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anni
- 1841
>> 1860
Il
17 maggio 1841 l’arciprete Francesco Benvenuti ultimò
il censimento nominativo della popolazione della parrocchia di
S. Giovanni Battista di Fucecchio prescrittogli dal granduca
dal granduca lorenese.
Il censimento non comprende né la popolazione della
parrocchia di S. Maria delle Vedute né quella della
parrocchia di Cappiano.
I dati sono stati redatti su due registri dell’archivio
parrocchiale recanti i numeri 2.5.18.
In paese vi erano
- 390 case
- 784 famiglie
- 3465 persone (4, 4 per ogni famiglia)
In campagna vi erano
- 193 case
- 260 famiglie
- 1525 persone.
In totale abbiamo
- 583 case
- 1044 famiglie
- 4990 persone
Questo il quadro delle persone occupate:
- 257 nel settore primario ( agricoltura e pesca) = 12,2%
- 1121 nel secondario ( artigianato, industria) = 53,7%
- 241 nel terziario ( commercio, professioni, impieghi) =
11,4%
- 477 nel settore improduttivo (clero,benestanti, atti a
casa)= 22,7%
1096
Il
9 luglio 1841
il Capitolo della Collegiata affrontò di nuovo il problema
della BUSSOLA del portone della Collegiata.
Della costruenda bussola c’erano due disegni
dell’ingegnere del Circondario, sig. Tito Riccioni, che li
aveva fatti gratuitamente. Un disegna recava ornamenti di
intaglio; l’altro ne era privo.
Venne bocciato il disegno con ornamenti ad intaglio perché la
sua realizzazione risultava troppo costosa.
La direzione dell’opera per la realizzazione del secondo
disegno venne affidata ai canonici Banti e Montanelli i quali,
a novembre, non avevano ancora ingaggiato i lavoranti.
Nel vuoto caddero le proteste del Comune che esigeva
l’approntamento della bussola per evitare ai fedeli malattie
da raffreddamento.
Il
26 dicembre 1841,
quattro giorni dopo il secondo attentato a Giuseppe
Montanelli, di prima mattina, il colono bussò trafelato e
sbigottito alla porta di casa Vannucci, dove si era trasferito
il nostro Giuseppe Montanelli.
Il colono fece vedere ai padroni la croce che durante la notte
era stata innalzata davanti alla porta d’ingresso della casa
del Vannucci e l’altra croce che era stata messa in un uscio
sul retro della casa.
In entrambe le croci c’era un foglio con diversi fiammiferi.
Questa volta si spaventarono tutti.
Su consiglio di tutti, il Montanelli si decise a lasciare
Fucecchio. Prima di partire chiese giustizia alla Magistratura
locale.
No si è mai saputo chi fossero gli attentatori.
Il
7 agosto 1842
morì Fosca Montanelli nei Comparini. La sua salma venne
sepolta nell’oratorio di S. Antonio posto in fondo a via
Franco Bracci, già Valdarnese. Questa chiesina sta quasi di
fronte alla lapide posta di fianco alla Porta di Valdarnese
Porta al Noce. Da questa Porta riuscì a fuggire da Fucecchio
Castruccio Castracani che aveva tentato di conquistare
proditoriamente la nostra Fucecchio nel lontano 1323. Il testo
della lapide rievoca asciuttamente la fuga di Castruccio.
LA NOTTE DEL 20 DICEMBRE 1323
ENTRATO PER TRADIMENTO
IN FUCECCHIO
CASTRUCCIO CASTRACANI ANTELIMINELLI
FERITO NEL VOLTO E NELL’ORGOGLIO
IL MATTINO DEL 21
FUGGIVA DA PORTA AL NOCE
RICACCIATO DAL POPOLO IN ARMI
CHE RISCATTAVA L’INSIDIATA LIBERTA’
COL VALORE DEI SUOI FIGLI
E COL SANGUE DEI TRADITORI
A
DIO OTTIMO E MASSIMO
GIOVANNI DEL FU VALERIO DI GIOVANNI GALLENI
CHE CUSTODISCE I SEMI DELLA PIETA’ PATERNA
SU CONSIGLIO DEI FIGLI ANTONIO FERANO DOTTORE IN DIRITTO
CIVILE E RELIGIOSO
E VALERIO FISICO MEDICO,
CON LA COSTRUZIONE DI QUESTO TEMPIETTO RINNOVO’
LA MEMORIA DELL’ANTICHISSIMA PORTA AL NOCE
QUASI DISTRUTTA DAL TEMPO
NELL’ANNO DEL SIGNORE 1696
La chiesetta ed il Palazzo Galleni di via Castruccio vennero
ceduti ai primi del 1800 alla famiglia Comparini che per quasi
due secoli aveva amministrato i beni dei Galleni.
Il
26 aprile 1843 il vescovo di S. Miniato, Monsignor
Pierazzi, elesse quale economo spirituale della chiesa
Collegiata il canonico Gesualdo Montanelli.
“Accetto” scrisse umilmente il nostro canonico appena
ricevuta la nomina del cancelliere vescovile.
Il Montanelli avrebbe retto temporaneamente La Collegiata,
dato che il 22 dello stesso mese era morto l’arciprete
Francesco Benvenuti “ dopo aver sofferto atrocissimi spasimi
con tanta pazienza” La sua agonia era durata 2 giorni ed era
stato assistito dal canonico Gaetano Maria Rosati.
Il concorso per l’arcipretura venne vinto da don Francesco
Pasquali priore della chiesa di S. Stefano Martire alla
Bastia.
Il 12 novembre il nuovo arciprete prese possesso della chiesa
con tutti gli onori civili e religiosi tradizionali.
Il suo primo provvedimento fu quello di far ripulire a fondo
la chiesa. Con grande disgusto aveva visto che c’erano
dappertutto ragnatele e polvere. Lamentele e proteste non
erano mancate, ma il Capitolo adduceva come scusante la spesa
non indifferente a cui si andava incontro. Per 2 puliture
all’anno occorrevano 25 lire.
Il
12 novembre 1843
il nuovo arciprete della Collegiata, don Francesco Pasquali,
avendo vinto il concorso indetto dal Vescovo, prese possesso
della chiesa e della parrocchia fucecchiese di S. Giovanni
Battista con tutti gli onori civili ed ecclesiastici ormai in
uso da secoli.
Il primo provvedimento del nuovo arciprete fu quello di far
ripulire a fondo la chiesa piena di polvere e di ragnatele.
Il
23 novembre 1844
il Capitolo della Collegiata, a corto di soldi dopo la
tremenda alluvione del 3 novembre 1844, decise di vendere
alcuni dei quadri appesi in sagrestia.
Ma poiché le offerte parvero un po' troppo basse, proprio il
23 novembre decise di far stimare i quadri a qualche
intenditore di pittura prima di venderli.
Il
21 agosto 1845
si svolse la straordinaria Festa della MADONNA DELLA PESTE.
Come ogni anno, la statua, posta nella nicchia del Palazzo
Comunale (attuale Liceo scientifico) in Piazza Vittorio
Veneto, venne consegnata con tutti gli onori al Capitolo della
Collegiata che la tenne esposta in Collegiata alla venerazione
dei fedeli durante la festa. Al termine della Festa la statua
della Madonna venne riportata processionalmente ed in modo
solenne nella nicchia al piano terra del Palazzo Comunale.
L’1
giugno 1846
i canonici del Capitolo della Collegiata e l’arciprete della
medesima Collegiata decisero di fare la loro prima uscita
ufficiale con i nuovi abiti dignitari: il rocchetto e la
mozzetta paonazza per i canonici; la mozzetta rossa con
collare paonazzo per l’arciprete.
Il
14 agosto 1846
una violenta scossa di terremoto scosse il Valdarno: tutto il
circondario fucecchiese ne fu sconvolto.
A Fucecchio rimasero lesionate molte case. Il più lesionato e
seriamente compromesso fu il campanile di S. Salvatore, anzi
della Collegiata.
“ Venne squarciato nelle quattro facce e aprendo lievemente
la volta per il grande carico di un pilastro a retro del
medesimo tetto”
La gravità del danno fu tale da richiedere la demolizione del
tetto, del pilastro e la rimozione delle campane. Ma queste,
poi, non vennero rimosse perché, come assicurò l’ingegnere
“.. se le scosse non si ripetono, non vi è nessun
pericolo”
Pianto e lutto si sparsero per tutta la grande pianura del
Valdarno Inferiore. Ne fa fede la lettera , drammatica, che il
Vicario Generale scrisse ai nostri canonici affinché
venissero raccolte elemosine ed aiuti dai più provveduti per
i disastrati.
A settembre il CAMPANILE poltriva ancora in mezzo alle
macerie.
Il Capitolo della Collegiata non intendeva ripararlo perché
la manutenzione del campanile esulava dai suoi compiti.
Avrebbe dovuto quindi provvedervi il Comune.
E i lavori vennero procrastinati sine die.
Il
14 settembre 1846
iniziarono i lavori di restauro integrale della chiesa La
Vergine .
Promotore di questi lavori fu il Padre Provinciale Diodoro
Magi da Foiano.
Questi in sintesi i lavori effettuati:
1) Venne rifatta la Cappellina dei Novizi
2) Fu rinnovato il soffitto a capriate con una mano di olio a
travi e travicelli
3) Furono ridipinte le pareti interne della chiesa
4) Vennero ripuliti tutti gli altari addossati alle pareti
5) Vennero rilucidate dal fucecchiese Nemesio Benvenuti e dal
fiorentino Angelo Poggioli le porte, la balaustra, la bussola
e i confessionali
6) Venne parzialmente modificata la Cappellina del Presepio.
Il
20 settembre 1846
i nostri canonici ricevettero dal vescovo la comunicazione che
Papa Gregorio XVI° aveva concesso all’arciprete l’uso della
mozzetta (mantellina) rossa con colore paonazzo, mentre ai
canonici aveva concesso l’uso del rocchetto (copricapo) con
la mozzetta paonazza.
Euforici, i canonici decisero fare l loro prima uscita
ufficiale in occasione della prossima festività.
Il
6 maggio 1847
i fucecchiesi esultarono perché il Granduca Leopoldo II°
concesse la Libertà di stampa.
L’8
luglio 1847
Filippo Landini di Fucecchio donò al Ritiro Francescano La
Vergine, col permesso del Granduca e della Santa Sede, un
pezzo di terreno di 3650 braccia quadrate. Poiché tale
terreno confinava con l’orto del Ritiro medesimo venne
demolita la vecchia cinta muraria per includere con nuovo muro
il detto appezzamento di terreno.
Il
21 luglio 1847
venne inaugurato il tratto ferroviario Pontedera-Empoli.
Nessuno era contento: né i contadini né i barrocciai né i
vetturali.
Tutte le settimane la Gendarmeria doveva registrare seri
danneggiamenti a carico dei binari.
Vetturali, barrocciai, navicellai e mezzadri, messi su dai
proprietari terrieri fecero causa comune con gli avversari del
granduca Leopoldo II.
Il culmine fu raggiunto con l’incendio della stazione di
Empoli.
Ci vollero molti anni prima che i contadini capissero che la
“vaporiera” non danneggiava affatto i campi. A Fucecchio,
tanto poter ribadire la nostra avversione alla ferrovia, era
stato inventato questo aneddoto. Il granduca Leopoldo II°
durante una battuta di caccia in Padule avrebbe chiesto agli
accompagnatori fucecchiesi:
- Preferite la Fiera dei cavalli o la ferrovia al di qua
dell’Arno?
Di rimando i Fucecchiesi risposero senza esitazione:
- La Fiera dei cavalli.
Il
4 settembre 1847
venne istituita anche a Fucecchio la GUARDIA CIVICA che per i
Fucecchiesi costituì una grande conquista.
I cittadini videro
finalmente coronato il loro grande desiderio di avere per tutelatori dell’ordine pubblico gente di casa propria.
Piacque meno ai canonici perché chiamati a contribuire alle
spese.
Il
5 settembre 1847
fu giorno di grande tripudio per Fucecchio. Si seppe che il
giorno prima, a conclusione di un vasto moto riformatore
iniziato il 6 maggio con la concessione della libertà di
stampa, seguito dalla riforma dei Comuni e da quella della
Regia Consulta, era stata istituita la GUARDIA CIVICA.
