LA CORALE FUCECCHIESE DENOMINATA S. CECILIA


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LA CORALE DI S. CECILIA
a cura di Mario Catastini
grafica e impaginazione di Giacomo Pierozzi
data pubblicazione: ottobre 2012

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PREFAZIONE

La Corale fucecchiese denominata S. Cecilia è nata nel 1934 e non nel 1867 come lasciava presumere la targa in ottone trovata nell’Archivio storico del nostro comune.
La nascita e lo sviluppo della S. Cecilia è legata a doppio filo alla figura del suo fondatore, il M° Egisto Donati, un fucecchiese doc, insuese per giunta: fino agli anni Cinquanta abitò in Via S. Giovanni, cioè nel cuore dell’Insù.
La “S. Cecilia” nacque dalla fusione di due corali fucecchiesi preesistenti: la “Giuseppe Verdi” laica e la “Schola cantorum” religiosa.
Dovremo aspettare il 2034 per celebrare il primo centenario di questa corale.
Ho ritenuto perciò opportuno seguire l’itinerario che il M° Egisto Donati seguì per approdare alla creazione della nostra Corale. E in questo itinerario avremo l’opportunità di conoscere le altre due personalità che consentirono ad Egisto Donati la fondazione della sua corale: don Giuseppe Marradi ed il prof. Giuseppe Lotti, il padre di quel Savino che ha “allevato” a Fucecchio numerosi suonatori di pianoforte e di altri strumenti.



1909. Anno magico per la storia della nostra comunità

In questo anno vennero alla luce, a Fucecchio, due personaggi di grande spicco: Indro Montanelli, giornalista e scrittore di fama mondiale, ed Egisto Donati, il fondatore della Corale S. Cecilia di Fucecchio.
Egisto era figlio di Gianni di Bicciolo e di Beppa Taviani.
Gianni di Bicciolo, calzolaio sui generis per la politezza dei suoi abiti e per l’acconciatura dei suoi capelli lisci sempre ben pettinati, era noto per la sua magnifica voce di basso e per la spiccata attitudine ad interpretare il ruolo del latin lover – era solito affermare che nessuna donna gli aveva mai resistito e che aveva incornato moltissimi fucecchiesi.
Gianni Donati aveva ereditato dal padre Bicciolo, un porta a pago della Misericordia locale, la passione per il canto. Infatti sia Gianni che il padre facevano parte delle due corali che operavano nel capoluogo: la laica “Giuseppe Verdi” diretta da Beppe Lotti, padre dell’indimenticabile Savino, e la religiosa “Schola cantorum” diretta da don Giuseppe Marradi, l’amatissimo Nanetto, cappellano del Monastero di S. Salvatore.
Gianni, sollecitato dai direttori delle due corali, subito dopo il suo matrimonio con Beppa, cominciò a prendere lezioni di canto dal M° Corso che aveva il proprio studio nel Palazzo del Gattino, attualmente sede della Contrada S. Andrea e della Fondazione Montanelli-Bassi.
Il maestro Corso non solo manifestò la sua ammirazione per Gianni di Bicciolo, ma addirittura gli garantì che nel giro di un paio di anni gli avrebbe procurato contratti stupefacenti con alcune compagnie di Opere Liriche che gli avrebbero consentito di calcare i palchi di numerosi teatri Italiani ed europei.
Il futuro padre del fondatore della corale, in preda all’euforia, confessò alla moglie che il canto gli avrebbe fatto abbandonare per sempre il deschetto da calzolaio e li avrebbe resi benestanti.
Beppa lo congelò:
-Se darai retta la maestro Corso, io ritornerò a casa dei miei genitori e di te non vorrò più vedere nemmeno l’ombra!
Gianni, di fronte alla determinazione della sua Beppa, non stette a pensarci due volte.
-Preferisco rimanere con te. Al termine di questo mese cesserò anche di prendere lezioni dal maestro Corso- sentenziò Gianni.
Gianni rimase così ancorato al deschetto da calzolaio e alle due corali del capoluogo: la Verdi e la Schola cantorum.
La nascita del figlio Egisto fu salutata con grande entusiasmo da entrambi i coniugi.
Egisto si abituò ben presto alle nenie di mamma Beppa e alle sparate canore di papà Gianni che ai Kyrie alternava certi assolo lirici come “Vecchio t’inganni, un vindice avrai..” o certi canti corali della Tosca, del Rigoletto, dell’Aida, del Barbiere di Siviglia, della Cavalleria rusticana..
Fin dall’età di due ani il piccolo Egisto non sapeva nascondere la sua meraviglia per le esibizioni canore del padre. E questa meraviglia si amplificava quando il babbo duettava con nonno Bicciolo. Egisto li guardava e li ascoltava in preda ad un evidente senso di incanto.
All’età di tre anni si verificò la prima grande svolta nella vita del futuro realizzatore della Corale S. Cecilia.


Un’antica usanza della Corale Schola cantorum tramontata definitivamente

La sera del Giovedì Santo del 1912, Gianni Donati, padre del futuro fondatore della Corale S. Cecilia, portò alla moglie “Beppa” un “pan di ramerino”. Beppa apprezzò moltissimo quel gesto e naturalmente spartì il profumato pan di ramerino con lo sposo ed il piccolo Egisto.
-Ma stasera, Gianni, a che ora esci per andare a cantare il Miserere con la Corale?
-Verso le dieci.
-Ti prego di non fare come sempre le ore piccole. Ricordati che abbiamo un bambino ancora piccolo. Se si sentisse male, io non saprei davvero cosa fare.
Verso le ventidue passò babbo Bicciolo.
-È l’ora, Gianni – urlò babbo Bicciolo che stringeva con la mano destra tutti gli spartiti destinati ai “bassi”.
La corale preferì partire dalla chiesa di S. Salvatore ancora affollata di fedeli in adorazione del Santissimo, vi eseguì il suo primo Miserere e poi scese nella chiesa Collegiata. Uscita dalla chiesa, la corale fece la sua prima sosta sotto il lampione a carboncino che si trovava infilato nello spigolo del Palazzo Pretorio che faceva angolo fra la Piazza (oggi Vittorio Veneto) e via Borgo Valori. Ad attendere i coristi c’erano un paio di capannelli formati soprattutto da uomini. Uno di loro chiese ai coristi presso qual altro lampione acceso si sarebbero diretti.
-A quello che si trova all’inizio di Via Raimonda che scende fino ai frati.
Possiamo venirvi dietro?
-Ci fate un grande piacere – rispose ancora Bicciolo che si sentiva un po’ il responsabile della corale, visto che era il più anziano.
Raggiunta via Raimonda, la corale eseguì ancora il miserere.
-Siete stati veramente bravi! - osservò un fedele lì presente.
Una signora, vestita decorosamente, osservò:
-Sicuramente avrete sete. Se non vi offendete vi porterò un fiasco di vino.
-Brava, brava – intervenne ancora Bicciolo. La donna entrò nella sua abitazione e dopo appena due minuti riuscì fuori recando nelle mani un fiasco di vino rosso e due bicchieri. I coristi ringraziarono e si dissetarono seduta stante.
La corale si portò poi in chiesa La Vergine, fece altre due soste, in via Trieste e nell’attuale corso Matteotti. Poi si portò in chiesa di S. Maria delle Vedute, dopodiché cominciò a risalire verso la Collegiata.
La corale si sciolse verso il tocco e mezzo.
Gianni, per evitare i possibili rimbrotti della moglie, quando entrò nell’appartamento non accese neppure la candela. Si mosse al buio in cucina ed entrò nel letto senza neppure sfiorare la consorte.
Gianni, da sempre ammaliato dal miserere continuò a ripeterselo con la mente finché non si addormentò.
Alle sei del mattino ci pensò Egisto a svegliare i due sposi. Lui reclamava la colazione. Non c’erano nuvole nel cielo, l’aria era quasi tiepida: si annunciava un Venerdì Santo molto sereno.



Cominciò a seguire il babbo alle esibizioni delle due corali

-Voglio venire anch’io con te – protestava il piccolo Egisto quando il padre si preparava a raggiungere la chiesa Collegiata dove con molta frequenza si esibiva la Schola cantorum.
Gianni non poté dire di no al figlioletto. Fu così che anche Egisto ebbe accesso al coro dove veniva sistemata la corale. Egli cominciò a seguire con grande attenzione il direttore don Giuseppe Marradi, magro, il naso quasi grifagno, lo sguardo incredibilmente serio e compreso mentre dava il là ora ai tenori, ora ai bassi, ora ai baritoni e ai numerosi orchestrali che accompagnavano il suono dell’armonium.
Una sabato sera Gianni si preparò per andare all’arena Edison dove veniva realizzata l’opera lirica La Tosca. Gianni e gli altri della Verdi avrebbero cantato il famoso Te Deum del primo atto.
-Voglio venire anch’io – gridò Egisto.
-Non posso portarti sul palco. Il direttore Beppe non vuole nemmeno che ti porti alle nostre prove. Gliel’ho chiesto per due volte. Fatti portare all’arena da mamma e così potrai vedermi mentre canto insieme agli altri coristi.
-O Gianni, ma perché gli fai codesti discorsi. Lo sai che io non ci ho passione per le opere.
-Cattivi! – esclamò Egisto.
-Se ti calmi, domattina ti farò vedere una cosa tanto carina- gli promise il babbo.
-Gianniii, sei pronto? Sbrigati. Lo sai che Beppe vuole il rispetto degli orari – chiamò nonno Bicciolo dalla strada, scoppola in testa, pipa di radica tra le labbra e naso molto, ma molto camuso.
Gianni si affrettò ad uscire e a raggiungere con suo padre l’Arena Edison posta in via Roma.
Al mattino, erano da poco suonate le ore 8, quando il piccolo Egisto, capelli lisci ed acconciati con la discriminatura, disse a suo padre:
-Io voglio la sorpresa.
-Ti accontento subito.
Gianni ed il figlio si portarono nell’attuale piazza dei Caduti e si piazzarono davanti all’edificio che ospitava la Pretura. Alle ore 8,30 in punto uscirono otto persone vestite di scuro, cappello verde in testa e fazzoletto celeste al collo.
-Nonno! – gridò Egisto appena vide nonno Bicciolo.
Il nonno lo salutò alzando il braccio libero dalla tromba.
-Suona anche il nonno? – domandò Egisto.
-Sì, sì!- rispose seccamente Gianni.
Subito dopo uscì un signore che portava uno stendardo.
-O cos’è quello? – domandò il piccolo Donati indicando quella specie di scendiletto.
-È lo stendardo dei tiratori del tiro a segno.
Egisto non capì, ma parve non dare importanza alla risposta del babbo, incuriosito com’era dall’uscita dal portone del Palazzo di un nugolo di persone che reggevano degli astucci speciali che Egisto non aveva mai visto.
-Dentro quelle borse – anticipò Gianni – ci sono le armi dei tiratori.
Un tiratore fece trillare il suo fischietto. Immediatamente si mosse il portatore dello stendardo e dietro di lui gli otto della fanfara che cominciarono a suonare una specie di marcia che fece affacciare alle finestre le persone di Via Donateschi e delle altre vie del capoluogo che il corteo percorse prima ti portarsi al campo di Tiro a segno posto poco dopo il cimitero. Egisto avrebbe voluto accodarsi o magari precedere il corteo per vedere suo nonno Bicciolo alle prese con la tromba. Gianni, con un movimento della testa gli fece capire, che non era il caso di accodarsi.
Il poligono di tiro a segno era stato inaugurato una ventina di anni prima e precisamente nel 1892, quando, in contemporanea, venne scoperto il monumento a Giuseppe Montanelli e fu inaugurata anche l’attuale piazza dell’ospedale fino all’anno precedente occupata dalla cadente chiesa e dal malridotto monastero di S. Andrea.
Mentre ritornavano a casa, Gianni sorrise fra di sé. Egisto se ne accorse e gli chiese:
-Di cosa ridi?
-Nonno suona la tromba e non conosce un’acca della musica.
Egisto non capì. Fu però colpito dalla parola musica, la sua futura amante come l’avrebbe chiamata il violinista Ottorino Freschi. Anche altri tre o quattro degli otto della fanfara suonavano la tromba senza conoscere la musica. I tiratori li avevano ingaggiati perché il compenso che veniva loro corrisposto era misero nonostante la lunghezza del percorso. Se avessero arruolato dei suonatori della banda avrebbero speso troppo. Gianni conosceva benissimo il trucco che anche suo padre doveva usare. Ogni fanfarista aveva dei punti riferimento come ad esempio il primo capitello della piazzetta dei ferri, l’orologeria del Chiari. la scala esterna del palazzo di via Donateschi etc. Quando arrivavano al primo segnale dovevano risollevare il pistone della tromba. Poi dovevano riabbassarlo quando raggiungevano l’orologeria e così via. Il corteo si scioglieva appena veniva raggiunto il campo del Tiro a segno.
Egisto, appena messo piede in casa, raccontò tutto alla mamma che lo ascoltò con molta attenzione.
-Ma cos’è, mamma, la musica? – le chiese Egisto.
-Figliolo mio, io non me ne intendo. È meglio che tu lo chieda a tuo padre.



