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Avevo
14 anni.
La mattina del 25 luglio mi trovavo in Piazza dei Caduti
e precisamente davanti al negozio del “Montanellino” che
faceva angolo con la scalinata a cordoli della Fattoria
Corsini. Teresina, sempre ordinata e compita, con
l’immancabile grembiulino bianco, si era portata sulla
soglia della porta per respirare forse una boccata di
aria fresca. Di clienti in quel momento non ce n’era
nemmeno uno. E poi al banco c’era rimasto suo marito, il
Mannini.
Teresina, “in cinque e quattro” , le braccia conserte,
diede una sbirciata all’affresco di S. Cristoforo e
scosse la testa. Chissà cosa avrà pensato. Dalla seconda
finestra del primo piano del Palazzo Pretorio, all’epoca
caserma dei carabinieri, si affacciò senza copricapo il
maresciallo dei carabinieri. Con il movimento delle
braccia fece capire ai pochi presenti nella piazza di
avvicinarsi.
Anch’io mi portai sotto il Pretorio. Teresina, invece,
rimase sulla soglia del suo negozio.
- Cittadini, fucecchiesi. Benito Mussolini è stato
arrestato per ordine del re. Il Fascismo è finito.
Il Maresciallo si ritirò dalla finestra. I pochi
presenti applaudirono e subito si dispersero nelle vie
che si dipartono dalla piazza e gridavano.
- Il Fascismo è finito. Mussolini è stato arrestato.
Uscite! Venite a festeggiare.
Teresina, incredula, rientrò in negozio – forse per
informare dell’accaduto il marito – e non mi capitò più
di rivederla nel corso della mattina.
Qualcuno, vicino a me, voleva andare a suonare le
campane a festa; ma non venne preso sul serio da
nessuno. In pochi minuti la piazza si riempì.
- Le scale! Portate le scale! – gridarono alcuni.
Tutti volsero lo sguardo verso il Palazzo che aveva
ospitato la sede della Pretura fino al 1925 e poi la
Casa del Fascio fin quasi al 1940. Sulla facciata vi
erano ancora la scritta Casa del Fascio e alcuni fasci
littori. Inoltre alcune stanze del fabbricato fungevano
ancora da Archivio del Partito.
Appena vennero portate le scale, i più facinorosi, già
armati di martello e di scalpello, le appoggiarono alla
facciata della ex Casa del Fascio, vi salirono,
abbatterono i simboli del Partito Fascista e penetrarono
, passando dalla finestra, negli ex uffici del Partito
dei neri.
- Fate largo! – urlò uno di quelli che era entrato nella
stanze . Le persone si allontanarono alquanto, Dopo
pochi istanti cominciarono a piovere dalle finestre del
primo piano registri, libri, quadri del Duce e di
dirigenti locali e nazionali, fotografie, simboli
fascisti. Quando le stanze furono svuotate di nuovo i
facinorosi urlarono:
- Ora andiamo tutti Ingiù!
Io non seppi resistere alla tentazione di prendere un
po’ di quel materiale cartaceo. Nessuno ci fece caso.
Presi tre o quattro pezzi e li portai nell’andito della
mia casa in via Cammullia e li collocai dietro il
battente del portone che stava sempre aperto. Fatta
questa operazione andai di corsa in Piazza Montanelli.
All’altezza di via Giovanni Nelli udii un urlio
incredibile frammisto a degli schianti. La piazza era
gremita di persone. I fratelli Antonini stavano
scalpellando i fasci littori che decoravano la facciata
della Casa del Fascio nuova di zecca. Ogni volta che ne
cadeva uno tutti gridavano “Evviva!” ed applaudivano.
Appena lo smantellamento dei fasci littori fu condotto a
termine vidi arrivare una Topolino che si fermò davanti
al portone della Casa del Fascio che era chiuso. Dal
Topolino uscirono due carabinieri. Un terzo rimase al
volante della macchina. Venne suonato il campanello.
Subito il portone si aprì e ne uscì il Ciardini,
segretario del PNF. Me lo trovai a venti centimetri. Era
tutto sbiancato dalla paura. Qualcuno voleva aggredirlo,
ma i due carabinieri lo protessero e lo fecero salire
sulla macchina che subito si allontanò.
Visto che non succedeva più niente preferii ritornare in
via Cammullia per portare in salvo quella piletta di
documenti cartacei che avevo nascosto dietro il battente
aperto della porta di casa.
Appena fui entrato in casa, nonostante l’atmosfera
festosa che vi regnava – soltanto mio fratello, Mario,
era ancora visibilmente impaurito. Lui aveva il terrore
della violenza, della iconoclastia, degli urlii . Aveva
persino impedito a mia madre di affacciarsi alle
finestre di camera per vedere cosa succedeva in piazza
dei Caduti – fui bloccato da mia madre.
- Tu, cosa ci hai sotto il braccio?
- Questi cosi li buttavano dalla finestra in piazza del
Caduti.
- Non ti azzardare a lasciarli qui in casa. Vai e
rimettili dove li hai presi. E non credere di farmela
perché io ti vengo dietro.
Mia madre era spaventosamente coerente. Quando da via
Cammullia entrai in via S. Giovanni, con la coda
dell’occhio la vidi uscire dalla porta di casa. Stavo
per mettere piede in Piazza dei Caduti quando udii la
inconfondibile voce di mia, da tutti conosciuta come
Elena d’Arcasio.
- O Giannina, finalmente posso sfogarmi. Diglielo a tuo
cognato, il Fedi, che l’abbiamo sempre saputo che era
stato lui, insieme a Maso del Toscano, a fare la spia a
quei poliziotti che portarono in prigione il mio marito
e il mio cognato.
- O Elena, ti sbagli. Il Fedi non ci rientra nulla in
codesta faccenda.
- E ‘un me la tappi la bocca. Non ebbero pietà, lui e il
Toscano, nemmeno delle mie creature. Ma ora è finito il
tempo del fascismo. Ora non comandano più. E dovranno
pagare tutto il male che hanno fatto.
Giannina proseguì il suo cammino verso piazza Garibaldi
e poi verso via Castruccio. Io, stupefatto, mi ero
fermato ad ascoltar mia madre. Finalmente aveva potuto
sfogare tutto il suo rancore contro gli spioni che
avevano fatto assaporare a mio padre e a mio zio le
delizie del carcere delle Murate a Firenze. Al termine
dello sfogo verbale di mia madre mi portai davanti al
portone della ex Pretura e vi deposi libretti e registri
che volevo trattenere in casa a futura memoria.
- Va bene – mi gridò mia madre - Ora andiamo in casa. E
speriamo che anche la guerra finisca presto come è
finito il Fascismo.
Catastini Norberto
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