Questa istituzione piacque a tutti i Fucecchiesi perché
videro finalmente coronato il loro desiderio di avere per
tutelatori dell’ordine pubblico gente di casa nostra.
Piacque molto di meno ai canonici perché chiamati a
contribuire alle spese. Prima di pronunciarsi, i nostri
canonici vollero vedere come erano stati trattati gli altri
“luoghi pii”. Quando seppero che le Confraternite e i
parroci delle altre chiese avevano il loro contributo, si
riunirono e deliberarono di erogare annualmente a favore della
GUARDIA CIVICA, a puro titolo di oblazione, la somma di lire
duecento annue.
Le RIFORME non riportarono l’ordine.
I rapporti inviati al granduca Leopoldo II° dal Morosini sono
drammatici. In uno si legge:
“…io credo che l’emanazione pronta di una Carta
Costituzionale modellata su quella francese sia l’unica via
di salute.”
Il
25 ottobre 1847 passò
il primo TRENO dalla stazione ferroviaria LEOPOLDA di S.
PIERINO.
Venne coniato per quella occasione uno stornello che diceva:
Se tu sapessi, nonno,
hanno fatto un treno
che trenta vagoni si accatena attorno
che da Firenze in due ore va a Livorno.
Il ciclostilato distribuito durante una sfilata delle Contrade
del Palio di Fucecchio, riproduce anche un cartello contenente
l’ORARIO delle partenze da Livorno a Empoli con fermata a S.
Pierino.
Un treno partiva alle ore 8 e giungeva a S. Pierino alle ore
10;
Un altro partiva da Livorno alle ore 15 e giungeva a S.
Pierino alle ore 17.
Le stazioni intermedie erano:
LIVORNO
Pisa
Navacchio
Cascina
Pontedera
La Rotta
S. Romano
S. Pierino
Empoli
Fucecchio era collegato alla stazione ferroviaria con una
DILIGENZA che faceva servizio soltanto la mattina nei giorni
di martedì, giovedì e sabato.
Questa diligenza, trainata da cavalli, portava le persone
dalla stazione a Fucecchio ed attraversava l’Arno a bordo
del TRAGHETTO del Sordi di S. Pierino.
I prezzi della diligenza :
nell’interno £ 4,50
sull’imperiale £ 4.
Il
4 gennaio 1848
il nostro Giuseppe Montanelli dava il via al suo periodico,
prima settimanale e poi trisettimanale, dal titolo ITALIA.
Come sottotitolo recava il motto Riforma e Nazionalità.
“ Con la parola Riforma accennavo alla rivoluzione interiore
dello Stato, colla parola Nazionalità a creazione di
personalità italica e cacciata dello straniero.”
Giuseppe Montanelli prefigurava quindi una riforma molto
graduale. Riuscì a chiarire ancor meglio il suo pensiero, non
sempre limpido, affermando:
“ Proponendo riforme, intendevo si facessero tutte quelle
che la pubblica opinione fosse di mano in mano apparecchiata a
domandare e sostenere: oggi riforme di stampa, domani, la
necessità dei tempi richiedendolo, riforme costituzionali
repubblicane e sociali.”
Il
12 febbraio 1848
giunse a Fucecchio la notizia che il giorno precedente –
l’11.2.1848 – anche il nostro granduca, sull’esempio del
Re di Napoli, aveva concesso al popolo toscano la
COSTITUZIONE.
Esultarono i fucecchiesi specialmente quando seppero che il
loro concittadino Giuseppe Montanelli, trascinato
dall’esultanza dei fiorentini, salì sul monumento dedicato
a fra’ Gerolamo Savonarola in piazza S. Marco e parlò di
libertà e di indipendenza in mezzo ad un popolo festante.
La commozione dei fucecchiesi non fu suscitata dalla
concessione della Costituzione di cui pochi comprendevano la
sua portata storica bensì dal consenso e dall’entusiasmo
promossi dal nostro Montanelli. Il nome del nostro
concittadino diventò familiare in tutta l’Italia.
Infatti a Montanelli cominciarono ad arrivare lettere
d’ammirazione e d’incoraggiamento da ogni parte
d’Italia; ma al nostro arrivarono anche lettere con
richieste di aiuti di ogni genere. Un certo Giulio Bartoli di
Santa Maria a Monte desiderava che Montanelli gli vendesse un
grosso quadro raffigurante S. Martino.
Il
22 aprile 1848
il Gonfaloniere di Fucecchio Comparino Rossi redasse una nota
delle professioni commerciali, delle industrie e dei traffici
che più generalmente si conoscono nella Terra di Fucecchio.
Nel 1848 erano rimaste a Fucecchio soltanto cinque o sei
FORNACI che non avevano un lavoro permanente, ma periodico in
quanto servivano ai bisogni locali. La scarsezza del numero di
questi opifici e soprattutto la discontinuità con cui
operavano segnò la fine di una attività produttiva tipica di
Fucecchio.
Le FORNACI avevano cominciato a produrre CERAMICHE alla fine
del XIII° secolo ( l’Arno forniva argilla; le Cerbaie il
legname per i forni). La produzione di CERAMICHE raggiunse il
suo massimo livello fra il XVII° e il XVIII° secolo. Nel 1724 si
formò addirittura la Compagnia dei Vasellai sotto
l’invocazione di S. Caterina. In quell’epoca l’arte
delle STOVIGLIE contava 24 fornaci e dava lavoro a 400
persone.
Nel 1802 vi erano rimaste soltanto 2 fornaci da piatti e 5 da
mattoni.
La nota di Comparino Rossi registra anche l’agonia di
un’altra attività tipica di Fucecchio: la tessitura del
FRUSTAGNO (lino + cotone). Delle 40 botteghe che davano lavoro
a 300 persone, nel 1848 ne erano già “fallite” 20. Un
vero disastro economico. Sempre in riferimento al 1848 a
Fucecchio vi erano:
- 7 tintorie
- 2 osterie e una locanda
- 3 farmacie
- 10 botteghe di chincaglieria e merceria
- 6 caffè o bar
- 1 sala da biliardo (nel Poggetto)
- 7 ombrellai
- 2 macellai
- 2 sellai
- 3 cappellai
- 50 fra bettolieri, vinai, tavernai, pizzicagnoli, salumai e
venditori di commestibili.
Il
29 maggio 1848,
nel quadro della prima guerra di indipendenza, si concluse
tragicamente la vicenda dei volontari toscani a Curtatone e
Montanara (Mantova).
Dopo il 23 marzo 1848, data di inizio della prima guerra di
indipendenza, da Pisa partirono due colonne di studenti
universitari guidate da Giuseppe Montanelli che il Granduca
Leopoldo II° aveva lasciato partire perché si unissero alle
truppe del Re del Piemonte Carlo Alberto.
Dopo giorni e giorni di marcia le due colonne si riunirono in
Lombardia nella speranza di essere incorporati nell’esercito
piemontese.
Carlo Alberto, temendo la indisciplina degli universitari
toscani, non lo consentì. I nostri, allora, presero campo a
destra dell’esercito piemontese occupando due casali:
Curtatone e Montanara. I Toscani erano 5.000. I volontari
erano 3.000 e le truppe granducali erano costituite da 2.000
fanti, 180 cavalieri e 9 pezzi d’artiglieria.
A seguito della defezione granducale, il 29 aprile i 21800
soldati regolari toscani rientrarono in patria. Rimasero sul
campo di battaglia soltanto i 3.000 volontari.
Il 29 maggio 1848, gli Austriaci, in numero di 30.000
aggirarono Curtatone e Montanara. Montanelli e la sua
Compagnia rimasero accerchiati. Piuttosto che arrendersi,
Montanelli decise di ritirarsi continuando a combattere in una
casetta. Era con lui il giovanissimo figliastro PARRA che
venne ferito mortalmente durante il combattimento. Disperato
ed angosciato, il nostro concittadino afferrò il fucile e si
inoltrò nella mischia sparando con cieco furore. Ferito alla
spalla sinistra e convinto di dover morire, disse ai
soccorritori:
- Farete fede che io caddi guardando il nemico.
Subito dopo venne preso prigioniero dagli Austriaci che lo
curarono e lo inviarono nel campo di prigionia ad Insbruk.
Il
9 ottobre 1848
i fucecchiesi vennero a conoscenza dell’operazione compiuta
a Livorno, il giorno precedente, dal concittadino prof.
Giuseppe Montanelli e ne furono molto compiaciuti.
L’8 ottobre Livorno era insorta contro il Granduca. Il
Granduca non sapendo come placare gli animi dei livornesi
affidò questa difficile missione al nostro Giuseppe
Montanelli.
Giuseppe Montanelli compì il miracolo con un discorso molto
calibrato che riscosse il consenso e gli applausi dei
Livornesi.
Il testo del discorso è gelosamente custodito nell’Archivio
Storico di Fucecchio.
Questi gli antefatti della missione compiuta a Livorno:
- Eletto al suo ritorno dalla prigionia austriaca dopo la
sfortunata battaglia di Curtatone e Montanara, a Giuseppe
Montanelli venne offerta dal Granduca Leopoldo II° la
Vicepresidenza delle Camere. Montanelli la rifiutò perché
preferiva lottare anziché essere imbalsamato su di uno
scranno.
- A ottobre Livorno insorse. Il Granduca inviò nella città
labronica un contingente di truppe che però non seppe
ristabilire l’ordine. Montanelli riuscì a convincere il
Granduca che era stato un grave errore l’invio di truppe
nella città insorta.
- Il Granduca, allora, affidò a Giuseppe Montanelli il
Governatorato di Livorno.
- L’8 ottobre Giuseppe Montanelli si affacciò al terrazzo
del Palazzo di Governo e confessò:
-… la mia fede politica è democratica perché ritengo che
sia finita l’epoca delle classi privilegiate e che stia per
cominciare l’era dei popoli. La mia fede politica è
nazionale perché io riguardo i diversi Stati d’Italia come
parti di un tutto, come membra di un corpo: tutto si deve fare
per la nazione
I Livornesi, in preda all’euforia, al termine del discorso
in cui Montanelli aveva rilanciato l’idea della Costituente,
lo richiamò al terrazzo per applaudirlo ancora.
Il
22 ottobre 1848,
dopo che il Gabinetto Capponi era caduto miserabilmente, il
Granduca Leopoldo II° chiamò il nostro Giuseppe Montanelli e
gli affidò l’incarico di Primo Ministro.
Montanelli accettò pur sapendo che avrebbe dovuto far fronte
alle pressioni del granduca e a quelle dei liberali e
soprattutto a quelle dell’amico Giuseppe Garibaldi.
Le sollecitazioni di quest’ultimo furono procrastinate con
la sola giustificazione che il Governo non era stato ancora
ratificato.
“Per il momento non siamo Autorità costituita e non
possiamo emettere decreti” scriveva Montanelli anche
all’amico Isolani.
Subito dopo la ratifica gli scrisse:
“ Il programma è stato accettato e sarà letto fra pochi
minuti al Consiglio”
E dopo la lettura telegrafò:
“ In Consiglio e Senato letto il programma fra gli aplausi
universali. La folla era grande e ha applaudito ai ministri”
Tra i ministri, il livornese Guerrazzi.
Lo stesso giorno, preoccupato dell’Ordine pubblico scrisse
al Dell’Hoste:
“Adoperati perché non seguano dimostrazioni contro il
Prefetto e contro il Comandante della Civica. Il popolo stia
certo che il nuovo Ministero provvederà a tutto.”
Il 27 ottobre il nuovo Ministero, con decreto del granduca,
ebbe il suo effettivo potere.
Il
29 ottobre 1848
la moglie del granduca lorenese Leopoldo II°, Maria Antonia,
scrisse una lettera al marito per confessargli la diffidenza
che aveva suscitato in lei il discorso programmatico del Primo
Ministro Giuseppe Montanelli.
Il
25 dicembre 1848
il nostro Giuseppe Montanelli, Presidente del Consiglio del
Granducato di Toscana, tornò a Fucecchio per passare “il
Ceppo” con i suoi familiari.
Aveva fatto di tutto per tenere celata la sua venuta, ma il
popolo lo indovinò.