Nonno Bicciolo era anche un porta a pago

Gianni esercitava il suo mestiere da solo, in uno sgabuzzino al piano terra di via Castruccio.
Egisto, di ormai cinque anni, si recava molto spesso nella bottega del padre con la speranza di udirlo cantare. Anche quella mattina il piccolo Egisto si portò nella botteghina del babbo, si sedette su di un piccolo sgabello e cominciò ad osservare il padre che stava cucendo la suola di uno scarpone di vacchetta usando uno spago ben impeciato alle cui estremità erano state aggiunte due setole. Gianni infilava la punta acuminata della sua lesina nella tramezzola di cuoio: questa, spinta dalla mano di Gianni penetrava ed attraversava lo spessore della suola di oltre un centimetro e fuoriusciva all’interno dell’increno praticato nel cuoio della suola; a questo punto Gianni estraeva la lesina dalla suola ed infilava nel buco da essa praticato le setole poste alle due estremità dello spago, lo tirava e lo stringeva aiutandosi con un manale di cuoio infilato nella mano sinistra e col pomello di legno della lesina a cui faceva aderire lo spago impeciato. Ogni punto, non più lungo di un quarto di centimetro, saldava ermeticamente la suola alla tramezzola posta intorno alla pianta della scarpa.
Egisto osservava ammirato il padre, che ad ogni sforzo sollevava le labbra che lasciavano intravedere una chiostra di denti perfetta. L’odore del cuoio bagnato e battuto col martello annullava l’effluvio del profumo dei fiori che attraverso la Porta di S. Andrea si effondeva per tutta la via, magnifica per i suoi monumentali palazzi disposti specialmente sul lato che guarda il monte pisano.
Verso le dieci si presentò nonno Bicciolo che, visto il piccolo Egisto, con tono di rimprovero disse a suo figlio Gianni:
-Ma perché, invece di tenerlo qui, in questo sgabuzzino, fetido, non lo mandi all’asilo che è qui a due passi?
-O babbo, te l’ho già detto tante volte: la mia Beppa non vuol saperne di mandarcelo. Se avesse potuto mandarlo all’asilo delle monache , sul Poggio Salamartano, non ci avrebbe pensato su due volte; ma l’asilo delle monache è riservato esclusivamente alle bambine.
-Mah! – sbuffò Bicciolo.
Proprio in quel momento passò davanti al botteghino Nanni che, visto Bicciolo, esclamò:
-Guàh! Proprio te! Stasera alle tre c’è da portà’ via una morta di Valdarnese. Alle due e mezzo dobbiamo trovarci in sede. Hai capito?
-Ma dov’è la morta? – chiese Bicciolo.
-O dove vuoi che sia? È alla cappellina.
Nanni proseguì verso la torre di Castruccio.
-Ci voleva proprio un morto! –commentò Bicciolo che continuò – Ce ne vorrebbe uno tutti i giorni, almeno guadagnerei qualcosa di consistente
-O nonno, ma non te le rovini le spalle a portare sulla lettiga i morti fino al cimitero? – domando Egisto.
-Macché- tagliò corto Bicciolo – Sul braccio di legno che poggia sulla spalla ci hanno messo una imbottitura protetta dalla pelle che si usa per le tomaia delle scarpe. Il peso viene suddiviso fra tutti e quattro i portatori. Le casse da morto dei poveri pesano pochissimi chili: son fatte di tavolette di legno grezzo fermate con i chiodi. Mi dà fastidio indossare la cappa nera con quel cappuccio che dobbiamo sempre calare sulla testa. Ma vale la pena. Con quello che guadagno ci posso comprare il tabacco per la mia pipa per quindici giorni.
-Ma la cappa nera la tieni in casa, nonno? – chiese il nipotino.
-No. L’abbiamo in sede, sul Poggio Salamartano, sulla sinistra della chiesa delle monache. Ogni portatore ha un suo cassetto. Lì dentro c’è la nostra cappa.
-E per entrare nella stanza dove sono i cassetti come fai? C’hai la chiave?
-No, no. Ci pensa il Lilli ad aprirci. Lui è il custode del palazzo della Misericordia. Addirittura ci abita all’ultimo piano. Ora ti ho detto tutto. Ci vediamo, Gianni.


Finalmente Egisto poté partecipare anche alle prove della Giuseppe Verdi e della Schola cantorum

Nell’autunno del 1915, cinque mesi dopo l’inizio della prima guerra mondiale, Egisto fece il suo ingrasso nella scuola elementare di Piazza XX Settembre. Nel corso del triennio bellico, dovette ripetutamente cambiare edificio scolastico perché la scuola elementare di piazza XX Settembre venne utilizzata come caserma per i militari italiani impegnati nella grande guerra.
Naturalmente lo scolaro Egisto Donati si impose immediatamente all’attenzione degli insegnanti e degli scolari per la sua bravura e per la sua diligenza. Né la scuola né la guerra suscitarono mai un grande interesse per Egisto Donati, profondamente dispiaciuto perché le due corali erano state costrette a tirare il freno dato che moltissimi coristi era partiti per la guerra.
Soltanto quando qualche salma di militare caduto sul fronte – ma furono rare queste occasioni – rientrava a Fucecchio, Egisto si lasciò coinvolgere dall’imponenza della manifestazione che l’amministrazione comunale tributava al caduto. Venivano affissi molti manifesti funebri. In chiesa Collegiata veniva allestito un grandissimo catafalco ricoperto con i drappi neri guarniti di decorazioni argentee. In questa occasione veniva messa insieme anche una corale raccapezzata fra i coristi anziani della Verdi e della Schola cantorum diretta da Don Giuseppe Marradi che si cimentava con il terrificante “Dies irae, dies illa”, quello stesso che la corale eseguiva tutti gli anni la sera di Tutti i Santi nella chiesa di S. Salvatore. E dopo la solenne cerimonia religiosa in chiesa si svolgeva un grandioso corteo funebre con la presenza delle autorità civili e militari e di una banda raffazzonata ma che ti sprofondava sotto terra con le sue marce funebri.
Egisto di fronte a questi eventi ammutoliva, quasi sembrava andasse in trance. Questo ragazzo straordinario veniva visitato, addirittura travolto, da sentimenti di immensità che lo avrebbero accompagnato fino alle soglie della maturità.
Le prove delle due corali si erano rarefatte al massimo. I presenti erano sempre pochissimi. Egisto poteva finalmente seguire suo padre anche alle prove. Ad ogni corista veniva sempre dato un foglio molto più grande di una pagina di quaderno con le rigature del pentagramma e con tante note musicali ora bianche ora nere, ora con l’asta con baffi e senza baffi ora senza l’asta. Anche il direttore teneva sotto gli occhi gli spartiti musicali.
- Cos’è, babbo, la musica? – gli chiese Egisto durante un intervallo.
- È questa – gli rispose Gianni mostrandogli lo spartito che aveva tenuto in mano durante la prova.
Egisto parve non capire. Gianni se ne accorse e spiegò mostrandogli le note con l’indice della mano destra:
-Vedi? Queste note mi dicono come e quanto devo cantare.
Don Giuseppe, che aveva seguito il dialogo, intervenne:
- O Gianni, ho capito da un pezzo che a tuo figlio piacerebbe imparare la musica. Perché non lo mandi da me? Gli insegnerò a leggere e a solfeggiare le note e subito dopo gli farò imparare a suonare l’armonium. Non preoccuparti per la spesa. Da te non vorrò neppure un centesimo.
Egisto, raggiante in volto, guardò don Giuseppe e, se avesse potuto, lo avrebbe abbracciato.
-Va bene – rispose Gianni.
Cominciò così la magistrale carriera musicale del fondatore della Corale S. Cecilia di Fucecchio.


Le prime lezioni di lettura e di solfeggio delle note musicali in casa di Don Giuseppe

Erano già cominciate le vacanze estive. Don Giuseppe dispose che avrebbe insegnato la musica ad Egisto dalle ore 10 alle ore 11 del mattino.
- Cominceremo lunedì mattina, eh! Semmai, Gianni, la prima volta ce lo accompagni tu a casa mia.
- Ma cosa gli faccio portare al bambino? – chiese Gianni.
- Niente. Penso a tutto io, Gianni.
Il lunedì mattina, alla 9,45 , Egisto e suo padre scesero in piazza Montanelli, entrarono in via Landini Marchiani, entrarono nell’edificio posto sulla destra del mulino, salirono due rampe di scale, bussarono e furono ricevuti da don Giuseppe e da sua sorella Ines.
Gianni si congedò quasi subito. Don Giuseppe ed Egisto si ritirarono in una stanza i cui unici arredi erano costituiti da un lungo tavolo di legno abbastanza vecchio, da uno scaffaletto di legno, da quattro sedie e dalla base di una credenza. Don Giuseppe indossava una spolverina grigia, quasi lisa e due manicotti neri. Ad un capo del lungo tavolo si trovava un telaietto per la rilegatura dei libri. Vicini al telaietto libri sciolti, un rocchetto di filo, una rotella di nastro bianco e qualche ago.
- Siediti qui, Egisto – gli disse don Giuseppe.
Sotto gli occhi dell’allievo c’era un foglio con alcuni pentagrammi senza note. Don Giuseppe fece vedere e toccare gli spazi e i righi musicali del pentagramma.
- Oggi impareremo a riconoscere le note che si trovano negli spazi del pentagramma.
E così, con la prima lezione, Egisto prese subito confidenza con le note dei quattro spazi: fa, la, do, mi. Al termine della lezione Don Marradi consegnò un foglio con sei pentagrammi stracarichi di note sistemate negli spazi.
- Se domani saprai leggerle a volo, ti faro conoscere le note che camminano sopra i righi.
Nel volger di poche settimane Egisto imparò a solfeggiare i primi esercizi del Metodo Bona. Don Giuseppe era molto soddisfatto della rapidità con cui Egisto superava le difficoltà del solfeggio. L’allievo, invece, non sapeva dissimulare un certo riserbo quando entrava nell’appartamento del direttore della Schola cantorum: Egisto aveva scoperto che Don Giuseppe era povero, molto povero. Come cappellano delle clarisse di S. Salvatore non percepiva quasi niente. In quel periodo in cui Egisto prendeva lezioni di musica la chiesa delle monache era stata chiusa al culto perché adibita ad uso militare. Per impedire prevedibili danneggiamenti agli altari e alle tele poste sui loro dossali si tirarono su dei muri di protezione dei medesimi. Questa situazione si protrasse fino al 1921, cioè fino a tre anni dopo la fine della guerra. Come direttore della schola cantorum don Giuseppe Marradi non guadagnava nulla. Qualche lira gli veniva corrisposta dal priore delle Vedute che aveva assunto don Giuseppe come organista. La rilegatura di libri gli consumava tanto tempo e gli procurava magrissimi introiti. La sua situazione sarebbe migliorata soltanto dopo la riforma Gentile del 1923. Gentile aveva introdotto lo studio del latino in diversi ordini di scuole superiori. Molti studenti si sarebbero serviti delle ripetizioni di Don Giuseppe e di padre Carlo Catarsi, un frate del nostro convento.
Durante le lezioni di solfeggio don Giuseppe ed Egisto cominciarono a colloquiare. Don Giuseppe era maestro nell’arte di indurre i propri allievi a rivolgergli domande, anche le più disparate. Egisto ne approfittò e naturalmente adottò il direttore della Schola cantorum come suo interlocutore diretto ed interiore.


