GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

I fatti del 10 agosto 1944 a Ponte a Cappiano

 

Il 1944 fu un anno particolarmente ricco di messi. Le piante erano cariche di frutti e il raccolto del grano fu abbondantissimo. Avremmo potuto mangiare a sazietà se fosse stato possibile fare la farina, ma, purtroppo, ad un certo momento l’energia elettrica non arrivò più e le macine restarono ferme. La popolazione ai trovò in gravi difficoltà. Il mulino, che aveva sede proprio nel nostro cortile, e che era dotato di quattro macine di cui due da grano, una da granturco e l’altra da avena, segale e orzo, dovette chiudere i battenti, finché, incalzato da continue richieste da parte dei contadini, il proprietario trovò una soluzione di emergenza.
Non so dove né come, riuscì a reperire una caldaia a vapore con tanto di camino fumante, alimentabile a legna. Fu piazzata all’esterno del mulino, davanti alla porta e fu collegata con una lunga cinghia ad una macina. La produzione di farina era assai ridotta, ma era meglio che niente. Non appena la popolazione seppe la cosa, corse con sacchi e sacchetti a macinare. Nei giorni successivi si formarono lunghe code che non potevano esaurirsi nella giornata: la gente veniva a macinare dalla Torre, Massarella, Pinete, Cinelli, Vedute, Poggio Adorno, poiché solo il mulino di Ponte a Cappiano era in attività. Il Molin del Topo aveva Chiuso già prima della guerra e quelli di Fucecchio e di Castelfranco erano più difficilmente raggiungibili.
Il grano, pertanto, cominciò ad ammassarsi, veniva lasciato in deposito in mulino e nelle case vicine, in. quelle di Ammannati Angiolo e Gerboni Carlo, in attesa che fosse trasformato in farina.
Gli unici a essere serviti subito erano tedeschi. Il 10 agosto due di essi, al mattino, accompagnarono un contadino., nella cui casa avevano preso alloggio, a macinare e lasciarono, la loro camionetta abbastanza in vista.. Una “cicogna” degli americani già de alcuni giorni faceva ricognizioni particolari nella nostra zona, un po’ insospettita dalla caldaia che era stata mimetizzata con fresche e altre cose, ma che non poteva essere nascosta del tutto per il fumo che faceva. Quel giorno la camionetta, probabilmente, alimentò ancora di più i sospetti. Verso le dieci cominciarono a cedere “fumogeni” tutto attorno e arrivò anche una cannonata che cadde a circa 150 metri dal cortile. Le schegge si sparsero qua e là, ma sembrò che non avessero provocato alcun danno. Il Selmi Paolo, sordo come una campana, era sull’uscio e non si accorse di niente. La moglie (Mainardi Maria) era in cucina che dormiva su una poltrona a sdraio. L’appartamento del Selmi faceva parte di un casamento in cui abitavano cinque famiglie: quelle di Ammannati Francesco, di Ammannati Angiolo, di Selmi Paolo, di Morelli Luisa e di Gerboni Agostino (Carlo).
Quando il Selmi entrò in casa, toccò la moglie in una spalla per svegliarla e dirle non so che cosa. Maria cadde da una parte e solo allora il Selmi capì che era morta; ma non si rese conto quale fosse stata la causa.
Furono chiamati la figlia Santina e il nipote Angiolo: arrivarono altre persone e il mistero fu svelato. Una piccolissima scheggia aveva attraversato la porta di legno della parte chiusa e l’aveva colpita al cuore. Un rigagnolo di sangue, un foro quasi invisibile, la morte senza scampo. Fu mandata a chiamare l’altra figlia, Annunziata Selmi in Benvenuti, che abitava a circa un chilometro di distanza, ed essa, approfittando dell’ora del mezzogiorno, relativamente sicura perché di solito le cannonate tacevano, venne a far visita alla mamma. Si trattenne per un paio d’ore e poi decise di andarsene, ma prima andò a cercare Annunziata Campigli in Gerboni, per chiedere qualche uovo per la cena. Il nipote Angiolo l’accompagnò. Annunziata Gerboni stava preparandosi per tornare nel rifugio con i figli Renzo e Mario. Disse loro di avviarsi e andò a vedere se nel covo c’erano le uova. Gliele dette e tutti e tre uscirono. Angiolo era un po’ più avanti. Aveva appena voltato dietro il cantone della casa, che due colpi secchi lo fecero rabbrividire. Aggiustati i tiri con i fumogeni al mattino, gli americani avevano deciso di passare all’azione per mettersi ’al sicuro’ da quell’ordigno che forse non avevano ancora ben identificato (la macchina a vapore) e che, avendo visto la camionetta, pensavano fosse utile ai tedeschi. Uno “srappel” era caduto proprio in mezzo al ‘cortile e un altro a poca distanza.’ La Gerboni, la Selmi, Luisa Sassetti nata Morelli, un tedesco, la Ciucci, la Maestrini, il Maestrelli, furono colpiti a morte. Molte altre persone furono ferite e sopravvissero.

