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Il 7 gennaio 1800 venne ingiunto alla famiglia Corsini di provvedere alla manutenzione della Rocca che in data 30 novembre 1782 era stata donata in proprietà, dal granduca lorenese Leopoldo I, al nostro Comune.
La costruzione della Rocca (fortezza), ingiuntaci da Firenze, era iniziata nel 1322 e si era conclusa nel 1330.
Nel 14oo era già caduta in disuso e ben presto venne affittata come magazzino a chi ne faceva richiesta.
Il 18 marzo 1643, Bartolomeo e Neri Corsini, figli del Marchese omonimo, avevano acquistato per 70.000 scudi l’intera fattoria (poderi, case coloniche e Palazzo adiacente alla Rocca) ed avevano avuto in affitto la Rocca per l’annuo canone di 99 lire e 96 centesimi. - Il 10 aprile 1676 i Corsini concessero in affitto al nostro Comune l’area dell’attuale piazza Montanelli che venne utilizzata per realizzarvi una Piazza d’Arme. - Il 7 dicembre 1864 venne sottoscritto un atto di permuta fra il Comune e la famiglia Corsini: il Comune diventò proprietario dell’area della attuale piazza Montanelli; i Corsini divennero proprietari della Rocca che comprendeva quattro torri (due grandi e due piccole) e il parco.

 

Il 16 gennaio 1800, fu deliberato, dietro suggerimento dl Vicario Regio, di aprire dei lavori pubblici per impiegarvi la povera gente e di prendere in prestito 2.000 scudi.
Le casse del nostro Comune erano state letteralmente prosciugate a causa delle spese sostenute per il mantenimento delle truppe austriache di stanza a Fucecchio le quali, a partire dalla fine del luglio 1799, erano subentrate a quelle francesi. L’ammontare delle spese ascendeva a 5.600 lire.
Fucecchio, per effetto della duplice dominazione, quella francese e quella austriaca, era precipitato in una crisi che sfociò ben presto in una CARESTIA tremenda.
I parroci, sollecitati dagli organi del potere, cercarono invano di persuadere i miserabili che quella carestia era una prova, un segno di Dio.
Invano furono invitate le famiglie più facoltose ad adoperarsi a favore di chi moriva di fame.
Non mancarono iniziative intraprese da alcune famiglie bene. Ma anche queste iniziative si rivelarono dei semplici palliativi.
La condizione più miserevole era quella dei carcerati nella locale galera di Piazza ( piazza Vittorio Veneto). Con la somma messa a disposizione dall’amministrazione per ogni detenuto poteva essere fornito soltanto un pezzo di pane “ né vi resta niente per la minestra ed il companatico prescritti dalla Legge”.
Il 1800 si apriva così sotto il segno dell’Austria e sotto il marchio della CARESTIA.

 

Il 26 maggio 1800, un anno dopo che i Francesi se ne erano andati dal nostro granducato, l’ondata di repressione poliziesca nei confronti dei disertori e dei filofrancesi si fece sentire anche a Fucecchio dove furono operati alcuni arresti. Il retrostoria di questa operazione è assai lineare.
All’inizio del 1799 l’esercito napoleonico, presente in Toscana, costrinse il nostro granduca (27 marzo) ad andarsene. I Francesi, però, non riuscirono a contenere nel maggio-giugno 1799 le insurrezioni popolari antifrancesi. L’8 luglio la Toscana era di nuovo sotto il tallone degli Austriaci i quali riaprirono le porte al granduca Ferdinando III°.
Il 1800 cominciò per Fucecchio sotto il segno di una terribile carestia e di un’ondata di repressione poliziesca.
Il caporale della gendarmeria (polizia) di Fucecchio in data 26 maggio, arrestò un certo Simone del fu Giovanni Nicola Montanelli. Questo fucecchiese, trovandosi in mezzo a molte persone, si fece lecito di dire pubblicamente che dopo la partenza dei soldati austriaci “gli ostinati signori e persone facoltose di questo luogo dovevano morire” E queste cose le disse “mostrando animosità, di quella specie che si trova in certi giovani oziosi, spesso nottambuli”
Qualche giorno dopo venne arrestato anche Paolo Lotti, detto il TOCCO, perché aveva minacciato di bastonare i ricchi Aleotti non appena gli Austriaci se ne fossero andati.
In carcere finirono anche Ghighetto e il Falorni, detto Febo.