Finalmente un po’ di luce sulle due corali fucecchiesi

Egisto, specialmente d’estate, ora che contava 8 anni, accompagnava suo padre e suo nonno alle prove della corale di Don Giuseppe. I pochi coristi risparmiati dalla grande guerra si portavano nella chiesa delle Vedute e da lì nella sede della Compagnia dei Coronati scalzi posta sulla sinistra del coro. Agli attaccapanni affissi a tre delle quattro pareti dello stanzone erano attaccate le cappe rosse dei confratelli con la relativa corona di spine. Quasi in mezzo alla stanza c’erano un armonium ed un leggio dove Don Giuseppe collocava gli spartiti. Addossati alla parete libera due armadi muniti di cassettiere. Sull’armadio di sinistra, all’altezza della cornice che segnava il punto più alto dell’armadio, c’era la scritta in caratteri quasi gotici “Compagnia dei Coronati Scalzi”; sull’anta sinistra dell’altro un semplice cartello dove don Giuseppe aveva scritto ad inchiostro “Schola cantorum”. Nei rispettivi cassetti venivano sistemati gli spartiti tenori, quelli dei baritoni, quelli del bassi, quelli del direttore della Corale e quelli del suonatore dell’armonium. Vi erano anche i cassetti per gli spartiti degli orchestrali: quello dei violini, quello dei violoncelli e quello del contrabbasso. In un angolo vi era anche un tavolinetto con tre sedie dove i coristi deponevano il consueto fiasco di vino. Il tavolinetto veniva usato dal segretario dei Coronati scalzi per scrivervi i verbali delle sedute e per registrare, su appositi registri, le assenze dei confratelli.
- O don Giuseppe, ma come mai la sua corale fa le prove nella chiesa delle Vedute e canta sempre nella Collegiata?
-Perché nella Collegiata non c’è una sola stanza libera per le nostre prove: altrimenti andremmo lì a prepararci. Io, allora, chiesi al priore delle Vedute se ci poteva affittare per due volte alla settimana la sede dei Coronati scalzi. Lui, dopo aver interpellato i confratelli, ci disse subito di sì. Io gli chiesi quanto ci faceva spendere per l’affitto della sede. Lui mi rispose:
- Noi non vogliamo neppure un centesimo; però dovrete venire a cantarci gratuitamente gli Improperi la mattina del Venerdì Santo e la Messa a tre voci con orchestra il giorno dell’Ascensione e la domenica successiva ad essa.
- E noi, caro il mio Egisto, abbiamo sempre rispettato i patti. L’allievo si mostrò visibilmente soddisfatto della risposta fornita da don Giuseppe.
Incoraggiato dalla esauriente risposta del suo maestro di Musica, il giovane Donati chiese ancora:
- Ma perché il mio babbo ed il mio nonno vanno a cantare anche nell’altra corale? Perché l’hanno chiamata Giuseppe Verdi? Quando cantano quelli della Giuseppe Verdi?
- Bravo Egisto! Ne hai messa di carne al fuoco, eh! Il tuo babbo ed il tuo nonno hanno una grandissima passione per il canto ed hanno due voci davvero impareggiabili. Nessuna corale potrebbe farne a meno. Il Lotti, direttore della “Verdi” e mio grande amico, gli chiese a suo tempo se erano disposti a far parte anche della sua corale. Il tuo babbo e tuo nono non se lo fecero ripetere due volte. Fra le due corali non c’è nessuna rivalità. Molti coristi della Verdi non vengono nella nostra corale perché a loro non piacciono per niente le Messe e gli altri canti religiosi: altrimenti ci verrebbero anche loro. Tu mi hai chiesto “quando cantano quelli della Verdi”.
-Veramente – interloquì l’allievo – io volevo sapere, prima, come mai quella corale si chiama “Giuseppe Verdi”.
-Hai ragione, ma devi sapere che ogni anno si svolge a Fucecchio o al Teatro Pacini o all’Arena Edison una stagione lirica. Tu, giustamente vorrai sapere, cos’è una stagione lirica, vero? A Fucecchio, vengono rappresentate ogni anno una, due ed anche tre opere liriche consecutivamente. In ogni opera lirica gioca un ruolo importante il coro. Ogni anno, fin da gennaio, noi sappiamo quali opere verranno rappresentate a Fucecchio. A questo punto il direttore della “Verdi”, il mio amico Beppe Lotti, prepara i coristi a cantare i pezzi previsti per il coro in quelle opere. Ora devi sapere anche che secondo moltissimi fucecchiesi, il più grande compositore di opere liriche è Giuseppe Verdi. Perciò la corale l’anno intitolata a lui perché lo ritengono il più bravo, il più amato. E poi perché…
- Me lo dica. Muoio dalla curiosità.
- Verdi, d’estate, veniva sempre in villeggiatura a Montecatini. Una volta ci andò a suonare il suo organino (una specie di fisarmonica) un fucecchiese. Verdi si fermò ad ascoltarlo e, al termine della esecuzione , non solo gli fece i suoi complimenti, ma gli chiese anche di dov’era. Lui gli rispose che era di Fucecchio. E Giuseppe Verdi di rimando: “Fucecchio, deve andare orgoglioso di te!”
Al termine della conversazione allievo e maestro si mostrarono abbastanza compiaciuti. Ma don Giuseppe voleva ragguagliare ancora di più il suo Egisto.
A luglio ci sarà l’annuale stagione lirica. Se vuoi vedere le grandi voci della lirica presenti a Fucecchio, recati al mattino per la via del ponte. Verso le ore 9, generalmente questi grandi si concedono una passeggiata sotto i platani. I grandi alloggiano nell’albergo “La Corona”, qui in piazza Montanelli. Oltre ai personaggi famosi, in ogni compagnia lirica ci sono anche personaggi di secondo piano, quelli che guadagnano pochissimo. Loro alloggiano all’Osteria del Diluvio che si trova in fondo al Poggetto (in fondo all’attuale via Alfredo Soldaini) o in cima a via dei cani (via Machiavelli). Lì ce li potrai vedere nelle ore vicine al pranzo e alla cena. In quell’osteria ci dormono pure.
Quante cose aveva appreso quel giorno il nostro Egisto! Don Giuseppe, però, si era dimenticato di dirgli che la corale “G. Verdi” quando cantava nelle opere veniva pagata sia pure modestamente.


Il dilemma degli “Improperi”

Quel giorno Egisto rientrò raggiante a casa. In cucina c’era soltanto Beppa, la mamma, che, vistolo così galvanizzato, gli chiese:
-O che hai trovato un borsellino pieno di monete? Era da tanto tempo che non ti vedevo così contento.
-Ho trovato qualcosa di più dei soldi.
-O cosa?
-Delle risposte su cose che mi interessano tanto.
Beppa, che non era tagliata a certe sottigliezze, riprese ad armeggiare intorno ai due fornelli a carbone su cui erano stati posati un tegame ed una pentola, entrambi in terracotta.
Egisto le si avvicinò e le disse.
Don Giuseppe mi ha detto che la sua corale deve andare tre volte soltanto a cantare nella chiesa delle Vedute. E per primo deve andarci la mattina del Venerdì Santo a cantare gli Improperi. Ma cosa sono, mamma, questi Improperi?
-O che vuoi che ne sappia io. Chiedilo a babbo. Lui li canta e di sicuro lo saprà. Dalle volte ne parla con suo padre e tutte e due non la smettono mai di esclamare “ma quanto sono belli!”
Egisto, deluso, scosse la testa.
A pranzo, mentre stavano finendo di consumare la minestra di fagioli, Beppa aprì la conversazione:
-O Gianni, Egisto voleva sapere da me cosa sono gli Improperi; ma io di certe cose non me ne intendo. Vuoi spiegarglielo tu?
-Gli Improperi, ragazzo mio sono bellissimi. La chiesa si riempie di gente quando sa che li cantiamo; però non so cosa sono perché io il latino non lo capisco. Se ci tieni proprio a saperlo , chiedi una spiegazione al tuo don Giuseppe. Lui il latino lo conosce molto bene. Domattina, quando vai a scuola di musica glielo chiedi. Gli puoi dire che io non sono riuscito a spiegarteli perché non conosco la lingua latina.
Egisto annuì con un movimento del viso.
Il giorno dopo lo chiese a don Giuseppe. Il direttore della Schola cantorum prese uno spartito degli Improperi(a) e spiegò:
La parola latina improperia significa rimproveri. Ebbene in questo spartito noi assistiamo ai rimproveri che Dio Padre rivolge senza stizza ma con profonda amarezza e costernazione al popolo ebraico.
-Cosa gli dice? – incalzò l’allievo.
-Te lo traduco subito dal latino. Ascolta!

"O popolo mio, che cosa ti ho fatto?
In che cosa ti ho contristato?
Rispondimi."
"Io ti ho condotto fuori dalla terra di Egitto:
e tu, invece, hai preparato la croce al tuo Salvatore."

Pietà o Signore
Santo Dio.

"Io ti ho guidato nel deserto
per quaranta anni,
ti ho nutrito con la manna,
e ti ho condotto
in una terra molto buona:
e tu, invece, hai preparato la croce
al tuo Salvatore."

Pietà o Signore,
Santo Dio.
Di fronte a questi rimproveri, il popolo di Dio implora pietà, misericordia, perdono. E questa implorazione assume quasi la forma di un grido colmo di disperazione. Perciò, Egisto, qui emergono due registri contrapposti: da una parte il rimprovero di Dio emesso pacatamente, quasi sottovoce; dall’altra l’implorazione di misericordia da parte del popolo di Dio che assume il tono di un grido disperato. I bassi, in questo canto corale composto dal fucecchiese Antonio Nelli, interpretano il ruolo di Dio Padre; i tenori quello del popolo che grida la sua implorazione di perdono ora che si è reso conto del male compiuto ai danni del figlio di Dio. Un giorno, quando sarai entrato nel mondo della musica potrai apprezzare il valore espressivo delle due linee melodiche: quella dei bassi e quella dei tenori. Anche tu piangerai come succede a numerosi fedeli durante la esecuzione corale di questo testo.
-Grazie, don Giuseppe – sussurrò Egisto.


Due grandi eventi nella chiesa di S. Salvatore

La prima guerra mondiale si era già conclusa da tre anni. Egisto, ormai dodicenne, stava per varcare la soglia dell’adolescenza. Nel 1921 le due corali avevano ripreso a “marciare” speditamente. La chiesa delle monache, sul Poggio Salamartano era ancora chiusa al culto. All’inizio di questo anno furono iniziati i lavori di rirpistino all’interno della chiesa. Egisto non mancava mai di fare una capatina in questa chiesa. L’impresa edile che vinse l’appalto dei lavori di ripristino si rivelò velocissima. In pochi giorni vennero demoliti tutti i muri eretti a protezione dei vari altari. Con altrettanta rapidità vennero smaltite tutte le macerie. Dopo quattro settimane la navata della chiesa era sgombra e pulitissima.
Al termine dei lavori, quel sabato mattina don Giuseppe si portò nella sua chiesa per verificare se era possibile spedire al vescovo la richiesta della riconsacrazione della chiesa. Mentre esaminava ammirato le tele dei dossali, entrò in chiesa anche Alessandro Mariotti, il maestro della banda di Fucecchio e compositore di marce.
Alessandro si avvicinò a don Giuseppe e senza preamboli osservò:
-A Fucecchio non si vedrà più una platea spaziosa come la navata di questa chiesa. Forse, se ci fossero state le panche non me ne sarei reso conto. Questo sarebbe uno spazio ideale per un concerto bandistico e non solo.
Don Giuseppe cominciò ad ascoltarlo con interesse. Alessandro proseguì:
-Che ne diresti, Marradi, di organizzare qui dentro un concerto bandistico e corale prima che la chiesa sia riaperta al culto: io dirigerei la banda e tu la tua Schola cantorum.
Nel volgere di un paio d’ore non solo decisero di realizzare il concerto proposto dal Mariotti, ma buttarono giù anche una bozza di programma. Una settimana dopo l’accordo cominciarono le prove all’interno della chiesa delle monache. La sera della straordinaria esibizione Egisto fu presente e si potò sulla predella dell’altare dell’Immacolata Concezione sulla destra della navata. Da lì avrebbe potuto osservare molto bene i due direttori. La chiesa si riempì di spettatori. Per la prima volta, il neoadolescente, anziché seguire la corale, l’orchestra e la banda seguì per tutta la durata del concerto i due direttori e senza rendersene conto ne mimava i movimenti.
Un mese dopo, la chiesa venne riconsacrata. Don Giuseppe, visto che la Quaresima volgeva al termine, realizzò, in collaborazione con le monache di clausura, un suo progetto che custodiva in cuore da quasi dieci anni: l’oratorio delle “Sette parole di Gesù”. La sera del Venerdì Santo la chiesa delle monache assunse le vesti di un teatro. Sul presbiterio, le monache avevano realizzato, servendosi di cartoni tinti col mordente a noce, un Calvario su cui si ergevano tre grandi croci. Don Giuseppe aveva fatto stampare dalla tipografia Bertoncini sette grossi cartelli di cartone su ognuno dei quali era scritta una delle sette parole pronunciate da Gesù. A Egisto era stato affidato il compito di collocare ad ogni segnale di don Giuseppe una delle sette parole su di un leggio verticale.
La serata fu semplicemente sensazionale. Sul presbiterio vennero schierati tutti i coristi della scola Cantorum, gli orchestrali, l’armonium, il sacerdote lettore, quello commentatore ed il leggio verticale dove Egisto collocava di mano a mano ognuna delle sette parole. Il canonico Checchi leggeva il testo riferentesi ad ognuna delle sette parole mentre il priore della Torre, don Giulio Frediani, commentava il passo letto dal Checchi. Subito dopo l’esibizione della corale. Fu, quella, una serata veramente grandiosa. Don Giuseppe, al termine dell’Oratorio, apparve disfatto dalla fatica ma visibilmente felice. Egisto annotò nella sua memoria i rilievi in negativo e quelli in positivo riguardanti l’esecuzione corale.



