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anni - 1941  >>  1960

Il 7 aprile 1944, alle ore 17, gli aerei americani bombardarono la nostra stazione ferroviaria, distante dal capoluogo circa 3 chilometri.
Il bombardamento distrusse completamente il vecchio fabbricato riservato ai viaggiatori e provocò la morte del gestore Pietro Chiavarelli, della moglie Matilde, della figlia Piera e di Rosa Ulivieri vedova Serafini.

 

Sabato 1 luglio 1944, Galleno, frazione del Comune di Fucecchio, subì un bombardamento aereo. Morirono tre persone.
Il 1° luglio 1944 fu barbaramente assassinato dalle SS tedesche il ventunenne Amilcare Donnini, nato a Fucecchio il 12.12.1923 e residente a Ponte a Cappiano, frazione di Fucecchio.
Amilcare era uno di quei giovani che non sopportavano la tirannia ed odiavano il giogo dello straniero invasore.
Pieno d’entusiasmo cercò di dare il suo contributo al riscatto nazionale dall’occupazione tedesca.
Come altri giovani, incurante del pericolo, partecipava alle operazioni antinaziste trasportando armi e vettovaglie destinate ai partigiani.
In una di queste operazioni compiuta con l’amico Banti Alvaro (nato a Fucecchio il 7.12.1924), i due amici furono catturati dalle SS ed avviati, sotto scorta, al Comando tedesco di Cerreto Guidi.
Giunti all’altezza del cimitero di Fucecchio, i due amici tentarono la fuga. I soldati di scorta aprirono il fuoco. Il Banti riuscì ad evitare le pallottole e a fuggire. Il giovane Amilcare, invece, venne colpito da un proiettile alla nuca e cadde morto.
Il Comune di Fucecchio, dopo la Liberazione, avvenuta il 1° settembre 1944, ha intitolato a questa giovane vittima la piazza principale di Ponte a Cappiano.
Quella piazza che lo aveva visto giocare da fanciullo porta ora il suo nome. Questo nome ci ricorderà per sempre che morire a vent’anni per la libertà è preferibile ad una lunga vita sotto il giogo della tirannia.
Il 1° luglio 1944 fu barbaramente assassinato dalle SS tedesche il ventunenne Amilcare Donnini, nato a Fucecchio il 12.12.1923 e residente a Ponte a Cappiano, frazione di Fucecchio.
Amilcare era uno di quei giovani che non sopportavano la tirannia ed odiavano il giogo dello straniero invasore.
Pieno d’entusiasmo cercò di dare il suo contributo al riscatto nazionale dall’occupazione tedesca.
Come altri giovani, incurante del pericolo, partecipava alle operazioni antinaziste trasportando armi e vettovaglie destinate ai partigiani.
In una di queste operazioni compiuta con l’amico Banti Alvaro (nato a Fucecchio il 7.12.1924), i due amici furono catturati dalle SS ed avviati, sotto scorta, al Comando tedesco di Cerreto Guidi.
Giunti all’altezza del cimitero di Fucecchio, i due amici tentarono la fuga. I soldati di scorta aprirono il fuoco. Il Banti riuscì ad evitare le pallottole e a fuggire. Il giovane Amilcare, invece, venne colpito da un proiettile alla nuca e cadde morto.
Il Comune di Fucecchio, dopo la Liberazione, avvenuta il 1° settembre 1944, ha intitolato a questa giovane vittima la piazza principale di Ponte a Cappiano.
Quella piazza che lo aveva visto giocare da fanciullo porta ora il suo nome. Questo nome ci ricorderà per sempre che morire a vent’anni per la libertà è preferibile ad una lunga vita sotto il giogo della tirannia.

 

Domenica 2 luglio 1944, alle ore 7, venne distrutto da alcuni cacciabombardieri inglesi il PONTE di Fucecchio che era stato inaugurato nel 1867.
Ai fedeli che assistevano alla Messa delle ore 7 ne dette notizia il celebrante don Giuseppe Marradi informato dalle clarisse che dal loro monastero avevano potuto osservare quella operazione militare.

