la FUCECCHIO che non c'è più

 

<6> QUI C’ERA LA PIEVE DI S. GIOVANNI

Un pomeriggio del mese di gennaio 2012 accompagnai la ragazza polacca dall’arciprete della Collegiata Mons. Andrea Cristiani perché aveva bisogno di un suo consiglio.
Giunti a piedi in piazza Garibaldi, costeggiammo la facciata del Palazzo Montanelli - quello dove morì Giuseppe Montanelli (1862) e dove nacque Indro (1909) - ed entrammo sul Poggio Salamartano fermandoci proprio davanti all’imbocco delle “Scarelle” dove nel 1300 c’era la porta della Porticciola. Suonai il campanello degli uffici della parrocchia.
Venne ad aprirci Stefano Boddi, il segretario.
- Desiderate? – ci chiese.
- Questa ragazza polacca desidererebbe conferire qualche minuto con don Andrea – risposi.
- Sentite, in questo momento sta parlando con il titolare di una ditta. Ne avrà per una ventina di minuti. Se volete potete accomodarvi qui nell’ingresso: altrimenti potete ritornare fra una mezz’oretta.
- Aspetteremo qui fuori al sole – gli dissi.
Ci portammo al vicino parapetto del muro castellano dove avremmo potuto accostarci o sederci.
Margherita non si lasciò sfuggire la presenza sul grande muro perimetrale della Collegiata di una porticina, messa a nuovo.
- E questa porticina? – chiese.
- Porta direttamente sul presbiterio della chiesa, ma viene tenuta sempre chiusa perché i ladri in più occasioni si sono serviti di questa porticina per entrare in chiesa e derubarla.
- Ma quanto è alto questo muro! E quella specie di quadrato lassù in alto?
- Era la meridiana che segnava le ore del pomeriggio. Presto verrà ripristinata. Questo muro alto non è altro che la spalla della chiesa Collegiata che guarda nella Piazza…Vittorio Veneto.
- Peccato che questa spalla della Collegiata si avvicini troppo al muro castellano - osservò Margherita.
- Cara Margherita, fino all’anno 1800, qui c’era uno spazio molto più largo e al posto di questa spalla, ma molto più indietro, c’era la facciata della vecchia Pieve di S. Giovanni che venne demolita completamente nell’anno 1783.
- Ma cos’era la Pieve? – mi chiese Margherita, maglietta nera e jeans bianchi.

L’immagine della Pieve comparve sul display

- Tieni. Il display del cellulare magico ti mostrerà la Pieve di S. Giovanni Battista e capirai.


