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Indro Montanelli (1909-2001)
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Indro Montanelli, toscano di
nascita ma meneghino per scelta, nasce il 22 aprile 1909 a
Fucecchio, un paese del Valdarno, a metà strada tra Pisa e
Firenze.
Gli abitanti di Fucecchio erano divisi in «insuesi» e in
«ingiuesi» (cioè di sopra e di sotto). La madre Maddalena era
insuese, il padre Sestilio, ingiuese. Quando nacque, il
problema: il bambino è meglio farlo nascere al piano o in
collina? Vinse la famiglia materna. Ma per vendicarsi,
Sestilio cercò ostinatamente un nome che non fosse né della
famiglia né del calendario.
«La mia vita professionale è la mia vita, tout court», disse
il giorno del suo ottantesimo compleanno. Ed è stato proprio
così. Dopo aver conseguito due lauree, in giurisprudenza e
scienze politiche (anche se ripeteva che dell'università non
gli importava granché), emigra in Francia, dove frequenta la
Sorbona e viene assunto a «Paris Soir».
Nel 1935, poco più che ventenne, decide di arruolarsi
nel ventesimo battaglione eritreo.
Racconta questa esperienza nel diario «Ventesimo battaglione
eritreo», che viene stampato in Italia e recensito sul
«Corriere della Sera» da Ugo Ojetti. «Per noi - dichiarò
Montanelli 50 anni dopo in un'intervista ad Arrigo Petacco -
l'Abissinia era come il West per gli americani: la nuova
frontiera, un paese nuovo dove costruirci un'esistenza
diversa. Andammo laggiù anche per sfuggire alle liturgie del
regime. Ma anche lì arrivarono i gerarchi tronfi e buffoni.
Per giunta, Mussolini finì per perdere la testa. E fu il
trionfo delle bischerate di Starace. Ci sentimmo traditi. E,
per me, fu il divorzio».
Grazie al suo diario di guerra, ottiene dal direttore del
Corriere Aldo Borelli la promessa di un contratto. Intanto va
in Spagna per il «Messaggero», dove scrive contro il regime.
Il fascismo romano ne
ordina il rimpatrio e lo espelle dal partito e dall'albo
professionale.
Viene mandato da Bottai a dirigere l'Istituto italiano di
cultura in Estonia per un anno. Tornato in Italia, riceve la
tessera di giornalista, ma rifiuta di richiedere quella del
Partito fascista.
Nel 1938, Borelli, mantenendo la sua promessa, lo fa
entrare al «Corriere», dove resterà per 40 anni. Il servizio
di esordio lo fa in Albania . Poi in Germania, dove assiste
all'avanzata del Terzo Reich verso Danzica e parla con Hitler
in persona. Poi va in Finlandia e Norvegia e proprio le
corrispondenze sul conflitto russo-finlandese lo impongono
definitivamente come grande inviato.
Nel 1944 finisce in prigione a San Vittore per antifascismo e
viene condannato a morte dai nazisti, ma scampa
miracolosamente alla fucilazione per intervento dell'allora
arcivescovo di Milano , il cardinale Ildefonso Schuster .
La prigionia gli suggerisce uno dei suoi libri più belli, «Il
generale Della Rovere», che tradotto in film da Rossellini
riceve il Leone d'oro a Venezia .
Si rifugia in Svizzera. Finita la guerra, torna al «Corriere»
come inviato .
Tra i primi a giungere nella Budapest insorta, Montanelli
scrisse che non si trattava di ribelli borghesi, ma di
«comunisti antistalinisti».
Nel 1973 Montanelli lascia il «Corriere» per contrasti
con la linea editoriale e nel 1974 (anno in cui sposa Colette
Rosselli, nota come «Donna Letizia», morta l'8 marzo 1996),
fonda il «Giornale nuovo» poi divenuto il «Giornale». E' la
stagione del terrorismo, delle Br e anche Montanelli subisce
un'attentato : gli sparano alle gambe il 2 giugno del 1977,
accanto ai giardini di via Palestro, a Milano.
Ma le pallottole non lo fermano: riprende la sua battaglia
alla guida del suo quotidiano, dal quale lancia strali anche
con la rubrica «Controcorrente» che diventa un simbolo della
linea montanelliana.
Nel 1978 la Fininvest acquista circa il 30% delle quote
del «Giornale». La situazione precipita con la «discesa in
campo» di Berlusconi.
L'11 gennaio 1994, dopo 20 anni, lascia il suo
«Giornale».
Instancabile, si butta in una nuova avventura, siglando
l'accordo per la direzione di un nuovo quotidiano, «La Voce».
L'obiettivo è ambizioso: «Fare un quotidiano di una destra
veramente liberale, ancorata ai suoi storici valori: lo
spirito di servizio, il senso dello Stato e il rigoroso codice
di comportamento». «La Voce» chiude il 12 aprile 1995.
Di queste due esperienze dirà: «Sono state due battaglie e due
sconfitte di cui vado fiero, ma che mi hanno lasciato addosso
anche nel morale e nel fisico, troppe cicatrici».
Alla chiusura de «La Voce», nel 1996 accetta l'invito
dell'allora direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, di
tornare in via Solferino come editorialista.
Il «Corriere» gli riserva anche una «Stanza» dalla quale
dialogare con i lettori.
vedi anche:
http://www.fucecchionline.com/pagg_vedere/indro-montanelli.htm
http://www.fucecchionline.com/pagg_vedere/fondazione-montanelli-bassi.htm
http://www.fucecchionline.com/filmati_video_hq.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Indro_Montanelli
http://www.indromontanelli.net/
http://www.fondazionemontanelli.it/indro.htm
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