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Boncristiani Dina
MERITA UN RICORDO L’EROICA ‘STAFFETTA PARTIGIANA
Era nata a Fucecchio la donna trucidata dai tedeschi nel 1944
Servizio di Giulio Panzani
Dopo Luciano Montanelli, dello “Sciré”, e Ostilio Gasparri, trasvolatore atlantico, Fucecchio dimentica anche le vittime della Resistenza ?
Nel novero di coloro che attendono un’espressione di riconoscenza della cittadina c’è, quasi sconosciuta, Dina Boncristiani, una staffetta partigiana molto attiva nella zona di Greve, dove operava assieme al fratello Giuseppe, anch’egli fucecchiese, fucilata dai tedeschi a pochi giorni dall’arrivo delle truppe alleate, il 2 agosto, in quel terribile 1944 che vide anche l’efferata strage del Padule.
Qui vivono ancora alcuni dei sette fratelli di Dina, che aveva sposato Piero Stefanini, sottufficiale dei vigili urbani di Firenze, andando ad abitare a Rifredi: “Lì, almeno, una targa di marmo posta dal municipio presso casa sua, a guerra finita, testimoniava il suo sacrificio —spiega appunto Giuseppe, che ora vive a Prato — ma ci aspettavamo sicuramente di più: una ricompensa al valore, magari, perché Dina aveva fatto molto per chi combatteva clandestinamente, anche nelle colline di Montegiovi, rischiando ogni giorno e dimostrandosi coraggiosa ed entusiasta”.
Il reparto di Giuseppe era la “Brigata Sinigallia” comandata da “Gracco”; il nome di battaglia della staffetta fucecchiese era “La marescialla” in quanto rispecchiava il ruolo del marito in servizio presso il nucleo motorizzato di “guardie di città”. Da lui la donna, che non aveva ancora quarant’anni, aveva saputo dell’arrivo di un camion di armi e l’aveva riferito alle formazioni partigiane che se n’erano appropriate. “Poi portava viveri, medicinali, coperte a chi era nascosto e riferiva, imparandoli a memoria, gli ordini per le varie unità. Quel 2 agosto avevamo subito un attacco, alle 5 di mattina, ed io ero stato ferito a una gamba. Sganciatici dai reparti tedeschi che incalzavano, fui avvertito da un amico che dovevo andare a casa di mia sorella perché era successo qualcosa di grave”.
A S. Polo in Chianti, nell’ex canonica nella quale la donna era sfollata col marito, Giuseppe trovò due cadaveri. “Erano stati recuperati da una forra fra due poggi — spiega un altro fratello, Fiumaldo, all’epoca in servizio militare in Sicilia e tuttora residente a Fucecchio — da dei contadini che abitavano non lontano e avevano seguito i momenti drammatici della loro esecuzione”. Una pattuglia di tedeschi, sembra
SS, era andata a cercare Dina e il marito, nella vecchia canonica, prelevandoli insieme a un cane lupo che tenevano con loro. Privati degli abiti erano stati portati nella macchia e abbattuti con brevi raffiche. “Abbiamo potuto sapere che qualcuno aveva fatto il loro nome, segnalandone l’attività partigiana, ai tedeschi. Ma non si è mai appreso chi fosse il responsabile della delazione. Qualcuno, dopo, ci ha detto che fra gli uomini in divisa Ss c’era chi parlava italiano meglio di noi. Ma che fare? I colpevoli si sono persi nella confusione di quegli anni”.
Dina fu inumata col marito dapprima a S. Polo, poi, nel 1946, fu traslata a Trespiano dai familiari e dalla figlia Stefania che quando avvenne la strage era, fortunatamente, a Firenze. Adesso —ricorrendo l’anniversario della Liberazione — a Fucecchio i concittadini vorrebbero ricordare Dina Boncristiani con una lapide, o una
strada: “Anche Montanelli e Gasparri aspettano lo stesso omaggio. Riusciranno ad averlo? Tutti e tre si sono prodigati dando lustro alla cittadina: ringraziamoli almeno idealmente per ciò che hanno fatto”. |