In seminario insieme al futuro don Pietro Stacchini

Don Giuseppe, al termine dell’ennesima lezione di musica, nel tentativo di aiutare l’adolescente Egisto, a scoprire la propria vocazione, gli aveva chiesto:
-Ma tu, Egisto, cosa intendi scegliere per il tuo futuro, la famiglia o la Chiesa?
-La Musica – tagliò corto il giovane Donati.
Don Giuseppe ammutolì di fronte ad una così chiara e ferma determinazione. Il sacerdote si limitò ad accarezzargli i capelli ed a pronunciare l’espressione augurale dei credenti: “Il signore sia sempre con te!”
Qualche settimana dopo Egisto andò a congedarsi da don Giuseppe.
-Domani entrerò in Seminario a S. Miniato. Credo di avere fatto la scelta giusta. Son venuto a salutarla, ma soprattutto per ringraziarla e per chiederle una preghiera.
Don Giuseppe, mostrandosi felice come una Pasqua, lo abbracciò e gli confidò:
-Io sarò sempre al tuo fianco. Di qualsiasi cosa tu avrai bisogno, ricordati di rivolgerti a me. Io sarò sempre disposto ad aiutarti.
Appena Egisto ebbe conseguito la licenza elementare, il direttore didattico aveva mandato a chiamare Gianni, il padre di Egisto.
-Senti , Gianni – esordì il direttore che lo conosceva il babbo da tanto tempo – ti ho mandato a chiamare per parlare seriamente di tuo figlio.
-Ha fatto forse qualche malestro? – chiese preoccupato Gianni.
-Nessun malestro. Tuo figlio è molto intelligente, è diligentissimo e molto educato. Questo ragazzo deve continuare a studiare per il bene suo ed anche per il bene di tutta la nostra comunità. L’insegnante che lo ha seguito mi ha assicurato che Egisto è un talento. Non dirmi che lo manderai alla scuola Tecnica Landini Marchiani. Lì, tuo figlio sarebbe sprecato. Lui deve frequentare il Ginnasio, poi un Liceo ed infine l’Università.
-Lei discorre bene; ma a me chi me li darà tutti i soldi per mantenerlo agli studi. Io sono un calzolaio e purtroppo noi calzolai non abbiamo il lavoro per tutto l’anno.
- Gianni, la conosco bene la tua situazione, però una strada ci sarebbe.
- Quale? – chiese Gianni.
- Il Seminario – rispose seccamente il Direttore.
-Ma che vuol prendermi in giro? Io so che per mandare un figlio in seminario dobbiamo pagare una retta e io, i soldi per pagare la retta non ce li ho.
- Gianni, tu non dovrai pagare niente. Ci penserò io a farti esonerare dal pagamento della retta.
- Ah! Se così è. Sono d’accordissimo. Ma mio figlio sarà d’accordo?
-Domattina, Gianni, ritorna qui da me con il tuo Egisto. Ci proverò io a convincerlo.
Per i Direttore non fu difficile convincere Egisto a varcare la soglia del Seminario. Spiegò ad Egisto che quella era l’unica strada percorribile e che nessuno gli avrebbe impedito di gettare alle ortiche gli abiti talari a conclusione del curriculum studi. Egisto non mosse obbiezioni. Da don Giuseppe aveva saputo che in Seminario si può imparare la musica come se si frequentasse il Conservatorio.
Beppa pianse quando vide partire il suo amatissimo Egisto e scosse ripetutamente la testa come se volesse dire: “Ma guarda che cosa dobbiamo fare per consentire ad un figlio di continuare a studiare.”
Il giorno dopo il suo arrivo, mons. Giubbi, che aveva ricevuto una commovente lettera da don Giuseppe Marradi, mandò a chiamare Egisto.
-Ho saputo che nutri una grandissima passione per la musica e questo mi riempie di gioia. Se ti fa piacere, ti farò conoscere un seminarista entrato qui due giorni prima di te. Anche lui ama moltissimo la musica. Vi metterò a disposizione due armonium. Nelle ore libere da impegni scolastici potrete usarli come e quanto vorrete.
In un amen Pietro Stacchini ed Egisto divennero due amici e lo sarebbero rimasti per tutta la vita. Egisto Donati si rese immediatamente conto che Pietro era molto più in vanti nello studio della musica e soprattutto nell’uso dell’armonium. Entrambi utilizzavano le ore libere esercitandosi all’armonium. Rinunciavano quasi sempre anche alle gite fuori del seminario. Nonostante l’assiduità con cui si cimentava con l’armonium Egisto non riusciva ad eliminare il gap con Pietro. Il figlio di Gianni, però, non voleva essere secondo a nessuno.
Appena ritornò a Fucecchio per le vacanze estive andò a trovare don Giuseppe e gli chiese dove avrebbe potuto esercitarsi con un armonium.
-Non sgomentarti. Domattina alle ore 9 vieni sul Poggio Salamartano e ti farò una bella sorpresa.
L’indomani il neoseminarista si portò sul Poggio Salamartano. Don Giuseppe lo stava aspettando sotto il portico della chiesa di S. Salvatore. Egisto lo raggiunse.
-Questa – esordì don Giuseppe – è la chiave della chiesa della Misericordia. La terrai tu fino a quando non ritornerai in seminario. Nella chiesa (oggi auditorium della Casa del catechismo) c’è un armonium. Tu potrai suonarlo tutto il tempo che vorrai. Il Governatore della Misericordia ti ha accordato questo grande favore.
Don Giuseppe aprì la porta della chiesetta. Al posto del dossale dell’altare c’era, allora, la grotta di Massabielle ricostruita in maniera fedele ed al centro una statua della Madonna. Sul lato destro dell’altare c’era l’armonium.
-Puoi cominciare subito a suonare. Ci penserò io ad avvisare i tuoi genitori che ti trovi qui. E ricordati che una volta alla settimana verrò ad ascoltarti per rendermi conto dei passi in avanti che hai compiuto.
Cominciò così per Egisto uno dei capitoli più intensi della sua vita.
Egisto era sempre in quella chiesa: di mattino e di pomeriggio fino a che non calavano le ombre della sera. Dopo un mese di allenamenti il gap fra lui e Pietro Stacchini non esisteva più. Don Giuseppe, fedele all’impegno assunto andava tutte le settimane a sentirlo suonare e naturalmente non gli “lesinò” mai alcuni trucchi del mestiere.


Non venne via soltanto Egisto dal Seminario di S. Miniato

Aveva quasi venti anni, Egisto, quando decise di abbandonare e per sempre il Seminario dove aveva conseguito la maturità liceale. Gli spartiti non erano più per lui dedali segreti di note: sapeva leggerli ed anche eseguirli con l’armonium. Egisto non avrebbe disdegnato neppure il pianoforte, ma non gli era stato mai possibile esercitarcisi sopra. Ma il suo grande sogno era l’organo. Con quello strumento avrebbe potuto far esplodere tutta la sua sensibilità che si era canalizzata anche verso l’altro sesso. Indimenticabili, per Egisto, gli effetti prodotti nell’ampio spazio del duomo di S. Miniato, dal suono dell’organo in dotazione. L’organo riempiva con il suo suono tutto il duomo. Egisto, se avesse saputo e potuto suonare un organo, avrebbe potuto riempire di sé addirittura l’immensità dei cieli. L’organo può suscitare in chi lo suona il senso di potenza e addirittura quello di onnipotenza.
Il ritorno nella vita civile non gli procurò nessun imbarazzo. Tutti sapevano che lui era entrato in seminario unicamente per poter studiare e per imparare a suonare l’armonium. Un altro fucecchiese era entrato con lui in seminario. Pure R. vi aveva intravisto l’unica strada possibile per conseguire un titolo di studio. Anche lui si era fatto una ragazza, bellissima. Entrambi erano stati arruolati immediatamente dalle parrocchie di appartenenza. Egisto scelse la via del canto e quella del teatro: insegnava canto, recitazione e catechismo. Organizzava accademie che prevedevano l’esecuzione di canti, la recitazione di poesie ed anche qualche recitina. Ma Egisto aveva in testa ben altri progetti.
Come sempre, ed anche per questa nuova situazione, andò a confidarsi e a consigliarsi con il suo maestro di vita: don Giuseppe Marradi.
Don Giuseppe, appena vide il suo allievo prediletto, lo accolse dicendogli:
-Da oggi dobbiamo darci reciprocamente del tu. Io non ho da biasimarti per quello che hai fatto. Mica si deve diventare preti per forza. Magari…
E qui don Giuseppe tirò il freno. Poi si riprese e chiese:
-Dimmi, Egisto. Parla pure liberamente come se tu fossi in confessionale.
-Io, una volta, quando ero ancora un ragazzino ti confessai che la mia vocazione principale era ed è la musica. In seminario ho imparato tantissime cose; ma ho scoperto anche che per diventare qualcuno nel campo della musica occorre studiare armonia, composizione, storia della musica. Le mie aspirazioni più immediate sono due: conseguire il diploma di maestro di canto corale per poter domani dirigere una corale ed imparare a suonare l’organo. So benissimo che per conseguire il diploma di Maestro di canto corale devo frequentare un conservatorio. E questo non mi è possibile perché i miei genitori non dispongono di risorse sufficienti per potermi mandare tutti i giorni a Firenze o a Lucca. Come posso superare questo ostacolo?
-Potresti seguire dei corsi di musica per corrispondenza. Costano pochissimo e al termine del corso ti rilasciano un attestato che potrai esibire quando ti deciderai a sostenere l’esame per conseguire il diploma di maestro di canto corale.
-Ma tu, don Giuseppe, ne conosci punte di scuole di musica per corrispondenza veramente affidabili?
-No, ma posso farmele suggerire da Tommasini, quel frate famoso che ha già composto un paio di Messe in musica. Se lui non si fosse fatto frate sarebbe diventato uno dei migliori baritoni europei. Ha una voce divina. Stasera stessa gli scrivo e gli chiedo lumi sui corsi di musica per corrispondenza.
-E per imparare l’organo, don Giuseppe, come posso fare? Tu che sei un organista celebre potresti darmi una mano?
-Te ne darò anche due. Io conservo sempre il Metodo su cui studiai. Te lo passerò al momento opportuno e ti metterò a disposizione l’organo delle Vedute. Naturalmente dovrai trovare uno che ti tira i mantici; anzi puoi utilizzare quello che li tira per l’organo delle Vedute. Si contenta di pochi spiccioli. Prima però dovrai intraprendere gli studi per corrispondenza. Fra un anno si comincerà a parlare di organo. Se l’organo t’entra nel cuore, non te ne separi più. E allora addio studi. Son convinto che in un solo mese diventerai un ottimo organista. Intanto tieniti in esercizio con l’armonium. Devi allenartici un’ora tutti i giorni.



Nell’arco di tre anni il fondatore della S. Cecilia conseguì il diploma di maestro di canto corale e diventò un eccellente organista

Entrato in possesso degli indirizzi per seguire i corsi di teoria musicale per corrispondenza, Egisto si mise subito al lavoro, anzi allo studio. Per non gravare sulle magre risorse finanziarie della famiglia cominciò a fare lezioni private di matematica, di latino, di italiano. Addirittura si associò ad un ragioniere per tenere la contabilità di qualche bottega artigiana. Egisto studiava la notte e al mattino dall’alba fino a che non iniziavano i suoi impegni di lavoratore “precario”. Naturalmente trovava sempre due mezze ore per esercitarsi all’armonium che aveva noleggiato e che teneva in casa. Quattro mesi dopo aver intrapreso i corsi di musica teorica per corrispondenza Egisto, che nel frattempo era diventato corista della Schola cantorum, cominciò a sognare una sua corale, potente, ma capace di esibirsi in quegli effetti di forte-piano, di voce piena e di voce contenuta che fanno rabbrividire l’ascoltatore erudito.
Un giorno chiese a don Giuseppe, al termine di una prova nella sede dei Coronati scalzi, gli spartiti degli Improperi, del Miserere, delle 7 parole, dell’Introito pasquale. Se li portò a casa e, nei momenti liberi da impegni di ..”corrispondenza” cominciò a studiarseli, a stabilire cioè le zone degli effetti. In cuor suo deliberò di spiegare in italiano il significato delle parole latine. Voleva che anche i coristi entrassero dentro il tema e nella suggestione espressiva con cui lo avrebbero proposto ai fedeli. Molte volte si soffermava sul pentagramma e piangeva perché magari la musica lo sprofondava negli abissi dell’inferno o gli faceva toccare le cime del cielo. La musica faceva breccia nel muro del mistero che circonda continuamente la nostra esistenza. La musica gli rivelava delle certezze che a noi comuni mortali sfuggono. Il bello ed il vero molte volte si identificano.
Nel 1933 Egisto conseguì a Firenze il diploma di maestro di canto corale. Padre Tommasini, membro della commissione giudicatrice, si complimentò con Egisto e gli augurò una carriera ricca di successi.
Rientrato a Fucecchio andò subito a trovare don Giuseppe che si commosse e lo abbracciò.
-Ora ti darò subito il mio libro del Metodo per organo. Appena sarai pronto me lo vieni a dire e ti accompagnerò nella cantoria dell’organo delle Vedute dove potrai esercitarti a tuo piacimento. Voglio confidarti anche un mio vecchio desiderio. Io mi sono stancato a dirigere la corale ; il mio entusiasmo iniziale si è ormai spento. Non me la sento di studiare altri spartiti per metter su un nuovo repertorio. Anche Beppe, il direttore della “Verdi” si è stufato di dirigere i cori destinati alle opere liriche. I suoi coristi disertano le prove perché nell’arco di un anno possono esibirsi due o tre volte soltanto. Io e Beppe vedremmo bene la nascita di una corale unica che potrebbe dotarsi di un repertorio religioso e di uno profano o lirico. Pensaci, Egisto.
Mentre scendeva le scale per rientrare in Via Landini Marchiani il neo maestro di canto corale rimuginò fra sé: “È da un paio di anni che sogno la nascita di cui mi ha parlato il mio direttore spirituale. Non gli ho rivelato i miei sogni per non mortificarlo. Se l’iniziativa della unificazione partirà dai due direttori il successo dell’iniziativa sarà assicurato. Ma ora devo pensare all’organo.
Gianni, Beppa e Beppino, il fratello quindicenne di Egisto, festeggiarono il neo maestro di canto corale. Alla festa vennero chiamati anche i vicini e gli amici. Quella sera, Egisto non ebbe nemmeno il tempo di aprire il metodo per organo.
L’indomani, la giornata di Egisto si rivelò piena di impegni. Dopo aver cenato, Egisto si rinchiuse nella propria camera e cominciò a leggere le prime pagine del famoso Metodo. Mezz’ora dopo dovette coricarsi perché il bisogno di dormire si fece impellente. Appena assopitosi, Egisto cominciò a sognare che stava studiando il metodo e, pagina dopo pagina, all’alba, almeno in sogno, aveva finito di studiare il libro. Si alzò verso le sette in preda ad alcune sensazioni apparentemente strane. Gli era successo qualcosa di straordinario, ma non se ne rendeva conto. Consumata la colazione, una mezza tazza di caffelatte ed una fettuccia di pane, Egisto ritornò in camera, aprì a caso il libro sul Metodo per organo, lesse qualche rigo ed esclamò:
-Ma io queste cose le so già.
Scorse altre pagine e di nuovo constatò che lui sapeva già quelle cose: le aveva studiate in sogno. Durante la notte era avvenuto un fenomeno paranormale che si verificherà un’altra volta a distanza di tanti anni. Un analogo fenomeno è accaduto anche al violinista Accardo. A tre anni venne portato ad assistere ad un concerto per violino. Al termine del concerto, quando gli spettatori erano quasi tutti usciti, lui volle di prepotenza il violino e l’archetto dell’artista che si era esibito. Quel fanciullo, ignaro di strumenti ad arco e senza l’ausilio di spartiti musicali, risuonò alla perfezione tutti i pezzi eseguiti dal violinista.
Ne ebbe conferma, qualche ora dopo, don Giuseppe Marradi. Don Giuseppe accompagnò Egisto nella cantoria della chiesa di S. Maria delle Vedute. Egisto si sedette sul panchetto, collocò sul leggìo uno spartito per organo e cominciò a suonare facendo muovere le mani sulla tastiera e i piedi sulla pedaliera con una disinvoltura incredibile. Don Giuseppe ne rimase stupefatto ed interpretò questo fatto come un miracolo.
Anno 1934:nella stanza dei Coronati scalzi nasce la Corale S. Cecilia