In un attimo la popolazione si riunì per andare ad
incontrarlo per la via d’Empoli (Cesare Battisti).
Tutte le finestre furono addobbate con tappeti; festoni di
lauro incorniciavano le porte; di quando in quando si potevano
scorgere delle ghirlande che recavano questa scritta:
W LA COSTITUZIONE ITALIANA. W IL MINISTRO DEMOCRATICO
Montanelli arrivò alla sua casa fra gli applausi del popolo
che chiese a viva forza di ascoltare un suo discorso.
Montanelli, pur essendo stanco, non poté fare a meno di dire
qualcosa.
Ossequiato dalle autorità comunali e dall’arciprete della
Collegiata, nel pomeriggio il nostro Montanelli si recò a S.
Croce sull’Arno accompagnato dalla Guardia Civica, dalla
Banda e dalla popolazione benché piovesse a dirotto.
A Santa Croce, Montanelli venne ricevuto dal Gonfaloniere e da
tutta la popolazione festante. Il nostro concittadino tenne un
discorso e si commosse nel vedere le due popolazioni unite nel
suo nome come una sola famiglia: cosa che non era mai avvenuta
e che forse non si è più ripetuta.
Il
21 febbraio 1849
il granduca Leopoldo II°, imbarcatoi a S. Stefano dove si era
rifugiato i 7 febbraio, si diresse alla volta di Gaeta
lasciando così la su Toscana. Perché?
Il 23 gennaio 1849 il Parlamento toscano aveva approvato la
legge per la elezione dei deputati alla COSTITUENTE italiana.
Era questo un punto cardinale del Programma a suo tempo
presentato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Montanelli,
fucecchiese.
Il Granduca Leopoldo II°, ritrattandosi e temendo una razione
negativa della Chiesa si ritirò a Siena fingendosi malato.
Invano Guerrazzi e Montanelli, portatisi a Siena, cercarono di
capire. Il granduca seppe simulare molto bene.
Quando il 7 febbraio 1849 lasciò Siena fece recapitare a
Giuseppe Montanelli due lettere esplicative.
Il giorno dopo, l’8 febbraio, adunate in fretta le Camere,
venne dichiarato decaduto il Granduca e fu eletto un Governo
provvisorio, quello del triumvirato Montanelli, Guerrazzi e
Mazzoni.
Quello stesso giorno i tre sottoscrissero il seguente Bando:
“ Il Principe in cui voi prodigaste tesori di affetto vi ha
abbandonato. E vi ha abbandonato nei supremi momenti nel
pericolo. I Principi passano, i popoli restano.
Il Popolo e le Assemblee ci hanno eletto a reggere il Governo
Provvisorio della Toscana.”
( Masani- pp.350 e 351)
Il
15 marzo 1849
i fucecchiesi poterono leggere il PROCLAMA del Governo
Provvisorio della Toscana nominato l’8 febbraio 1849 e
presieduto dal triunvirato Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni.
Il PROCLAMA diceva
“Toscani! L’armistizio di Salasco (firmato nell’agosto
1848) è rotto (12 marzo 1849), il Duca di Modena fuggito,
la Valle del Po rimbomba del tuono del cannone italiano.
Sangue di fratelli si versa a quest’ora per la salute della
patria”
Furono questi giorni intensamente drammatici per la nostra
popolazione. Benché tutti fossero compatti con il nostro
Giuseppe Montanelli nessuno poteva nascondersi l’eventualità
di un intervento dell’esercito austriaco per riportare sul
trono della Toscana il granduca Leopoldo II fuggito a Gaeta.
Quando si seppe che il Re del Piemonte aveva rotto
l’armistizio di Salasco il morale del nostro Giuseppe
Montanelli salì alle stelle. E naturalmente simpatizzò
subito per i Piemontesi.
Il Triunvirato che non poteva immaginare che questa guerra
sarebbe durata soltanto 12 giorni (12-23 marzo 1849),
sentenziò
“ E’ necessario che tutti i cuori toscani battano
all’unisono in un palpito solo… e questo palpito sia
guerra. Su, per Dio, su, la vostra madre che vi chiama non è
in casa.”
(Masani pag.361)
Il
19 marzo 1849,
saputo che il re del Piemonte, Carlo Alberto. Aveva denunciato
l’armistizio di Salasco, Giuseppe Montanelli era talmente
elettrizzato che scrisse:
“I Piemontesi scendono alla vendette d’Italia. Essi non
hanno detto accompagnateci, ma seguiteci. Viva il Piemonte! I
tempi corrono gravi. Abbiamo di contro un nemico gagliardo.
Quello che la Patria vuole, Dio lo vuole.”
Successivamente, ma nell’arco della medesima giornata,
Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni scrissero:
“E’ necessario che tutti i cuori battino (sic)
all’unisono un palpito solo.. e questo palpito sia GUERRA.
Su per Dio, su, la vostra Madre che vi chiama non è in
casa.”
Nella
notte tra l’11 e il 12 aprile 1849,
un movimento controrivoluzionario, con il consenso quasi
unanime della popolazione, pose fine al Governo provvisorio
della Repubblica Toscana eletto dalle Camere un mese prima e
precisamente l’8 febbraio 1849.
Il Guerrazzi, unico triunviro presente a Firenze (gli altri
erano il Mazzoni ed il nostro Giuseppe Montanelli), venne
arrestato e rinchiuso nel carcere di Belvedere.
Mazzoni era riuscito a fuggire. Il nostro Giuseppe Montanelli
era andato a Parigi e si riprometteva di raggiungere anche
Londra per cercare aiuti finanziari e militari per poter
fronte alla truppe austriache invocate dal granduca Leopoldo
II°, in esilio a Gaeta.
La situazione della neonata Repubblica Toscana era precipitata
no appena gli Austriaci si affacciarono ai confini della
Toscana.
Il 19 marzo 1849 re Carlo Alberto aveva ripreso le ostilità
contro gli Austriaci e i Toscani sperarono in un
alleggerimento della pressione austriaca, ma la guerra si
concluse il giorni 23 marzo con la sconfitta piemontese.
Guerrazzi, il 28 marzo, venne nominato dittatore della
Toscana. L’esercito toscano si sfaldò: migliaia furono i
disertori; mancavano le armi; le popolazioni si ribellarono al
potere repubblicano. Anche i Fucecchiese si ribellarono e a
mezzogiorno del 12 aprile, mentre le campane suonavano a
distesa, alcuni popolani rimisero a posto lo stemma granducale
fra le esclamazioni del popolo.
Il
28 luglio 1849,
dopo la conclusione negativa della Prima Guerra di
Indipendenza, mentre il Guerrazzi era in carcere e il nostro
Giuseppe Montanelli si trovava esule in Franci, ritornò a
Firenze, dopo 5 mesi di dolorosa separazione, il granduca
Leopoldo II° di Lorena vestito del Sacro Ordine Militare di S.
Stefano ed accompagnata dalla diletta e svagata consorte Maria
Antonietta.
Il
29 gennaio 1850
venne inaugurato dall’organista M° Emilio Conti il nuovo
organo della Collegiata.
Nella nuova Collegiata, inaugurata nel 1787, era stato
rimontato l’organo della Collegiata demolita, un TRONCI.
Nel 1845 quell’organo “faceva acqua” da tutte le parti.
Il Capitolo della Collegiata, allora, deliberò di installare
nella Collegiata un organo nuovo.
Vennero interpellati tre organari: gli eredi Tronci, il Ducci
e l’Agati.
I preventivi, specialmente quello dell’Agati, erano davvero
salati.
Il Capitolo stava per arrendersi e per rinunciare ad un nuovo
organo, quando intervenne la Compagnia di S. Candido che si
assunse l’onere della quasi totalità della spesa. Fu la
Compagnia di S. Candido che optò per l’Agati.
Alla fine del 1849 l’organo era pronto. Mancavano gli ultimi
ritocchi. Sarebbe stato inaugurato a Natale se una grave
malattia non avesse colpito l’Agati.
Soltanto nella seconda quindicina del gennaio 1850, l’Agati
fu autorizzato dal medico curante a portarsi a Fucecchio per
dare gli ultimi ritocchi al suo organo nuovo di zecca. Per
questo l’Organo venne inaugurato il 29 gennaio. ( Masani-
pagg. 332-333-370 )
Il
2 settembre 1850,
riflettendo sulla sua irrequietezza che circolava ormai nel
nostro ambiente., il prete di Stabbia, ricorrendo la festa di
S. Stefano d’Ungheria, disse rivolto ai fedeli:
“Questa mattina ricorre la festa di questi porci RE. Se
dovessi pregare per l’imperatore rinnegherei prima Cristo.
Un’altra volta gridò al sagrestano prima di una cerimonia:
- Maledetti il papa e Leopoldo I che hanno messo la peste.”
Il
3 settembre 1850
un gruppo di Empolesi venne e giocare “al palloncino” con
la squadra fucecchiese.
Il gioco procedeva regolarmente con tanto di calore
campanilistico, necessario in certi giochi, quando
improvvisamente Fucecchiesi ed Empolesi vennero a diverbio a
causa di una palla che gli Empolesi affermavano essere andata
in fallo mentre i Fucecchiesi il contrario.
Gli Empolesi, allora, ricorsero alle minacce e, poiché era
certo che alle minacce avrebbero fatto seguito i fatti, a i
Fucecchiesi “convenne accordare e menar buono tutto quello
che essi vollero facendo monte alla partita mentre per
giustizia la palla era buona”.
I Fucecchiesi, però, si ripresero subito la rivincita
“decidendo di non giocare più con gli Empolesi”.
Il
4 febbraio 1853
(data presunta) il nostro Comune fu uno dei primi della
Toscana ad avvertire l’esigenza di una maggiore diffusione
della cultura. Per questa ragione istituì una Scuola
Secondaria con l’insegnamento del latino.
Per 37 anni aveva svolto il ruolo di insegnante di retorica,
grammatica, umanità, italiano e latino il canonico Gaetano
Maria Rosati senza chiedere mai una maggiorazione di
stipendio. Ogni giorno, per quattro ore, due al mattino e due
nel pomeriggio il nostro canonico aveva impartito lezioni ai
giovani del nostro paese il cui numero era oscillato tra le 12
e le 30 unità. Nell’arco di questo tempo il Rosati aveva
contratto diversi inconvenienti: catarro bronchiale,
ipertrofia del ventricolo sinistro ed ernia ombelicale.
Al momento dell’istituzione della Scuola Secondaria il
canonico Rosati chiese di essere esonerato
dall’insegnamento. Il Gonfaloniere, però, non dette esito
alla supplica e il Rosati continuò per altri 20 anni il
faticoso lavoro sia pure protestando e lamentandosi.
L’1
febbraio 1853
un gruppo di notabili fucecchiesi costituì una Società
Anonima per Azioni per la costruzione di PONTE SOSPESO A FILI
DI FERRO sull’esempio di quelli edificati presso la città
di Firenze.
Il progetto elaborato dagli ingegneri Carlo Capei e Carlo
Gatteschi venne trasmesso alle autorità competenti e fu
approvato il 23 aprile 1861.
I lavori per la costruzione del ponte sospeso a fili di ferro
furono iniziati dall’impresa Antonini il 19 agosto 1861.
A causa delle controversie insorte fra l’impresario Antonini
e la Società Anonima i lavori procedettero a rilento. Stanco
di tutte le diatribe, l’impresario Antonini nel 1863 sciolse
il contratto, rimettendoci fior di quattrini. Si ritirò anche
l’ingegner Capei.
Il 4 febbraio 1865 la Società anonima rigettò il progetto
del PONTE SOSPESO A FILI DI FERRO e deliberò la costruzione
di un ponte in muratura.
Poiché i notabili dell’Anonima non riuscirono a vendere un
congruo numero di azioni per portare il capitale dalle 100.000
alle 140.000 lire sottoscrissero l’atto di rinuncia della
costruzione del PONTE DI FUCECCHIO IN MURATURA.
( Bollettino
storico n.3)
Il
9 giugno 1853
la MADONNA DI PIAZZA, di cui era ancora proprietario il
Comune, venne di nuovo trasferita processionalmente dalla sua
nicchia, sul lato sinistro del Palazzo Comunale (Liceo
Scientifico) nell’attuale Piazza Vittorio Veneto, nella
chiesa Collegiata per supplicarla allo scopo di far cessare le
incessanti piogge minacciose e di allontanare la crittogama
delle viti che da due anni le divorava.
