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Il 1944
fu un anno particolarmente ricco di messi. Le piante
erano cariche di frutti e il raccolto del grano fu
abbondantissimo. Avremmo potuto mangiare a sazietà se
fosse stato possibile fare la farina, ma, purtroppo, ad
un certo momento l’energia elettrica non arrivò più e le
macine restarono ferme. La popolazione ai trovò in gravi
difficoltà. Il mulino, che aveva sede proprio nel nostro
cortile, e che era dotato di quattro macine di cui due
da grano, una da granturco e l’altra da avena, segale e
orzo, dovette chiudere i battenti, finché, incalzato da
continue richieste da parte dei contadini, il
proprietario trovò una soluzione di emergenza.
Non so dove né come, riuscì a reperire una caldaia a
vapore con tanto di camino fumante, alimentabile a
legna. Fu piazzata all’esterno del mulino, davanti alla
porta e fu collegata con una lunga cinghia ad una
macina. La produzione di farina era assai ridotta, ma
era meglio che niente. Non appena la popolazione seppe
la cosa, corse con sacchi e sacchetti a macinare. Nei
giorni successivi si formarono lunghe code che non
potevano esaurirsi nella giornata: la gente veniva a
macinare dalla Torre, Massarella, Pinete, Cinelli,
Vedute, Poggio Adorno, poiché solo il mulino di Ponte a
Cappiano era in attività. Il Molin del Topo aveva Chiuso
già prima della guerra e quelli di Fucecchio e di
Castelfranco erano più difficilmente raggiungibili.
Il grano, pertanto, cominciò ad ammassarsi, veniva
lasciato in deposito in mulino e nelle case vicine, in.
quelle di Ammannati Angiolo e Gerboni Carlo, in attesa
che fosse trasformato in farina.
Gli unici a essere serviti subito erano tedeschi. Il 10
agosto due di essi, al mattino, accompagnarono un
contadino., nella cui casa avevano preso alloggio, a
macinare e lasciarono, la loro camionetta abbastanza in
vista.. Una “cicogna” degli americani già de alcuni
giorni faceva ricognizioni particolari nella nostra
zona, un po’ insospettita dalla caldaia che era stata
mimetizzata con fresche e altre cose, ma che non poteva
essere nascosta del tutto per il fumo che faceva. Quel
giorno la camionetta, probabilmente, alimentò ancora di
più i sospetti. Verso le dieci cominciarono a cedere
“fumogeni” tutto attorno e arrivò anche una cannonata
che cadde a circa 150 metri dal cortile. Le schegge si
sparsero qua e là, ma sembrò che non avessero provocato
alcun danno. Il Selmi Paolo, sordo come una campana, era
sull’uscio e non si accorse di niente. La moglie (Mainardi
Maria) era in cucina che dormiva su una poltrona a
sdraio. L’appartamento del Selmi faceva parte di un
casamento in cui abitavano cinque famiglie: quelle di
Ammannati Francesco, di Ammannati Angiolo, di Selmi
Paolo, di Morelli Luisa e di Gerboni Agostino (Carlo).
Quando il Selmi entrò in casa, toccò la moglie in una
spalla per svegliarla e dirle non so che cosa. Maria
cadde da una parte e solo allora il Selmi capì che era
morta; ma non si rese conto quale fosse stata la causa.
Furono chiamati la figlia Santina e il nipote Angiolo:
arrivarono altre persone e il mistero fu svelato. Una
piccolissima scheggia aveva attraversato la porta di
legno della parte chiusa e l’aveva colpita al cuore. Un
rigagnolo di sangue, un foro quasi invisibile, la morte
senza scampo. Fu mandata a chiamare l’altra figlia,
Annunziata Selmi in Benvenuti, che abitava a circa un
chilometro di distanza, ed essa, approfittando dell’ora
del mezzogiorno, relativamente sicura perché di solito
le cannonate tacevano, venne a far visita alla mamma. Si
trattenne per un paio d’ore e poi decise di andarsene,
ma prima andò a cercare Annunziata Campigli in Gerboni,
per chiedere qualche uovo per la cena. Il nipote Angiolo
l’accompagnò. Annunziata Gerboni stava preparandosi per
tornare nel rifugio con i figli Renzo e Mario. Disse
loro di avviarsi e andò a vedere se nel covo c’erano le
uova. Gliele dette e tutti e tre uscirono. Angiolo era
un po’ più avanti. Aveva appena voltato dietro il
cantone della casa, che due colpi secchi lo fecero
rabbrividire. Aggiustati i tiri con i fumogeni al
mattino, gli americani avevano deciso di passare
all’azione per mettersi ’al sicuro’ da quell’ordigno che
forse non avevano ancora ben identificato (la macchina a
vapore) e che, avendo visto la camionetta, pensavano
fosse utile ai tedeschi. Uno “srappel” era caduto
proprio in mezzo al ‘cortile e un altro a poca
distanza.’ La Gerboni, la Selmi, Luisa Sassetti nata
Morelli, un tedesco, la Ciucci, la Maestrini, il
Maestrelli, furono colpiti a morte. Molte altre persone
furono ferite e sopravvissero.
