santino di suor Chiara. Ma una mattina...
Il 20 agosto 1944 tanto io che mio padre fummo catturati dai soldati tedeschi e deportati sull'Appennino pistoiese a lavorare ad opere di fortificazione.
Dopo 45 giorni di lavori forzati, giunti all'Abetone, riuscimmo a fuggire e a metterci in contatto con i partigiani della formazione di Pippo.
Un giorno che questi erano partiti per un'azione su Gavinana restammo in 16 persone in una casa che serviva da quartier generale per i partigiani in una località chiamata i Forconi.
Improvvisamente, mentre lì riuniti provvedevamo a prepararci da mangiare, i Tedeschi cominciarono a bombardare questa casa con mortai e granate incendiarie perché avevano scoperto che quello era il punto di convegno dei patrioti della zona.
La casa prese fuoco, ma nessuno poteva fuggire dato che intorno era tutto prato, la macchia distante e i tedeschi sparavano contro al fabbricato anche con mitragliatrici pesanti, di modo che era impossibile uscire fuori dalla casa in qualunque modo.
La situazione era disperata. Ci rifugiammo tutti in un sottoscala in attesa della morte in quanto ero convinto che , terminato il bombardamento, i tedeschi avrebbero fatto irruzione nella casa o uccidendoci con bombe prima di entrare o catturandoci vivi per impiccarci come partigiani secondo le loro abitudini.
In questa angosciosa situazione restammo dalle ore 9 del mattino alle ore 18,30 della sera, sempre in continua vigilanza e in gran trepidazione.
Avvilito, rivolsi un pensiero e una preghiera a suor Chiara, di cui portavo sempre l'immagine con me e le confidai che di morire non mi importava, ma che avrei desiderato tanto rivedere prima mia madre.
Improvvisamente il fuoco cessò e l'incendio che si era sviluppato nella capanna di fieno che era accanto alla casa si spense da sé.
Con noi erano anche delle donne che nell'attesa dell'arrivo dei tedeschi si raccolsero a recitare le preghiere dei morti.
Tutti fecero coro alle donne per raccomandarsi l'anima, dato che si prevedeva imminente la nostra fine ed aspettammo rassegnati la nostra morte.
Allora dato che era quasi buio decidemmo di uscire e cercammo di inoltrarci nella macchia. Così facemmo.
Contro le nostre previsioni non incontrammo nessuno e potemmo, camminando tutta la notte ed il giorno successivo attraverso infinite peripezie, passare il fronte con l'aiuto di un partigiano che trovammo per la strada e giungere a casa nostra dopo tre giorni di faticoso cammino.
Sono fermamente convinto che l'essersi spento l'incendio da sé, l'esser cessato il bombardamento e l'esser rimasto sano e salvo con tutti gli altri sia durante la permanenza nella casa dei Forconi che durante la fuga e la traversata del fronte sia unicamente un miracolo attribuibile a suor Chiara che ascoltando la mia preghiera volle concedermi la grazia richiestale per sua infinita bontà.


Adriano Lotti

N.B. L’episodio è tratto dal libro inedito LE 41 GRAZIE DI SUOR M. CHIARA GARZI

 

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