 

Il 16 giugno 1800 Fucecchio si trovò improvvisamente nella bufera.
Le truppe austriache, quando seppero che Napoleone fin dal 1° giugno si trovava a Milano in veste di vincitore, cercarono di ritirarsi dall’Italia. In questa loro ritirata cercarono di rubare tutto quello che capitò sotto le loro mani.
Il 16 giugno le truppe austriache in ritirata passarono anche da Fucecchio. 
Ripulirono letteralmente la fattoria Corsini. La medesima pulizia venne fatta nei palazzi gentilizi dei Lampaggi e dei Montanelli.
Vennero requisiti anche gli uomini e qui giovani che mostravano di avere idee liberali come i figli del capitano Anton Lampaggi.
Appena ai primi di giugno si seppe che Napoleone di vittoria in vittoria aveva raggiunto Milano, si creò una confusione incredibile in mezzo alla nostra popolazione: da una parte i repubblicani esultarono; dall’altra, i costituzionali masticavano amarezza. Poi c’erano i miserabili, un esercito, una mina che poteva esplodere da un momento all’altro. Il granduca lo sapeva, ma le casse dell’erario erano esangui per tentare di soccorrerli (i miserabili).
Esangui erano anche le casse comunali. Il granduca sollecitava i Vicari far il punto sulla situazione economica. I Vicari, amici dei possidenti, tacevano. Nell'esercito dei miserabili, i più disgraziati erano i carcerati: con la retta di 1 lira al giorno del Comune a stenti si poteva assicurar loro un tozzo di pane.
Il ministro del granduca, il Broccardi, chiese a due notabili fucecchiesi di percorrere due volte alla settimana il paese “ onde raccogliere elemosina da distribuire ai carcerati”

 

Il 9 febbraio 1801 con nostra grande sorpresa cambiammo padrone ed il nostro granducato venne trasformato in Regno, il REGNO D’ETRURIA.
Con il Trattato di Luneville del 9.2.1801 stipulato fra Napoleone e l’Austria, quest’ultima fu costretta a ritirarsi dietro l’Adige mentre Napoleone diventò praticamente il padrone di tutta l’Italia centro-settentrionale.
Napoleone costrinse il granduca lorenese Ferdinando III a rinunciare ai suoi diritti sulla Toscana compensandolo con il Granducato di Wurtzbourg, in Germania. Napoleone concesse il Granducato di Toscana a Ludovigo di Borbone in cambio del ducato di Parma e Piacenza. E il Granducato di Toscana venne proclamato Regno d’Etruria.
Ludovigo di Borbone, malaticcio ed epilettico, e sua moglie Maria Luisa fecero il loro ingresso a Firenze con 40 carrozze il 18 agosto 1801.

 

Il 19 febbraio 1801 vennero stanziate 7.636 lire per le spese fatte per approvvigionare le truppe francesi in Toscana da 15 ottobre 1800 al 18 febbraio 1801.
Vennero approvate anche le spese di lire 3.634 fatte dal Comune per il trattamento del Comandante della Piazza e il mantenimento delle truppe accantonate o di passaggio in questo paese. 
Anche in tempi critici come questo della dominazione francese, il Comune continuò a sovvenzionare le feste religiose con le medesime offerte in cera o in denaro. Ne beneficiavano la Compagnia di S. Candido, l chiesa La Vergine e quella della Madonna delle Vedute.
(p. Vincenzo Checchi- Quaderno E pp. 83 e 84)

 

Il 15 agosto 1801 giunsero a Fucecchio ordini severissimi emanati dal Re del Regno d’Etruria, Ludovigo di Borbone, che aveva surrogato il granduca lorenese Ferdinando III per ordine di Napoleone Bonaparte il vero padrone della Toscana.
Per effetto di quegli ordini severissimi , mirati a ristabilire l’ordine, finirono in prigione Valentino Donati di 16 anni, bestemmiatore e scandalo del paese; Giovan Battista Guerrini, vagabondo, osteriante, nottambulo; Giovacchino Benvenuti rissante, bestemmiatore e dedito al gioco.