Il 16 giugno benne ricollocata nella sua nicchia sulla
facciata del Palazzo Comunale
La devozione per la Madonna di Piazza si era manifestata anche
nel 1817 in occasione dell’epidemia di TIFO PETECCHIALE.
A lei ricorsero anche i forestieri, specialmente i livornesi,
quando nel 1835 venne trasferita temporaneamente sull’altar
maggiore per scongiurare l’epidemia di COLERA.
Il
7 luglio 1854
“ il reverendissimo Capitolo della Collegiata collegialmente
adunato si portò, presieduto dalla Croce, al suono di tutte
le campane della Collegiata anzidetta, alla chiesa di S.
Salvatore di detta Terra, ed ivi giunto e segnatamente
all’altare , ove stato sempre solito custodirsi e
conservarsi l’immagine ed ivi ricevé dall’Ill/mo signor
Giuseppe Lampaggi di Fucecchio, Operaio del Monastero
suddetto, la predetta venerata Immagine e solennemente
procedendo la trasportò nella chiesa Collegiata, collocandola
all’altare di S. Sebastiano, con molta frequenza del Popolo
accorso a questa sacra funzione svoltasi il 7 aprile 1854.”
Nel 1854, dovendosi restaurare l’interno della chiesa di S.
Salvatore e non intendendo privare il Popolo di Fucecchio
della libra facoltà di offrire le sue orazioni davanti al
venerato Simulacro e non volendo neppure esporre il crocifisso
ligneo ai rischi derivanti dai lavori suddetti, ma procurare
che quello si conservi con la decenza e rispetto che gli è
stato sempre portato, il Rappresentante del Monastero ricorse
al Reverendissimo Capitolo della chiesa Collegiata pregandolo
di volersi degnare di ricevere il santissimo Crocifisso nella
propria chiesa.
Il
2 agosto 1854,
alle ore 11 di mattina, mentre veniva calata dall’altar
maggiore della Collegiata, l’URNA contenente il corpo in
scheletro di S. Candido, che era rimasto esposto per 3 giorni
a seguito di un Ottavario voluto dalla cittadinanza per
impetrare la PIOGGIA, si ruppe in varie parti e lo scheletro
franò sugli scalini dell’altare.
L’arciprete Silvestro Montanelli denunciò l’accaduto al
Vescovo di S. Miniato e lo supplicò di venire a Fucecchio per
procedere alla ricognizione dello scheletro del santo che era
stato chiuso provvisoriamente, insieme agli avanzi
dell’urna, nel “locale” dove si era sempre conservato
(sotto l’altar maggiore) ed i cui residui e sportelli erano
stati sigillati con ceralacca rossa avente l’impronta dello
stemma capitolare e di quello del Comune di Fucecchio come
risulta dal verbale firmato dall’arciprete Silvestro
Montanelli, dal Gonfaloniere Silvestro Checchi, dal dottor
Niccodemo Trivellini e da Niccolò Lensi, Operai, e dai
testimoni Oliviero Lotti e Arturo Rosati.
Il vescovo, non potendo venire, delegò l’arciprete ed il
canonico Gaetano Maria rosati alla rottura dei sigilli e
all’estrazione del corpo del santo dall’urna per riporlo
in un’altra urna alla presenza dei firmatari del primo
verbale. Il Vescovo chiese anche un verbale relativo
all’opera di traslazione.
Durante la cerimonia per il trasferimento dello scheletro di
S. Candido nell’Urna nuova, l’arciprete invitò il dott.
Ranieri Montanelli a fare la ricognizione del corpo del santo
per vedere se si erano rotte le ossa o particelle di esse.
Il dott. Montanelli non lo trovò mancante di alcune parti
ossee, m suturato in diversi punti, rotte le falangi dei diti
indice, medio e anulare della mano sinistra ed il femore e la
tibia della gamba sinistra.
Tutti i frammenti delle dette parti frantumate furono raccolti
e posti nella nuova urna e sigillati col sigillo vescovile.
L’arciprete esaminò l’ampolla del sangue che
nell’AUTENTICA si dice annessa al Corpo del Santo. Essa fu
trovata ridotta in pezzi; ed il sangue, pietrificato in parte
alle pareti dell’ampolla in parte polverizzato e sparso sul
piano dell’Urna, fu raccolto insieme ai frammenti
dell’ampolla, chiuso e sigillato in due carte col sigillo
vescovile e posto nell’urna predetta che venne collocata
sotto l’altar maggiore.
Il
10 agosto 1854
si riunirono in una stanza fresca della casa di campagna, a
Torre, di Carlo Landini i membri della Società per azioni per
la costruzione di un PONTE sull’Arno sospeso a fili di ferro
presso lo scalo di Fucecchio. Essi erano l’avvocato Giuseppe
Banti, il dottor Pietro Trivellini, Francesco Montanelli,
Stefano Marchiani, Carlo Landini, l’avvocato Giuseppe
Marrucchi, Cipriano e Vincenzo Banti e il dottor Raimondo
Lampaggi.
La Società era costretta all’inoperosità dalla burocrazia
granducale che era poco tempestiva nel concedere le licenze di
costruzione di ponti e dall’ostruzionismo dei proprietari di
quei terreni che dovevano essere espropriati per allargare la
strada che avrebbe condotto al ponte. I proprietari in
questione erano:
Tommaso, Odoardo e Gregorio Panicacci Giuseppe e Luigi
Majonchi
Emilio e Giuseppe Bassi Paolina Banti
Il Principe don Tommaso Corsini il Marchese Piero Azzolino
Maria Giuseppa Lavajani Aleotti Luigi e Vincenza della Bianca
La Collegiata di Fucecchio la chiesa di Gavena
Le famiglie Bonistalli e Polandri
Nel corso della riunione furono sottolineate anche le
difficoltà create dall’erigendo ospedale per la vendita
delle azioni.
Tutto sembrava congiurare contro la costruzione del ponte: non
ultima la notizia della epidemia di COLERA che stava per
investire anche la Toscana
A conclusone della riunione, tenendo conto di tutti i fattori
ostacolanti, i membri della Società decisero di procrastinare
l’operazione volta ad ottenere in tempi rapidi la licenza di
costruzione.
Il
16 agosto 1854
il Delegato di Governo di Fucecchio, Paperini, trasmise alla
Prefettura di Firenze il solito resoconto sullo stato di
salute del circondario in allarme per l’annunciata invasione
dell’epidemia di COLERA. Il Circondario sotto la tutela del
Delegato di Governo comprendeva i comuni di Fucecchio, Cerreto
Guidi, Vinci, Santa Croce, Castelfranco, S. Maria a Monte e
Montecalvoli.
Questo il testo del resoconto trasmesso in data 16 agosto
1854:
“ Di morbo asiatico (COLERA), nemmeno il sospetto. Le
malattie endemiche non progrediscono. Continuano le misure
igieniche cautelative. Dal 9 al 15 agosto sono state
effettuate visite nelle botteghe di tutto il Circondario. Sono
stati trovati 10 fiaschi di vino artefatto e un pezzo di
prosciutto avariato. Dai capoluoghi dei sette Comuni sono
stati sgombrati i depositi di cannuccia e pattume e sistemati
in campagna. A Fucecchio è stata tolta la rivendita di pesce
in Piazza Collegiata, surrogata dall’altra più piccola, in
via detta Sambuca (Piazza Cavour)
Il
13 ottobre 1854
il Comune stipulò il contratto per l’acquisto del palazzo
Montanelli-Ducci posto in Borghetto ( Via La Marmora)
In tale Palazzo vennero sistemati gli Uffici della Cancelleria
(Municipio) e gli appartamenti del Cancelliere (segretario
Comunale) e del suo aiuto a partire dall’anno successivo a
quello del contratto.
Dal 1699 fino al 1855 il Palazzo Comunale occupava la metà
dell’attuale Palazzo che copre il lato della Piazza Vittorio
Veneto che congiunge via del Cassero con Via Mario Sbrilli.
Poiché tale fabbricato era insufficiente e per niente consono
alle civiche funzioni, venne deciso l’acquisto del Palazzo
Montanelli-Ducci per 3.960 scudi.
Tale somma venne corrisposta ai cinque creditori di Antonio
Montanelli- Ducci essendo il Palazzo interamente ipotecato.
I lavori di restauro e di riduzione del palazzo a scopi civici
vennero assegnati all’impresario edile locale Lucullo Bongi
che sulla somma preventivata di 886 lire praticò uno sconto
del 33%.
Il PIANO TERRA( 6 stanze, 2 cantine e mezzo orto) venne
ridotto a quartiere dell’aiuto-cancelliere che doveva
corrispondere al Comune 240 lire annue quale canone di
affitto.
Al PRIMO PIANO vennero sistemati tutti gli uffici, il Salone
per le riunioni consiliari e l’Archivio.
Il SECONDO PIANO formato da 10 stanze venne ridotto a
quartiere per il cancelliere a cui vennero anche assegnati 2
cantine e mezzo orto. Il Cancelliere doveva pagare un canone
annuo di 600 lire.
Il
3 gennaio 1855
fece il suo ingresso nella cattedrale di S. Miniato, in qualità
di vescovo, monsignor Francesco Maria Alli Maccarani.
Presenziava alla cerimonia anche il canonico fucecchiese
Gaetano Maria Rosati, parroco di S. Maria delle Vedute in
Fucecchio dal 13 gennaio 1840.
Il canonico Rosati invitò il nuovo vescovo a Fucecchio per la
inaugurazione dell’OSPEDALE che sarebbe avvenuta in estate.
Il vescovo “fece orecchie da mercante” e non promise la
sua presenza in occasione dell’inaugurazione dell’ospedale
fucecchiese.
Fino dal 1830 il canonico Rosati aveva capito che Fucecchio
aveva bisogno di un ospedale. Troppa gente moriva per mancanza
di cure. Pensava ai bambini, ai miserabili che vivevano nei
tuguri di Gattavaia e degli Ortacci, di S. Andrea e della
Greppa, del Cassero e di Cammullia.
Nel 1834 mise a disposizione degli infermi più poveri una sua
stanza nell’attuale vicolo dello spedalino. Il canonico
stesso provvedeva a far curare questi infermi che venivano
dimessi soltanto quando erano guariti. Ben presto la stanza si
rivelò insufficiente ad accogliere gli infermi che in numero
sempre maggiore bussavano alla porta.
Fu allora che nel canonico Rosati maturò l’idea di
costruire un vero e proprio ospedale.
Nel luglio del 1836 riuscì a far firmare a 57 possidenti di
Fucecchio un atto notarile con il quale si impegnavano a
versare una certa somma a favore del futuro ospedale.
Un anno dopo, i 57 notabili si riunirono in una sala del
Palazzo Pretorio e concessero ampio mandato, in vista della
costruzione dell’ospedale, al canonico Rosati e Niccodemo
Trivellini e Giovanni Bardzsky, stretti collaboratori del
canonico.
Per la soluzione del problema dell’ubicazione del
fabbricato, vedi 4 gennaio.
(Erba d’Arno n. 24-25: Colera
morbus)
La
mattina del 21 maggio 1855
il Delegato di Governo (il capo della polizia politica) di
Fucecchio condannò Pietro Carmignani, detto Barcocchio, a 20
giorni di carcere e Pietro Del Terra, detto Nocchino, a 40
giorni.
Erano stati trovati a giro per il paese, di notte, in stato di
ubriachezza.
A Fucecchio, nelle notti di luna piena i lampioni non venivano
accesi: era un espediente del Gonfaloniere (sindaco) per
risparmiare. Invece, quando la luna non c’era venivano
accesi dall’Ave Maria della sera e venivano spenti all’Ave
Maria del mattino. La gente ne approfittava per uscire e
compiere attività illecite.
Usciva di casa anche chi non avrebbe dovuto, gente che aveva
avuto a che fare con la Legge. Dai paesi vicini arrivavano
tipi poco raccomandabili.