 

Domenica 2 luglio 1944 giunse a Ponte a Cappiano, proveniente dal carcere di Massa Carrara, Corona Mario, nato a Monserrato di Cagliari il 19 settembre 1916.
Mario Corona, arrestato il primo ottobre 1938 dall’OVRA per attività antifascista e per offesa a pubblico ufficiale, era stato condannato dal Tribunale Speciale di Roma.
Peregrinò dal Carcere di Buon Cammino di Cagliari a quello di Regina Coeli a Roma, poi di nuovo al Buon Cammino, quindi al Forte Urbano di Castelfranco Emilia, successivamente al Castello di Saluzzo in provincia di Cuneo, poi al tubercolosario di Pianosa ed infine al carcere di Massa.
Dimesso in maniera anomala dal carcere di Massa, Mario Corona venne a Ponte a Cappiano per incontrarsi con Astutillo Banti suo compagno di cella nel carcere di Forte Urbano.
Mario Corona dopo aver riabbracciato il compagno di cella ed essersi rifocillato raggiunse il Comando Partigiano di Empoli. Questo Comando lo dirottò immediatamente al Comitato di Liberazione di S. Croce sull’Arno. Per tutto il mese di luglio e di agosto del 1944 partecipò attivamente alla Resistenza.
Passato a Fucecchio il 1° settembre 1944, il giorno dell’arrivo degli alleati e quindi della Liberazione, rifondò con alcuni compagni locali la Sezione del Partito Comunista Italiano.
Rientrato a Cagliari nel 1945, fece parte del Comitato Regionale Comunista e fu inviato a riorganizzare le Federazioni di Nuoro e di Sassari.
Eletto nel 1946 consigliere comunale di Cagliari e membro della segreteria della Federazione Comunista, venne destinato all’organizzazione dei contadini e ricoprì la carica di Segretario della CONFEDELTERRA Provinciale.
Poco dopo, per divergenze con un compagno della Direzione del Partito Comunista ritirò la sua candidatura da consigliere regionale e si dimise dalle cariche di consigliere comunale, di segretario della Confederterra e di membro della Direzione del P.C.I.
Lasciata la Sardegna, fu inviato dalla CGIL a dirigere la Confederterra di Treviso.
Rientrato nel 1950 a Fucecchio, venne eletto consigliere comunale e provinciale nel 1951. Mantenne la carica di consigliere comunale fino al 1964, l’anno in cui rassegnò le proprie dimissioni.
Rientrato nei ranghi, ha ricoperto la carica di sindaco del Comune di Fucecchio dal 1975 al 1980.
Nei due volumi intitolati RICORDARE NON E’ PECCATO ha rievocato i suoi sei anni di carcere politico. Notevole anche la sua produzione poetica. Ha già pubblicato la prima raccolta di Poesie sotto il titolo di TUTTO PASSA.
Da una diecina di anni è tornato a dedicarsi alla terra in un appezzamento di terreno in località Montebono, nei pressi di Torre, frazione di Fucecchio.

 

Il 18 luglio 1944 si registrano le prime vittime del passaggio della guerra sul territorio di Fucecchio. I tedeschi si erano attestati da qualche giorno sulla riva destra dell’Arno mentre i nostri Alleati anglo-franco-americani erano attestati con le proprie artiglierie sulle colline poste sulla sinistra dell’Arno.
In Ponsano venne falciato dai Tedeschi Giuseppe Giani, un handicappato di 42 anni.
Alle ore 22 il paese venne colpito dalle prime cannonate alleate. In via Trento venne uccisa Maria Vivaldi Mannini.

 

Il 19 luglio 1944, alle ore una, una bomba, forse di cannone, colpì la casa di Biagi Dionisio posta in fondo a Via Castruccio, attaccata alla torre di Castruccio e facente angolo con Via Franco Bracci.
Oltre alla famiglia Biagi, nel fabbricato abitavano le famiglie Nelli Andrea, Pieri Francesca e Monti Sandro.
Il proiettile, dopo aver perforato il tetto e due pavimenti, esplose al piano terra dove si trovavano il forno e la bottega del Biagi.
Vi trovarono la morte Giuseppina Bardella di anni 70, Sonia Ciardini nei Monti di anni 24 e Denia Monti di anni anni 3 rispettivamente madre, moglie e figlia di Sandrino Monti. Sandrino Monti. Precipitato dal piano al secondo al piano terra riportò 14 ferite e si salvò miracolosamente.
Gravemente ferita risultò la moglie di Dionisio Biagi, Corinna. La famiglia Morelli quella notte si trovava in un altro fabbricato.
Soltanto alle prime luci dell’alba poterono entrare in azione i soccorritori Dino Billi (Peppole) e Quinto Ferri ( Ciaccheri).I due soccorritori, aiutandosi con una scala e con corde riuscirono a calare sul retro della casa i morti ed i sopravvissuti che non potevano scendere perché le scale erano crollate.