 

Il 1° novembre 1801 il Governo centrale del Regno d’Etruria, il secondo di natura napoleonica, ordinò che fossero depositate tutte le armi in possesso dei cittadini.
Ad un anno di distanza (1802) il Governo fece un bel “cicchetto” epistolare al nostro Vicario Regio, il Broccardi.
“Lo scarso numero delle armi che sono state recuperate fa credere…”
Non era facile ristabilire l’ordine a colpi di leggi e di decreti.
Il nostro Vicario Regio non sapeva più “che pesci pigliare”. Anzi, proprio i provvedimenti centrali avevano fomentato il pullulare del disordine.
Si era ordinata la riduzione del prezzo del pane, ma i fornai lo avevano aumentato.
Si era cercato di pacificare gli animi delle avverse fazioni filo ed antifrancesi dando alle fiamme tutti i PROCESSI CRIMINALI e di partito (politici) fatti nel periodo fra la prima e la seconda discesa delle truppe napoleoniche per “consegnare all’oblio eterno l’odio, la vendetta, l’invidia e tutte le passioni.
Nel medesimo anno (il 1802) il Governo chiese una “ Nota dei discoli, dei disoccupati, dei rissosi”
Il nostro Broccardi trascrisse l’elenco e riempì le carceri di tutti hli elencati.
Allora il Governo Centrale lo rimproverò nuovamente.
“ Soltanto i più discoli, i peggiori dovevano essere incarcerati.”

 

Il 2 dicembre 1801 l’Amministrazione comunale ordinò un triduo alla Vergine delle Vedute per ottenere la serenità dell’aria.

 

Il 25 gennaio 1802 accadde a Fucecchio una fatto veramente singolare, frutto di certa propaganda.
La presenza in Fucecchio dei soldati francesi che parlavano di rivoluzione, di eguaglianza, di sovranità del popolo, di re che si reggono sulla debolezza e sulla miseria dei popoli, e di ricchi destinati a diventar poveri per volontà popolare eccitò alcuni fucecchiesi che nella rivoluzione videro la soluzione alle loro miserie.
Nella notte fra il 25 e il 26 gennaio, alcuni dei più scatenati, picchiando a certi portoni, gridarono ai padroni di quei palazzi:
-Birbe! Ladri! Baron fottuti!
E siccome nessuno rispondeva, i facinorosi se la rifecero con le mogli delle “birbe” apostrofandole con titoli abbastanza sconvenienti. “Troie e buggerone”. Neppure stavolta riuscirono a provocare gli avversari, i ricconi.
Il populismo dei Francesi si era fatto evidente nel 1801 quando indorarono la pillola della trasformazione del Granducato in Regno d’Etruria affidato a Ludovigo di Borbone (ex duca di Parma e Piacenza) abbassando il prezzo del pane e dando alle fiamme tutti i processi criminali e di partito.
I francesi ingiunsero a chi ne fosse in possesso di depositare le armi. Furono depositati soltanto 4 fucili . Uno era appartenuto al sacerdote Luigi Amidei.

 

Il 16 settembre 1802 i Consiglio Comunale deliberò che fosse rilasciato alla famiglia del canonico Taviani un ATTESTATO di benemerenza.
In questo attestato si afferma 
che quella del canonico Taviani è una delle principali famiglie del paese, 
che ha goduto e gode i primi onori, 
che è sempre vissuta secondo il costume dei Nobili, 
che nessuna famiglia di Fucecchio pervenuta fino al 1802 ha goduto patrimonio più cospicuo,
che ha fondato Cappelle, Benefizi e Legati da tempo remoto,
che è benemerita della Patria per avere dato soggetti di riguardo e di merito,
che ha una villa cospicua nel popolo di s: Bartolomeo, detta La Palagina,
che da tutti è riconosciuta dotata di tutte le buone virtù e distintivi d’onore.