Barcocchio, che era delle Calle, avrebbe dovuto osservare il
“precetto serale” e starsene chiuso in casa. A Fucecchio
aveva un amico, Nocchino, e nelle sere di luna andava a
trovarlo per un bicchiere di vino, tanti discorsi politici e
due passi in Gattavaia e negli Ortacci rasentando i muri di
quelle case che il Comune aveva deliberato di demolire fin dal
1849, ma che invece erano sempre lì, ricettacolo di diarree,
tubercolosi, sifilide e pellagra: anche quella con il diavolo
dipinto nell’andito, guardata con paura.
Parlavano del Granduca Leopoldo II°, del professor Giuseppe
Montanelli, di Guerrazzi. Ricordavano il dolore per la morte
annunciata, ma non vera, di Giuseppe Montanelli, ferito a
Curtatone e poi prigioniero ad Insbruk.
Ricordavano il pianto disperato di Virginia Marradi, la prima
donna a Fucecchio, a scendere in piazza per manifestare idee
di libertà. Ora era ridotta a trascorrere gran parte della
giornata in casa e ad aver paura anche degli amici, per sé e
per il figlio Virgilio.
I loro discorsi scivolavano poi sui preti e giù a dirne di
cotte e di crude, feroci con il Capitolo della Collegiata, un
vero nido di vipere.
Parlavano, Barcocchio e Nocchino, nel silenzio della sera di
primavera, resi imprudenti da un bicchiere di vino di troppo.
E quando videro i gendarmi, era troppo tardi.
Il
2 giugno 1855
la mendicante Agnese Daddi che viveva in una lurida stanza con
la madre anziana e cieca, all’alba, sebbene non si sentisse
bene, andò ad accattare a S. Croce sull’Arno. Lì giunta,
si sentì molto male e fu costretta a ritornare a Fucecchio.
Si stese nel giaciglio e nottetempo morì di COLERA.
Era il primo caso di colera che colpiva Fucecchio nonostante
che tale malattia infierisse in ogni regione.
I fratelli Ciardini, Bartolomeo ed Ulivo, provvidero alla
sepoltura di Agnese.
La notte successiva morì anche la madre di Agnese. Nessuno,
però, pensò al colera.
Anche i due fratelli Ciardini, che abitavano fuori paese,
morirono. Nemmeno questa volta nessuno sospettò che si
trattasse di colera.
Ma verso il 15 giugno, in Gattavaia, morì una sposa di 44
anni , Enrichetta Marradi, che lasciò 6 figli.
A Fucecchio si cominciò a temere la presenza del terribile
morbo. Le rondini, come per incanto, scomparvero. Il timore
del contagio divise le persone e gli stessi membri delle
famiglie. Il timore si tramutò in terrore quando nel sobborgo
della Ferruzza caddero malate intere famiglie.
Fucecchio intero venne colpito dal terribile flagello reso
ancor più macabro da una interminabile siccità.
Furono colpiti da colera 169 maschi e 192 femmine. I morti
assommarono a 128.
Il
3 giugno 1855
un’epidemia di COLERA –febbre, vomito e diarrea –
cominciò a mietere la prima delle 128 vittime, certa Agnese
Daddi, una mendicante che, insieme alla madre cieca, abitava
in una lurida stanza. Di ritorno da Santa Croce, dove si era
recata a mendicare, sfinita, si distese nel giaciglio e dopo
la mezzanotte morì, vegliata dalla madre impietrita dal
dolore. Successivamente morirono i fratelli Bartolomeo ed
Ulivo Ciardini, due scapoli poverissimi che avevano provveduto
al seppellimento delle due donne.
Il colera incominciò ad infierire in Fucecchio a metà giugno
specialmente in Via Gattavaia, la via dei miserabili
Vennero colpiti 169 maschi e 192 femmine.
Si prodigarono come nessuno i medici Giovanni Montanelli, il
Freschi, ma soprattutto Edoardo Turchetti, di S. Croce, che
nel 1856 venne insignito dal Granduca Leopoldo II° di medaglia
al merito per l’assistenza prestata ai colerosi.
Anche il Gonfaloniere (sindaco) Cecchi e gli altri notabili
si prodigarono in mille modi per provvedere e alla
disinfezione dei pozzi e dei locali pubblici e
all’assistenza degli orfani, dei colpiti e dei defunti.
Il canonico Rosati ordinò l’apertura anticipata del
costruendo Ospedale S. Pietro Igneo.
Il
22 luglio 1855
gli organi centrali del granducato approvarono la
deliberazione della deputazione sanitaria di Fucecchio che
prevedeva e l’attivazione dello spedale locale S. Pietro
Igneo in fase di ultimazione per la cura dei COLEROSI e la
destinazione dei medici Montanelli e Freschi alla cura dei
colerosi nello spedale medesimo e l’esecuzione della
nettezza urbana con la rimozione di ogni deposito di materiale
di facile fermentazione e di fetenti esalazioni e la
disinfestazione delle abitazioni dei colerosi e degli oggetti
serviti ai medesimi e l’assistenza dei colerosi miserabili
degli altri popoli del territorio comunitario al proprio
domicilio a spese del Comune e la sorveglianza continua sulla
salubrità delle bevande e dei generi alimentarti.
Il Gonfaloniere (sindaco) Silvestro Checchi ottenne in
prestito per il LAZZERETTO sistemato nell’ospedale S. Pietro
Igneo 37 letti del Regio Arcispedale di S. Maria Nova di
Firenze.
La Commissione Sanitaria aumentò il numero dei portatori
degli infermi al lazzaretto e dei cadaveri al cimitero;
incaricò alcune persone di vegliare i cadaveri depositati del
cimitero pubblico nel corso della notte.
Nel cimitero vennero scavate fosse comuni.
Si fecero bruciare i sacconi dov’erano stati coricati i
colerosi.
I miserabili nel corso della disinfestazione delle loro
abitazioni vennero alloggiati, a spese del Comune, nei
pubblici alberghi.
Il canonico Gaetano Maria Rosati venne nominato Sovrintendente
Generale del lazzaretto realizzato nell’ospedale S. Pietro
Igneo.
Il medico dott. Tommaso Vannucci venne nominato Sovrintendente
Igienico.
Il
28 agosto 1855
segnò la fine della fase acuta del COLERA che aveva infuriato
violentissimo nel nostro paese dal 15 giugno dello stesso
anno.
361 furono le persone colpite: 128 i morti.
Tra i morti figurarono anche due donne in stato interessante.
Appena spirate vennero sottoposte a taglio cesareo per poter
battezzare sub conditione i due feti.
Le cronache del tempo esaltano l’infaticabilità del dott.
Giovanni Montanelli, del dott. Freschi, del dott. Turchetti e
del farmacista Domenico Ciardini.
Per venire in aiuto ai più diseredati, il possidente
Francesco Masani si fece promotore di una sottoscrizione per
soccorrere non solo gli ammalati, ma soprattutto i
convalescenti a cui mancavano pane, carne e medicinali.
Oltre a Masani si fecero promotori di iniziative caritative
l’arciprete Silvestro Montanelli, i dottori Trivellini, e
Lampaggi, Antonio Rosati e Giuseppe Aleotti.
Al Gonfaloniere Cecchi spettò il compito di provvedere agli
orfani, di disciplinare il trasporto dei defunti e di
provvedere ai più sprovveduti.
I benemeriti citati fecero disinfestare le case dei colpiti,
fecero spurgare i pozzi, fecero rimuovere e bruciare le
immondizie.
Il COLERA fu accompagnato da un lungo periodo di SICCITA’
che aggravò ulteriormente gli effetti dell’epidemia.
Alla fine del 1855 il COLERA era finito.
Il 28 agosto 1862 la Sottoprefettura di S. Miniato scrisse al
Delegato di Governo di Fucecchio:
“ Il Ministro dell’Interno ha diretto questo dispaccio
telegrafico:
GARIBALDI ESSENDO SBARCATO IN CALABRIA E’ PIÙ’ CHE MAI
NECESSARIA LA SORVEGLIANZA PERCHÉ’ AD OGNI COSTO SIA
IMPEDITA LA PARTENZA DEI VOLONTARI CHE VOLESSERO SEGUIRLO.
Sorvegliare ed agire prontamente”
Il
7 ottobre 1855,
con cerimonia semplice ed affrettata a causa dell’epidemia
di colera, vennero inaugurati in anticipo il seminterrato e il
piano terra dell’Ospedale S. Pietro Igneo, progettato dagli
ingegneri Domenico Guidi e Vincenzo Banti.
La cerimonia ufficiale si svolse nel marzo del 1857.
L’ospedale era nato per iniziativa e per volontà del
canonico Gaetano Mari Rosati, di Niccodemo Niccolini e di
Giovanni Bardzski.
La costruzione del fabbricato era iniziata il 14 giugno 1838.
L’ospedale, nel periodo successivo al 1855, ha subito
notevoli processi di ampliamento.
Nel 1869 venne inaugurato il Primo Piano.
Nel 1897 venne costruito il SANATORIO, sul lato destro dl
fabbricato, riservato agli ammalati di tubercolosi. Rimase
attivo per 60 anni. Venne chiuso definitivamente nel 1957.
Il 2 ottobre 1904 venne addossato al fabbricato dell’asilo
infantile, oggi portineria dell’ospedale, un RICOVERO di
MENDICITA’ per uomini e donne anziani, soppresso nel 1968.
Nel 1927 venne costruito, in prosecuzione del fabbricato del
Ricovero di Mendicità, un MANICOMIO per donne che rimase in
funzione fino al 1967.
Nel 1957 venne edificato il braccio destro dell’ospedale.
Nel 1967 venne allestito il LABORATORIO di ANALISI.
Nel 1968 vennero attivati i Reparti di OSTETRICIA e
CARDIOLOGIA.
Nel 1969 venne dato un assetto definitivo alla RADIOLOGIA.
Nel 1971 venne inaugurata nel fabbricato dell’ex Manicomio
il reparto di PEDIATRIA.
Nel 1976 entrò in funzione anche il reparto di ORTOPEDIA.
Nel 1977 venne inaugurato il CENTRO TRASFUSIONALE.
Nel 1978 venne innalzato il Secondo Piano dell’Ospedale.
Negli anni ’80 fu avviato a livello regionale un processo
detto di razionalizzazione che inaugurò certi accorpamenti di
reparti fra gli ospedali di S. Miniato e di Fucecchio.
Pediatria, Medicina ed Ostetricia vennero trasferiti da
Fucecchio a S. Miniato.
La chirurgia di S. Miniato venne accorpata nominalmente a
quella di Fucecchio. In effetti vennero creati nel nostro
ospedale due reparti di chirurgia: quello saminiatese e quello
fucecchiese.
Negli anni ’90 il nostro ospedale si è arricchito di altri
reparti:
l’UTIC, la Rianimazione, l’Urologia.
Sempre negli anni ’90 è stata soppressa la CUCINA ed è
stata ampliata la LAVANDERIA.
Il
13 ottobre 1855
il Gonfaloniere del Comune di Fucecchio, Silvestro Checchi,
acquistò per 8.177 lire aumentate del 10% la Casa ex Cocchi
di cui era diventato proprietario , nel 1854, il Regio
Ospedale di S. Maria degli Innocenti di Firenze. Tale casa si
trovava in Piazza Vittorio Veneto sul lato perimetrale Via del
Cassero Via Mario Sbrilli.
Nel contratto si legge:
“… la proprietà di casa ex Cocchi viene trasferita nelle
Comunità di Fucecchio, S. Croce, Castelfranco, S. Maria a
Monte, Montecalvoli, Cerreto Guidi, Vinci.
…La Casa ex Cocchi si innalza nella Piazza principale
precisamente a contatto della Cancelleria (palazzo Comunale),
e colla corrispondenza nel vicolo del Cassero. Si compone in
prospetto da terra a tetto di numero 4 piani compreso quello a
terreno ove tornano nell’insieme 21 stanze.”
La porta d’ingresso era in via del Cassero e c’è rimasta.
Al pianterreno c’erano 3 botteghe; al primo piano c’erano
6 stanze, due delle quali davano sulla Piazza, due sul Cassero
e due sulla corte; al secondo piano c’erano 6 stanze con
gabinetto; al terzo piano c’erano 3 stanze. Sul tetto vi era
un terrazzo scoperto con ringhiera che dominava la pianura del
Padule ed era molto panoramico.
Da qualche mese la Cancelleria era stata trasferita in Via La
Marmora.
