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Fucecchio: Sant'Andrea, monumenti del centro storico

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Area del Poggio Salamartano
MONASTERO DI S. SALVATORE


foto aerea del Poggio Salamartano
(foto di Giacomo Pierozzi)

Per ben cinque secoli (dal 1085 al 1622) la vita religiosa dell’intera comunità fucecchiese è stata governata direttamente dagli abati e dalle abbadesse di questo monastero anziché dai vescovi. Il monastero si trova sull’area del Poggio Salamartano dal 1107.
Dal lontano 1001 fino al 1105 il Monastero di S. Salvatore, fatto edificare dal secondo feudatario di Fucecchio, il conte Lottario, si trovava in prossimità dell’Arno, anzi del ponte di Bonfiglio.
Il monastero a quell’epoca era stato affidato ad una comunità di monaci di S. Benedetto.
A partire dal 1068, l’anno in cui il futuro S. Pietro Igneo riuscì a superare la prova del fuoco a Badia a Settimo, il monastero già elevato al grado di Abbazia venne affidato alla comunità dei monaci vallombrosani di S. Giovanni Gualberto.
Nel 1085 l’ex abate Pietro Igneo chiese ed ottenne dal papa Gregorio VII il privilegio del Nullius Diocesis. Per effetto di questo privilegio l’abbazia di S. Salvatore e tutte le sue pertinenze – tra cui anche la Pieve di S. Giovanni, oggi Collegiata - sarebbero state governate direttamente dagli abati e non dai vescovi. L’abbazia sarebbe stata controllata direttamente dal papa, cioè da nessuno, visto che il Papa non aveva nessuna intenzione di venire ad effettuare i controlli a Fucecchio.
Poiché le frequenti alluvioni dell’Arno abbattevano il monastero, i monaci chiesero ed ottennero il permesso di poter costruire il loro monastero sul Poggio Salamartano. Nel 1107 il monastero edificato sul Poggio Salamartano era già pronto e i vallombrosani vi fecero il loro ingresso

Il Monastero di S. Salvatore viene ceduto alle monache di Gattaiola di Lucca nel 1258

Nel 1250 nel monastero di S. Salvatore vi erano soltanto 5 monaci vallombrosani che conducevano una vita abbastanza dissoluta.
Il monastero era diventato un vivaio di scandali.
Sotto la spinta di un abate senza scrupoli, i monaci vendevano, infeudavano e dilapidavano il patrimonio della ormai secolare Abbazia. Per effetto del privilegio del Nullius Diocesiss nessun vescovo li poteva controllare e la Santa Sede non aveva alcuna intenzione di spedire a Fucecchio qualche suo Vicario.
Nella vicina città di Lucca, nel convento di Gattaiola, viveva una comunità di clarisse la cui miseria metteva ogni giorno in pericolo la loro sopravvivenza.
Nel 1250 il vescovo di Lucca, smanioso di recuperare alla propria diocesi l'ecclesia di Fucecchio sottrattagli nel 1085 in virtù del privilegio del Nullius Diocesis concesso all'Abbazia di S. Salvatore, conoscendo alla perfezione la condizione delle clarisse di Gattaiola e lo stato di sbando dei monaci di Fucecchio, convinse le monache di Gattaiola a rivolgersi al papa per chiedergli i beni e le entrate dell'Abbazia S. Salvatore di Fucecchio.
Nel 1255 le clarisse di Gattaiola di Lucca scrissero una lettera a papa Alessandro IV per informarlo sulla loro condizione di estrema povertà e per chiedergli la proprietà dei beni dell'Abbazia di S. Salvatore di Fucecchio. Questo, pressappoco il testo della loro lettera:

" ............................ noi suore di Gattaiola siamo tante e rischiamo di morire tutte di fame e di dover chiudere per questo motivo il nostro convento; i monaci di Fucecchio, invece, sono soltanto cinque, navigano nella ricchezza, sperperano in maniera scandalosa i loro beni e si comportano in maniera, a dir poco, sconveniente.
Per la salute della Chiesa sarebbe perciò opportuno rispedire i 5 monaci alla Casa Madre di Vallombrosa ed assegnare a noi che siamo poverissime l'Abbazia con tutti i suoi beni. Questa operazione ci consentirebbe di sopravvivere e di assicurare così alla Chiesa il conforto delle nostre preghiere e dei nostri sacrifici."

Papa Alessandro IV incaricò un sacerdote delle nostre zone di controllare se quanto avevano affermato le clarisse di Lucca rispondeva a verità e, ricevutane conferma, in data 18 marzo 1258 emanò una decisione molto grave nei confronti dei 5 monaci vallombrosani di S. Salvatore di Fucecchio.
Per effetto di questa decisione l'Abbazia di S. Salvatore e quella di Cappiano passarono in proprietà alle clarisse di Gattaiola unitamente alle altre chiese e pievi dipendenti con tutte le loro entrate e i loro beni stabili. I monaci se ne dovettero andare.
Inoltre la badessa di Gattaiola, pur rimanendo a Lucca per ragioni di clausura, surrogava l'abate di S. Salvatore ed otteneva perciò la facoltà
- di nominare il pievano di Fucecchio
- di concedere benefici
- di inquisire
- di condannare e sospendere i sacerdoti
- di autorizzare i vescovi a cresimare in Fucecchio.
La badessa di Gattaiola, grazie a questa facoltà, diventò l'episcopessa di Fucecchio.
 


