GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

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Sabato 19 agosto 1944, giorno funesto per i fucecchiesi

 

Già fin dalle prime ore del mattino l’aria era irrespirabile. Ido Lotti, segretario dell’Ospedale, Giovanni Galleni, detto Maccai, impiegato comunale, e un cieco avevano lasciato il rifugio che si trovava negli scantinati del Manicomio ed erano risaliti all’aria aperta, aperta per modo di dire. I tre infatti, giorno dopo giorno, bivaccavano dentro il recinto formato dalle pareti di protezione dell’ingresso del rifugio formate da sacchi pieni terra e di sabbia. Le pareti, alte tre metri, erano in grado da assicurare la protezione contro le schegge di eventuali cannonate che fossero piovute nell’area dell’ospedale o nella piazza adiacente. Difficilmente i tre varcavano la soglia di quel recinto. Ci tenevano troppo alla loro incolumità.
Non ci tenevano, invece, troppo, i panettieri dell’ospedale. Al mattino effettuavano sempre due infornate – alle ore 6 e alle 8,30 - nel forno di Vincenza, la venditrice ambulante che abitava nell’ultima casa di Valdarnese, sul lato destro. Un cancello divideva il fabbricato di Vincenza da quello dell’Oratorio di S. Antonio da Padova fatto erigere nel corso del 1700 dai Galleni e passato poi in proprietà ai Comparini.
Vincenza era l’unica persona che in tutta quella zona disponeva di un forno seppure non troppo grande. quello di Biagino, in fondo a via Castruccio era stato distrutto da una cannonata proprio un mese prima. I panificatori dell’ospedale, i tre fratelli Biagi (Dionisio, Raffaello e Beppe) e il Simoncini impastavano la poca farina a disposizione in una stanza dell’attuale fabbricato adibito a portineria. Con l’ausilio di Giuseppe Moriani – il Reppipino – e di Falorni Ovidio, un maestro fresco fresco di nomina, il pane veniva portato a cuocere con le apposite tavole nel forno di Vincenza in fondo a Via Valdarnese, oggi via Franco Bracci. Il percorso per andare da Vincenza era duplice: si poteva percorrere via Castruccio e poi imboccare via Valdarnese; oppure si poteva passare dalla lavanderia dell’ospedale, costeggiare l’orto e il giardino dei Comparini e seguire il viottolo che portava al cancello che separava la casa di Vincenza dall’Oratorio di S. Antonio.
Quel sabato mattina i nostri portatori di pane da cuocere, verso le 8,20 si accinsero a partire. Ido Lotti, Giannino Galleni ed il cieco se ne stavano ancora pacificamente dentro il recinto anti-cannonate. Appena i portatori ebbero messo i piedi fuori della portineria per poi recarsi in via Castruccio udirono dei fortissimi sibili.
- A terra – gridò Ovidio – queste cascano ..
Un forte boato cancellò l’ultima parola del neomaestro. Il proiettile aveva colpito la parte alta della facciata del Manicomio in corrispondenza del recinto a sacchi antischegge.
Dopo lo schianto Ido Lotti cominciò a gridare aiuto. Beppe Biagi ed Ovidio Falorni lasciarono le tavole con il pane da cuocere per terra e si precipitarono dentro il recinto. Giannino Galleni era caduto dalla poltroncina
su cui stava sempre seduto e non rispose ai richiami; Ido Lotti ed il cieco seduti ancora sulla panchina, erano feriti: Ido alla gola e il cieco al braccio, ma vivi.
Dall’imbocco del rifugio Ovidio gridò:
- Portate subito una barella. Giannino sembra morto.
La barella venne subito portata nel recinto. Beppe ed Ovidio vi adagiarono il corpo di Giannino e lo portarono in ospedale. Il prof. Baccarini sentenziò:
- E’ morto. I sacchi non sono serviti a niente perché la cannonata, per come mi hanno spiegato, è esplosa sopra le loro teste.
Beppe di Biagino, seduta stante, commentò:
- Bella mi’ morte! La potessi fare anch’io!
