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Già fin
dalle prime ore del mattino l’aria era irrespirabile.
Ido Lotti, segretario dell’Ospedale, Giovanni Galleni,
detto Maccai, impiegato comunale, e un cieco avevano
lasciato il rifugio che si trovava negli scantinati del
Manicomio ed erano risaliti all’aria aperta, aperta per
modo di dire. I tre infatti, giorno dopo giorno,
bivaccavano dentro il recinto formato dalle pareti di
protezione dell’ingresso del rifugio formate da sacchi
pieni terra e di sabbia. Le pareti, alte tre metri,
erano in grado da assicurare la protezione contro le
schegge di eventuali cannonate che fossero piovute
nell’area dell’ospedale o nella piazza adiacente.
Difficilmente i tre varcavano la soglia di quel recinto.
Ci tenevano troppo alla loro incolumità.
Non ci tenevano, invece, troppo, i panettieri
dell’ospedale. Al mattino effettuavano sempre due
infornate – alle ore 6 e alle 8,30 - nel forno di
Vincenza, la venditrice ambulante che abitava
nell’ultima casa di Valdarnese, sul lato destro. Un
cancello divideva il fabbricato di Vincenza da quello
dell’Oratorio di S. Antonio da Padova fatto erigere nel
corso del 1700 dai Galleni e passato poi in proprietà ai
Comparini.
Vincenza era l’unica persona che in tutta quella zona
disponeva di un forno seppure non troppo grande. quello
di Biagino, in fondo a via Castruccio era stato
distrutto da una cannonata proprio un mese prima. I
panificatori dell’ospedale, i tre fratelli Biagi
(Dionisio, Raffaello e Beppe) e il Simoncini impastavano
la poca farina a disposizione in una stanza dell’attuale
fabbricato adibito a portineria. Con l’ausilio di
Giuseppe Moriani – il Reppipino – e di Falorni Ovidio,
un maestro fresco fresco di nomina, il pane veniva
portato a cuocere con le apposite tavole nel forno di
Vincenza in fondo a Via Valdarnese, oggi via Franco
Bracci. Il percorso per andare da Vincenza era duplice:
si poteva percorrere via Castruccio e poi imboccare via
Valdarnese; oppure si poteva passare dalla lavanderia
dell’ospedale, costeggiare l’orto e il giardino dei
Comparini e seguire il viottolo che portava al cancello
che separava la casa di Vincenza dall’Oratorio di S.
Antonio.
Quel sabato mattina i nostri portatori di pane da
cuocere, verso le 8,20 si accinsero a partire. Ido
Lotti, Giannino Galleni ed il cieco se ne stavano ancora
pacificamente dentro il recinto anti-cannonate. Appena i
portatori ebbero messo i piedi fuori della portineria
per poi recarsi in via Castruccio udirono dei fortissimi
sibili.
- A terra – gridò Ovidio – queste cascano ..
Un forte boato cancellò l’ultima parola del neomaestro.
Il proiettile aveva colpito la parte alta della facciata
del Manicomio in corrispondenza del recinto a sacchi
antischegge.
Dopo lo schianto Ido Lotti cominciò a gridare aiuto.
Beppe Biagi ed Ovidio Falorni lasciarono le tavole con
il pane da cuocere per terra e si precipitarono dentro
il recinto. Giannino Galleni era caduto dalla
poltroncina
su cui stava sempre seduto e non rispose ai richiami;
Ido Lotti ed il cieco seduti ancora sulla panchina,
erano feriti: Ido alla gola e il cieco al braccio, ma
vivi.
Dall’imbocco del rifugio Ovidio gridò:
- Portate subito una barella. Giannino sembra morto.
La barella venne subito portata nel recinto. Beppe ed
Ovidio vi adagiarono il corpo di Giannino e lo portarono
in ospedale. Il prof. Baccarini sentenziò:
- E’ morto. I sacchi non sono serviti a niente perché la
cannonata, per come mi hanno spiegato, è esplosa sopra
le loro teste.
Beppe di Biagino, seduta stante, commentò:
- Bella mi’ morte! La potessi fare anch’io!