 

Il 20 luglio 1944, il giorno prima dello sfollamento, i soldati tedeschi effettuarono un rastrellamento in grande stile in tutte le case del paese per catturare uomini da utilizzare per l’approntamento di opere difensive e per dirottarli successivamente nei campi di concentramento in Germania. Non fu risparmiata nemmeno la mia abitazione ricavata dalla soffitta di un palazzo che aveva un doppio ingresso: da via Cammullia e da via S. Giovanni.
Noi , eravamo in quattro, formammo una specie di muro sulla soglia della porta. Il tedesco, armato di mitra, ma molto giovane, si lasciò impietosire dalle nostre espressioni di dolore e credette a noi.
Mio padre era nel salotto buio, a tre metri di distanza, pronto a consegnarsi per non mettere in pericolo la nostra vita. 
Il soldato non entrò in casa e ridiscese le scale. Mio padre fu salvo.

 

Il 21 luglio 1944 il Comando soldati tedeschi di stanza a Fucecchio decretarono lo SFOLLAMENTO obbligatorio di tutta la popolazione. Il provvedimento fece onore a questo Comando.
L’estate del 1944 era iniziata a Fucecchio sotto cattivi auspici. Ogni giorno il nostro cielo era solcato da stormi incredibili di fortezze volanti che andavano a sganciare le loro bombe micidiali sugli obiettivi militari a strategici: Pontedera, Livorno, Montefalcone, Pisa.
Venne sottoposta a bombardamento anche la nostra stazione ferroviaria.
Nell’ultima decade di giugno i cacciabombardieri alleati presero di mira il nostro PONTE sull’Arno. Lo centrarono soltanto la domenica mattina del 2 luglio alle ore 7.
Il 18 luglio cominciò il martellamento notturno dell’artiglieria alleata che vomitava il suo fuoco dalle colline di S. Miniato. Ci furono le prime vittime civili.
Per risparmiarci il prevedibile massacro i soldati Tedeschi il 21 ci ordinarono di lasciare il paese.
Anche i fucecchiesi conobbero il disagio e la tristezza dell’esodo.
Sulle strade che portavano verso il Padule e verso le Cerbaie si formò una fiumana di persone impaurite che non sapevano dove andare. Con i pochi fagotti di cibarie e di stoviglie e con qualche lenzuolo ci portammo ad un paio di chilometri dal centro abitato.
In quella drammatica circostanza si manifestò dovunque la solidarietà delle famiglie contadine che misero a disposizione degli sfollati tutto quanto possedevano: cascine, stalle, stanze, aie, letti, coperte e anche cibarie. La casa colonica dove approdai con la mia famiglia diede ospitalità a una settantina di persone.

 

Martedì 1 agosto 1944, a Querce, avvenne uno scontro a fuoco fra 5 partigiani e tre soldati tedeschi che andavano a rubare i cavalli ai contadini.
Uno di questi soldati, un collaborazionista ucraino, venne ucciso sul colpo; gli altri due feriti soldati furono feriti mortalmente.
Per rappresaglia venne incendiato un bosco.

 

Il 10 agosto 1944, verso le ore 0,15, i soldati tedeschi che da Fucecchio fronteggiavano l’esercito alleato schierato sulle colline di S. Miniato, fecero saltare la settecentenaria TORRE di CASTRUCCIO. La testimonianza più accreditata è quella del dottor Curtatone Doddoli che si vide crollare di fronte la torre mentre stava accompagnando un ferito all’ospedale di Fucecchio.

 

Giovedì 17 agosto 1944 venne catturato dai soldati tedeschi in Via Castruccio il sarto Alberto Briganti. Venne immediatamente portato a Gavena dove fu subito ucciso.

 

Venerdì 18 agosto 1944, a Fucecchio, in Via Donateschi, nella stanza del loro forno, vennero falciato da una raffica di mitra di alcuni soldati tedeschi i coniugi Geremia Ficini di anni 72 e Giulia Salvatori di anni 60. Furono uccisi perché avevano tentato di impedire ad un soldato tedesco di violentare la signora Francini.

In Cavallaia vennero fatte saltare in aria tramite l’esplosione di mine, per rappresaglia, 10 case.
Alcuni abitanti di Cavallaia avevano malmenato un soldato tedesco e ne avevano ferito un altro.

 

Sabato 19 agosto 1944, una cannonata sparata dagli alleati uccise nel cortile dell’ospedale l’impiegato comunale Maccai.
Poco dopo un’altra cannonata alleata uccise nelle piagge retrostanti l’ospedale Biagi Giuseppe di anni 42 e il Lombetti di anni 72.