Ovidio e Beppe ritornarono in portineria, ripresero le tavole col pane da cuocere coperto con tovaglie bianche e si portarono in fondo a via Valdarnese. Dionisio aveva preparato il forno per la seconda infornata. Senza frapporre indugi Dionisio cominciò ad infornare il pane mentre ascoltava con attenzione quanto gli stavano raccontando il fratello Beppe e il maestro Ovidio.
- Un mese fa c’ero io nella loro situazione – disse Dionisio memore della cannonata che aveva distrutto la sua casa con il forno e che aveva causato tre morti.
- Meno male che non mi ci sono ritrovato – commentò il Reppipino che stava aspettando che il pane finisse di cuocere per portarlo in ospedale.
Dall’altra parte della strada si fece vivo il “Lombetti”(Calugi Agostino). Beppe Biagi volle sapere da lui dove era sfollato, se da quel contadino gli facevano patire la fame e se la zona era martellata dalle cannonate. La conversazione venne interrotta da Dionisio, fratello di Beppe e di Raffaello.
- Il pane è cotto. Facciamo il passamano
Beppe stava fumando una sigaretta e Ovidio gliela fissava con tanta intensità. Dionisio cominciò a passare i singoli fili di pane al Reppipino; questi li porgeva a Ovidio; Ovidio li passava a Beppe che li sistemava nelle tavole. Mentre gli passava il secondo filo di pane Ovidio disse:
- Ce l’hai una sigaretta? Mi hai fatto venir la voglia di fumare.
- Ce ne ho una sola, ma te la do. Oggi vado a trovar la famiglia a Montecatini e farò un bel rifornimento di sigarette.
Beppe porse la sigaretta a Ovidio. Ovidio se la portò alle labbra e di nuovo:
- Me la fai accendere ?
Ovidio fece l’atto di avvicinarsi con la sua a quella ancora accesa di Beppe: udirono il colpo di partenza di una cannonata.
- Beppe, questa viene qui da noi. A terra!
La cannonata esplose a pochi metri di distanza dal forno. Subito si levò alta la voce del Lombetti:
- Aiuto! Venite a prendermi! sono ferito.
Ovidio fu il primo ad alzarsi da terra. Il Reppipino e Dionisio andarono a soccorrere il Lombetti in condizioni disperate: la cannonata gli aveva portato via un braccio; una gamba era tutta sfracellata; una natica spostata. Agonizzava.
Ovidio, appena alzato, disse a Beppe che si trovava seduto per terra:
- Beppe, il pericolo è passato. Alzati.
E poi lo toccò con un piede per sollecitarlo ulteriormente ad alzarsi. Beppe, come se avesse perso improvvisamente l’equilibrio, scivolò per terra e non dava più segni di vita anche se non erano visibili le eventuali ferite.
- Dionisio, corri! Tuo fratello Beppe sembra morto.
Dionisio abbandonò il Lombetti, si riportò nel luogo dove caricavano il pane, rovesciò i fili di pane già cotti per terra e disse ad Ovidio:
- Carichiamolo su questa tavola e portiamolo all’ospedale. Può darsi che sia soltanto svenuto.
Incuranti dei tedeschi percorsero via Valdarnese di corsa, passarono sul viottolo scavato nelle macerie della torre distrutta il 10 agosto e a corsa fecero via Castruccio.
Per strada gridavano:
- Aiuto! aiutooo!
Il cancello dell’ospedale era stato aperto.
Il professor Baccarini, appena lo vide, disse che Beppe era morto, ma volle esaminarlo ben bene per scoprire dove era stato colpito: il petto era illeso e perciò il cuore non era stato colpito. Il professore esaminò allora attentamente la testa.
- Ho trovato – disse – Una scheggia gli è penetrata nel cervelletto.
Mentre il professore emetteva la diagnosi ferale, venne portato nel suo ambulatorio anche il Lombetti (Calugi). Baccarini si portò le mani alla testa tanto grave gli apparve la situazione del poveretto. Verso le ore 11 anche lui spirò.
Dionisio era crollato di schianto. La guerra gli aveva chiesto troppo. Piangendo era disceso giù nel rifugio del Manicomio dove erano ancora ricoverati la moglie Corinna ed il coinquilino Sandrino Monti.
- Così è troppo. E’ troppo- gridava in preda ad una crisi di pianto.
E per poco non impazzì dal dolore.

 

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