Il calendario segnava sabato 12 maggio 1934. Erano stati convocati nella sede dei Coronati Scalzi, per le ore 20, dai rispettivi direttori i coristi della “Giuseppe Verdi” e quelli della “Schola Cantorum”. Sul tavolinetto in fondo alla parete campeggiavano due fiaschi di vino e una decina di bicchieri. Alla riunione straordinaria parteciparono ben 50 coristi.
Don Giuseppe, interpretando il ruolo del conduttore si limitò a dire:
-Ringrazio tutti i presenti e prego l’amico Beppe di spiegarvi le ragioni per cui siete stati invitati a questa specie di Assemblea.
Prese la parola Beppe Lotti.
-Come vi avevo anticipato nel corso delle ultime prove, Fucecchio annovera tra i suoi personaggi illustri un giovane di 25 anni, baciato forse dalla musa della Musica. È il qui presente Donati Egisto, figlio del nostro Gianni Donati e nipote di Bicciolo. Proprio a Firenze ha conseguito il titolo di maestro di canto Corale. Egisto è anche un ottimo suonatore di armonium e di Organo. Ma soprattutto è un intenditore di musica e di canto. Lui nutre dei progetti ambiziosi. Vuole rinnovare i nostri repertori profani e religiosi e sogna un avvenire fantastico per le nostre due corali. Anzi, lui vorrebbe unificare le due corali e farle diventare una sola. Naturalmente conserverebbe nella loro integrità i repertori delle due corali allo scopo di poter ricoprire le richieste inerenti alla festività civili, alle stagioni liriche e alle festività religiose. Io, credetemi, sarò felice di passare la mia bacchetta di direttore al M° Egisto Donati. Anch’io mi aggregherò alla nuova corale come suonatore di contrabbasso. Perciò, amici miei, continueremo a stare insieme. Ora tocca te Don Giuseppe.
-Io, amici miei, non ho da aggiungere molto a quello che ha esposto il direttore Beppe. Anch’io cederò la mia bacchetta ad Egisto che ho conosciuto e guidato fin dalla sua fanciullezza, ma non mi distaccherò dalla corale. Se Egisto ne sarà soddisfatto, io suonerò l’armonium. Ora prego Egisto di parlarci dei suoi progetti.
-Non credo che ci sia bisogno di presentazioni. Fin da ragazzo sono stato sempre uno di voi. Poi c’è stata la lunga assenza del periodo del Seminario. Una volta ritornato alla vita civile ho ricominciato a frequentarvi. Da un anno son diventato maestro di canto corale, cioè Direttore di corali. Durante questo periodo ho esaminato moltissimi spartiti molto impegnativi e che richiedono un consistente numero di coristi. Se, per esempio riusciremo, di qui a Natale, a metter su la Messa Pontificalis a quattro voci, sicuramente ci pioveranno addosso tante richieste dai paesi vicini. La Pontificalis è, a mio parere, un capolavoro. Tutti la vorranno ascoltare, gustare. Poi intendo preparare un altro gioiello che ci imporrà all’attenzione e all’ammirazione di molte comunità toscane: l’Introito di Pasqua. Questi miei progetti prevedono un numero elevato di coristi. Se voi concorderete, se sarete disposti a formare una corale con doppio repertorio, sacro e profano, riscuoteremo dei successi inimmaginabili. Uniti, potremo partecipare a concorsi di ogni genere. Per cementarci ulteriormente ho in mente di organizzare almeno due gite annuali. E con i pochi introiti che incasseremo faremo ogni anno un pranzo sociale. Ora spetta a voi decidere se unificarci o se ridar vita alle due già preesistenti corali.
A questo punto chiese la parola il basso Ciuce.
-Noi bassi siamo tutti disposti a unificare le due corali.
Prese la parola il tenore Mario Pacini:
-Anche noi tenori siamo per la unificazione delle due corali.
-E anche noi baritoni – disse uno in mezzo a tutti i coristi – vogliamo la unificazione e tu, Egisto, sarai il primo Direttore della nuova corale a cui dovrai dare un nome.
-Io – riprese Egisto - la chiamerei S. Cecilia, visto che questa santa è la protettrice di tutti coloro che cantano.
-Evviva la Santa Cecilia – gridò con foga don Giuseppe.
E Beppe:
-Ed ora festeggiamo tutti insieme con in due fiaschi di vino che si trovano sul tavolino.
Nacque così, nel 1934, nella sede dei Coronati scalzi, la corale S. Cecilia.

L’esordio trionfale con l’esecuzione della Pontificalis a quattro voci

L’esordio della neonata corale S. Cecilia avvenne la notte di Natale del 1934. Oltre ai bassi, baritoni e tenori vi comparvero anche le voci bianche di un gruppo di ragazzini ben selezionato e preparato. Il coro della collegiata fu interamente riempito dai coristi e dagli orchestrali. Don Giuseppe, all’armonium, non riusciva a frenare la sua emozione per la corale nata dalla fusione della “Verdi” e della sua “Schola cantorum”. I violinisti Ottorino Freschi, Olintino Bagnoli, Arrigo Pacini, Brucio (Mannini) e sua moglie, il violoncellista Malvolti e il contrabbassista Beppe non riuscivano a frenare la loro impazienza: aspettavano che il nuovo e giovane direttore desse il via alla Pontificalis con la sua bacchetta di ottone. Gianni e Bicciolo erano visibilmente compiaciuti e per niente preoccupati sulla conduzione del loro rampollo: Egisto, dovunque, suscitava sempre l’impressione di una sicurezza che talvolta poteva apparire eccessiva. Mario Pacini, tenore e grande amico di Egisto, lo spartito fra le mani aduse alla palpazione degli animali, fissava da dietro le sue lenti sempre “pulitissime” l’amico direttore in tenuta blu e cravatta amaranto. Spartaco e Norico, due voci bianche, figli del tenore Sandrino Ghimenti, scalpitavano: denotavano una voglia incontenibile di cominciare. Compreso del momento e quasi titubante il giovane figlio di Pistola non staccava il suo sguardo dal direttore.
Quando l’arciprete della Collegiata, don Giulio Frediani, intonò il Kyrie eleison, Egisto diede il via. Per un attimo in Collegiata si fece un silenzio di tomba. Immediatamente l’orchestra intonò il Kyrie. Partirono i bassi, poi i tenori, poi i baritoni; infine le voci bianche, poi tutti insieme anche se ognuno seguiva una linea melodica diversa da quella dei quattro rami della corale. Don Giulio Frediani, seduto insieme agli altri due officianti, si beava di questa esecuzione che interpretava meglio forse di ogni altra il significato delle parole o della professione di fede.
Don Giulio Frediani non riuscì addirittura a frenare le sue lacrime quando, a conclusione del Sanctus la corale si esibì nel Benedictus che si affida soprattutto alla linea melodica dei tenori. Più volte l’arciprete dovette ricorrere al suo fazzoletto bianco per detergersi le lacrime. I fedeli stupiti non si resero conto che quelle erano lacrime di gioia intensissima, di felicità. L’Arte, quando è autentica , sa compiere questi miracoli. Il nuovo direttore aveva saputo far emergere quest’Arte che, almeno nella intimità di don Giulio, avrebbe immortalato il compositore Perosi e la corale S. Cecilia.
Al termine della Messa, don Frediani, anziché portarsi all’ingresso della sacrestia, entrò nel coro ed abbracciò, di nuovo piangente, il neo direttore Egisto Donati.
-Bravo, bravissimi! – esclamò con la voce soffocata dal pianto.
I fedeli, appena varcata la porta di uscita, non potevano esimersi dall’esclamare:
-Bella, questa Messa! Bellissima!


Venerdì Santo 1937: due scherzucci pesanti in una volta sola

Al mattino, la corale S. Cecilia aveva eseguito in chiesa di S. Maria delle Vedute gli Improperi così com’era stato pattuito ab antiquo con la Schola Cantorum. L’invocazione Aghios Atanatos aveva suscitato qualche perplessità nel Direttore.
-Stasera verso le sei ritroviamoci nella sede dei Coronati scalzi – aveva detto Egisto ai suoi coristi- Devo farvi riprovare una invocazione che non mi ha tropo convinto.
Alle sei i coristi si portarono nella sede dei Coronati scalzi. Nella fila dei “bassi” militava anche Telempio, il principe degli scherzi.
Al termine della prova, durata appena dieci minuti, Telempio, rivolto al maestro Donati, gli propose:
-O maestro, gli si fa uno scherzo ai coronati?
Egisto, visibilmente compiaciuto per l’esito della brevissima prova, accordò:
-Sentiamo!
-Avrai visto sicuramente che sopra il cosino dove ognuno attacca la propria cappa rossa c’e un cartellino dov’è scritto il nome e il cognome del coronato che indosserà quella cappa. A me piacerebbe scambiare il posto alle cappe. Te lo immagini il casino che succederà quanto un fratello alto dovrà indossare la cappa di un fratello più basso di lui. Io, poi, scambierei anche le corone. e poi bisognerebbe che uno di noi restasse in chiesa in mezzo alla gente per farci raccontare cosa succederà alle 8 quando i Coronati verranno a vestirsi per prepararsi alla processione di Gesù morto.
-Va bene! – annuì Egisto.
-Ci resto io in chiesa – assicurò Pietrino del Sordo, un tenorino coi fiocchi.
Poco prima delle ore 8 di sera cominciarono ad arrivare alla spicciola i confratelli della compagnia dei Coronati.
Non erano trascorsi ancora cinque minuti quando rientrò in chiesa, dalla parte del coro, trafelato, il confratello Ottorino Toni. Guardò all’intorno e appena scorse il “priorino” lo raggiunse e a voce alta, suscitando un certo imbarazzo fra i fedeli, gli disse:
-Venga subito nella sede, per piacere!
-O cos’è successo? – gli chiese il priorino.
-Venga, venga! – ripeté Ottorino.
Pietrino del Sordo non udì altro, ma è facile immaginare quello che successe nella stanza dei Coronati. Telempio “gliel’aveva combinata proprio grossa”.
Intanto il Vezzi, futura guardia comunale e rispettabilissimo concorrente di Telempio, moriva dalla voglia di veder saltare un Coronato scalzo durante la processione di Gesù morto. Un anno prima, in occasione della lavanda dei piedi che si svolgeva anche in Collegiata il Giovedì Santo, con un agone lungo una quarantina di centimetri (lo aveva fatto con una stecca di ombrello acuminata con la mola dell’arrotino) aveva fatto sobbalzare il figurante che impersonava l’apostolo Pietro. E nessuno si era accorto di niente grazie alla complicità di due amici del Vezzi che ne avevano coperto i movimenti.
Quella sera, prima che la processione uscisse dalla Collegiata, il Vezzi sparse in due zone buie del percorso chiodini, bullette, pezzettini di vetro, rametti di rose pieni di spine – in genere l’illuminazione notturna era affidata a piccole lampadine elettriche munite di piatto e poste alle estremità delle varie vie.
La processione di Gesù morto era molto sentita dai fucecchiesi ed era solennizzata dalla presenza della corale che si esibiva nella esecuzione del Miserere e dello Stabat mater. Le zone prescelte e disseminate erano state trovate in via Arturo Checchi e in via Donateschi.
I Coronati scalzi precedevano la statua di Gesù morto posta sopra una barella portata da quattro fedeli.
Mentre scendevano per via Donateschi, giunti all’altezza del Palazzo dell’Opera Pia, Ottorino Toni sollevò di scatto il piede sinistro, emise un fievole “Oihoi!” ed uscì dalla processione. Fu sorretto da una donna che si trovava in quel punto.
-Mi è entrato qualcosa nel piede. Guardi un pochino cos’è – le disse porgendole la candela accesa visto che in quel tratto di strada c’era buio pesto.
Ottorino venne sorpassato dalla statua di Gesù morto ed anche dalla corale che si trovava proprio dietro a Gesù. Telempio sorrise soddisfatto ed annuì con un movimento della testa come se volesse dire “E due! te ne abbiamo combinate, caro Ottorino”.
- Accipichia – sussurrò la donna a cui Ottorino aveva dato la candela – ha pestato un rametto di rosa e gli sono entrate le spine nel piede.
- Me le tolga, per piacere.
La donna obbedì ed osservò:
- Mi sembra che tutte le spine siano rimaste attaccate al ramo. Provi un po’ a mettere il piede per terra.
Ottorino, sia pure con un po’ di titubanza mise il piede sul lastricato e non provò nessun dolore. E allora riprese la sua candela e, allungando il passo, raggiunse i confratelli e si rimise in processione.
Telempio, deluso, scosse la testa. Avrebbe preferito vederlo andare al pronto soccorso del S. Pietro Igneo.