 

Domenica 20 agosto 1944, in località La Torre, venne operato dai soldati tedeschi un RASTRELLAMENTO nel corso del quale vennero catturati moltissimi uomini che vennero avviati in Emilia e poi in Germania.
Fra i catturati vi erano l’avvocato Egisto Lotti ed il figlio Adriano, i portalettere Guido Pozzolini ed Alfredo Soldini, il futuro ispettore scolastico Tommaso Marradi.
Alfredo Soldaini , fuggito e ricatturato, venne fucilato a Sasso Marconi in Emilia-Romagna.

 

Il 22 agosto 1944 gli Alleati entrarono a Firenze.
Alla Villa Giusti di Monsummano il Colonnello Krasemann, dopo averne ricevuta la notizia, ordinò al Maggiore Strauch:
- Distruggete case, ricoveri e tutti gli esseri umani che troverete nella zona recintata del Padule.
La zona venne così segnata sulla carta geografica: 
ad est era delimitata dalla statale 436 che porta a Monsummano; a sud con l’inizio del Canale Maestro; ad ovest ai piedi delle Cerbaie; a nord dalla linea che va dall’Anchione alla Casa Borghese fino alla statale 436.
La zona divenne un enorme triangolo delimitato da picchetti sistemati con teutonica precisione.
Nonostante la segretezza dell’operazione il cui inizio era stato fissato all’alba del giorno successivo, il 23, qualche voce trapelò fra l’incredulità di quanti ebbero modo di ascoltare la grave notizia:
“Stanotte, grande lago, Kaput!”
A Massarella, una ragazza romana, amante di un sergente austriaco, entrò in un negozio e disse alla proprietaria:
“Avvertite gli uomini: Dite loro che vengano via subito dal Padule, se ci sono andati, Stanotte, in Padule, ci sarà un grande rastrellamento
La voce si sparse. I massigiani che vennero avvisati uscirono dal Padule. Poco prima della mezzanotte numerosissimi mezzi blindati e pattuglie di armati circondarono il “triangolo della morte”.

 

Mercoledì 23 agosto 1944 venne perpetrato dalle truppe tedesche il famigerato ECCIDIO DEL PADULE DI Fucecchio che costò la vita a 175 persone.
Responsabile dell’eccidio fu il Maggiore dell’esercito tedesco Strauch che agì si ordine di Kesserling. Si suppone che l’eccidio sia stato ordinato per rappresaglia.
Le popolazioni dei centri abitati in data 21 luglio 1944 erano state allontanate dai centri abitati perché lungo l’Arno si era attestato il fronte di guerra: sulla sinistra vi erano gli Alleati anglo-americani; sulla destra i soldati tedeschi nostri alleati fino all’8 settembre 1943 ed ora nostri nemici.
Le prime sette vittime dell’Eccidio furono persone che si trovavano nel nostro territorio comunale:
- Guido Matteoni di anni 44, sfollato di Carrara e commerciante
- Angiolo Guidi di anni 62, massigiano
- Quinto Guidi di anni19, massigiano
- Dante Guidi di anni 27, massigiano
- Giuseppe Guidi, massigiano, 50 anni, padre di Dante e zio di Quinto
- Enos Cerrini di anni 21, renitente alla leva, di Venturina di Livorno
- Agostino Bandini, massigiano di anni33 

Anche Massarella pagò il suo tributo di sangue con i suoi 8 martiri, 6 dei quali dimoravano a Poggio Pieracci, una collina posta sulla gronda del Padule i corrispondenza del Canale di Sibolla.
Alle ore 3,50, prima che si scatenasse l’inferno sul Padule, vennero uccisi con una raffica di mitra il sessantaduenne Angelo Guidi, detto il Gobbo, e il quarantaquattrenne Guido Matteoni, detto il Tisti.
Erano scesi da Poggio Pieracci ed avevano raggiunto il barchino(di angiolo) con cui andavano a far incetta di cocomeri e di cibarie a Stabbia, quando furono colpiti da una raffica esplosa da una pattuglia che era stata piazzata in gronda con l’ordine di sparare a chiunque si fosse trovato al di là della gronda o che avesse tentato di attraversarla. La gronda era la viottola che separava le colline dal Padule. I loro corpi vennero recuperati alle ore 18 da Benedetto Guelfi e da Angiolino Buffi.
Alle 4,40 venne ucciso Agostino Bandini di 33 anni.