Destino

Ai Casini c’erano diversi sfollati. Fra questi, tre persone di Livorno che non avevano voluto costruirsi un rifugio e cercavano di ripararsi come meglio potevano. Si chiamavano Bindi Ada, Bindi Quintina e Bresciani Ugo, marito di una delle due sorelle. Il 10 agosto seppero della strage avvenuta al mulino e pensarono che sarebbe stato meglio fare un “paraschegge” per stare un po' più al sicuro. Scelsero una fossa dietro casa abbastanza larga e profonda, vi misero sopra pali di legno e frasche, coprirono il tutto con un spesso strato di terra e, nelle ore in cui le cannonate erano più frequenti, incominciarono a rifugiarsi sotto a questa copertura. Il 15 agosto, durante un attacco, corsero in questo rifugio per metterai. al sicuro dalle schegge e trovarono la morte. Un proiettile perforante penetrò all’interno, scoppiò e ridusse i loro corpi a brandelli.

Fuga

Quando le cannonate cadevano con più frequenza, gli uomini lasciavano i loro nascondigli e andavano nel rifugio insieme agli altri. Un giorno, proprio per questo, i tedeschi riuscirono a prenderne parecchi, per portarli non si sa dove, né a fare che cosa. Arrivati con un camion a metà della collina nella quale era scavato il rifugio, scesero, e calando senza far rumore lungo il pendio, sbarrarono le entrate del rifugio in maniera c che nessuno potesse uscire; così catturarono tutti gli uomini che erano ”dentro”. Due livornesi chiesero di poter andare in casa a mettersi le scarpe e non appena si sottrassero alla vista dei tedeschi si dettero alla fuga. Michele Donnini si mise a piangere e implorare. Angiolo Ammannati approfittò di un po’ di confusione e scappò di gran corsa. Percorse un rettilineo di una trentina di metri e poi imboccò la discesa che portava alla casa del Terreni, oltre la quale c’erano i campi. Al Terreni c’era di stanza un altro gruppo di tedeschi e, vedendolo correre in quel modo, capirono che stava fuggendo. Girò intorno al muretto dell’aia, entrò in un prato e di li in un campo di saggina già alta. Si sdraiò tra i filari e aspettò con una gran tremarella.
I tedeschi che erano a metà collina, con un binocolo potevano seguire il suo percorso anche all’interno del campo, poiché vedevano muovere i fili della saggina. Dettero ordine a due di quelli che erano al Terreni di andarlo a cercare e intanto, dall’alto, li guidarono nella giusta direzione. L’Ammannati li sentì pronunciare secchi comandi incomprensibili, ma dal tono capì bene che avevano brutte intenzioni. I due partirono dal prato e risalirono lentamente il campo. I passi si avvicinarono sempre di più e la paura crebbe. A un tratto divennero ben visibili: uno reggeva il fucile dietro la schiena con le due mani, l’altro lo teneva puntato. Da un momento all’altro poteva partire il colpo fatale. Invece non fu così. I due passarono dal filare accanto a quello in cui era sdraiato l’Ammannati, andarono oltre, dissero qualcosa ai tedeschi che erano sulla collina e si allontanarono. Può darsi che, per non farsi colpire in faccia dalle spazzole e dalle foglie della saggina guardassero in alto e non l’avessero visto, però l’Ammannati ha sempre pensato che fossero due buoni diavoli ed avessero fatto finta di non vederlo per salvargli la vita. E ha sempre pensato che anche in quei trenta metri di rettilineo percorsi all’inizio della fuga, se avessero voluto lo avrebbero stecchito.