 

Il 21 dicembre 1802 si riunì il Capitolo della Collegiata ed affrontò anche il problema dei quadri che si trovavano sugli altari appartenenti ad alcune famiglie gentilizie locali.
Due famiglie, quella del Paperini e quella dell’Aleotti, titolari di altrettanti altari della Collegiata, avevano consegnato al Capitolo i QUADRI che erano posti sopra i loro altari. 
La famiglia Paperini aveva consegnato al Capitolo il quadro di S. Sebastiano;
la famiglia Aleotti nei Lavaiani aveva consegnato la tavola dell’altare di S. Nicola da Tolentino.
L’altare di S. Lucia era intestato ai sacerdoti Pieri e Paolo Cicci. Il Capitolo chiese formalmente ai due la consegna del quadro di S. Lucia.
Non ci è dato di sapere quale fu la risposta dei due sacerdoti.
I quadri dei Paperini e degli Aleotti vennero attaccati alle pareti della sagrestia della Collegiata.
L tavola dell’altare di S. Sebastiano mostra la SS. Vergine col Bambino e i Santi Sebastiano, Lazzaro, Marta e Maddalena.
La tavola dell’altare di S. Nicola rappresenta la Vergine, S. Niccolò vescovo, S. Michele e S. Nicola da Tolentino.

 

Il 31 dicembre 1802 lo scultore Andrei presentò il disegno degli altari per la Nuova Collegiata inaugurata il 3.10.1787.
Dopo aver constatato che il disegno degli altari non era adatto alla Collegiata si dispose a farne un altro.
L’architetto Del Rosso affermò che il secondo disegno era migliore dell’altro in quanto più decoroso e più consono alla Collegiata.
Riguardo alla esecuzione degli altari il Del Rosso manifestò la convinzione che tutti gli altari dovevano esser fatti in MARMO con qualità di colori diverse per ciascuno dei 6 altari laterali.
Anche il canonico Taviani annotò che pure il Capitolo non aveva trovato di suo piacimento il primo disegno perché di stile francese, mentre il secondo disegno rifletteva chiaramente lo stile palladiano.
Poiché nei primi giorni di quel 1803 era ritornato il sovrano Ludovico I, il Capitolo fece saper a tutte le chiese del territorio di Fucecchio di unirsi alla Collegiata nel suono delle campane per festeggiare il ritorno del sovrano della Toscana.
Queste le chiese presenti nel territorio del nostro Comune:
CAPOLUOGO
- Collegiata
- La Vergine della Ferruzza
- S. Maria delle Vedute
- S. Margherita di Porta Bernarda
- S. Antonio a Porta del Canto
- S. Salvatore Regio Conservatorio
CHIESE DEL SUBURBIO
- S. Pietro in Aguzzano (S. Pierino)
- S. Bartolomeo di Cappiano
- S. Giuseppe di Cappiano
- S. Gregorio di Ultrario (Torre)

 

Il 13 gennaio 1803 i canonici del Capitolo della Collegiata annunciarono al popolo che nella domenica successiva si sarebbe svolta nella Collegiata una solenne funzione religiosa per il felice ritorno di su Maestà il Re, della Regina e della Reale Famiglia sul trono del Granducato della Toscana (si trattava di Ludovigo di Borbone ex duca di Parma e di sua moglie, burattini nelle mani di Napoleone Bonaparte)  “onde umiliare a Dio le preci per la conservazione di sì preziose persone”.
La Collegiata venne parata solennemente a festa con specchiere, fiori e candele.

 

Il 20 gennaio 1803 su iniziativa dei canonici fucecchiesi, di domenica, si svolse in collegiata una solenne funzione di ringraziamento per il felice ritorno di Sua Maestà il Re Ludovigo di Borbone e la Regina Maria Luisa e la reale famiglia su trono granducale “ onde umiliare a Dio le preci per la conservazione di sì preziose persone” che in effetti erano dei poveri burattini in mano di Napoleone Buonaparte.
A questa funzione presero parte il Corpo Comunitativo e le altre Autorità del paese.
La Collegiata venne parata solennemente. Quei grandi specchi a muro allineati lungo la navata, concentrati nel transetto e illuminati dalle candele accese e i fiori che adornavano le pareti e facevano corona agli altari rendevano l’idea di un lussuoso salotto analogo alla chiesa metropolitana di Firenze. La regia della funzione religiosa era stata affidata al canonico Giulio Taviani che con enfasi ridondante, nella medesima chiesa, , a distanza di pochi mesi, il 2 maggio 1803 la morte di Re Ludovigo:
“ Sì, sì, miei signori e colleghi, il preventivo suono lugubre dei sacri bronzi nel ricorso della presente circostanza non servirebbe a dipingere nelle menti umane l’idea del lutto e di prepararli al cordoglio?”
Lo stesso Taviani preparò ben 13 epitaffi per il defunto re. Questo il testo di uno dei 13 epitaffi:
A LUDOVIGO DI BORBONE
INFANTE DI SPAGNA
PRIMO RE D’ETRURIA
CHE PREMATURA MORTE ALLE SPERANZE
DEI SUDDITI
ALLA PROSPERITA’ DEL REGNO
INASPETTATA MORTE RAPI’
IL POPOLO FUCECCHIESE
INFRA CUI VIVA SI SERBA LA MEMORIA
E IL DESIDERIO DI LUI
INNALZA GEMENTE QUESTO MONUMENTO
DI DOLOROSA TENEREZZA
E IN MEZZO AGLI INNI FUNEBRI
PREGA ALL’ANIMA DEL PRINCIPE GIUSTO
DEL PADRE OTTIMO
PACE ETERNA
RIPOSO ETERNO