Poggio Salamartano

1- Casa del Poggio   2- Chiesa S. Salvatore   3- Monastero di S. Salvatore
4- Campanile della Collegiata   5- Campanile della chiesa   6- Muro castellano

 


Il Monastero S. Salvatore, dal 1258 al 1265, cambia per due volte il suo titolare o capo

Le monache di Gattaiola , nel 1258, erano diventate proprietarie del Monastero di S. Salvatore di Fucecchio.
Poiché erano monache di clausura non potevano venire a controllare i loro "affari" a Fucecchio. Esse dovevano affidarsi ad un Vicario di loro fiducia.
Il vescovo di Lucca, desideroso di reincorporare nella propria diocesi la Ecclesia di Fucecchio, passata sotto la giurisdizione degli abati di S. Salvatore nel 1085 per effetto del privilegio del Nullis Diocesis, propose alle clarisse lucchesi una permuta in questi termini:
- Voi mi cedete l'Abbazia di Fucecchio con tutte le sue proprietà e con la sua giurisdizione ed io vi cedo la chiesa di S. Pietro in Lucca con tutte le sue proprietà. Per voi sarà molto più agevole il controllo dei vostri nuovi beni.
Le monache si lasciarono convincere e nel 1261 sottoscrissero l'atto di permuta.
Il vescovo di Lucca toccò il cielo con un dito: Fucecchio era ritornato nell'ovile della diocesi di Lucca!
Il Comune di Lucca, però, geloso dell'accresciuto potere ecclesiale e finanziario del suo vescovo, riuscì a convincere le monache di Gattaiola che quella permuta risultava oltremodo svantaggiosa per le loro esangui casse.
Le monache abboccarono, scrissero di nuovo al Papa ed ottennero in data 25 febbraio 1265 l'annullamento dell'atto di permuta.
L'annullamento dell'atto di permuta segnò la capitolazione definitiva del vescovo di Lucca sullo "affaire Fucecchio".
E di nuovo il nostro paese passò sotto l'autorità ecclesiale delle Episcopesse di Gattaiola.



Ritorno e cacciata dei monaci vallombrosani dal Monastero di S. Salvatore 1266-1294

Nel 1266 Guido Novello, comandante dell'esercito fiorentino e nemico giurato di Fucecchio, reinsediò i monaci vallombrosani nel Monastero di S. Salvatore di Fucecchio.
Poiché le ingiunzioni pontificie e le minacce delle monache di Gattaiola non avevano risortito nessun effetto nei confronti dei monaci abusivi, venne allora organizzata a Lucca una spedizione punitiva per estrometterli con la forza dal monastero di S. Salvatore.
Per espressa volontà della badessa di Gattaiola venne armata una moltitudine di lucchesi capeggiati da un certo Ser Dino.
Il 16 novembre 1294 i lucchesi giunsero a Fucecchio e si portarono sul Poggio Salamartano.
Dentro al Monastero, quel giorno, c'era anche l'abate di Vallombrosa, Valentino.
L'abate Valentino tentò di convincere i lucchesi dal desistere dalla loro impresa.
Ser Dino, però, sordo all'invito accorato dell'abate Valentino, entrò di prepotenza nel monastero e con l'aiuto di tutti i suoi armati cacciò via Valentino, l'abate Iacopo, i monaci , i conversi, i chierici e i loro familiari.
I fucecchiesi assistettero all'evento senza muovere un dito.
La rivincita dei vallombrosani era fallita.
Le monache di Gattaiola rientrarono in possesso del Monastero di S. Salvatore in Fucecchio.


Nel Monastero di S. Salvatore si insediarono i padri conventuali OFM nel 1299

Il Monastero o Abbazia di S. Salvatore unitamente ai beni, privilegi, giurisdizione, esenzioni ed entrate erano stati ceduti da papa Alessandro IV, nel 1258, alle clarisse del convento di Gattaiola in Lucca.
Per effetto di questa cessione, la badessa di Gattaiola diventò Episcopessa di Fucecchio, ruolo che poteva svolgere tramite un Vicario di sua fiducia.
Il 23 dicembre 1299, suor Leonora Caviccioni, seconda episcopessa di Fucecchio, cedette in proprietà il monastero e la chiesa di S. Salvatore ad una comunità di frati francescani conventuali, meglio noti come frati neri.
L'episcopessa di Fucecchio, si riservò tutti i privilegi, le giurisdizioni, le esenzioni, i beni e le entrate del Monastero.
Ai padri conventuali vennero assegnate tre funzioni ben precise:
- la cura delle anime;
- l'amministrazione delle entrate della Pieve di S. Giovanni (oggi Collegiata) ;
- la nomina del pievano della soprascritta pieve di S. Giovanni.
I padri conventuali rimasero in S. Salvatore per circa cinquecento anni.
Essi, infatti, abbandonarono il monastero, che avevano ribattezzato Convento di S. Francesco, nel 1783 a seguito della loro soppressione decretata da Leopoldo I, granduca lorenese della Toscana.
Intanto nel 1622 era stata istituita la diocesi di S. Miniato.
Con la istituzione della diocesi di S. Miniato l'ecclesia di Fucecchio non dipese più dalle episcopesse di Gattaiola. L'ultima episcopessa di Fucecchio fu donna suor Alessandra Maccarini che si trova effigiata nel primo medaglione del chiostro del convento La Vergine di Fucecchio.
A partire dal 1622, Lucca uscì definitivamente dalla storia "religiosa" di Fucecchio.