A luglio aveva abbandonato la sua casa in Cavallaia per andare a rifugiarsi in una capanna in gronda al Padule. La mattina del 23 agosto si trovava però perché durante la giornata del 22 la figlia Luciana era caduta e si era lesionata un braccino. Poiché non smetteva di piangere, per non turbare il sonno degli altri sfollati nelle capanne della gronda aveva chiesto ed ottenuto di poter portare la bambina a dormire in una casa posta in località II Papa: Alle ore quattro fu svegliato da un certo trambusto: Si alzò e senza infilarsi le scarpe cercò di raggiungere Villa Lampaggi. Uscito di casa si trovò di fronte la sorella che lo pregò di fuggire in Padule perché i tedeschi stavano facendo un rastrellamento. Agostino invertì la direzione di fuga e scese verso la gronda del Padule. Giunto in prossimità della gronda incrociò una pattuglia tedesca. Lo uccisero senza pietà. Lo derubarono del suo portafogli. Lo gettarono in una fossa e lo coprirono con alcuni covoni di grano. Il cadavere venne recuperato verso le ore 10 da Nella Catastini e Lina Banti.
Alle ore 4,50 venne falciata dalla mitragliatrice sull’aia della Tabaccaia, presso l’Anchione, la diciassettenne Alessandra Settepassi, la “Padroncina” di Villa Crocialoni. La salma della ragazza venne seppellita l’indomani a Villa Crocialoni, località di Massarella.
Dalle ore 5 alle ore 12 si scatenò sul Padule un vero inferno: cannoni, mitragliatrici piazzate in punti strategici e mezzi blindati vi vomitarono colonne di fuoco. Si volevano colpire quanti vi si rifugiano per sfuggire alla cattura dei Tedeschi e dei repubblichini italiani.
Alle ore 6 Giuseppe Guidi lasciò Poggio Pieracci per andare in Padule a soccorrere il figlio Dante, il nipote Quinto e l’ospite Enos. Appena giunto in gronda venne falciato dalla pattuglia tedesca che vi prestava servizio. Anche Dante venne recuperato alle ore 19 da Benedetto Guelfi.
Alle ore 9, terrorizzati dall’inferno che si era scatenato sulle loro teste, uscirono dal Padule arrendendosi ad una pattuglia tedesca. Dopo essere stati sottoposti ad un sommario processo sull’aia di Casa Spinelli in prossimità del Lago Crocialoni, vennero avviati verso un luogo solitario e colpiti alle spalle. Enos Cerrini riuscì a sfuggire alle sventagliate, ma una mezz’ora dopo fu colpito all’occipite da un colpo di mitragliatrice appostata su una collina dalla quale Enos venne avvistato mentre risaliva il ciglio del canale dove si era tuffato. Le salme di Date e Quinto furono recuperate verso le ore 20 da Marchino, fratello di Quinto e cugino di Dante.
La salma di Enos venne recuperata l’indomani mattina, alle ore 11,30, da Benedetto Guelfi e da Guido Spinelli.
Drammatico e penoso fu il trasferimento e l’interramento delle salme nel cimitero di Massarella.

 

L’1 settembre 1944 glia Alleati anglo-americani attraversarono l’Arno nei pressi di Castelfranco e liberarono anche Fucecchio abbandonato dalle truppe tedesche nel corso della nottata fra il 31 agosto e il 1° settembre.
Così vennero descritte la situazione del paese e della popolazione dal rapporto trasmesso alla Regia Questura di Firenze dal sindaco Angiolo Cecconi:
“ Il 1° settembre 1944, quando i Tedeschi abbandonarono il territorio di questo Comune lasciando ovunque i segni della loro rabbia bestiale, il paese presentava un aspetto desolante e la situazione generale in sintesi era la seguente:
MANCANZA
- di abitazioni
- di acqua
- di vestiario
- di medicinali
- di combustibili
Tutti i SERVIZI PUBBLICI paralizzati; 
le condizioni igieniche erano allarmanti;
una grave epidemia di TIFO infieriva nel capoluogo.

 

Il 2 settembre 1944 la popolazione che aveva dovuto abbandonare in massa il capoluogo in data 21 luglio 1944, dopo l’arrivo degli Alleati rientrò a Fucecchio devastato dai cannoneggiamenti, dai bombardamenti e dalle mine dei tedeschi.

 

Il 5 ottobre 1944 il sindaco di Fucecchio Angiolo Cecconi trasmise alla Regia Questura di Firenze un dettagliato rapporto sulle atrocità compiute dai militari tedeschi nell’area del territorio comunale di Fucecchio.