Demolendo la Casa ex Cocchi e la Cancelleria si sarebbe aperta
l’area su cui doveva essere costruito ex novo il Palazzo
della delegazione di Governo che nel 1855 aveva la sua sede
provvisoria nell’attuale Palazzo Comparini che comprendeva
anche il fabbricato ad esso allineato in Via Castruccio.
I lavori per la costruzione del Palazzo della Delegazione di
Governo (una specie di questura politica) vennero aggiudicati
un anno dopo e precisamente 1l 30 agosto 1856.
Dopo la demolizione della Casa ex Cocchi si provvide alla
parziale demolizione della Cancelleria e al trasferimento
della Madonna di Piazza, che si trovava in corrispondenza
dell’attuale prima finestra in basso a sinistra della
facciata dell’ex Palazzo della Delegazione di Governo, nella
chiesa Collegiata.
Il
31 dicembre 1855
venne saldato il legnaiolo Gaetano Ficini per avere costruito
la BUSSOLA per la porta maggiore della chiesa di S. Salvatore.
Ai lati della porta centrale ce ne sono due laterali che
furono aperte fra il 1787 e il 1855.
Le due porte vennero ritagliate nella parte della parete di
fondo dove erano addossati due altari come appare da una
pianta del 1787.
Le due porte vennero aperte per consentire un rapido
sfollamento dalla chiesa.
Prima cioè che fosse istituita la clausura per l’avvento
delle monache Romualdine (1783) e delle clarisse di S. Andrea
(1785), i fedeli potevano uscire sia da una porta nella parete
destra della navata che immetteva nel chiostro del Monastero
di S. Salvatore sia da una porta, sulla parete sinistra, che
comunicava con la Cappella della Madonna della Croce.
La presenza di una BUSSOLA dietro la porta d’ingresso della
chiesa è documentata a partire dal 1607.
Il
primo gennaio 1856,
di pomeriggio, i fedeli che assistevano alla cerimonia
religiosa propiziatoria per il nuovo anno, alla presenza delle
autorità comunali, profanarono con mormorii, bisbigli e
proteste aperte il luogo santo.
Tutto era cominciato il giorno precedente.
La sera dell’ultimo dell’anno 1855, nel tempo in cui era
esposto l’Augustissimo Sacramento e le autorità municipali,
civili e politiche, nella loro forma solenne erano nella
chiesa Collegiata congregate con numerosa popolazione per
umiliare all’Altissimo il loro ringraziamento per il termine
dell’anno che finiva, il nuovo Arciprete indugiò a lungo in
sagrestia per aspettare pretensioni di onorificenze che
esigeva dai canonici i quali se ne stavano imperturbabili in
coro.
L’Arciprete, indignato per questa omissione di
prosternazione, si rifiutò di celebrare la solenne funzione e
ne impose la celebrazione ad un altro sacerdote che non faceva
parte del Collegio dei canonici.
La sera del ° gennaio di nuovo i canonici attesero in coro
l’ingresso dell’arciprete che doveva celebrare la solenne
funzione propiziatoria. Visto che l’attesa si prolungava, un
canonico si portò in sagrestia e cominciò a vestirsi per
celebrare la funzione. Non l’avesse mai fatto.
L’arciprete, furibondo, gli ordinò di spogliarsi
immediatamente e pregò un sacerdote, non canonico, di
vestirsi e celebrare la funzione.
Il popolo udì, si indispettì e protestò. Anche il sindaco,
il giorno dopo, vergò una lettera di protesta al nostro
vescovo perché richiamasse all’ordine questo arciprete il
quale pretendeva che i canonici, prima che ministri di Dio,
fossero suoi servi.
Il sindaco, oltre a pretendere provvedimenti nei confronti di
questo arciprete, chiese espressamente quali fossero le
prerogative del parroco e quali quelle dell’arciprete per
meglio comprendere la querelle di quel primo gennaio.
L’1
agosto 1856
venne stilato un atto col quale vennero integrati lo STATUTO e
il REGOLAMENTO del 1802 relativi alla nostra BANDA.
Questo atto voleva ovviare al fenomeno ricorrente
dell’assenteismo dei suonatori. Ecco cosa si legge nella
parte iniziale dello Statuto che si componeva di 38 Capitoli.
“ Viene istituita in questo anno 1802 una Società Musicale
non tanto per distrarre la gioventù del paese dall’ozio,
quanto per decoro e lustro del Pese stesso.”
L’atto o Statuto venne sottoscritto dai 33 dilettanti del
“Corpo riunito di Banda Musicale”.
Si parla di “Corpo riunito” perché a quel tempo, nel
1856, c’erano due bande. Quella degli ingiuesi e quella
degli insuesi.
L’accordo fu raggiunto per merito di due notabili: Antonio
Panicacci, ingiuese, ed Enrico Montanelli Ducci, insuese, che
divennero i due governatori della Banda.
L’attività dei musicanti e dei dirigenti era regolata da
171 articoli che, però, non valsero a frenare
l’indisciplina e le diserzioni.
Nel 1861 la nostra Banda fu elevata a dignità di BANDA
NAZIONALE ed ebbe l’alto onore e privilegio di portare a
complemento della montura, la sciabola e l’elmo col
pennacchio.
La sciabola, però, venne loro tolta nel 1910 perché i
musicanti, di nuovo divisi in due gruppi, - la Banda del
Frustagno e quella del Casentino ( due tipi di stoffa prodotti
a Fucecchio) – benché diretti dai fratelli Menicucci, si
prendevano regolarmente a pugni e a “spadate” ogni volta
che si incontravano.
Il
29 dicembre 1856,
approvata con il sovrano rescritto del 6 febbraio 1856, venne
istituita la FIERA DEL CARNEVALE che si svolgeva il lunedì
precedente il Berlingaccio (giovedì grasso o ultimo giorno
di Carnevale).
Tale Fiera venne abolita il 18 maggio 1866.
Il
6 gennaio 1857
l’ingegnere comunale Francesco Masani consegnò al
Gonfaloniere (sindaco) la seguente relazione che mette a nudo
un caso di abuso edilizio:
“ A seguito di diversi reclami fattimi dagli abitanti della
via delle Carbonaie presso la Piazza d’Arme – oggi
Montanelli - relativi all’arbitrio che Luigi Sgherri come
agente del R.R.P.D. di S. Nicola di Pisa ha commesso col farsi
proprio un pozzo sul suolo comunitativo, portatomi sul posto
ho effettivamente registrato che lo Sgherri ha abusivamente
costruito un muro che toglie il transito al Pubblico. Perciò
proporrei di intimare allo Sgherri l’abbattimento del muro e
di rivendicare non solo il pozzo che si è fatto proprio ma
anche la porzione di strada che occupò nella costruzione del
muro.” ( Masani – Appunti )
L’11
febbraio 1857
venne rifondata la Confraternita della Misericordia di
Fucecchio in una sala dell’Ospedale di Fucecchio dove il
canonico Gaetano Maria Rosati aveva indetto un’adunanza
preparatoria per la fondazione della Confraternita. A questa
riunione parteciparono 83 persone, tutti i notabili civili ed
ecclesiastici del paese: Erano tutte persone “abbienti”
come risulta dal rapporto che su tale adunanza fu redatto dal
dott. Odoardo Turchetti. Queste le motivazioni che indussero
gli 83 ad istituire la Confraternita per molti aspetti simile
all’associazione caritatevole sorta nel 1606 e soppressa dal
granduca lorenese nel 1790.
“ Già da molto tempo sentivasi in questa terra il desiderio
vivissimo di una pia confraternita che avesse a cura il
trasporto degli infermo agli ospedali, il sollievo dei miseri
travagliati e la decenza delle funerarie associazioni. Più
vivo ancora il desiderio facevasi, e da tutti se ne lamentava
la mancanza, nella luttuosa contingenza del CHOLERA MORBUS”.
La lista degli 83 è aperta dal canonico Gaetano Maria Rosati,
fondatore dell’ospedale e della Confraternita.
Di questa lista facevano parte ben 17 preti.
Il
13 giugno 1857
si svolse un’adunanza tempestosa del Capitolo della
Collegiata. I canonici volevano accusare l’arciprete
Montanelli e non volevano ammetterlo alla loro riunione. Il
Montanelli, cocciuto, vi volle partecipare. L’accusa mossa
contro l’arciprete era molto chiara: per 18 mesi non aveva
mai pagato la gratifica mensile al canonico Benvenuti
responsabile dell’argenteria e degli arredi sacri che
venivano conservati in un apposito armadio.
L’arciprete, inoltre, per poter disporre a suo artifizio di
argenti e di - funzione spettante al Benvenuti – si era
fatto fare una controchiave per aprire quell’armadio.
L’atmosfera si surriscaldò rapidamente.
A un certo punto entrarono nella sala capitolare i due
fratelli dell’arciprete, Giovanni e Martino. Quest’ultimo,
armato di coltello, si scagliò contro i canonici.
Fortunatamente venne fermato ed immobilizzato dai canonici
Lotti e Comparini.
Giovanni, invece, spaventò a tal punto i canonici che alcuni
svennero e altri se ne andarono.
Il vescovo assolse l’arciprete Montanelli e i due fratelli e
allontanò per 3 mesi il canonico Benvenuti.
L’11
agosto 1857
la Sottoprefettura di S. Miniato scrisse:
“Viene concesso al sacerdote Rosati il permesso di fondare
la CONFRATERNITA DELLA MISERICORDIA purché stia nell’ambito
della chiesa Collegiata.”
I proprietari dell’ORATORIO DI S. ANTONIO DA PADOVA, posto
in fondo a via Franco Bracci, residenti a Empoli, scrissero al
canonico Gaetano Maria Rosati che aveva loro richiesto l’uso
dell’Oratorio :
“Il pio Istituto di una Venerabile Confraternita che V. S.
desidera fondare dà lustro e decoro a lei che ne propone l
Uffiziatura ed al Paese che la riceve.
Noi siamo lieti che lei abbia scelto il Nostro Oratorio di S.
Antonio da Padova come locale adatto, perciò siamo lieti di
mettere tale oratorio a vostra disposizione.”
Il
20 agosto 1857,
poco prima del mezzogiorno, scese alla stazione di S. Pierino
( oggi S. Miniato –Fucecchio) il pontefice Pio IX° seguito
dal Granduca Leopoldo II° e dal principe ereditario. C’erano
a riceverlo oltre 1.500 persone, i Capitoli delle parrocchie
vicine, le autorità civili di tutti i Comuni limitrofi e le
bande di Fucecchio, Santa Croce e San Miniato.
Grande fu la commozione dei fedeli e del papa medesimo,
proveniente da Firenze e diretto a Pisa. Dopo aver ammesso al
bacio del piede le dignità del clero e i Gonfalonieri dei
vari Comuni, proseguì per Pisa.
Il
27 luglio 1858
l’Amministrazione comunale disdisse il contratto d’affitto
del Palazzo Comparini (già Galleni) in via Castruccio n. 44
che fin dal 1850 era stato ridotto a Palazzo della Delegazione
di Governo- una specie di questura politica che esercitava la
propria giurisdizione sui comuni di Fucecchio, S. Croce,
Castelfranco, S. Maria Monte, Montecalvoli, Cerreto Guidi e
Vinci-.
Il contratto d’affitto venne disdetto perché era in fase di
ultimazione la con costruzione ex novo del PALAZZO DELLA
DELEGAZIONE DI GOVERNO dove attualmente si trova il Liceo
Scientifico in Piazza Vittorio Veneto.
Sull’area dove venne edificato il Palazzo della Delegazione
si ergevano fino al 1855 il Palazzo Comunale (dal 1700, sul
lato sinistro) e la casa ex Cocchi.
Il Palazzo Comunale rimase vuoto nel 1855 quando gli uffici
comunale vennero trasferiti nel Palazzo Montanelli-Ducci in
via La Marmora. La Casa Cocchi, di proprietà dell’Ospedale
Regio di S. Maria degli Innocenti di Firenze, venne acquistata
il 13.10.1855 per l somma di 8.177 lire aumentata del 10%.
Anche questa casa venne acquistata per costruire ex novo il
Palazzo della Delegazione di Governo.