La corale alla inaugurazione dell’acquedotto civico di Fucecchio nel 1938

Il nostro paese non era dotato di una rete idrica. I paesani si approvvigionavano d'acqua alle "pompe" - così venivano chiamate le fontane dislocate opportunamente in quasi tutte le vie e nelle piazze.
Queste fontane erano collegate tramite pompe aspiranti ai molti pozzi che fin dal medioevo avevano assicurato l'approvvigionamento idrico ai nostri antenati.
Nel 1927 il nostro Consiglio Comunale incaricò gli ingegneri Giuseppe Marrucchi e Mario Lotti di progettare un acquedotto civico per il capoluogo. Nel corso del medesimo anno il progetto venne presentato, discusso ed approvato.
L'esecuzione del progetto, però, veniva sempre rimandata.
Nel 1937, finalmente, il progetto venne reso esecutivo. Cominciarono così i lavori per la realizzazione dell'acquedotto civico.
Vennero costruite due centrali: una in prossimità del ponte sull'Arno e una nell'angolo destro della piazza dell'ospedale S. Pietro Igneo.
Nella centrale situata in prossimità del ponte l'acqua prelevata direttamente dall'Arno, veniva depurata e poi spinta nella centrale della piazza dell'ospedale. Dalla centrale della piazza dell'ospedale l'acqua veniva immessa nella rete idrica dell'acquedotto.
Sul finire della primavera del 1938 l'acquedotto era pronto.
In questa occasione venne montata nell'area compresa fra il Teatro Pacini e l'attuale caserma dei carabinieri una vasca dalla quale, al momento dell'inaugurazione dell'acquedotto, zampillò acqua colorata.
La cerimonia dell'inaugurazione fu grandiosa.
Un corteo lunghissimo partito dalla piazza dell’ospedale e a cui presero parte tutte le autorità locali e il "federale" di Firenze Ricciardo Ricciardi con un codazzo di capi e sottocapi fascisti si snodò per le vie del paese e si concluse in piazza G. Montanelli dove vennero pronunciati solenni discorsi di circostanza. A quel corteo presero parte la Filarmonica fucecchiese, il corpo dei giovani moschettieri della scuola elementare del nostro paese e la Corale S. Cecilia mascherata sotto il nome di Coro Fucecchiese della GIL. Egisto aveva dovuto sudare le sette classiche camicie per ottenere la tessera del Partito Nazionale Fascista per potersi fregiare di una divisa consona a quella cerimonia: stivali neri, pantaloni bianchi e camicia nera. Fu quella una giornata campale per la nostra corale. Essa doveva esibirsi ogni volta che il corteo sostava. Il repertorio era costituito tutto quanto dai canti del Regime fascista: “Sole che sorgi libero e giocondo”, “Giovinezza, giovinezza”, “Per il duce e per l’Impero eia eia alalà” “Noi siam le fiamme nere del battaglion d’assalto”. Nel pomeriggio, poi, dovettero prendere parte al Concorso regionale delle corali della GIL. La corale di Egisto si classificò al primo posto. Il secondo posto fu conquistato dal coro GIL di Ponte a Cappiano, esso pure diretto dal nostro Egisto Donati. Giornata trionfale?
Apparentemente , sì.
La premiazione di questo Concorso venne effettuata quattro anni dopo, nel 1942, a Firenze, nel corso della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) a cui aveva preso parte anche l’Italia a partire dal 10 giugno 1940.
Questa Seconda guerra segnò lo sfascio della S. Cecilia, Quasi tutti i suoi componenti erano stati richiamati sotto le armi.
Due anni dopo, nell’estate del 1944 Fucecchio si trovò per lunghissimi quaranta giorni sulla linea del fronte. Fucecchio conobbe perciò anche la guerra. I fucecchiesi , il 21 luglio 1944, dovettero abbandonare il paese e sfollare nelle campagne . Egisto e la sua famiglia sfollarono nella casa colonica di Pietro Sollazzi. I Sollazzi furono oltremodo lieti di ospitare anche i Donati, dato che proprio Egisto aveva preparato privatamente il loro Pietro, ormai sedicenne, ad affrontare l’esame di ammissione alla terza classe della Scuola di Avviamento Professionale Landini Marchiani.
Fucecchio, semidistrutto, venne liberato dagli Alleati il 1° settembre 1944. La guerra, in Italia, finì nell’aprile del 1945 e poco dopo anche in europea e soltanto nell’agosto nel mondo intero. Subito dopo la ricostruzione degli edifici abbattuti e danneggiati ed appena furono riprese le attività produttive, i Fucecchiesi, che nel frattempo si erano convertiti in massa al Comunismo, furono pervasi da una scoppiettante frenesia. Nacquero come funghi orchestrine e compagnie teatrali di varietà. Egisto non stette a guardare. Capì che non sarebbe stato quello il momento di ricomporre la S. Cecilia, e lui pure si tuffò nelle acque dello spettacolo.
E fu una scelta felice.


1950: una pagina nuova nella storia della Corale S. Cecilia

Egisto, memore degli spettacoli che aveva allestito in seminario diede vita ad una filodrammatica parrocchiale e produsse una operetta intitolata “Ma chi è?” La realizzazione di questa operetta gli permise di recuperare tutti i coristi sopravvissuti alla guerra, ai campi di sterminio (come Beppino Donati, fratello di Egisto) e a quelli di prigionia. I protagonisti di quell’operetta furono Aldemaro Rossetti (tenore conosciutissimo con il soprannome Pistola) e Telempio (Ferri ) basso, nelle vesti di sindaco. Il successo riscosso da questa rappresentazione canora fu davvero notevole.
E dopo il successo, Egisto Donati, un autentico factotum, così arringò i suoi ex coristi.
-Leggo sui vostri volti i segni della gioia per il successo riscosso. Ma io sono sicuro che ben altri successi ci attenderebbero se ridessimo vita alla nostra Corale. Ora vi annuncio qualche interessante novità. Entreranno a far parte della nostra corale le voci femminili delle soprano e delle contralto. Empoli è disposta a fondersi con noi tutte le volte che programmeremo l’esecuzione della Messa Pontificalis.
I coristi empolesi verrebbero a Fucecchio ed in altre località; e noi dovremmo andare ad Empoli quando anche lì verrà eseguita la Pontificalis. Con l’ingresso delle donne amplieremo il nostro repertorio. Oltre al pranzo annuale in occasione della ricorrenza di S. Cecilia, organizzeremo delle gite in Toscana ed anche fuori della Toscana. Se siete d’accordo, martedì faremo la prima prova con le donne nella palestra della scuola del Piazzale. Se c’è qualcuno che non se la sente di farne parte me lo dica subito alzando la mano.
Soltanto due coristi alzarono la mano.
Dopo alcuni mesi di prove la corale S. Cecilia era di nuovo pronta per il decollo.
I fedeli che assistettero alla Messa notturna del Natale 1949 non riuscirono, al momento dell’uscita, a frenare il loro stupore. Egisto aveva fatto ancora una volta centro.
Si diffuse subito in diocesi la notizia del successo strepitoso della corale mista fucecchiese. Piovvero gli inviti dalle parrocchie vicine ed anche da Empoli.
Collodi fu la prima meta delle gite turistiche della corale. La presenza delle ragazze costituì una potente calamita per il reperimento di voci maschili. Faceva parte del gruppo delle contralto una ragazza bellissima e dalla voce d’oro. Era fidanzata con uno dei giovani più belli del nostro paese: laureato in farmacologia, atleta di primo piano del nostro gruppo fucecchiese, membro di una famiglia , la Taddei, rinomata nella parrocchia delle Vedute e resa famosa dalle sorelle di questo giovane, moro, capelli neri e ricciuti. Le sorelle Taddei erano le regine dei palcoscenici di Fucecchio: erano due autentiche attrici teatrali.
Ebbene anche Carlo Taddei, fidanzato della bellissima Baldacci, per poter stare vicino alla sua fidanzata si iscrisse al corale che si arricchì di una ulteriore voce tenorile.



1952: primo matrimonio in seno alla corale S. Cecilia

Egisto aveva saputo che la coppia più bella di Fucecchio, presente nella sua corale, si sarebbe sposata l’indomani mattina. Si recò subito a casa di Don Giuseppe e gli disse:
-Domattina si sposeranno Carlo Taddei e Anna Maria Baldacci, due nostri coristi. Tu con l’organo devi sonargli la marcia nuziale sia quando entrano che quando escono dalla chiesa. Ne rimarranno sicuramente sorpresi. Io e Olintino accompagneremo Stefano Panconi che canterà per loro l’Ave Maria di Schubert.
-Se lo meritano – commentò don Giuseppe.
Don Palmiro Ghimenti, il priorino, quella mattina in grande spolvero, fece stendere dal Alfredo Mariotti, il sagrestano, una guida rosso amaranto dalla porta della chiesa all’inginocchiatoio dei due sposi. I familiari della sposa e dello sposo si presentarono in chiesa con abiti molto eleganti. Le sorelle di Carlo sembravano due principesse.
Carlo non vedeva l’ora che tutto finisse per fuggire con la sua adorata sposa. Per lui il giorno del matrimonio significava ed avrebbe significato per sempre il giorno dell’addio. Anna Maria costituiva per lui l’incarnazione della felicità. Non voleva dividerla più né con la di lei famiglia, né con la sua e nemmeno con la corale.
I due sposi sarebbero andati a vivere a Santa Croce dove Carlo aveva già cominciato ad esercitare la sua professione di farmacista.
Al termine della cerimonia Carlo ed Anna Maria si felicitarono con Stefano Panconi, con Egisto, Don Giuseppe ed Olintino Bagnoli. Poi Carlo, senza usare tante perifrasi, rivolto a Egisto, disse:
-La nostra storia con la Corale è finita.
Egisto non voleva crederci. Anna Maria chinò la testa e sussurrò:
-Sarà proprio così.
Egisto non seppe trattenere le lacrime.