1) Dal settembre 1943 al 17 luglio 1944 i tedeschi si impossessarono del 30% del bestiame esistente.
2) Durante il periodo dell’EMERGENZA, dal 18 luglio al 31 agosto, essi compirono i seguenti atti di barbarie:
a) saccheggiarono fabbriche, depositi, magazzini, negozi, uffici pubblici, sedi di enti ed il 90% delle case private;
b) razziarono il 40% degli animali ( bovini, equini, ovini, suini e pollame)
c) distrussero fabbriche ( come la SAFFA), 20 case del capoluogo, la Torre di Castruccio, la chiesa di S. Pierino e di Torre, ponti, linee telefoniche, telegrafiche, elettriche;
d) assassinarono 7 massigiani e 3 fucecchiesi
e) deportarono numerosi uomini fra i 20 e i 60 anni di età, i quali vennero strappati dalle loro famiglie ed avviati al lavoro verso ignota destinazione. Molti di essi, in data 5 ottobre 1944, non avevano fatto ancora ritorno in famiglia e non avevano mai dato notizie di sé.

 

Il 15 ottobre 1944 venne fucilato dai tedeschi a Sasso Marconi il portalettere fucecchiese Alfredo Soldaini a conclusione di una vicenda incredibile.

 

Il 25 ottobre 1944 si spense all’età di 54 anni CAMBI GIOVANNI, fondatore del Partito Comunista di Fucecchio e perseguitato politico.
Nato l’11 gennaio 1890, fin da giovinetto militò nelle file del Partito Socialista e partecipò a tutte le battaglie e manifestazioni del Movimento operaio Fucecchiese.
Nella sua bottega – era un provetto artigiano – si riunivano quasi tutti i giorni i socialisti più in vista del paese.
Fu tra i pochi socialisti fucecchiesi che partecipò al Congresso di Livorno (1921) e che lasciò il Teatro Goldoni per trasferirsi, con l’ala comunista, al Teatro S. Marco.
Ritornato a Fucecchio, divenne fondatore e sostenitore della locale sezione del Partito Comunista.
Durante il ventennio fascista subì aggressioni continue, arresti e fermi di polizia; fu più volte minacciato e bastonato.
Benché si fosse ufficialmente ritirato a vita privata, la sua bottega rimase sempre un ricettacolo per i dissidenti del regime fascista. Per questa ragione venne ancora fermato e rischiò più volte il confino.
Riuscito ad evitare l’internamento politico, continuò ad incoraggiare i resistenti e ad educare i giovani all’ideologia comunista.
Quarantacinque giorni dopo la liberazione di Fucecchio dall’occupazione tedesca, Giovanni Cambi si spense.

 

Il 19 settembre 1946 iniziò a Fucecchio il Congresso Interparrocchiale Mariano che si concluse il giorno 22 settembre.
Proprio il 19 settembre avvenne l’incoronazione della Madonna di Piazza per mano del vescovo di Montepulciano, monsignor Giorgi.

 

Il 22 settembre 1946 si concluse a Fucecchio il Congresso Mariano Interparrocchiale iniziato il 19 settembre, giorno in cui venne incoronata la Madonna di Piazza per mano e di monsignor Giorgi vescovo di Montepulciano e di mons: Egidio Lari e di mons. Trinnanzi vescovo di Aden.
La cerimonia dell’incoronazione richiamò una vera moltitudine di fedeli. Piazza XX Settembre venne tutta illuminata per consentire a tutti di vedere la cerimonia.
Fu coniata persino una medaglia commemorativa in argentone.
Promotore, animatore e realizzatore di questa grande iniziativa fu don Pietro Stacchini, nominato arciprete della nostra collegiata nell’agosto del 1946.
Al Congresso non prese parte il vescovo di S. Miniato che agonizzava in un ospedale di Firenze dove spirò il 23 settembre 1946.
Don Pietro Stacchini era approdato a Fucecchio il 14 febbraio 1945 in qualità di Vicario del nostro arciprete don Giulio Frediani che si era ammalato gravemente. L’arciprete don Frediani era poi morto nel dicembre del 1945 lasciando in eredità al bravissimo don Pietro Stacchini i problemi propri di un tragico dopoguerra.
Lo Stacchini che si era guadagnato la simpatia di tutti dovette lasciare Fucecchio il 15 febbraio 1950 perché chiamato dal vescovo a svolgere compiti delicati in Seminario.

