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Botticini Francesco pittore (1446-1496)

Secondo quanto si ricava dalla lettura della committenza, l’11 luglio 1492 (s.c.), Nardo di Biagio, Mariano di Donato e Francesco di Nanni d’Orso, sindaci e procuratori della Compagnia della Vergine di Fucecchio ordinarono a Francesco di Giovanni di Domenico “dipintore in Firenze”, un quadro per l’altare della loro cappella in cui doveva essere rappresentata “nostra donna in mezzo col suo bambino in collo, dal lato dritto San Benedetto e San Francesco e dall’altra Santo Silvestro e Santo Antonio e di sopra due agnioli che aprino un brocato”.
Al legnaiolo fucecchiese Lorenzo di Bartolo, avevano intanto già commissionato una tavola da spedire a Firenze al pittore.
Il dipinto doveva essere eseguito secondo il disegno presentato dal Botticini, cui evidentemente i confratelli avevano suggerito il soggetto, usando i colori più “fini et buoni”, l’oro zecchino e l’azzurro oltremarino per il mantello della Vergine.
Se consegnata entro l’aprile 1493, l’opera avrebbe fruttato all’autore ottanta fiorini d’oro sempre che due periti non meglio precisati che si riteneva opportuno chiamare ad esaminarla, l’avessero giudicata all’altezza delle aspettative.
Qualora la stima avesse superato la cifra pattuita, il pittore non poteva avanzare pretese, mentre se fosse stata inferiore egli avrebbe comunque riscosso quanto stabilito.
Il pagamento era diviso in rate e corrisposto, come era in uso, in grano e denaro e, all’occorrenza, il committente si riservava la possibilità di chiedere al pittore una dilazione.
L’invio della tavola a Firenze nella bottega del Botticini, era a carico della Compagnia ma il pittore, ultimato il “piano di figure”, avrebbe dovuto far riportare il quadro a Fucecchio e completare in loco gli “ornamenti d’oro”.
Il contratto è redatto da “maestro Pavolo da Fucecchio”.
Francesco Botticini compì dunque la Madonna e santi, probabilmente entro il 1495, per la Compagnia fucecchiese della Vergine della Croce, detta anche dei “Frustati bianchi” che, almeno dalla fine del Trecento, aveva sede sul Poggio Salamartano, centro della vita religiosa fucecchiese, accanto all’antica abbazia di San Salvatore e alla pieve di San Giovanni Battista.
Qui i confratelli, molto attivi e impegnati anche in opere di carità, gestivano uno dei cinque ospizi esistenti allora nel castello”, e avevano un proprio oratorio al cui altare fu posta la nostra tavola.
La soppressione leopoldina del 1783 decretò la fine della secolare istituzione i cui beni passarono nel ‘90 alla vicina chiesa di San Giovanni Battista da poco completamente rinnovata e insignita del titolo di Collegiata é qui che troviamo il dipinto nel 1856 quando il capitolo che ne risultava proprietario, decise di venderlo dopo averne rilevato lo “scolorimento delle tinte e varie scrostature”.
Acquistato dal collezionista pisano Giuseppe Toscanelli insieme ad un San Francesco stigmatizzato del Cigoli , dopo vari passaggi di proprietà , giunse al Metropolitan Museum of Art di New York.
Il dipinto è la seconda opera certa di Francesco Botticini di cui è documentata la commissione del Tabernacolo del Sacramento per la Collegiata di Empoli compiuto fra il 1484 e il ’91. Per la stessa chiesa egli aveva eseguito in precedenza anche il Tabernacolo di San Sebastiano, da riferire alla metà circa degli anni ‘70’: fu probabilmente in seguito alla notorietà acquisita nella zona che la Compagnia della Vergine di Fucecchio si rivolse al pittore per la tavola del proprio altare che risulta al momento anche l’ultima sua opera sicura.
È già stato notato che nei lavori empolesi il Botticini si accosta in particolare ai modi del Botticelli senza dimenticare la tensione lineare di ascendenza verrocchiesca e il panneggiare artificioso di Filippino Lippi; il nostro dipinto conferma queste componenti anche con una serie di puntuali rimandi.
Se l’idea degli angeli che aprono le pesanti cortine riprende il modello botticelliano della pala di San Barnaba cui il Botticini del resto si appoggia anche per la struttura generale, il trono si ispira da vicino a quelli botticelliano-pollaioleschi delle Virtù per il tribunale dell’Arte della Mercanzia, mentre la Madonna e il Bambino in piedi, nella loro definizione scultorea, sono innegabilmente legati ad esempi del Verrocchio.
Anche l’attenzione naturalistica al tappeto erboso punteggiato di piccoli animali e alla definizione dei particolari preziosi nel manto di san Silvestro, si riconnettono alle pratiche della bottega verrocchiesca frequentata in gioventù dal Botticini e sono presenti in tutta la sua opera al pari della monumentalità che caratterizza le figure dei santi; fra di essi si distingue il san Francesco dall’espressione patetica di impronta peruginesca.
Quanto al fondo oro al di là del tramezzo castagnesco a pannelli marmorei policromi, ha un carattere arcaizzante che, senza sottolineare una particolare carica devozionale nella rappresentazione, riflette invece probabilmente solo la richiesta dei committenti desiderosi che l’opera avesse un carattere di preziosità inedito per la comunità cui era destinata.

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