la FUCECCHIO che non c'è più

 

<15> LA FORNACE D’ANDREA

Fucecchio, 6 marzo 2012
Verso le ore 14 cominciò a scendere dal cielo nero una pioggia incredibilmente battente. Dovetti dare l’addio alla mia camminata quotidiana. Da una scatola da scarpe tirai fuori una bella manciata di cartoline e di foto. Con cura mi dilettai a selezionare e ad ordinare cartoline e foto sulla fornace d’Andrea che si trova sul lato destro di viale Gramsci per chi si dirige verso il ponte.
Ad un tratto squillò il telefono.
- Pronto, pronto, pronto!
- Ciao, Margherita. Hai bisogno di qualcosa?
- No, volevo soltanto sapere che cosa stai facendo dato che non puoi andare a camminare a causa della pioggia.
- Sto riordinando cartoline e foto della Fornace d’Andrea, morta bruciata il 20 settembre 1983 e sotterrata definitivamente a partire dai primi anni del 2000. Mio fratello ha documentato la sepoltura di questa fornace con un kit di fotografie veramente interessanti.
- Posso venire a vedere codeste foto? Verrò da te con la mia auto. Perciò non mi bagnerò.
- Ti aspetto, Margherita.
- Grazie, grazie, grazie.
Lasciai perdere le cartoline e mi portai al vetro della finestra del mio studiolo per assistere all’arrivo della giovane colf polacca.

I miei ricordi del trenino della fornace

A Margherita, per la prima volta in minigonna blu e scarpette con il mezzo tacco, mostrai la cartolina con la fornace d’Andrea dietro cui si staglia il panorama di Fucecchio.
- Ma io questa ciminiera non l’ho mai vista e nemmeno questo edificio e tutta questa distesa di mattoni!- osservò Margherita che si era seduta accanto a me davanti al mio banco di lavoro.
- Cos’era?
- Era una fornace di laterizi, Margherita.
- Non ti capisco, Mario.
- Era un forno dove si cuocevano i mattoni invece che del pane. E dalla enorme ciminiera uscivano il fumo e i gas di quel forno.
- Esisteva da tanto tempo questa fornace?
- Nacque nel 1927, cinque anni prima di me. D’estate venivo quasi tutti i giorni in viale Gramsci. Prima di tutto mi recavo nel tratto di strada dove si aprono le buche; poi ritornavo indietro, salivo sull’argine e mi portavo vicino alle verghe del trenino. Non ti capisco, Mario.
- Hai perfettamente ragione. In ognuna delle attuali due buche c’erano gruppetti di operai che con le vanghe staccavano fette di terra ricche di argilla e le depositavano in certi vagoncini di ferro non più lunghi di un metro e larghi una settantina di centimetri. Questi vagoncini viaggiavano con piccole ruote di ferro su due verghe come i treni. Appena un vagoncino era colmo di terra veniva spinto da uno o due operai fino alla base dell’argine. A questo punto il vagoncino doveva compiere un tratto in salita lungo una cinquantina di metri. Giunti alla stazioncina, l’operaio o i due operai attaccavano il vagoncino ad un cavo di ferro. Il vagoncino veniva trainato dal cavo dentro la fornace all’altezza del secondo piano. Io vedevo sparire il vagoncino colmo di argilla dietro quella porta finestra dell’edificio. E poco dopo vedevo scendere il vagoncino vuoto fino alla stazionicina ai piedi dell’argine. Il solito operaio sganciava il vagoncino dal cavo di ferro e lo spingeva verso una delle due buche. I nostri genitori chiamavano questi vagoncini il trenino. Il treno vero, cara Margherita, nonostante passasse dalla vicina stazione di S. Miniato, distante un paio di chilometri, io l’ho visto soltanto a 12 anni.

Margherita in diretta con una cartolina della fornace


La fornace D'Andrea (fabbrica dei mattoni)