Margherita osservò attentamente l’immagine disegnata da un sacerdote dell’epoca, certo Tondoli, e poi , sorpresa esclamò:
- Ma allora qui davanti a noi c’era la facciata di quella che tu hai chiamato Pieve. Forse, forse, in corrispondenza della porticina c’era la porta d’ingresso della Pieve. Vedo che c’erano altre chiese nei suoi paraggi. Ma cos’è una Pieve?
- E’ una chiesa, come puoi vedere.
- Ma perché viene chiamata Pieve?
- Non lo so. Domandalo a lei.
Margherita non se lo fece ripetere due volte: premette il pulsante verde e chiese:
- Puoi dirmi, per piacere, che cos’è una pieve?
- Volentieri, dolce Margherita – rispose la Pieve con voce molto chiara e pacata. Proseguì:
- Io venni costruita su questo colle dopo il Mille. In questo cocuzzolo, ma anche nelle campagne vicine vivevano alcune famiglie. Tutte furono felici quando questa chiesa venne aperta. Finalmente potevano venire a Messa o alle esequie dei propri defunti. Però quando nasceva un bambino o una bambina i genitori non potevano battezzarli in questa chiesa: dovevano andare a battezzare i loro figli o alla Pieve a Ripoli – accanto alla Conad - o a Ponte a Cappiano. Le chiese di Ripoli e di Ponte a Cappiano erano autorizzate a battezzare. Io non ero autorizzata. E le chiese autorizzate a battezzare si chiamavano, appunto, Pievi.
- Siccome tu ti chiami Pieve di S. Giovanni, puoi dirmi, per piacere, quando diventasti una pieve?
- Nell’anno 1088.
- Chi ti fece diventare una pieve?
- Il papa Urbano II.
- E per quale ragione?
- Perché glielo chiese ripetutamente il penultimo feudatario fucecchiese, il cadolingio Uguccione. A lui dispiaceva che i suoi sudditi dovessero fare quel viaggio per battezzare i propri figli. Comunque, sappi, cara bella Margherita, che questa pieve diventò una chiesa speciale fino al 1622.
- Tu, cara Pieve, fai salire la febbre della mia curiosità. Mi puoi spiegare perché questa Pieve diventò una chiesa speciale?
- Vedi, Margherita, i preti di questa chiesa fino all’anno 1085 dovettero obbedire al vescovo di Lucca. A partire dal 1085 tutti i parroci che si sarebbero susseguiti uno dietro l’altro in questa chiesa non avrebbero dovuto più obbedire al Vescovo di Lucca bensì all’abate, cioè al capo del monastero di S. Salvatore che si trova a due passi da voi, quello dove ora si trovano le monache. A quel tempo non c’erano le macchine e nemmeno il telefono e nemmeno i treni. Prima del 1085,quando un parroco di questa chiesa voleva imbiancarla o dare un nome ad un altare doveva chiedere il permesso al vescovo di Lucca. Per ottenere il permesso doveva andare dal vescovo a Lucca o scrivergli una lettera. A quel tempo non c’erano nemmeno le biciclette. L’unico mezzo di trasporto era il cavallo. Ed il vescovo, molte volte, prima di concedere il permesso, voleva rendersi conto di quello che effettivamente voleva fare il prete di questa chiesa. Qualche volta mandava a Fucecchio ad effettuare i controlli una persona di sua fiducia (il vicario) o veniva lui medesimo. Tu puoi ben immaginare le perdite di tempo che erano necessarie. Ma questo è soltanto l’esempio di uno dei tanti problemi che dovevano essere risolti con il consenso del vescovo.
Dopo il 1085 il parroco di questa chiesa, usciva dalla medesima e in due minuti si poteva recare dall’abate e risolvere immediatamente i problemi. A quel tempo nel monastero c’erano i monaci vallombrosani.
- Ma anche gli attuali sacerdoti di questa chiesa devono obbedire all’abate del Monastero?
- No, no. Dal 1622, e cioè da quasi 400 anni, i parroci di questa chiesa devono obbedire al Vescovo di S. Miniato. Non chiedermi perché, altrimenti questa storia non finisce più. E tu ti stancheresti.
- La chiesa che ho visto sul display del cellulare non c’è più. Perché?
- Perché un prete molto istruito di Fucecchio riuscì a convincere il parroco di questa chiesa, il vescovo ed anche il granduca che Fucecchio si meritava una chiesa molto più grande e con la facciata rivolta sulla piazza che era il cuore di Fucecchio.
- Ed allora che cosa successe?
- Nell’anno 1783 la chiesa che hai visto sul display ed anche il campanile vennero demoliti e furono subito allungate le fondamenta laterali.
- Ma eri piccola davvero?
- Non credo. Ero lunga 29 metri e mezzo; ero la larga 14 metri e qualche centimetro; ed ero alta 11 metri. Forse davo l’impressione di essere più piccola perché ero a tre navate spartite da un doppio ordine di 5 colonne di pietra.
- Quanti altari c’erano e a chi erano intitolati?
- Ce n’erano 9 e cioè due di più di quelli che si trovano nella chiesa attuale che è leggermente più grande. Al centro del presbiterio c’era l’altar maggiore, l’unico in stucco (gli altri erano in pietra), ornato di quattro colonne, conservava il corpo di San Candido, patrono di Fucecchio.
Nella parete destra c’erano quattro altari:
- l’altare del Santissimo Sacramento, sulla testata destra dell’altar maggiore;
- l’altare del Nome di Gesù, sul quale era collocata una Circoncisione (oggi perduta), opera del
fiorentino Cecco Bravo
- l’altare di San Sebastiano di patronato della faimiglia Taviani;
– l’altare di patronato Paperini (ultimo a destra) su cui era posta la tavola con la Madonna in
gloria con i Santi Sebastiano, Lazzaro, Maria Maddalena e Marta, oggi al Museo civico, opera dello Scheggia.
Nella parete sinistra c’erano gli altri 4 altari:
- l’altare della Madonna del Carmine, con la tela raffigurante la Vergine che consegna lo
scapolare a San Simone, con ai lati i Santi Antonio Abate, Antonio da Padova e un santo martire, oggi al Museo civico
- l’altare del Crocifisso di patronato Gherardi ;
- l’altare di Santa Lucia su cui era posto il Martirio di Santa Lucia con le Sante Apollonia e
Agata (ora in Collegiata nella cappella del Santissimo), citato da Alessandro Peri come di sua
proprietà, nel 1802;