Nel 1856 vennero demoliti completamente e il vecchio palazzo
comunale e la ex casa Cocchi.
Dopo la demolizione iniziò la costruzione del Palazzo della
Delegazione.
Il lavori in muratura si protrassero per tutto il 1857.
I lavori del fabbro e del falegname vennero ultimati nel 1858
Nel gennaio del 1859 il Palazzo poté ospitare gli uffici e i
quartieri del Delegato, del coadiutore, del Cursore e del
Commesso di pubblica vigilanza.
Il 27 luglio 1860 venne trasmessa al Guardiano del Ritiro OFM
di Fucecchio la sottoscritta lettera stilata dal Vicario
Capitolare di S. Miniato Carlo Pescini.
“
La Sottoprefettura di S. Miniato deduce a carico di padre
Diodoro Lorenzetti OFM di codesto convento molte di lui
imprudenze commesse nel linguaggio tenuto dall’altare di
Massa Piscatoria dove esercita le funzioni parrocchiali
facendosi sentire potrebbe andare incontro a seccature.
La chiesa di Massa Piscatoria non è nella mia giurisdizione
però non posso vietare al ridetto religioso di accedervi. Mi
rivolgo quindi a V.S. Ill.ma perché ella voglia
immediatamente richiamare presso di sé Diodoro Lazzeretti e
gli voglia inibire di accedere alla ridetta parrocchia
facendogli conoscere i cattivi effetti che ne possono avvenire
dalle sue non misurate parole specialmente nelle circostanze
in cui si trovano le corporazioni religiose.
A lei non mancherà il modo di provvedere in quella parrocchia
di mettervi un altro religioso e prendere gli opportuni di
concerto con il vescovo di Pescia purché l’effetto sia che
padre Diodoro non acceda né in quella né in altra chiesa
nell’esercizio delle incombenze parrocchiali.
Il
24 settembre 1858
il Consiglio generale della Misericordia presieduto dal
Governatore Giovanni Nelli, eletto il 25 agosto, deliberò con
il beneplacito del Comune di porre la Confraternita sotto il
patronato della Madonna di Piazza o Liberatrice della Peste.
Due anni dopo, il 3 agosto 1860, il pontefice Pio IX° concesse
“plenaria indulgenza di tutti i peccati a tutti i fedeli di
ambo i sessi che entreranno in detta Confraternita, il primo
giorno del loro ingresso.”
Il vescovo di S. Miniato concesse ai confratelli e alle
consorelle altre sacre indulgenze che potevano essere lucrate
- l’8 settembre, natività di Maria Santissima
- l’8 febbraio, festa di S. Pietro Igneo
- il 19 marzo, festa di S. Giuseppe
- festa della visitazione di Maria SS.
- il 29 agosto, festa della decollazione di S. Giovanni
Battista
Intanto, conformemente a quanto stabilito dallo statuto,
vennero organizzate 7 brigate di 11 uomini ciascuna. Esse
assicuravano, a turno, nei sette giorni della settimana, tutti
i servizi di carità:
- visita ai poveri
- muta degli ammalati e dei loro letti
- assistenza notturna agli ammalati
- pronto intervento diurno.
Natale,
25 dicembre 1858
Era noto a tutti come le divergenze di vedute avessero diviso
i canonici del Capitolo della Collegiata coalizzati contro
l’arciprete Silvestro Montanelli che pretendeva una servitù
che nessun canonico si sentiva disposto ad accettare.
Di questa tensione ne risentiva il popolo perché non vi era
Messa o funzione sacra in cui non avvenissero screzi e
dispetti. Il popolo, che già tempo mormorava, cominciò ad
indispettirsi e a non trovare giusta questa discrepanza nel
corpo capitolare.
La rabbia e il tumulto popolare scoppiarono la notte di Natale
1858.
Prima della funzione erano arrivati in Collegiata
l’Arciprete ed i canonici Giuseppe Benvenuti, Giuseppe
Banti, Gesualdo Montanelli, Luigi Falorni ed Ernesto Bongi.
Secondo le Costituzioni della Collegiata e secondo le
risoluzioni del 5 maggio 1857 della Congregazione dei Riti,
l’arciprete aveva diritto ad essere assistito da tre
canonici.
Per rispettare le regole, il canonico Banti, come più anziano
dei presenti, pregò i canonici di andare in sagrestia a
prepararsi. Ubbidì soltanto il canonico Falorni. Il Banti
rinnovò di nuovo l’invito, ma nessuno ubbidì. Il canonico
Montanelli si scusò dicendo che essendo corista non poteva
abbandonare il suo posto. Il Bongi, a sua volta, si rimise al
suo posto dopo che gli ebbe sussurrato qualcosa il Benvenuti e
si ricusò di muoversi dal suo posto.
Rimasero così disponibili per l’arciprete solo due
canonici.
La rabbia dell’arciprete Silvestro Montanelli non ebbe più
limiti. Anziché cercar di sedare gli animi e di venire ad
accordi sostituendo un canonico con un altro sacerdote non
canonico, ufficiò la Messa di Natale da solo.
Quando il popolo vide la mancanza degli assistenti, conoscendo
gli screzi esistenti fra Capitolo ed arciprete, irruppe in
urla, schiamazzi, grida e minacce. Ci fu chi con bastoni
cominciò a picchiare sui confessionali e sulle panche, chi a
suonare i campanelli degli altari. Tante furono le parolacce e
le minacce rivolte ai canonici che questi, impauriti, si
fecero accompagnare a casa dalla forza pubblica.
Il vescovo punì il canonico Benvenuti inviandolo per un mese
al Sacro Ritiro dell’Avernia. Una nota di biasimo l’ebbe
anche l’arciprete per non aver fatto alcunché per evitare
simili scandali.
Il
10 aprile 1859,
venne affisso sui muri di Fucecchio un proclama clandestino di
cui riproduciamo il testo.
Gli amici dell’Austria si affannano a dividere il popolo in
questo momento solenne, in questa unica Volontà degli
Italiani che è e deve essere l’Indipendenza Nazionale.
Giovandosi di gente che corrompono col danaro e con raggiri;
abusando della semplicità dei contadini…sperano così di
spingere i buoni ed onesti Italiani ad una sommossa cosicché
questi delatori dell’Austria e dei Principi Austriaci
vogliono prendere pretesto da questa sommossa che dovrebbe
avvenire il prossimo 12 aprile anniversario della
Restaurazione del Principato Toscano.
Sanno costoro che noi non possiamo aver dimenticato che da
codesto giorno prendono tutte le nostre sventure, tutte le
vergogne che si accumularono sulla Toscana? Sanno che nulla
possiamo chiedere né nulla accettare da Principi che
condussero l’Austria fra noi, ci impoverirono, tolsero ogni
dignità a se stessi ed a noi distrussero tutte le libertà da
essi giunte. Sanno che fra noi e la Causa dell’Austria e dei
suoi satelliti è guerra a morte, guerra senza tregua e senza
misericordia.
…Il Popolo ora sa come deve mantenersi: non sussurri di
Piazza: se pochi lo facessero, rimangano soli, l’osceno
baccanale sia fulminato dal disprezzo degli uomini di cuore.
Ai tanti aggiungerà così un nuovo insulto del quale
domanderemo conto al suo tempo ai nostri nemici. Oggi vogliamo
una sola cosa
GUERRA-GUERRA-GUERRA
Noi non abbiamo anniversari da fare, ma grandi giornate in
guerra contro l’Austria: in avvenire celebreremo un grande
anniversario: quello della di lei cacciata a difesa della
Patria e contro il Nemico d’Italia.
La Patria vi affida le bandiere di Curtatone: riportatele
vittoriose. Vi ricordo l’onta dell’Invasione Austriaca.
Vendicatela!
Toscani, questa lotta e forse la suprema. Vittorio Emanuele vi
aspetta. Italia vi chiama, Europa vi guarda.
Il
16 aprile 1859,pochi
giorni prima dello scoppio della seconda guerra di
indipendenza, il Commesso di Vigilanza, un funzionario della
delegazione di Governo che da quattro mesi si era insediata
nel nuovissimo Palazzo della Delegazione di Governo (oggi
Liceo Scientifico), in Piazza Vittorio Veneto trasmise a
Firenze questo rapporto sulla situazione di Fucecchio:
“Nelle attuali circostanze di una guerra contro l’Austria
che si crede imminente per rendere l’Italia indipendente e
farne una Nazione, gli animi della maggior parte di questa
popolazione propendono per questo; vi sono però molti
esaltati di cui non possibile veramente sapere se i suoi
desideri riguardino soltanto la Nazionalità o se da questa
passare all’espulsione dei principi che attualmente
governano l’Italia creandola in un sol Regno o formandone
una Repubblica come di tanti sarebbe desiderio e come ce lo
hanno dimostrato gli sconvolgimenti del 1848 dei quali
restano sempre vivi la memoria.
Una accanita avversione si conosce in questi esaltati della
Giurisdizione e sebbene al presente non esternino le loro vere
idee , questa simpatica esultanza che mostrano verso il
Piemonte e i volontari ingaggi di giovani danno a dimostrare
che si vuole l’indipendenza italiana.
Sono agitati e torbidi gli animi delle Persone esaltate in
Politica e non è facile scoprirne né conoscere fin dove
giungerebbero ad una scossa dell’Austria, ed è però sempre
terribile l’azione loro ad ogni eventualità di Vittoria per
il Piemonte, poiché per arrivare allo scopo da loro preferito
non gli mancherebbero soggetti nella impresa onde appoggiarli
e questi li otterrebbero a vie calde poiché traboccano piazze
ed i piccoli paesi di operai e di tante tante altre persone
prive di mezzi di vivere, che ove gli si aprisse una strada ad
una sommossa non si può comprendere fino a qual punto di
devastazione li spingerebbe l’idea di far bottino.
In qualunque caso, però, poiché la classe alta non potrebbe
fare argine a riparare le tristi conseguenze della plebaglia
che farebbe purtroppo risentire ai bravi cittadini, quantoché
potesse alzare la testa è necessario che i Governi si
ponghino in guardia per reprimere la benché minima
dimostrazione e forza rimanga alla Legge perché troppi sono i
demagoghi che esistono in Italia e oltremonte e questi sanno
avvincere molti inesperti giovani colla mostra di un felice
avvenire nella indipendenza italiana. Ciò lo dimostrano gli
amici di persone corrotte che al leggere un articolo di
giornale riguardante la attuale guerra del Piemonte, ne
esultano fanno lode ai giusti preparativi ed all’opposto
criticano i titolo che l’Austria affaccia sul possedimento
d’Italia e sulla guerra.
Di più si nota che anche quelle persone che per l’addietro
addimostrarono fiducia nei Funzionari del nostro Governo, ora
stanno riservati e cercano schivare il loro contatto per non
essere presi di mira e infatti già nei Caffè e nei Pubblici
Esercizi si parla di questo e si designano persino le persone
facoltose nell’eventualità di trovare somme di danaro.
Firmato D. Salvati
Tre giorni dopo, questi esaltati tappezzarono clandestinamente
i muri di Fucecchio con questo PROCLAMA:
“
L’ora della grande lotta si appresta e Italia e Austria si
troveranno di fronte per decidere se dobbiamo esseri liberi o
schiavi…Dobbiamo vincere noi, perché se l’Austria
soccombe, l’Italia non sarà più serva mai. Combattiamo da
giganti. Venti città lombarde umiliarono Barbarossa, ventisei
milioni di uomini non potranno spezzare le catene?
Patrizi, voi che avete amici e coniugi nelle schiere del Re
italiano, sarete voi minori di lui, del vostro sangue e dei
tempi? Chi può, impugni la spada che i prodi maggiori
brandirono a Firenze, Gavinana, a Montemurlo. Chi non può col
braccio, soccorra la Patria col consiglio, con la parola, col
denaro”.
Pochi giorni dopo, un altri PROCLAMA in cui troneggiavano
“…Guerra, Guerra, Guerra…”
Il
19 aprile 1859
venne affisso clandestinamente sui muri del paese questo
PROCLAMA:
TOSCANI,
l’ora della Grande Lotta si appresta e l’Italia e
l’Austria si troveranno di fronte fra giorni per decidere
con le armi se dobbiamo essere liberi o schiavi per sempre.