 

Il 23 settembre 1946, alle ore 11, spirò nell’ospedale Camerata di Firenze, dove trovavasi ricoverato dal 18 agosto per una doppia ulcera duodenale, il vescovo di S. Miniato monsignor Ugo Giubbi. Aveva 60 anni essendo nato a Pracchia (Pistoia) l’11 febbraio 1886.
Era diventato vescovo di S. Miniato il 4 luglio 1928.
Una settimana prima di morire volle ricevere la santa Comunione come viatico. Di notte le suore ed altre persone fecero la spola fra la cappella e la camera del moribondo. Ad un certo punto, mentre tutti pregavano, il vescovo chiese di parlare e disse:
- Rinnovo la mia professione di fede.. Chiedo perdono a Dio di tutti i miei peccati. Perdono di cuore a chi mi ha offeso.. Offro la mia vita per la diocesi, per i miei sacerdoti, per tutti i fedeli.
Uomo di grande preghiera, aveva fatto voto di povertà. Quando morì lasciò solo le sue cose personali, poche, che vennero vendute per sopperire alle spese dei funerali. Oltre alla povertà, mons. Ugo Giubbi impose a se stesso innumerevoli penitenze.
Il fatto che trasformò la sua esistenza in un vero e proprio martirio si verificò la mattina del 22 luglio 1944. Mentre lui celebrava la Messa nel rifugio del palazzo vescovile, per insistenza dei sacerdoti che non volevano prolungare il suo digiuno a causa della doppia ulcera, il Duomo venne colpito da alcune cannonate che seminarono la morte fra tutte le persone che vi si erano rifugiate.
Immediatamente il vescovo salì dal rifugio nella cattedrale e di fronte a tanta tragedia rimase letteralmente impietrito dal dolore. Per tutta la giornata fece la spola fra la cattedrale ed il vescovado dove erano state trasferiti i feriti.
I comunisti saminiatesi con una malvagità inusitata affermarono che il responsabile della strage era stato il vescovo che l’aveva programmata con i tedeschi. Una simile infamia è paragonabile solo alla ferocia dei nazisti.
Questa la confessione raccolta da quanti gli stettero vicini e condivisero l’oltraggio infamante:
- Chiesi al Signore, prima che cominciassero i bombardamenti, che prendesse la mia vita, ma salvasse la mia diocesi, la mia città episcopale. Dio non ha voluto la mia vita, ma ha voluto invece che io sentissi l’amarezza della calunnia e della calunnia dei figli che è di tutte la più dolorosa. Sia fatta la Sua volontà.

 

Il 28 settembre 1946 l’ORGANO della chiesa di S. Salvatore venne sottoposto al terzo restauro dalla ditta Rizzardini Mario e figli ( Pierino ed Andrea) residenti a Zolda Alto in provincia di Belluno. L’ORGANO della chiesa di Salvatore venne realizzato da Cosimo Ravani di Lucca nel 1626. Il cartiglio reca invece la data 1624. E’ questo l’unico organo seicentesco del Ravani che è giunto intatto nelle sue parti fondamentali fino ai nostri giorni.
Questi in ordine di tempo i restauri cui è stato sottoposto.
1) Nel 1752 Antonio e Filippo Tronci di Pistoia restaurarono l’organo e vi aggiunsero una pedaliera a leggìo di 8 tasti unita alla tastiera.
2) Nel 1854 Nicomede Agati e i suoi fratelli, di Pistoia, rifecero la tastiera (45 tasti) di bosso e di ebano.
3) Nel 1964 l’organo venne restaurato da Marcello Paoli e Ledo Masini.
4) L’ultimo restauro è stato eseguito, su segnalazione della Soprintendenza ai beni artistici e storici di Firenze e Pistoia, dal dott. Piero Donati di Firenze.
5) L’organo fu completamente smontato e portato nel laboratorio di restauro degli organi storici a Firenze preso il Palazzo Pitti.
6) Finito di rimontare nel maggio 1986, fu inaugurato dallo stesso Pie Paolo Donati il 24 giugno 1986 con un concerto di composizioni del Seicento e del Settecento.

 

Il 22 dicembre 1946, dopo la morte dell’arciprete don Giulio Frediani avvenuta nel dicembre dell’anno precedente, alle ore 10,30, prese possesso della Collegiata il canonico don Pietro Stacchini, nominato arciprete della Collegiata nell’agosto del 1946.
Nei primi mesi del 1945 l’arciprete Frediani si era ammalato seriamente. Il Vescovo di S. Miniato aveva nominato come Vicario don Pietro Stacchini, un giovane sacerdote colto, riflessivo, dotato di risorse interiori e di competenze eccezionali.
Don Pietro raggiunse Fucecchio in bicicletta il 14 febbraio 1945 e dovette attraversare l’Arno in barca dato che il ponte era stato distrutto il 2 luglio 1944.