La giovane colf mi chiese se poteva parlare con la cartolina. Io le passai il cellulare magico. Margherita si mise subito in contatto con la fornace.
- Pronto, pronto, pronto, fornace!
- Ciao, Margherita. Mi fa tanto piacere conoscerti. Che cosa desideri sapere?
- Come mai ti chiami Fornace d’Andrea?
- Perché l’ultimo proprietario della Fornace si chiamava Rodolfo D’Andrea. Dietro questo proprietario c’è una storia molto interessante, cara Margherita.
- Davvero? Potresti raccontarmela?
- Ti converrà prendere qualche appunto perché questa storia è un po’ complicata.
- Li farò prendere a Mario gli appunti. Lui c’è più abituato. Puoi cominciare.
- Tale fornace, modello Hoffmann, venne fatta costruire nel 1927 dal signor Raffaello Turchi originario di Siena, ma da molti anni residente a Fucecchio, in Piazza La Vergine. Questo signor Turchi possedeva già una fornace in cima a via delle Fornaci nei pressi di Poggio al Vento. Il signor Turchi, però, non era nato con la camicia. Pochi anni dopo aver fatto costruire la bellissima fornace di Viale Gramsci fu costretto a chiudere la fornace che aveva sotto Poggio al Vento e a vendere questa veramente bella fornace di Viale Gramsci.
- E allora che cosa successe?
- Questa fornace venne acquistata da un certo Carlo Vitolo, originario di Torrita in provincia di Siena. Nel 1939 il Vutolo si mise in società con il signor Alessandrini, felicemente sposato e padre di Rodolfo. Qui la matassa si ingarbuglia, cara Margherita.
- Procedi, procedi: muoio dalla curiosità.
- Nel 1945, subito dopo la fine della guerra, il signor Alessandrini morì. Il suo posto venne ricoperto dalla moglie che si rivelò all’altezza della situazione. Due anni dopo la morte del marito la signora Alessandrini diventò proprietaria unica della Fornace. A quell’epoca aveva alle dipendenze ben 130 operai. Un anno dopo, nel 1948, quando gli affari della fornace andavano a gonfie vele, la vedova Alessandrini di sposò con Roberto D’Andrea a cui cedette il ruolo di amministratore della fornace.
Roberto d’Andrea si affiancò il figlio della Alessandrini, Rodolfo, da qualche anno adulto, che rivelò immediatamente ottime doti manageriali. Ora Margherita devi stare molto attenta.
- Non preoccuparti. Ti seguo con moltissimo interesse.
- Il secondo marito della Alessandrini si rese subito conto che il figliastro Rodolfo aveva spiccate attitudini da manager. Ed anziché ostacolarlo ne favorì con entusiasmo l’ascesa. Non solo: sarebbe stato orgogliosissimo di esserne il padre. Una sera propose alla sposa e a Rodolfo che lui sarebbe stato felicissimo di dargli il proprio cognome. La vedova ed il figlio apprezzarono moltissimo il gesto del D’Andrea ed accolsero la proposta. In breve tempo Rodolfo Alessandrini diventò Rodolfo d’Andrea. A questo punto la madre ed il patrigno preferirono uscire dalla scena e si ritirarono a vita privata. Rodolfo divenne il proprietario ed il manager della fornace. Gli affari andarono benissimo fino al 6 novembre 1966, il giorno dell’alluvione dell’Arno.
- Che cosa successe di tanto grave? – chiese Margherita?
- L’alluvione danneggiò a tal punto i macchinari della fornace e le zone di scavo (le “Buche”) da indurre Rodolfo d’Andrea a chiudere i battenti nel 1970.

La storia della fornace, però non era finita

- Grazie infinite, bellissima cartolina. Non so davvero come ringraziarti della bellissima storia che mi hai raccontato.
- Mia cara Margherita, la storia non è ancora finita perché non ti ho raccontato com’è morta la meravigliosa fornace.
- Hai ragione. Ero stata davvero sbadata. Raccontami come finì la fornace Hoffmann.
- Rodolfo D’Andrea dopo aver chiuso la fornace se ne andò a vivere a Roma con la speranza che qualcuno desiderasse comprarla per ripristinarla destinandola, magari, ad altri usi o produzioni.
La fornace, purtroppo, morì la notte del 29 settembre 1983. Un incendio di vastissima estensione distrusse completamente la fornace. Del grande fabbricato rimasero in piedi soltanto dei pezzi di muro e la ciminiera. Sembravano quelli della fornace, i ruderi di un bombardamento aereo. Il peggio accadde dopo quando l’area della fornace e del suo piazzale di esposizione dei laterizi venne dichiarata area fabbricabile. Subito venne decretata la demolizione dei ruderi. Nel 2005 iniziò la triturazione di tutto il materiale della demolizione. Poi, prima del 2010, nell’area dell’ex fornace si cominciarono a costruire fabbricati abitativi, nonostante le proteste di alcuni cittadini che avvertivano la necessità di ricostruire a scopo museale la fornace e la sua ciminiera.
Margherita non poté trattenere le lacrime e piangendo seppe solo dire:
- Grazie, grazie cartolina. Ciao!
 


 

FUCECCHIO dai primi del '900
agli anni sessanta


videomontaggio con 220 immagini d'epoca

 

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<7> Anche le mura di Fucecchio sono state sepolte
<8> La casa del 1100 sul Poggio Salamartano
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<10> Il Teatro Pacini
<11> Piazza V. Veneto: torre dell'orologio e il campanile
<12> La fine del secondo Palazzo Comunale
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