Che pensiamo, che facciamo intanto noi Toscani alla vigilia
del tremendo cimento?
L’Austria è potente: essa ha fortezze, ha soldati e
combatterà con il furore che dà la disperazione.
Dobbiamo vincere noi, perché se l’Austria soccombe,
l’Italia non sarà sua più mai. Combattiamo dunque da
giganti. Venti città lombarde umiliarono Barbarossa; 26
milioni di uomini non potranno spezzare le proprie catene?
Patrizi, voi che avete amici nelle schiere del Re Italiano,
sarete voi minori di Lui, del vostro sangue e dei tempi? Chi
può impugni la spada che i prodi maggiori brandirono a
Firenze, a Gavinana, a Montemurlo. Chi non può col braccio
soccorra la Patria col consiglio, colla parola, col danaro.
Segue l’incitamento con le citazioni di Dante, Machiavelli,
Michelangelo ed i mercanti di Firenze e di Pisa che soffrirono
per la grandezza e per la libertà della Patria. E da ultimo,
rivolto al popolo che suda nelle officine, nei campi, ma che
ha grandezza d’animo, il Proclama incita:
Corri alle armi perché la causa che si combatte è pure tua!
Il
29 aprile 1859
scoppiò la seconda guerra di indipendenza.
Due giorni prima, a Firenze, una grande dimostrazione popolare
costrinse il granduca Leopoldo II°, che aveva rifiutato di
partecipare alla guerra come alleato del Piemonte, ad
abbandonare, e sarà per sempre, la Toscana.
Venne immediatamente istituito un Governo provvisorio affidato
al Commissario regio Carlo Boncompagni. Il Commissario attivò
subito le Prefetture che, a loro volta, misero in azione i
Delegati di Governo.
Il
29 aprile 1859
la Pretura di S. Miniato inviò la seguente missiva al
delegato di Governo di Fucecchio.
Ill.mo Sig.
Se non lo ha già fatto, come avrei luogo di credere, faccia
togliere nella prossima notte lo Stemma Granducale in codesto
suo Circondario e copra l’inamovibile.
Tali gli ordini della Prefettura di Firenze.
Il Commesso di Vigilanza di Fucecchio così rispose.
Nelle ore inoltrate della notte scorsa gli Stemmi Granducali
che esistevano in questa terra sono stati tutti levati attesa
l’avvenuta istituzione del Governo Provvisorio in Toscana,
senza che avvenissero incidenti.
Nella perduta notte sono state abbassate tutte le Armi
Granducali.
Il
7 maggio 1859, per effetto di un decreto del Governo
Provvisorio Toscano, (era già scoppiata la Seconda Guerra di
Indipendenza) vennero dispensati dal loro ufficio i
Gonfalonieri (sindaci) di Fucecchio, Vinci, Santa Croce.
Il Gonfaloniere di Fucecchio fu surrogato dal dott. Giovanni
Nelli; quello di Santa Croce da Faustino Banti.
Il
27 maggio 1859,
mentre era in pieno svolgimento la seconda guerra di
indipendenza alla quale prese parte anche Giuseppe Montanelli
nelle file dei Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi, il
possidente fucecchiese Antonio Banti fece distribuire vino e
fagioli a diverse persone del popolo perché inneggiassero al
passato Governo lorenese di Leopoldo II° che il 27 aprile se ne
era andato, per sempre, dalla Toscana e dall’Italia.
Inoltre, il Banti, nella cena che si svolse in casa sua, brindò,
fra gli schiamazzi, allo stesso Leopoldo II°.
Questo fece
arrabbiare una parte della popolazione che il Commesso di
Vigilanza definì “feccia della plebe”.
Alcuni membri di questa feccia erano Pietro Lotti (Spacca),
Pietro Banti (Cenere) e Torello Moriani (Lucernino) i quali,
la sera dopo, 2Introdottisi nel caffè detto del Mancino”
lanciarono minacce ed ingiurie verso i retrogradi.
Retrogradi venivano considerati sia i membri del Partito
Liberale, come il Gonfaloniere Giovanni Nelli, Iacopo
Comparini, Carlo Landini, Gaetano Pacchi e Silvestro Bini, sia
i reazionari o amici del Granduca come il Banti, i dottori
Ranieri e Giovanni Montanelli e gli avvocati Cino e Banti.
Il
4 giugno 1859
Stefano Cenci e Stefano Montanelli, presi dall’euforia per
la prima vittoria a Magenta dei franco-piemontesi, nel corso
della Seconda Guerra di Indipendenza, percorsero le strade di
Fucecchio gridando:
- Morte ai codini!
Per queste loro grida vennero catturati e messi in prigione
dove rimasero 8 giorni.
Il Montanelli si fece di nuovo arrestare il 24 giugno perché
dopo essersi ubriacato, in seguio alla vittoria di Solferino,
gridò:
- Morte alle spie!
Il
6 giugno 1859,
mentre era in corso la Seconda Guerra di Indipendenza, giunse
da S. Miniato, diretto al nostro Delegato di Governo, il
seguente dispaccio:
Ill.mo Signore,
mi affretto a comunicarle il seguente dispaccio:
L’Imperatore principe Napoleone a Firenze Quartiere Generale
di S. Martino – 5 giugno –
Ho vinto una grande battaglia ieri sull’inimico. Abbiamo
preso 3 cannoni, 2 bandiere, 7.000 prigionieri e 20.000
austriaci sono stati posti fuori combattimento
Il Ministro dell’Interno
Ricasoli
Grande fu l’esultanza a Fucecchio quando si seppe di questa
ennesima vittoria dell’esercito piemontese.
Il
7 giugno 1859
il Commissario di Vigilanza di Fucecchio stilò il seguente
rapporto per il Delegato di Governo di Fucecchio:
Sig. Delegato,
il Bollettino della guerra stato qui affisso ieri a dimostrare
la vittoria riportata il 4 stante (giugno) dalle Armate
Alleate.
Propagatasi la fausta notizia ebbe luogo una manifestazione di
gioia alla quale prese parte questa Società Filarmonica che
percorrendo il paese brillantemente illuminato, suonò scelti
pezzi di musica, altre persone con l’incendiamento di
piccoli razzi e fascine di legna in Piazza del Teatro e
cantando inni nazionali nelle vie del Paese.
Questa festa ebbe principio alle ore6 e terminò alle 10e ½.
Siffatta vittoria fu festeggiata nei paesi limitrofi e fu
cantato il Te Deum per il nemico stato battuto oltre il
Ticino.
Si richiede dal Governo Provvisorio il numero esatto di
cavalli e cavalle che vi sono nel circondario.
Il
7 giugno 1859
giunse al nostro Delegato di Governo una lettera riservata da
S. Miniato.
Ill.mo signore,
le varianti condizioni dei tempi e più specialmente la
prossima RIFORMA MUNICIPALE hanno richiamato il Ministro
dell'Interno a considerare quanto importante sia che alla
direzione delle Rappresentanze Comunali trovansi persone che
alla capacità amministrativa riuniscano spirito e volontà
ferma di secondare le vedute del Governo, a questo scopo
invita il Delegato a dire serenamente con esattezza i
requisiti e notizie biografiche su tutti i funzionari…che se
taluno non le comparisse atto a corrispondere alla missione
che il Governo intende affidargli…lo sostituisca con
soggetto più meritevole.
Ed ecco le informazioni sul nuovo Gonfaloniere di questo
distretto:
Il signor Giovanni Nelli, anni 45, scapolo, legale, è un
comodo possidente, ha molte capacità letterarie ed
amministrative, è uomo probo ed onesto, gode la fiducia e la
stima dei Comunisti ed ha certamente spirito e volontà di
secondare le vedute del Governo
Il
13 marzo 1860
l Prefettura di Firenze trasmise al nostro Gonfaloniere
(sindaco) la seguente comunicazione:
Ill/mo Signore,
dovendo a tenore dell’art. 5 del Regio Decreto del 14
febbraio 1860 relativo alla facoltà accordata al Marchese
Ferdinando Bartolomei ed altri di fare gli studi occorrenti al
prosciugamento del Padule di Fucecchio è stata formata una
Commissione per studiare oltreché un piano tecnico anche
quello economico devo invitare V. S. Ill/ma ad intervenire
all’adunanza che sarà convocata ed a volere invitare i
Possedenti dei terreni compresi in codesta comunità a non
frapporre ostacolo alla esecuzione degli studi da farsi.
(
Appunti Masani )
Il
14 giugno 1860
la Delegazione di Pisa scrisse al Delegato di Governo di
Fucecchio ( con sede nell’attuale fabbricato del Liceo
Scientifico in Piazza Vittorio Veneto) la seguente lettera:
“ Prego S. V. Ill.ma a volermi rimettere sollecitamente con
certificato parrocchiale da lei vidimato che sia a constatare
se la giovane illecitamente incinta Cherubina, figlia di
Angelo di Orentano nel di lei Governatorato, che da pochi mesi
dimora in questa città sia o no in stato di assoluta
miserabilità insieme ai suoi genitori e congiunti che
avrebbero l’obbligo di mantenerla, dovendo un tale documento
servire per l’ammissione di essa nella CAMERA delle OCCULTE
a carico della tassa governativa.”
Il
3 agosto 1860
il Pontefice Pio IX° trasmise all’Arciconfraternita della
Misericordia di Fucecchio una lettera pastorale nella quale,
fra l’altro, scrisse:
“ .. avendo appreso che in un Oratorio di Fucecchio esiste
una pia e devota confraternita di fedeli di ambo i sessi (in
virtù di un regolamento de 15.09.1859) sotto il titolo della
Misericordia eretta canonicamente, i cui confratelli e
consorelle furono soliti ed intendono di praticare moltissime
opere di carità e di pietà, Noi, a ciò ogni giorno più
detta confraternita prenda incremento, concediamo PLENARIA
INDULGENZA di tutti i peccati a tutti i fedeli di ambo i
sessi, che entreranno in detta confraternita, il primo giorno
del loro ingresso.”
In esecuzione di tale importante concessione papale, il
vescovo di S. Miniato, usando della facoltà a lui concessa
dalla suddetta lettera pastorale, stabiliva i seguenti giorni
per l’acquisto delle sacre indulgenze:
- 8 settembre, natività di Maria SS titolare patrona della
Misericordia
- 8 febbraio, festa di S. Pietro Igneo abate del Monastero di
S. Salvatore
- 19 marzo, festa di S. Giuseppe
- 29 agosto, giorno della ricorrenza della decollazione di S.
Giovanni Battista
Il
15 settembre 1860
l’arciprete di Fucecchio Silvestro Montanelli scrisse alla
Cancelleria di S. Miniato:
“Sarei a pregarla di inviarmi il Regio Exequatur alla Bolle
Vescovili del 4 agosto 1840 con le quali io fui investito del
Beneficio di Maria Santissima del Carmine eretto in questa
chiesa Collegiata e del quale non sono mai andato in possesso
per causa di certe opposizioni.”
Il
15 novembre 1860
un conte milanese di cui ignoriamo il nome chiese al Capitolo
della Collegiata di vendergli una croce smaltata con la figura
di Gesù in argento. Il conte offrì per quella croce mille
lire.
Il Capitolo subodorando un affare ancora più cospicuo, mandò
i canonici Pietro Comparini e Giovanni Benvenuti a Firenze
affinché consultassero gli antiquari Giorgio Maltin e Curzio
Fioravanti sull’effettivo valore della croce richiesta dal
conte milanese.
I due canonici riferirono che i due antiquari erano stati
unanimi nell’affermare che quella croce valeva appena
trecento lire.
Così rassicurati, nella riunione capitolare del 28 novembre,
deliberarono di venderla croce al conte milanese.
Il Capitolo, afflitto da problemi finanziari, stava svendendo
tutto ciò che era possibile vendere.
Ad un certo Toscanelli vennero venduti nel 1862 un quadro
raffigurante S. Francesco che riceve le stigmate e il quadro
con la Vergine in trono contornata da santi ed animali.
Il
28 novembre 1860
il Capitolo della Collegiata decise di vendere ad un milanese,
per mille lire, una croce smaltata con la figura di Gesù in
argento.
Tale croce, a giudizio di alcuni antiquari fiorentini
interpellati da due canonici del Capitolo, valeva soltanto
trecento lire.
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