Destino
Ai Casini c’erano diversi sfollati. Fra questi, tre
persone di Livorno che non avevano voluto costruirsi un
rifugio e cercavano di ripararsi come meglio potevano.
Si chiamavano Bindi Ada, Bindi Quintina e Bresciani Ugo,
marito di una delle due sorelle. Il 10 agosto seppero
della strage avvenuta al mulino e pensarono che sarebbe
stato meglio fare un “paraschegge” per stare un po' più
al sicuro. Scelsero una fossa dietro casa abbastanza
larga e profonda, vi misero sopra pali di legno e
frasche, coprirono il tutto con un spesso strato di
terra e, nelle ore in cui le cannonate erano più
frequenti, incominciarono a rifugiarsi sotto a questa
copertura. Il 15 agosto, durante un attacco, corsero in
questo rifugio per metterai. al sicuro dalle schegge e
trovarono la morte. Un proiettile perforante penetrò
all’interno, scoppiò e ridusse i loro corpi a brandelli.
Fuga
Quando le cannonate cadevano con più frequenza, gli
uomini lasciavano i loro nascondigli e andavano nel
rifugio insieme agli altri. Un giorno, proprio per
questo, i tedeschi riuscirono a prenderne parecchi, per
portarli non si sa dove, né a fare che cosa. Arrivati
con un camion a metà della collina nella quale era
scavato il rifugio, scesero, e calando senza far rumore
lungo il pendio, sbarrarono le entrate del rifugio in
maniera c che nessuno potesse uscire; così catturarono
tutti gli uomini che erano ”dentro”. Due livornesi
chiesero di poter andare in casa a mettersi le scarpe e
non appena si sottrassero alla vista dei tedeschi si
dettero alla fuga. Michele Donnini si mise a piangere e
implorare. Angiolo Ammannati approfittò di un po’ di
confusione e scappò di gran corsa. Percorse un
rettilineo di una trentina di metri e poi imboccò la
discesa che portava alla casa del Terreni, oltre la
quale c’erano i campi. Al Terreni c’era di stanza un
altro gruppo di tedeschi e, vedendolo correre in quel
modo, capirono che stava fuggendo. Girò intorno al
muretto dell’aia, entrò in un prato e di li in un campo
di saggina già alta. Si sdraiò tra i filari e aspettò
con una gran tremarella.
I tedeschi che erano a metà collina, con un binocolo
potevano seguire il suo percorso anche all’interno del
campo, poiché vedevano muovere i fili della saggina.
Dettero ordine a due di quelli che erano al Terreni di
andarlo a cercare e intanto, dall’alto, li guidarono
nella giusta direzione. L’Ammannati li sentì pronunciare
secchi comandi incomprensibili, ma dal tono capì bene
che avevano brutte intenzioni. I due partirono dal prato
e risalirono lentamente il campo. I passi si
avvicinarono sempre di più e la paura crebbe. A un
tratto divennero ben visibili: uno reggeva il fucile
dietro la schiena con le due mani, l’altro lo teneva
puntato. Da un momento all’altro poteva partire il colpo
fatale. Invece non fu così. I due passarono dal filare
accanto a quello in cui era sdraiato l’Ammannati,
andarono oltre, dissero qualcosa ai tedeschi che erano
sulla collina e si allontanarono. Può darsi che, per non
farsi colpire in faccia dalle spazzole e dalle foglie
della saggina guardassero in alto e non l’avessero
visto, però l’Ammannati ha sempre pensato che fossero
due buoni diavoli ed avessero fatto finta di non vederlo
per salvargli la vita. E ha sempre pensato che anche in
quei trenta metri di rettilineo percorsi all’inizio
della fuga, se avessero voluto lo avrebbero stecchito.