Alcuni coristi erano dei personaggi autentici

Quella sera il corista Beppe Ghimenti uscì di casa per recarsi alla prova della corale. Era molto contrariato. Sputò più volte per terra esclamando ogni volta:
- Iboia!
Il caffè che gli aveva preparato sua moglie doveva essere stato molto disgustoso.
-Meglio che vada ad ammazzarlo da Torello di Ciuce.
Entrò nella taverna di Torello all’imbocco di via Donateschi ed ordinò due mezzini di vino rosso per ammazzare quel caffè che l’aveva tanto disgustato. Poi:
-Dammi altri due ammazzacaffè, Torello.
-Bianco o rosso?
-Rosso.
Dopo aver bevuto questi altri due mezzini di vino, Beppe scese in piazza Montanelli e si portò al bancone del bar di Paolo Costagli.
Mentre stava per ordinare, entrò Egisto Donati, vide Beppe Ghimenti e gli chiese :
-Posso ordinarlo anche per te un caffè, Beppe?
-Ma che scherzi, Egisto? Io voglio bere soltanto altri due ammazzacaffè, di quello rosso.
Paolo capì a volo e gli servì due mezzini di vino che Beppe volle pagare di tasca sua.
Insieme, Beppe ed Egisto andarono alla prova della corale.
Davanti al cancello c’era ad attenderli Coccolo, Oris Sgherri.
-Bravo! – gli disse Egisto – tu arrivi sempre per primo.
-Io con la corale non ci ho mai scherzato. Ne sa qualcosa mia moglie.
-Come sarebbe a dire? – gli chiese Egisto.
-Quando Ciuce e tuo padre, al tempo della Schola cantorum, vennero a trovarmi a casa della mia fidanzata per chiedermi se volevo farne parte anch’io come “basso”, non solo gli risposi di sì, ma saputo che loro andavano alla prova, piantai in asso la mia fidanzata e mi recai con loro a cantare nella sede dei Coronati. Due sere dopo, quando ritornai a casa della fidanzata, lei mi brontolò:
-Ieri l’altro sera hai dato più importanza alla Corale che a me. Ché non succeda più, eh, Oris.
Ed io di rimando, lo sapete che cosa gli dissi?
-Cosa? – chiese Egisto
-Senti bella mia, se mi vuoi sposare davvero, devi sapere che il tuo Oris metterà sempre al primo posto la corale e poi te. Lei si chetò e da quella volta non fiatò più.
Mentre Egisto apriva il cancellino arrivò anche Pietrino del sordo, un tenore sparato, voce dal timbro quasi secco, alto come un soldo di cacio, dritto come nessuno sulla schiena, la sigaretta in bocca, il volto rivestito da un paio di occhiali da vista con la montatura quasi nera. Li camminava di tacco ed allargava, quasi impercettibilmente, la punta delle scarpe.
-Finisco la sigaretta ed entro – disse rivolto ad Egisto.
-Va bene, Pietrino. Fai pure.
Poco dopo arrivò anche Sandrino, il marito di Rosa della Sagrestana. Sandrino faceva il manovale. Per le sue gambe arroncolate sembrava quasi claudicante. Lui non “apriva mai bocca”. Si limitava a cantare con la sua bella e squillante voce tenorile e a bere quel dito di vino che veniva servito da Maciste, il vinattiere della Corale, a metà serata della prova.
Alla spicciolata arrivarono in coppia anche le donne. Buon’ultima, benché abitasse a due passi, giunse anche la straripante Beppina di Galletto, il volto curatissimo, le labbra rosse come il fuoco e due occhietti scuri ma scintillanti, sempre sorridente , ma per niente cerimoniosa. Era, come si soleva dire in seno alla corale, una voce “portante”
Anche quella sera, nel previsto periodo di sosta, venne servito a tutti i coristi un dito di vino bianco. Al termine della distribuzione, nel fiasco rimase un quartino di vino. E Beppe Ghimenti:
-O maestro (Egisto), posso berlo io ? Voglio vedere se alla fine riesco ad ammazzare quel caffeaccio che mi aveva preparato mia moglie.
-Fai pure , Beppe.
Senza fiatare, Beppe si attaccò al fiasco e si trangugiò tutto il vino rimastovi. Due minuti dopo stramazzò su di una sedia ubriaco fradicio.
Al termine della prova Telempio e Sandro della Sagrestana, sorreggendolo per le braccia, lo riaccompagnarono a casa.
Lungo la strada, Beppe deliquiò tutta la bontà di cui il suo cuore generosissimo era capace. Quando si ubriacava, Beppe diventava l’uomo più buono del mondo.


1958, anno cruciale per la storia della Corale S. Cecilia

La Corale degli anni Cinquanta, anticipando i fasti del miracolo economico che cominciò a dare i suoi segni tangibili nel 1958, dava continuamente prova della sua effervescenza con le esibizioni nei paesi del Valdarno, con le sue gite che si erano fatte più frequenti e con i fidanzamenti fra coristi e coriste che sfociarono anche nei matrimoni. La corale, insomma, procedeva a gonfie vele.
Ma una sera parve succedere l’irreparabile. I coristi e le coriste si presentarono , dopo cena, al cancellino della sede delle prove. All’ora convenuta, Egisto, che teneva le chiavi della sede, tardava a presentarsi. Dieci minuti dopo arrivò Beppino, suo fratello, apri il cancellino e la porta della sede e fece entrare i coristi. Si portò davanti al leggio e a stento riuscì a dire:
-Mio fratello Egisto è diventato cieco. Ma proprio oggi, all’ospedale di Siena, mi ha pregato di dirvi che la Corale S. Cecilia non deve morire e che lui, con il vostro aiuto, continuerà a dirigerla fino alla morte. La corale, perciò, carissimi amici, è salva.
Qualche corista non seppe trattenere le lacrime.
Due mesi dopo ripresero le prove. I coristi, a turno, andavano a prelevare da casa Egisto e lo accompagnavano alla sede delle prove o in chiesa. Lui dirigeva senza spartiti. Non solo: arricchiva continuamente il repertorio della sua corale. Come? Ascoltando ripetutamente cassette e dischi con le esecuzioni dei nuovi pezzi di cui studiava ogni minimo particolare. Egisto, perciò, poteva dirigere come se ci vedesse.
Il suo matrimonio con Lori Trivellini si era rivelato infecondo. Egisto aveva assoluto bisogno di un erede a cui consegnare la sua eredità musicale ed il suo studio commerciale messo su a prezzo di tanti sacrifici.
Adottò il fucecchiese Aldo Briganti che si è rivelato il degno erede del fondatore della Corale S. Cecilia.



1963. La corale fu costretta ad una virata imprevedibile

Il Concilio Vaticano II parve decretare senza via di scampo la morte delle corali tradizionali ad ispirazione religiosa.
Venne prescritta la celebrazione della Messa in lingua nazionale -per noi in italiano.
Venne sollecitata la partecipazione dell’assemblea dei fedeli all’azione liturgica che si sarebbe svolta nelle chiese: dovevano cantare tutti e non le corali soltanto. E per assicurare questa partecipazione si dovevano eseguire testi in lingua italiana.
Le Sante Messe delle corali erano tutte in lingua latina. E al momento non esistevano compositori di Messe in lingua italiana.
C’era di che disperarsi per i direttori delle corali tradizionali. Proliferarono allora come funghi le corali parrocchiali in lingua italiana. Della Messa in italiano venne data immediatamente anche una versione canora. Di inni ne vennero sfornati a bizzeffe. I giovani frondisti che nel frattempo si erano avvicinati alla S. Cecilia esultarono. Anche i parroci, di fronte alla fioritura di gruppi canori diretti da giovani suonatori di armonium, pianoforte ed organo gongolavano.
Egisto preferì andare a parlare con il suo amico don Pietro Stacchini e con don Balducci, i due epigoni diocesani della musica religiosa cattolica o sacra.
I due colloqui furono per il Donati molto confortanti. Egisto, allora, radunò i coristi e le coriste della sua Santa Cecilia e così parlò:
-Carissimi coristi e coriste, non lasciamoci fuorviare dall’effervescenza delle iniziative canore in seno alle varie parrocchie. l’Arte, quella con la A maiuscola, non è una parola: è un valore universale ed eterno. Nessuno e per nessuna ragione può farla morire. L’Arte sopravviverà a tutto e a tutti. Potranno anche imbavagliarla; ma per quanto tempo? L’Arte è condannata ad emergere e a vincere. Nel nostro repertorio, quasi tutto in lingua latina è presente l’ingrediente dell’Arte e quindi saremo costretti a sopravvivere. Soltanto l’Arte ci dà la luce della verità e quella della felicita. È l’Arte, l’unico mezzo capace di produrre degli squarci sui muri del Mistero. L’Arte è forse l’unica fonte della felicità. Noi perciò disponiamo di un serbatoio pieno di felicità. Fra non molto verremo richiamati ad eseguire le nostre Messe, i nostri Improperi, i nostri Miserere, le nostre Messe in requiem. Perché nelle scuole superiori ci fanno ancora leggere l’Eneide in latino? Ve lo dico io. L’Eneide in latino è una delle più sublimi sinfonie create dal genio dell’uomo. Se ne leggeste la traduzione in italiano non ne apprezzereste nemmeno il valore narrativo. Perciò, se siete d’accordo, noi continueremo ad allenarci, metteremo su altre Messe dotate del sigillo dell’Arte. Don Pietro Stacchini, mio amico, e a suo tempo apprezzatissimo arciprete della Collegiata di Fucecchio, mi ha assicurato che in occasione delle grandi festività le Messe cantate saranno affidate alle corali come la nostra. Mi ha inoltre anticipato che la diocesi solleciterà parroci ed anche gli amministratori e le associazioni locali ad organizzare concerti corali con repertori sacri e profani. Non ci mancheranno perciò le occasioni per esibirci.
Il consenso dei coristi fu unanime. La Santa Cecilia riprese la sua normale attività sebbene dovesse prender nota che le adesioni di nuovi coristi, soprattutto maschi, si fossero davvero rarefatte. I giovani preferivano aderire alle corali parrocchiali che via via sembravano trasformarsi in orchestrine da spettacolo visto che facevano uso di chitarre e di strumenti a fiato.



1982- L’addio alla Corale di Egisto Donati

Le previsioni enunciate dal direttore della S. Cecilia si rivelarono veraci. Dopo un paio di anni di sfarfalleggiamenti da parte delle parrocchie , specialmente i Consigli pastorali cominciarono a rendersi conto che la Messa e altre cerimonie religiose come quelle legate alla Settimana Santa non potevano e non dovevano costituire occasione di spettacolarità. Qualcuno, in seno ai consigli pastorali, ebbe il coraggio di affermare che non si dovevano sotterrare o gettare nei cassonetti dell’immondizia valori autentici come quelli che venivano attestati dai repertori sacri delle Corali. Allo scopo di perpetuarne la sopravvivenza fu decisa anche la corresponsione di un compenso annuale o di uno legato ad ogni esibizione. La corale S. Cecilia poteva perciò emettere un respiro di profondo sollievo. Ma intanto i vecchi coristi o si ritiravano per raggiunti limiti di età o perché erano stati chiamati a “miglior vita”.
Nella filiera della Corale fucecchiese resistevano soltanto quelli e quelle che negli anni sessanta erano considerati dei giovani. All’interno della corale difficilmente si verificava la diaspora; però il reclutamento di nuovi coristi e di nuove coriste si rivelava impossibile. Inutilmente Egisto aveva lanciato appelli tramite la stampa per il reclutamento. Inutilmente si era rivolto ai parroci chiedendogli espressamente di convincere i giovani delle corali parrocchiali a trasferirsi nella S. Cecilia. Soltanto Don Melani e don Amulio, dopo il 1982, si rivelarono sensibili a questa urgenza.
Tutto questo amareggiava profondamente il direttore fondatore della corale S. Cecilia. E come se questo non bastasse cominciò a serpeggiare fra le fila dei coristi un certo spirito di fronda. Qualcuno sosteneva che Egisto non era più all’altezza dei tempi e che i suoi metodi autoritari scoraggiavano coloro che avevano in animo di aggregarsi alla corale.
Nel 1982 due coristi cominciarono addirittura a battibeccare scopertamente con Egisto Donati. Egisto era perfettamente consapevole del gap musicale esistente fra lui e i due contraddittori.
-Ma come si possono permettere di volere insegnare a me che ho dedicato tutta la mia vita allo studio della musica? – si confidava con alcune persone fidate.
Una sera il battibecco si trasformò in alterco. Quell’alterco, irriverente ed oltraggioso nei confronti di colui che aveva fondato la S. Cecilia, fece traboccare il vaso della sopportazione.
- Aldo – chiamò Egisto, rivolto a suo figlio – Portami a casa. Me, cari coristi, non mi vedrete più. Addio.
Le donne allibirono. Qualche corista sghignazzò.
Egisto tenne fede alla sua parola. Abbandonò per sempre la sua ciurma; ma non dimenticò mai la sua creatura, la Santa Cecilia. Nel suo testamento sottoscrisse un “lascito” per la corale, grazie al quale verranno celebrate ogni anno quattro Messe di suffragio per i coristi morti in occasione delle seguenti festività: Pasqua. Ascensione, S. Cecilia e Natale.
Al meritevole concittadino M° Indro Beconcini venne affidata la direzione della S. Cecilia.
Cinque anni dopo l’addio alla Corale, Egisto diede il suo addio anche al mondo.
Ecco come ne ricorda il trapasso l’allora cappellano della Collegiata don Mario Santucci.
* *
Non per una emotività che in certi momenti emerge facilmente, ma per una lettura obiettiva e serena del tuo cammino nel tempo, ci sembra di poter riassumere il tutto in questi suggerimenti che ci hai offerti nei tuoi ultimi giorni quaggiù.
“Leggetemi il « Miserere »: il salmo 50 di David peccatore che la Chiesa canta mentre accompagna i suoi defunti dalla loro dimora terrena alla Chiesa, atrio e figura della eterna Gerusalemme”.
“E ora « Adoro te devote » : quel meraviglioso inno di S. Tommaso D’Aquino, il cantore dell’Eucarestia, in quella melodia in canto gregoriano che, davvero, trasporta in una altissima contemplazione, proprio come dicono le ultime parole: Jesu, quem velatum nunc aspicio — Oro fiat illud quod tam sitio — Ut te revelata cernens facie — Visu sim beatus tuae gloriae »
“Ed ora: il « Magnificat » ; stavi per dire:
« Cantatemelo » ... Non ce la facemmo. Comunque ci sembrò che tu stesso cantassi con quell’atteggiamento che tradiva quasi una sinfonia: « Magnificat anima mea Dominum — Et exsultavit spiritus meus in Deo salutari meo — Quia fecit mihi magna qui potens est: et sanctum nomen ejus.
Era, cioè, il « tuo grazie » che erompeva dalla tua vita segnata visibilmente dalla croce.
E quell’ora di vera estasi non potevi concludere meglio (come quando, nella Corale, serbavi il pezzo più forte per il « finale ») : “ Leggetemi — volevi dire ancora cantatemi— quella stupenda melodia gregoriana espressa nell’inno al Vespro, della festa del SS. Nome di Gesù: Jesu dulcis memoria — Dans vera cordis gaudia — Sed super me et omnia — Ejus dulcis praesentia — Sis Jesu nostrum gaudium — Qui es futurus praemium — Sit nostra in te gloria — per cuncta semper saecula — Amen.”