- l’altare di San Nicola da Tolentino dei Lavaiani, già Aleotti, eredi della famiglia Magnani,
proprietari del quadro con la Vergine e i Santi Michele Arcangelo, Nicola di Bari e Nicola da
Tolentino ,opera di Michele Laschi, oggi al Museo civico
All’arredo della chiesa appartenevano anche il fonte battesimale e una acquasantiera cinquecentesca in marmo. Essa fu venduta dall’arciprete di Fucecchio agli Operai di S. Regolo nel 1787 per 14 lire. Oggi si trova nella chiesa di San Regolo a Buggiano.
- Sei soddisfatta, Margherita?
- A dire il vero sono molto dispiaciuta. Ma ormai il dispiacere e i rimpianti non servono più a niente. Vorrei sapere però se quell’oggetto tondo che si trova sul riquadro più alto del campanile è un orologio.
- Sì è proprio quell’orologio che il tuo accompagnatore ha ribattezzato “girellone”. Mario ne ha scritto la storia dall’A alla Z nel libro intitolato FUCECCHIO PARLA che puoi leggere su Internet. Vi saluto entrambi perché qualcuno sta per chiamarvi. Ciao, Margherita! Ciao, Mario. Auguroni!
Si riaprì la porta degli uffici della Collegiata, vi si affacciò Stefano che ci disse:
- Se volete, don Andrea può ricevervi.



S. Pietro Igneo 8 febbraio


Se il benemerito canonico fucecchiese Gaetano Maria Rosati non avesse intitolato a S. Pietro Igneo il nostro ospedale, inaugurato ufficialmente nel marzo del 1857, nessun fucecchiese avrebbe mai venerato questo santo monaco che ha esercitato un ruolo importantissimo nella storia del nostro paese.
Fino agli anni '80 il giorno 8 febbraio era atteso soprattutto da quanti erano ricoverati nel nostro nosocomio: per S. Pietro Igneo il menù, festivo, comprendeva perfino il dolce; e per tutto il giorno era concesso il libero accesso ai visitatori.
Dopo la partenza delle monache del Cottolengo dal nostro ospedale, avvenuta il 30 giugno 1983, la tradizionale festa di S. Pietro Igneo è stata depennata per sempre.