Le ex monache clarisse di S. Andrea inquiline del Monastero di S. Salvatore dal 1785

Nel 1783, dopo la fuoriuscita dei padri conventuali o frati neri, fecero il loro ingresso nella secolare Abbazia di S. Salvatore le Oblate bianche di S. Romualdo che erano state estromesse dal loro monastero di S. Caterina e S. Romualdo, sito in corso Matteotti, per decisione del Granduca di Toscana Leopoldo I. Esse accettarono, per rimanere a Fucecchio, di insegnare a leggere e a scrivere alle fanciulle di Fucecchio.
Nel 1785 entrarono nel monastero di S. Salvatore anche le 45 clarisse del monastero di S. Andrea.
Le clarisse, per rimanere a Fucecchio, dovettero rinunciare alla clausura e adattarsi a gestire l'omonimo Conservatorio (Scuola Femminile) messo in funzione dalle monache romualdine.
Alla fine del 1787 le oblate bianche di S. Romualdo se ne andarono via perché minacciate ripetutamente di morte dalle clarisse.
Nel 1816 le ex clarisse di S. Andrea ottennero lo stato di clausura e si dotarono di una tinaia e di una foresteria allestite nell'ex fabbricato della Compagnia della Madonna della Croce addossato al lato sinistro della chiesa di S. Salvatore. Naturalmente dovettero acquistarlo questo fabbricato.
Nel luglio del 1866, a seguito della Legge dell'Incameramento dei Beni Ecclesiastici da parte del Regno d'Italia, anche il Monastero di S. Salvatore venne soppresso ed incamerato.
Le clarisse non vennero allontanate perché erano 14. Se fossero state 6 o meno di sei, per effetto della Legge dell'Incameramento, sarebbero state mandate via.
Le 14 monache potevano rimanervi, se lo volevano, fino alla morte ed avevano diritto ad un congruo numero di locali e al rispetto della loro clausura.
Il monastero, la chiesa, la tinaia, la foresteria e tutti gli altri beni immobili passarono in proprietà allo Stato.
Lo Stato poteva rivenderli, ma aveva l'obbligo di cederli gratuitamente ai Comuni che ne avessero fatta richiesta per motivi di pubblica utilità.
Il comune di Fucecchio chiese ed ottenne, in data 19 luglio 1873, la cessione gratuita del monastero, della chiesa e della tinaia di S. Salvatore.
Il nostro Comune cedette la chiesa e la tinaia alla Misericordia e ridusse a Scuola Elementare Maschile e Femminile l'ex Monastero.
La nuova Scuola Elementare venne aperta l'1 novembre del 1874.
Il Poggio Salamartano parve risorgere a nuova vita.
Gli scolari, però, aumentavano a dismisura anno dopo anno.
L'Amministrazione Comunale, animata dal proposito di costruire un edificio scolastico capace d'ospitare almeno 500 alunni, mise in vendita il monastero. Con il ricavato avrebbe potuto costruire la scuola elementare nuova.
Le 9 monache rimaste in S. Salvatore si mostrarono interessate all'acquisto.
Il Comune chiese loro la somma di 30.000 lire. Quella cifra era un po' troppo elevata per le loro tasche, ma le monache non si arresero.
Fiduciose nella Provvidenza Divina, incaricarono il signor Luigi Benedetti di Ponte a Egola di riprendere le trattative per l'acquisto del monastero.
La mossa si rivelò vincente.
Il Benedetti riuscì ad abbassare il prezzo dell'immobile da 30.000 a 20.000 lire.
A questo punto le monache si dichiararono disposte ad acquistare il monastero.
Il contratto venne rogato l'8 ottobre 1886 e fu sottoscritto dal sindaco Carlo Landini Marchiani e dalle clarisse Lampaggi Teresa (ex badessa),da Benedetti Cherubina e da Benedetti Giuseppa.
Le monache versarono subito 10.000 lire e si impegnarono a versarne altrettante non appena i locali occupati dalla Scuola Elementare fossero stati liberati.
Dovettero trascorrere 13 anni prima che fosse pronta l'attuale Scuola Elementare di Piazza XX Settembre.
Nel settembre del 1899 i locali scolastici di S. Salvatore vennero liberati. Le monache versarono le rimanenti 10.000 lire e rientrarono in possesso di tutto il Monastero di S. Salvatore.

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