Comico e tragico
Comico e tragico, nel periodo della guerra, spesso si
mescolavano e acquistavano confini indefiniti come in
questo fatto. E’ risaputo che molti soldati l’8
settembre 1944 scapparono a casa o divennero disertori.
Anche al Poggio degli Impiccati un carabiniere si era
dato alla macchina. Un ...... e un ...... vennero a
cercarlo, ma lui era ben nascosto e le donne che erano
in casa dissero di non averlo visto e di non saperne
niente. I due, intuendo che mentivano, alzarono la voce,
ma esse, per niente intimidite, replicarono con irruenza
e ne venne fuori una schermaglia di parole urlate con
rabbia che poterono essere sentite della collina
accanto, dove c’era un pollaio. Alcuni giovani erano lì
a giocare e tra questi c’era certo Silvano, un tipo un
po’ spaccone e tanto originale da poter essere
scambiato, da chi non lo conoscesse per uno a cui
mancasse come si suoi dire, qualche venerdì. Costui. si
mise ad ascoltare le voci provenienti. dal Poggio e, non
appena si rese conto di quanto succedeva, cominciò a
gridare con quanto fiato aveva: “ Hanno ragione!”
Il ...e il ...... quando passarono dalla strada che
fiancheggiava il pollaio si fermarono, poggiarono le
biciclette e domandarono:
- Chi, era che urlava da qui?
- Io! - rispose Silvano facendosi subito avanti - Dicevo
che avevi ragione.
I due si sentirono presi in giro, perché avevano capito
che egli dava ragione alle donne e gli intimarono di
seguirlo dai carabinieri, a. Fucecchio.
Silvano vide che la cosa si metteva male e disse:
- Ma come e fo’ a venì a Fucecchio vestito male così! E
poi ci ho gli zoccoli! Mandatemi un po' a “cambiammi”!.
Dentro di sé aveva già programmato una fuga, ma quelli
non si lasciarono abbindolare e non gli restò che
seguirli così com’era. Per la strada gli zoccoli, che
erano piuttosto ampi gli tessevano e quando arrivò a
Fucecchio aveva i piedi pieni di sbucciature e di galle.
I “moccoli” volavano uno. dietro l’altro e nemmeno i
carabinieri riuscirono a zittirlo. Intanto il babbo,
saputo dell’accaduto, si precipitò. dal maresciallo e
riuscì a far rilasciare il figlio. La frase più
convincente sembra sia stata questa:
- Maresciallo, io ho già dato alla patria due figlioli
giovani e sani di mente. O che ne volete piglia’ un
antro che è anche ciucco! Almeno quello lasciatemelo!
Nascondigli
Durante la guerra, tutto era prezioso, anche le cose,
più untili e tutto si nascondeva per impedire ai
tedeschi di rubarlo. I nascondigli erano costituiti dai
luoghi più impensati. A casa mia le biciclette e i
tegami erano stati messi nella catasta della fascine, i
soldi nel buco di un vecchio muro, la biancheria nel
forno che poi era stato murato e due conche sotterrate
in un campo, la macchina da cucire in una buca scavata
nell’orto e poi coperta e rivestita con tavole e
cemento, gli uomini (perché anche quelli dovevano essere
nascosti) nelle fogne, nelle biche del grano e nelle
ceppe delle piante del bosco. Ma la cosa che più mi è
rimasta in mente sono i due vasi di zucchero nascosti su
un pioppo a cui era attaccata una vite di uva fragola.