* *

Da qualche anno la direzione della corale è passata al M° Aleandro Puci


Donati Egisto (5.8.1909 – 24.2.1987)

Aneddoti di Donati Egisto narrati da Aldemaro Toni su IL TIRRENO del 6 aprile 1986
Le opere al teatro Pacini, allora con i palchetti, i velluti rossi. Il Maestro Corso che aveva la sua scuola nel Palazzo del Gattino.
E poi Bàllero, basso lirico, che andò a cantare in America. Sua figlia che era una buona soprano.. “O Frediani — disse all ‘arciprete il Maestro Mariotti (suo un celebre brano che suona tutt’ora le banda) — va’ un po’ fuori che ho da tirare un moccolo!” Mio nonno suonava nella fanfara del tirassegno. Mio padre mi portava per mano alle prove del coro. Incantato vedevo passare il baritono Montanelli.....
Ricordi di infanzia di Egisto Donati. A Fucecchio un personaggio. Per la musica un’istituzione. Per quarant’anni direttore di uno dei più prestigiosi, benemeriti e presenti sodalizi. La Corale S. Cecilia. Il “coro d’Egisto” come veniva comunemente chiamato.
Quanti fucecchiesi hanno impresso nella loro mente quasi mitiche notti di Natale e di Pasqua, o altre solennità, con Egisto, le luci, il via vai nel coro prima di cominciare. L’attacco garbato dei violini e delle viole ( Olintino, Ottorino Freschi, Pane, qualcun altro all’armonium) poi i “Gloria” dove il coro si esalta e si placa profondo ai “miserere”.
Anche chi scrive queste brevi note ha personali memorie e nel cuore, come tanti altri, un senso di gratitudine per quella ricchezza di canti, per quelle persone.
Troppo spesso ci dimentichiamo di chi ha speso generose energie per gli altri, per la propria comunità. Egisto... la sua passione liturgica, la sua competenza musicale. Ritiratosi (speriamo momentaneamente) dalla sua corale (screzi, incomprensioni, non sappiamo di preciso e la cosa come fucecchiesi, perché non confessarlo?, ci tocca) ci appare come un padre separato dalla sua famiglia.
Al Donati piace ancora raccontarci aneddoti di una Fucecchio diversa.., la fanfara di sua nonno “suonava a orecchio, i pistoni pigiati non secondo le note ma secondo il conto dei passi, o in punti precisi stabiliti lungo il percorso... alla bottega di tizio il fa.... al tal albero il do e così via”. Le gite dell’antica corale “Giuseppe Verdi” a Pescia, a Viareggio. Per molti occasione unica per vedere un po’ di mondo... Il pranzo, l’allegria e poi a improvvisare concerti per le piazze, nelle strade. L’elemento prevalentemente popolare di questi cori (esisteva anche una “Schola Cantorum”) era plasmato nelle numerose, implacabili prove settimanali e il livello e la qualità era garantito da buoni direttori. Il Maestro Lotti (babbo di Savino), per esempio, suonava anche il contrabbasso. Altro buon direttore e musicista fu nella Fucecchio degli anni intorno alla Grande Guerra l’arciprete della Collegiata Oreste Masini. Ma anche Don Giuseppe Marradi, altrimenti detto “il Nanetto”, per i cori e la musica si dette da fare.
La corale “Giuseppe Verdi” era una corale laica: ci spiega Egisto. Forniva il coro alle opere, che erano la grande passione dei fucecchiesi. Nel suo repertorio, oltre alla lirica, brani patriottici, canti popolari. Svolgeva insomma una funzione civile. La sua data di nascita vien fatta risalire al 1864. Ma a Fucecchio c’era anche una “Schola Cantorum” e questa era per i canti religiosi. Non c’era rivalità fra le due. Anzi molti coristi cantavano nell’una e nell’altra.
Alla Schola Cantorum erano affidati i servizi nella liturgie solenni e allora quasi esclusivamente si celebravano nella chiesa del paese alto.
Egisto ricorda anche un buon stuolo di musicisti: Giulio Malvolti al violoncello, il Sordi, detto Pane, al violino, Leda e Brucio, Olintino Bagnoli, l’indimenticabile Ottorino Freschi (anche quando telefonava a una signora prima di riattaccare si levava il cappello).

La “Giuseppe Verdi” e la “Schola Cantorum” si trovarono riunite per i solenni festeggiamenti nella Chiesa delle Vedute, nel 1930. L’anziano maestro Lotti fu felice di passare la bacchetta al più giovane Donati. Fresco di studi, una seria preparazione nel seminario di S. Miniato, il diploma di maestro di coro conseguito a Firenze con Tommasini e Morosini, Egisto, dopo essere stato ammirato spettatore s’inserì nella vita musicale del suo paese.
Nel 1934 le due corali fucecchiesi si fusero definitivamente e presero il nome di S. Cecilia. Il rinnovato complesso presto sì rinforzò nell’organico e nel repertorio. Nella vecchia “Schola Cantorum” si cantava solo la Messa a tre voci di Perosi. Nel Natale del 1934 i fucecchiesi poterono ascoltare la “Prima Pontificalis". Scandalo per quei tempi. Egisto aveva inserito nel coro i bambini e le donne. L’organico arrivò così a contare una cinquantina di persone.
Alla S.S. Annunziata di Firenze il maestro Cagnacci allestiva la “Iucunda”, Egisto prendeva contatti, studiava lo spartito, scambiava pareri, prendeva consigli e la “Iucunda" veniva anche a Fucecchio ad arricchire il repertorio della S. Cecilia. Le prove le facevano alle Vedute (dal priorino), nella stanza dei “Coronati Scalzi". I servizi per la chiesa delle Vedute comunque erano pochi. Le feste solenni, come abbiamo già detto, erano in Collegiata.
E secondo la tradizione, il coro non si limitò solo alla liturgia. Sotto altro nome, ma con gli stessi elementi, vinse nel 1938 un primo premio in concorso regionale (organizzato dalla GIL), che si tenne proprio a Fucecchio. La premiazione con tanto di medaglia a Firenze, al Teatro Verdi.
Viene la guerra, il dopoguerra e prima che il vecchio teatro per l’intento, la voglia, la frenesia di ammodernare venga praticamente distrutto, un ultimo sprazzo d’opera. Il “Rigoletto” con Bastianini. Il coro dei cortigiani è della S. Cecilia, ed è diretto da Egisto Donati. “Questo spettacolo - ero piccolo - me lo ricordo anch’io.... Leda, Brucio, i loro violini nel golfo mistico....”.
Con prestazioni esemplari in Collegiata (alla morte del Frediani, prima del lungo periodo di Don Volpi, arciprete è lo Stacchini), richiesta e contesa dalle chiese locali, la corale S. Cecilia diviene una delle più importanti della zona. Nella versione di massimo successo, esecuzioni a S. Miniato, a Empoli, a S. Gimignano, a Carrara. Con l’omonima S. Cecilia di Empoli negli anni cinquanta addirittura una momentanea felicissima combinazione (memorabile un concerto a corali unite nella chiesa di S. Agostino).
Si parla ormai di una fase di cui molti fucecchiesi hanno un diretto ricordo. Ed anche nomi e figure di coristi rivengono innanzi: Ciuce, Telempio, Oris, Sandro Ghimenti, Giannino Morelli e Giannino Nelli, il Magni, il Panconi, il Pellegrini, Giovanni Boldrini, Michele, il cuoco dei frati che ora canta al Comunale, Rolando Costagli, Beppino Donati e così via. In nome della musica, lasciando da parte, in un momento tra l’altro di forte contrapposizione, le idee politiche – senza guadagno, un rinfresco dopo l’esecuzione, qualche soldo per gli spartiti, la cena ambita il 22 novembre giorno di S. Cecilia - per molto tempo formarono un bel gruppo “affiatato” di coristi che soprattutto erano amici: li abbiamo conosciuti così..
Nel 1964 la corale festeggia il suo centenario ( la S. Cecilia, come si è detto, continuava nel tempo la “Schola cantorum” e si sentiva diretta erede dell’ottocentesca “Giuseppe Verdi”). Ma i tempi mutano. È il periodo della grande svolta liturgica. Il Concilio, per esigenze pastorali, mise da parte la Messa in Latino e dette un duro colpo alla tradizione. Il prete in chiesa non volgeva più le spalle a tutto il popolo. L’assemblea, brava o non brava che fosse, doveva cantare. A distanza di anni c’è chi dice che la riforma fu troppo radicale. Un popolo, una cultura, trova in quella forma una continuità, le sue radici … nel mutamento inevitabile della storia è bene che qualcosa resti, non tutto deve cambiare. Ma a parte queste considerazioni, venne la riforma e la S. Cecilia non disarmò. Italianizzò il suo repertorio. Adattandosi ai nuovi canti, continuò (in varie forme, per quanto poté e per quanto consentirono a mano a mano le circostanze) il suo servizio nelle chiese cittadine. Nello stesso tempo si preparò con lo scrupolo e la serietà di sempre ad una attività di concerti. Proprio quando morì Kennedy, ce lo ricorda Egisto, nella palestra della scuola di Piazza XX Settembre ce ne fu uno.
La S. Cecilia col mutamento profondo avvenuto nella liturgia, nonostante gli sforzi di adattamento, è facile capirlo, si trovò spiazzata.
Gli anni sessanta non erano però anni di scoraggiamenti. Col boom economico, nonostante il consumismo e un certo stordimento generale, si faceva anche strada una benefica crescita dalle istanze culturali. A Fucecchio nacquero il Poggio, l’Associazione lirico sinfonica ed anche la corale fu presente ed anzi il suo direttore iniziò all’interno del Poggio che aveva costituito una sezione per gli amici della musica, un’attività di educazione musicale. Ma un più ambizioso programma la S. Cecilia doveva elaborarlo negli anni settanta quando un assessorato alla cultura allora attivo ed intraprendente impostava un piano definito “la musica per tutti”. Un piano che, in collaborazione con professori e allievi maturi del Conservatorio di Firenze prevedeva lezioni nelle scuole e concerti introdotti e spiegati. Poi la cosa, siamo ormai alla cronaca, nonostante un buon avvio, non ha avuto il seguito sperato.
“Ed ora eccomi qua – dice Egisto”. Cinquant’anni di direzione non sono pochi. Mi dice che ha festeggiato il mezzo secolo della sua S. Cecilia con lascito in suffragio dei vecchi coristi defunti. Ha dato precise disposizioni.
“Avrei idee – quasi sussurra. “ L’Istituto .. un po' come a S. Miniato – mi dice con una vigoria ed ancora una voglia di fare inaspettati- un Istituto che qui a Fucecchio dovrebbe essere non del teatro, ma della musica popolare”.
Poi mi parla ancora di liturgie ormai scomparse cui ha assistito fin da bambino. Come “Le sette parole di Gesù” per la riconsacrazione della chiesa delle monache (S. Salvatore) nel 1921-1922- Il “miserere” cantato per le strade sotto i lampioni a carboncino, un’antica usanza nella notte fra il Giovedì e il Venerdì Santo.
Gli “Improperi”, pezzo forte della corale e vanto dei fucecchiesi, dato che erano stati scritti nell’Ottocento da un loro concittadino.
 

 

FUCECCHIO dai primi del '900
agli anni sessanta


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Forse vi chiederete il perché di un ulteriore libro fotografico sul Palio di Fucecchio e se ci sia davvero bisogno di pubblicare ancora immagini, oggi sono reperibili ovunque...

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