( Masani- pag. 2623-263-265)

 

Il 16 febbraio 1803 venne lodato pubblicamente il Cancelliere ( segretario comunale) Luigi Fabbrini che si meritò anche una iscrizione pubblica stilata dal canonico Giulio Taviani e riprodotta in calce.
Nella seduta dell’1 giugno 1801 era stato sollevato il problema del riordinamento dell’Archivio Storico. Constatato lo stato di disordine e di confusione in cui si trovavano libri, documenti scritti e registri, fu deliberato che venissero aumentati gli scaffali e che i libri e i fogli di un certa importanza fossero rilegati in convenienti filze e che poi ne fosse fatto l’INVENTARIO. Questo lavoro venne affidato al Cancelliere Fabbrini.
Il Fabbrini si attenne scrupolosamente alle prescrizioni e per questo si meritò il pubblico questo elogio: 
TABULARIO FICICLENSE
RESTITUTO P.P. (pecunia publica)
ALOYSIO FABRINIO PROCURANTE
SEPTEM VIRI F (ficiclenses)
M.H.E.D.*
MDCCCIII
* Monumentum Hoc Erigi Decretaverunt
(Archivio Inventario - Quaderno E p. 53 di V. Checchi)

 

Il 24 marzo 1803 si svolse la riunione del Consiglio Comunale di Fucecchio.
In calce al verbale della riunione si legge questa clausola:
“Per il gonfaloniere che non sa scrivere, io Antonio Briganti primo Priore”.
Il gonfaloniere analfabeta era Antonio Valentino Banti.

 

Il 3 maggio 1803 il Capitolo della Collegiata deliberò di supplicare il vescovo a lasciare l’arcipretato in economia spirituale per convogliare i soldi dello stipendio dell’arciprete nel ripianamento dei debiti contratti per la erezione dei nuovissimi altari della Collegiata..
Il 1° maggio 1803 era morto l’arciprete della Collegiata.
I canonici , assillati dal bisogno di denaro per saldare i realizzatori degli altari della nuova Collegiata, cominciarono a far circolare nel popolo l’idea che sarebbe stato finanziariamente conveniente non surrogare subito l’arciprete dato che un arciprete aveva diritto ad uno stipendio assai consistente che il Capitolo doveva prelevare dalle proprie Casse praticamente prosciugate.
Al vescovo di S. Miniato non piacque la proposta di rimandare la surroga dell’arciprete della nostra Collegiata. Allora i canonici del Capitolo trasmisero una SUPPLICA al sovrano allo scopo di poter prelevare la somma necessaria per pagare gli altari dalla rendita del soppresso Convento di S. Salvatore il cui patrimonio era stato destinato dal granduca lorenese a coprire tutte le necessità spirituali della Chiesa di Fucecchio. Purtroppo il patrimonio era stato dato in consegna ai frati conventuali di S. Croce in Firenze.