Tra il fitto fogliame erano al sicuro dai tedeschi ma
non dalle schegge, per cui ogni volta che tirava una
cannonata, dopo aver constatato l’incolumità delle
persone, si andava a constatare quella dei due vasi; ed
era una gran soddisfazione vederli lì, belli bianchi, in
mezzo al verde delle foglie. Ma un giorno andò male
anche a loro. Diverse schegge colpirono il pioppo, la
vite e uno dei due vasi . L’altro rimase intatto, ma
dovette traslocare, perché ormai quel rifugio era troppo
insicuro per lui, rimasto allo scoperto tra rami
spezzati e spogli. Dopo qualche giorno si pensò di
utilizzano per farne pane biscottato, cioè pane con un
po’ di zucchero e di anici. I tedeschi sapevano che le
cose venivano nascoste e spesso, se non le trovavano, si
arrabbiavano. Un giorno uno andò a cercare pane da un
certo Carlo Gerboni. Costui non ne aveva veramente e
tentò di farglielo capire a gesti e con ogni altro
mezzo. Non riuscendovi, lo portò alla madia e gli fece
vedere che dentro c’era solo un piccolo lievito. Il
tedesco s’indispettì, prese una manciata di quella pasta
fermentata e la scaraventò in faccia al Gerboni che,
nonostante l’affronto, restò fermo come una statua. Di
farsi sparare non era il caso.
Giochi
La guerra è guerra, ma i bambini sono bambini e anche
nei periodi tristi conservano la loro voglia di giocare.
La raccolta delle fascette dei dadi, le cinture di fogli
di caramelle, i carrettini con i rocchetti, i trattori
di coccoli non si potevano più fare e allora si
ricorreva ai materiali a disposizione, di cui non si
conosceva la pericolosità. Un giorno i tedeschi
lasciarono incustodite delle polveri da sparo e subito
dei ragazzi se ne appropriarono per giocare. Scavarono
delle buchette in terra e dall’orlo di esse fecero
partire dei piccoli canali lunghi qualche metro.
Riempirono le une e gli altri di polvere e dettero fuoco
a quella che era in cima al canale. Le fiammella si
propagò lungo di esso come lungo una miccia e, quando
arrivò alla buchette, provocò uno scoppio. Il gioco durò
per un po’ senza inconvenienti, ma ad un certo momento
lo scoppio avvenne prima del tempo e uno dei ragazzi
rimase avvolto nel fumo, fortunatamente senza danni.
Allora capirono che la cosa era pericolosa e tutto
s’interruppe. Ma continuò un altro gioco non meno
pericoloso: quello, come dicevano loro, di toccare il
sederino alle bombe. Esso consisteva nell’infilare. una
canna nel buco dal quale era entrata una bomba
perforante rimasta inesplosa, fino a toccare quell’ordigno
che avrebbe potuto provocare una strage. Le femmine
avevano le bambole di stracci e di paglia, ma si
divertivano anche ad andare a sbucciare le patate ai
tedeschi. A1 mattino, essi passavano, radunavano un
gruppo di donne e le portavano al Terreni e sbucciare
decine di chili di patate. Le bambine seguivano le madri
e le più grandicelle, si mettevano al lavoro,
divertendosi un mucchio e sentendosi anche grandi e
importanti, al pensiero di lavorare per quegli uomini in
divisa cosi austeri. Alla fine assistevano alle
squartatura delle mucche razziate nella campagna. I
pezzi scadenti venivano distribuiti, dai tedeschi, alle
lavoranti ed era un gran divertimento, per le bambine,
gareggiare per ottenere il pezzo più grosso o quello più
nobile, come il cuore; oltre, naturalmente ad essere una
grande gioia, perché quel giorno si poteva mangiare
bene.
Note Ammannati Gerboni Elsa
(1) Carrettini con rocchetti: un rocchetto di legno
doveva essere così predisposto: si facevano tacche lungo
le due circonferenze più grandi. Si procedeva poi a
staccare da una candela un pezzetto di circa un cm. e
dal centro di questo cilindretto di cera, si faceva
passare un elastico nella cui campanella sì infilava un
fiammifero perché l’elastico non si sfilasse.
L’altro capo dell’elastico si faceva passare dal buco
del rocchetto e si fermava con un altro mezzo
fiammifero.
Si avvolgeva l’elastico per mezzo del fiammifero che
stava dalla parte del cilindretto di cera. Poggiando il
rocchetto su una superficie piana (pavimento, tavolo ..)
questo si muoveva sotto l’azione del1’elastico che,
svolgendosi, faceva camminare il rocchetto.
(2) Trattori di coccoli: all’interno del gambo del
granturco, sotto la buccia legnosa, c’è un cilindro di
materia morbida e spugnosa che può essere tagliata molto
facilmente e si chiama “coccolo”. Accoppiando insieme
tanti di questi coccoli con delle scheggette di legno
ricavate dalla parte esterna del gambo del granturco si
potevano costruire molte cose: trattori, navi, aerei,
bambole...
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