Comico e tragico

Comico e tragico, nel periodo della guerra, spesso si mescolavano e acquistavano confini indefiniti come in questo fatto. E’ risaputo che molti soldati l’8 settembre 1944 scapparono a casa o divennero disertori. Anche al Poggio degli Impiccati un carabiniere si era dato alla macchina. Un ...... e un ...... vennero a cercarlo, ma lui era ben nascosto e le donne che erano in casa dissero di non averlo visto e di non saperne niente. I due, intuendo che mentivano, alzarono la voce, ma esse, per niente intimidite, replicarono con irruenza e ne venne fuori una schermaglia di parole urlate con rabbia che poterono essere sentite della collina accanto, dove c’era un pollaio. Alcuni giovani erano lì a giocare e tra questi c’era certo Silvano, un tipo un po’ spaccone e tanto originale da poter essere scambiato, da chi non lo conoscesse per uno a cui mancasse come si suoi dire, qualche venerdì. Costui. si mise ad ascoltare le voci provenienti. dal Poggio e, non appena si rese conto di quanto succedeva, cominciò a gridare con quanto fiato aveva: “ Hanno ragione!”
Il ...e il ...... quando passarono dalla strada che fiancheggiava il pollaio si fermarono, poggiarono le biciclette e domandarono:
- Chi, era che urlava da qui?
- Io! - rispose Silvano facendosi subito avanti - Dicevo che avevi ragione.
I due si sentirono presi in giro, perché avevano capito che egli dava ragione alle donne e gli intimarono di seguirlo dai carabinieri, a. Fucecchio.
Silvano vide che la cosa si metteva male e disse:
- Ma come e fo’ a venì a Fucecchio vestito male così! E poi ci ho gli zoccoli! Mandatemi un po' a “cambiammi”!.
Dentro di sé aveva già programmato una fuga, ma quelli non si lasciarono abbindolare e non gli restò che seguirli così com’era. Per la strada gli zoccoli, che erano piuttosto ampi gli tessevano e quando arrivò a Fucecchio aveva i piedi pieni di sbucciature e di galle. I “moccoli” volavano uno. dietro l’altro e nemmeno i carabinieri riuscirono a zittirlo. Intanto il babbo, saputo dell’accaduto, si precipitò. dal maresciallo e riuscì a far rilasciare il figlio. La frase più convincente sembra sia stata questa:
- Maresciallo, io ho già dato alla patria due figlioli giovani e sani di mente. O che ne volete piglia’ un antro che è anche ciucco! Almeno quello lasciatemelo!

Nascondigli

Durante la guerra, tutto era prezioso, anche le cose, più untili e tutto si nascondeva per impedire ai tedeschi di rubarlo. I nascondigli erano costituiti dai luoghi più impensati. A casa mia le biciclette e i tegami erano stati messi nella catasta della fascine, i soldi nel buco di un vecchio muro, la biancheria nel forno che poi era stato murato e due conche sotterrate in un campo, la macchina da cucire in una buca scavata nell’orto e poi coperta e rivestita con tavole e cemento, gli uomini (perché anche quelli dovevano essere nascosti) nelle fogne, nelle biche del grano e nelle ceppe delle piante del bosco. Ma la cosa che più mi è rimasta in mente sono i due vasi di zucchero nascosti su un pioppo a cui era attaccata una vite di uva fragola. Tra il fitto fogliame erano al sicuro dai tedeschi ma non dalle schegge, per cui ogni volta che tirava una cannonata, dopo aver constatato l’incolumità delle persone, si andava a constatare quella dei due vasi; ed era una gran soddisfazione vederli lì, belli bianchi, in mezzo al verde delle foglie. Ma un giorno andò male anche a loro. Diverse schegge colpirono il pioppo, la vite e uno dei due vasi . L’altro rimase intatto, ma dovette traslocare, perché ormai quel rifugio era troppo insicuro per lui, rimasto allo scoperto tra rami spezzati e spogli. Dopo qualche giorno si pensò di utilizzano per farne pane biscottato, cioè pane con un po’ di zucchero e di anici. I tedeschi sapevano che le cose venivano nascoste e spesso, se non le trovavano, si arrabbiavano. Un giorno uno andò a cercare pane da un certo Carlo Gerboni. Costui non ne aveva veramente e tentò di farglielo capire a gesti e con ogni altro mezzo. Non riuscendovi, lo portò alla madia e gli fece vedere che dentro c’era solo un piccolo lievito. Il tedesco s’indispettì, prese una manciata di quella pasta fermentata e la scaraventò in faccia al Gerboni che, nonostante l’affronto, restò fermo come una statua. Di farsi sparare non era il caso.