 

Il 27 gennaio 1951 morì padre Vincenzo Checchi, francescano OFM, autore del libro STORIA DEL RITIRO FRANCESCANO DI FUCECCHIO pubblicato il 7 settembre 1937.
Padre Vincenzo Checchi ha anche il merito di averci lasciato 9 quaderni manoscritti di trascrizioni di documenti storici su Fucecchio: gli sarebbero serviti per scrivere una STORIA DI FUCECCHIO dal punto di vista ecclesiale dalle origini fino ai nostri giorni.
Questi quaderni, in versione dattiloscritta, sono reperibili presso la biblioteca comunale.
Figlio del possidente Giuseppe e di Parenti Lucia, era nato a Marliana il 27 gennaio 1873 ed era stato battezzato con il nome di Benedetto.
Entrato nell’Ordine Francescano dei Minori, pronuncio i voti …… e venne ordinato sacerdote a … nel….
Venne nel Convento La Vergine di Fucecchio nel… e vi rimase

 

Il 28 settembre 1954 la Caserma dei carabinieri venne trasferita dal Palazzo Pretorio in piazza Vittorio Veneto al fabbricato del Circolo dei Signori e nella contigua ex Casa del Fascio in Piazza Montanelli.
Dopo questo trasferimento il Palazzo Pretorio morì.
Queste le tappe della storia del Palazzo Pretorio:
- Venne inaugurato nel gennaio del 1306 come Palazzo del Podestà e del Comune. Esso comprendeva il comparto N. 1 e cioè il LOGGIATO e il primo piano.
- Nel 1753, all’altezza del primo piano, l’ex stanzone delle recite venne ridotto a TEATRO con palchetti.
- Nel 1780-1783, essendo stato ridotto a Palazzo Vicariale, venne sopraelevato di un piano e il TEATRO venne demolito per far posto alle celle del carcere destinate ad uomini e una anche alle donne.
- Dal 1799 al 1814 fu Palazzo del Maire francese.
- Dal 1814 al 1860 ritornò ad essere Palazzo Vicariale.
- Dal 1860 al 1883 diventò sede di Pretura mandamentale. Da qui il nome di Palazzo Pretorio.
- Dal 1883 al 1954 fu ridotto a Caserma della stazione locale dei Carabinieri
- Dal 1955 al 1980 fu adibito ad abitazione per le famiglie sfrattate.
- Nel 1985 è stato restaurato.
- Nel 1998 è stato ridotto a scuola sussidiaria ( aula da disegno e laboratori) del Liceo Scientifico di Piazza Vittorio Veneto.

 

Il 21 dicembre 1958 venne inaugurata la Casa del Fanciullo posta in Via delle Cantine ed accessibile anche da Viale Bruno Buozzi.
Fu costruita su di un terreno donato dalla madre di Giovanna Malvolti e dalle clarisse di S. Salvatore.
Fondatrice di questa benefica istituzione fu la Professoressa di lingue straniere Adelina Soldaini Lensi perita tragicamente per caduta dal treno in corsa sul tratto Fucecchio-Empoli: si era appoggiata a una porta della carrozza che non era stata chiusa.
Il fabbricato comprendeva una sala cinematografica con palco per spettacoli teatrali ed alcune aule poste sopra la sala cinema. Adiacente al fabbricato un campetto da gioco usato quasi sempre per partitelle di calcio.
Nel febbraio 1976, a conclusione di lavori di ristrutturazione e di ampliamento, venne inaugurata la nuova sala giochi adiacente alla sala cinema che venne integralmente ristrutturata (pavimento inclinato, soffitto insonorizzato con verniculite, tendaggi ignifugati, moquette ignifugata alle pareti, poltroncine fissate al pavimento al posto delle sedie e cabina cinematografica in muratura e con doppio accesso.
Il 25 ottobre 1987, ad 11 anni di distanza, venne inaugurata la ristrutturata sala cinematografica:
parquet sul palco teatro;
eliminazione della moquette dalle pareti;
ristrutturazione delle pareti;
rifacimento dell’ingresso cinema;
ai piedi del palco è stata collocata una pedana con tavolo per le conferenze.

 

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