Ovidio e Beppe ritornarono in portineria, ripresero le
tavole col pane da cuocere coperto con tovaglie bianche
e si portarono in fondo a via Valdarnese. Dionisio aveva
preparato il forno per la seconda infornata. Senza
frapporre indugi Dionisio cominciò ad infornare il pane
mentre ascoltava con attenzione quanto gli stavano
raccontando il fratello Beppe e il maestro Ovidio.
- Un mese fa c’ero io nella loro situazione – disse
Dionisio memore della cannonata che aveva distrutto la
sua casa con il forno e che aveva causato tre morti.
- Meno male che non mi ci sono ritrovato – commentò il
Reppipino che stava aspettando che il pane finisse di
cuocere per portarlo in ospedale.
Dall’altra parte della strada si fece vivo il “Lombetti”(Calugi
Agostino). Beppe Biagi volle sapere da lui dove era
sfollato, se da quel contadino gli facevano patire la
fame e se la zona era martellata dalle cannonate. La
conversazione venne interrotta da Dionisio, fratello di
Beppe e di Raffaello.
- Il pane è cotto. Facciamo il passamano
Beppe stava fumando una sigaretta e Ovidio gliela
fissava con tanta intensità. Dionisio cominciò a passare
i singoli fili di pane al Reppipino; questi li porgeva a
Ovidio; Ovidio li passava a Beppe che li sistemava nelle
tavole. Mentre gli passava il secondo filo di pane
Ovidio disse:
- Ce l’hai una sigaretta? Mi hai fatto venir la voglia
di fumare.
- Ce ne ho una sola, ma te la do. Oggi vado a trovar la
famiglia a Montecatini e farò un bel rifornimento di
sigarette.
Beppe porse la sigaretta a Ovidio. Ovidio se la portò
alle labbra e di nuovo:
- Me la fai accendere ?
Ovidio fece l’atto di avvicinarsi con la sua a quella
ancora accesa di Beppe: udirono il colpo di partenza di
una cannonata.
- Beppe, questa viene qui da noi. A terra!
La cannonata esplose a pochi metri di distanza dal
forno. Subito si levò alta la voce del Lombetti:
- Aiuto! Venite a prendermi! sono ferito.
Ovidio fu il primo ad alzarsi da terra. Il Reppipino e
Dionisio andarono a soccorrere il Lombetti in condizioni
disperate: la cannonata gli aveva portato via un
braccio; una gamba era tutta sfracellata; una natica
spostata. Agonizzava.
Ovidio, appena alzato, disse a Beppe che si trovava
seduto per terra:
- Beppe, il pericolo è passato. Alzati.
E poi lo toccò con un piede per sollecitarlo
ulteriormente ad alzarsi. Beppe, come se avesse perso
improvvisamente l’equilibrio, scivolò per terra e non
dava più segni di vita anche se non erano visibili le
eventuali ferite.
- Dionisio, corri! Tuo fratello Beppe sembra morto.
Dionisio abbandonò il Lombetti, si riportò nel luogo
dove caricavano il pane, rovesciò i fili di pane già
cotti per terra e disse ad Ovidio:
- Carichiamolo su questa tavola e portiamolo
all’ospedale. Può darsi che sia soltanto svenuto.
Incuranti dei tedeschi percorsero via Valdarnese di
corsa, passarono sul viottolo scavato nelle macerie
della torre distrutta il 10 agosto e a corsa fecero via
Castruccio.
Per strada gridavano:
- Aiuto! aiutooo!
Il cancello dell’ospedale era stato aperto.
Il professor Baccarini, appena lo vide, disse che Beppe
era morto, ma volle esaminarlo ben bene per scoprire
dove era stato colpito: il petto era illeso e perciò il
cuore non era stato colpito. Il professore esaminò
allora attentamente la testa.
- Ho trovato – disse – Una scheggia gli è penetrata nel
cervelletto.
Mentre il professore emetteva la diagnosi ferale, venne
portato nel suo ambulatorio anche il Lombetti (Calugi).
Baccarini si portò le mani alla testa tanto grave gli
apparve la situazione del poveretto. Verso le ore 11
anche lui spirò.
Dionisio era crollato di schianto. La guerra gli aveva
chiesto troppo. Piangendo era disceso giù nel rifugio
del Manicomio dove erano ancora ricoverati la moglie
Corinna ed il coinquilino Sandrino Monti.
- Così è troppo. E’ troppo- gridava in preda ad una
crisi di pianto.
E per poco non impazzì dal dolore.
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