Giochi

La guerra è guerra, ma i bambini sono bambini e anche nei periodi tristi conservano la loro voglia di giocare. La raccolta delle fascette dei dadi, le cinture di fogli di caramelle, i carrettini con i rocchetti, i trattori di coccoli non si potevano più fare e allora si ricorreva ai materiali a disposizione, di cui non si conosceva la pericolosità. Un giorno i tedeschi lasciarono incustodite delle polveri da sparo e subito dei ragazzi se ne appropriarono per giocare. Scavarono delle buchette in terra e dall’orlo di esse fecero partire dei piccoli canali lunghi qualche metro. Riempirono le une e gli altri di polvere e dettero fuoco a quella che era in cima al canale. Le fiammella si propagò lungo di esso come lungo una miccia e, quando arrivò alla buchette, provocò uno scoppio. Il gioco durò per un po’ senza inconvenienti, ma ad un certo momento lo scoppio avvenne prima del tempo e uno dei ragazzi rimase avvolto nel fumo, fortunatamente senza danni. Allora capirono che la cosa era pericolosa e tutto s’interruppe. Ma continuò un altro gioco non meno pericoloso: quello, come dicevano loro, di toccare il sederino alle bombe. Esso consisteva nell’infilare. una canna nel buco dal quale era entrata una bomba perforante rimasta inesplosa, fino a toccare quell’ordigno che avrebbe potuto provocare una strage. Le femmine avevano le bambole di stracci e di paglia, ma si divertivano anche ad andare a sbucciare le patate ai tedeschi. A1 mattino, essi passavano, radunavano un gruppo di donne e le portavano al Terreni e sbucciare decine di chili di patate. Le bambine seguivano le madri e le più grandicelle, si mettevano al lavoro, divertendosi un mucchio e sentendosi anche grandi e importanti, al pensiero di lavorare per quegli uomini in divisa cosi austeri. Alla fine assistevano alle squartatura delle mucche razziate nella campagna. I pezzi scadenti venivano distribuiti, dai tedeschi, alle lavoranti ed era un gran divertimento, per le bambine, gareggiare per ottenere il pezzo più grosso o quello più nobile, come il cuore; oltre, naturalmente ad essere una grande gioia, perché quel giorno si poteva mangiare bene.
Note Ammannati Gerboni Elsa

(1) Carrettini con rocchetti: un rocchetto di legno doveva essere così predisposto: si facevano tacche lungo le due circonferenze più grandi. Si procedeva poi a staccare da una candela un pezzetto di circa un cm. e dal centro di questo cilindretto di cera, si faceva passare un elastico nella cui campanella sì infilava un fiammifero perché l’elastico non si sfilasse.
L’altro capo dell’elastico si faceva passare dal buco del rocchetto e si fermava con un altro mezzo fiammifero.
Si avvolgeva l’elastico per mezzo del fiammifero che stava dalla parte del cilindretto di cera. Poggiando il rocchetto su una superficie piana (pavimento, tavolo ..) questo si muoveva sotto l’azione del1’elastico che, svolgendosi, faceva camminare il rocchetto.

(2) Trattori di coccoli: all’interno del gambo del granturco, sotto la buccia legnosa, c’è un cilindro di materia morbida e spugnosa che può essere tagliata molto facilmente e si chiama “coccolo”. Accoppiando insieme tanti di questi coccoli con delle scheggette di legno ricavate dalla parte esterna del gambo del granturco si potevano costruire molte cose: trattori, navi, aerei, bambole...



 

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