biografia

Il futuro monaco vallombrosano nacque a Firenze nel 1010 dalla famiglia Aldobrandini.
All'età di 8 anni entrò nel monastero di Vallombrosa, fondato e diretto da Giovanni Gualberto grazie all'aiuto finanziario del nostro conte cadolingio Guglielmo il Bulgaro che da Fucecchio si era trasferito a Badia a Settimo.
Diventato adulto, Pietro partecipò con Giovanni Gualberto alla lotta contro i due bubboni che avevano colpito il clero cattolico: la simonia e il concubinato.
Nel 1068 Giovanni Gualberto accusò il vescovo di Firenze, Mezzabarba, di essersi procurato il titolo di vescovo con il denaro. Per comprovare questa sua affermazione, Giovanni Gualberto si dichiarò disposto a far affrontare da uno dei suoi monaci il Giudizio di Dio, cioè una prova che richiedeva l'intervento di Dio.
Venne concordata la cosiddetta PROVA DEL FUOCO.
Fra i numerosi monaci disposti ad affrontare una simile prova fu scelto Pietro che , allora, aveva 58 anni.
Due cataste di legna, lunghe mt 5,80 formavano un corridoio strettissimo attraverso il quale il monaco vallombrosano doveva passare illeso.
La prova si sarebbe svolta a Settimo, a sette miglia da Firenze.
Il giorno della prova, Pietro celebrò la S. Messa, prese la croce e, accompagnato dai confratelli, si avvicinò alle cataste di legna a cui venne appiccato il fuoco. Il monaco, allora, si inginocchiò e chiese a Gesù di assisterlo.
Quando si rialzò, già le fiamme avevano invaso lo stretto corridoio cosparso nel suo tracciato di braci ardenti.
Pietro, a piedi nudi, si infilò fra i due roghi, percorse lentamente il corridoio ed uscì illeso dall'altra parte acclamato dal popolo che gridava al miracolo.
Il monaco tornò indietro per passare una seconda volta fra le fiamme, ma il popolo glielo impedì baciandogli i piedi e strappandogli di dosso lembi di tonaca per conservarli come reliquie di una creatura benvoluta da Dio.
Il vescovo Mezzabarba scappò subito da Firenze.
Per desiderio del nostro conte Guglielmo il Bulgaro, il monaco Pietro venne mandato a Fucecchio a dirigere , come abate, il monastero di S. Salvatore che a quell'epoca si trovava in prossimità del ponte sull'Arno, detto di Bonfiglio.
L'abate Pietro, detto Igneo per avere superato la prova del fuoco, diresse la nostra abbazia dal 1068 al 1072.
Nel 1072 papa Alessandro II lo nominò cardinale e vescovo di Albano.
S. Pietro Igneo, pur andandosene via da Fucecchio, conservò sempre il titolo di abate del monastero di S. Salvatore.
Quando, negli anni successivi, diventò collaboratore del papa Gregorio VII ottenne per la nostra abbazia il privilegio del NULLIUS DIOCESIS.
Con questo privilegio del 9 maggio 1085 papa Gregorio VII decretò che " l'abbazia di Fucecchio con i suoi beni, cappelle e possedimenti che aveva e che avrebbe avuto in seguito dipendesse direttamente dalla Santa Sede che la riceveva sotto la sua protezione".
Per effetto di questo privilegio, l'abate sarebbe stato eletto dai monaci medesimi e l'abbazia sarebbe stata indipendente dalle ingerenze di qualsiasi vescovo.
Questo privilegio si rivelò in seguito addirittura nefasto per la crescita spirituale della comunità vallombrosana della nostra abbazia.
Pietro Igneo morì nel 1089 in odore di santità ed in fama di taumaturgo.

 

FUCECCHIO dai primi del '900
agli anni sessanta


videomontaggio con 220 immagini d'epoca

 

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<1> Dietro le quinte della libreria Eden
<2> La chiesina di S. Giobbe
<3> L'oratorio di S. Rocchino
<4> La chiesa di S. Gaetano e monastero di S. Romualdo
<5> Sotto l'asfalto di Corso Matteotti
<6> Qui c'era la chiesa di S. Giovanni
<7> Anche le mura di Fucecchio sono state sepolte
<8> La casa del 1100 sul Poggio Salamartano
<9> Il teatro dell'Accademia dei Fecondi
<10> Il Teatro Pacini
<11> Piazza V. Veneto: torre dell'orologio e il campanile
<12> La fine del secondo Palazzo Comunale
<13> La chiesa di S. Leopoldo
<14> La fontana monumentale
<15> La fornace D'Andrea
<16> I Seccatoi sono resuscitati
<17> La fornace della calce
<18> Altri due cimiteri
<19> La fornace del Baldacci
<20> Via delle Fornaci
<21> Piazza dell'Ospedale

 




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