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Faceva
già caldo verso le ore 10 del 25 luglio 1943. Io me ne
stavo beatamente seduto sul muretto del giardinetto,
davanti casa, intento ad armeggiare con i pezzetti
colorati di una costruzione che mi avevano regalata gli
zii di S. Miniato per Natale. La coppia di anziani
sfollati livornesi, che avevamo ospitati nella nostra
abitazione dopo il disastroso bombardamento a tappeto
del 28 maggio di quell’anno, non erano ancora scei o
forse erano andati alla Messa nella chiesa delle Vedute.
Ad un tratto percepii, proveniente dalla strada un
insolita animazione. Erano persone che, in preda ad una
certa euforia, gridavano ininterrottamente:
- Finalmente lo hanno arrestato quel brigante! Ché il
diavolo se lo porti all’inferno!
Io non capivo chi fosse quel brigante del cui arresto
tutta quella gente si mostrava tanto contenta. Appena
l’improvvisato corteo fu passato, io mi rimisi a giocare
con la costruzione.
Poco dopo giunsero da Firenze la zia materna Paolina,
suo marito Adriano, la nipote Anita con la figlia
Adriana di 6 anni. Avevano abbandonato la città sotto
l’incubo dei bombardamenti. Noi li ospitammo di buon
grado perché in certi momenti la solidarietà si rivela
molto indispensabile e determinante.
Appena si ristabilì un po' di calma chiesi allo zio se
sapeva chi fosse quel brigante arrestato quella mattina.
- Mussolini – mi rispose tranquillo e proseguì – Anche
Firenze è in festa perché la gente era stufa della
guerra voluta da Mussolini e della sua dittatura. Io non
mi intendo di politica, caro Alvaro, e perciò non posso
esprimerti il mio giudizio a riguardo.
Mentalmente rimasi sconcertato. Mussolini, per effetto
della quotidiana propaganda scolastica, era diventato
anche per me un idolo. Chi avrebbe preso il suo posto.
C’era davvero un altro capo all’altezza di Benito
Mussolini?
Mia madre mi tranquillizzò dicendomi:
- Non preoccuparti! Nessuno è insostituibile. Forse col
nuovo capo andremo meglio di prima.
Qualche mese dopo, un giovane partigiano, Mario, mi
spiegò che il 25 luglio gli Italiani avevano collocato
una lampadina accesa nei quadranti degli orologi.
- Perché? – gli chiesi.
- Perché non vedevano l’ora.
Alvaro Zingoni
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