 

L’8 maggio 1803 il vescovo di S. Miniato venne a Fucecchio per tentare una soluzione relativa alla nomina del nuovo arciprete della Collegiata.
Il popolo, le autorità comunali ed alcuni canonici del Capitolo della collegiata volevano imporre la nomina del nostro benemerito canonico Giulio Taviani. Il vescovo non tollerò una simile ingiunzione.
Il 10 maggio, il vescovo fece affiggere alla porta della Collegiata l’editto con cui si bandiva il concorso per la sede vacante della Collegiata di Fucecchio.
Il 12 maggio il Consiglio Comunale fece una riunione straordinaria sul bando di concorso emesso dalla curia vescovile. I Consiglieri attribuirono alla Magistratura la responsabilità della situazione critica che si era venuta creando. 
Il ping pong tra magistratura , comune e curia vescovile fece abbastanza scalpore in mezzo alla popolazione quasi tutta favorevole alla nomina del canonico Giulio Taviani, il sacerdote che aveva voluto ed ottenuto la Collegiata nuova.
Il concorso indetto dal vescovo fu vinto dal sacerdote Govini, nativo di Marti, che fece il suo ingresso nella Collegiata il 13 novembre 1803.

 

Il 27 settembre 1803 venne trasmessa una circolare che prescriveva al nostro Comune l’obbligo di provvedere un congruo numero di ALLOGGI e CASERME per le truppe francesi che facevano tappa nel nostro paese.
Il Comune reperì 31 case per gli ufficiali e dichiarò CASERME i fabbricati presenti nella Rocca Corsini, il capannone delle Vedute, il granaio delle monache (sul lato destro della chiesa di S. Salvatore) e il Teatro di piazza Montanelli.
Il Comune non era nuovo a queste operazioni che dissanguavano letteralmente le sue risorse finanziarie. Ai padroni dei locali destinati ad alloggi per ufficiali e a caserme per soldati venivano corrisposti dei compensi sostanziosi.
Per simili operazioni il Comune aveva speso 10.239 lire nel 1801 e una pari somma nel 1802.

 

Il 10 novembre 1803 il CAPITOLO della Collegiata risultava così composto:
1 - canonico Giulio Taviani col titolo di S. Agnese
2 - “ Tommaso Landini col titolo di S. Marco
3 - “ Dionisio Conti col titolo di S. Francesco da Paola
4 - “ Luigi Del Terra col titolo di S. Benedetto
5 - Vincenzo Bartolini col titolo di S. Audiface e S. Abacuc
6 - “ Luca Lensi col titolo di S. Giovanni
7 - “ Giuseppe Barni col titolo di S. Agata
8 - “ Agostino Luigi col titolo di S. Candido
9 - “ Anacleto Montanelli col titolo di S. Giovanni Napomiceno
10 “ Francesco Benvenuti col titolo di S. Clemente e S. Vitale
11 “ Tommaso Masini col titolo di S. Brunone
12 “ Arciprete col titolo di S. Giovanni Battista

Mancava il nome dell’arciprete Antonio Gorini di Marti che non aveva fatto ancora il suo ingresso nella Collegiata.

 

Il 13 novembre 1803 il sacerdote Antonio Govini di Marti, vincitore del concorso del 2.6.1803 a cui aveva preso parte anche il nostro canonico Giulio Taviani, prese possesso della Collegiata.
Il CERIMONIALE venne magistralmente diretto dal canonico Giulio Taviani, dimentico ormai degli incidenti da lui stesso provocati per poter ricoprire il posto di arciprete della Collegiata di Fucecchio.
Il Govini si portò con il suo seguito alla porta maggiore della Collegiata dive vi era schierato al completo il Capitolo.
Al Capitolo il neo arciprete presentò la Bolla della sua nomina e l’Exsequator Regio che il Taviani, in qualità di cancelliere del Capitolo, lesse ad alta voce.
Dopo la lettura dei documenti di nomina, il Govini venne vestito delle insegne arcipretali, dopodiché fu portato alla Cappella del SS. Sacramento dove gli fu consegnata la chiave del ciborio che il nuovo arciprete dovette aprire e chiudere in segno di effettivo possesso.
Dalla Cappella venne condotto nella Sala Capitolare e, dopo essersi seduto nello stallo d’onore come prescritto dal cerimoniale, dette la PACE a tutti i canonici del Capitolo, li benedisse e poi giurò ad alta voce di osservare “le costituzioni e le consuetudini della chiesa nostra Pieve Collegiata in Salamartana.”
Da qui passò al coro dove sedette nel proprio stallo; quindi salì sulla predella dell’altar maggiore per baciare la mensa prima sul corno dell’Epistola e poi su quello del Vangelo.
Dopo il canto dell’Antifona e la recita dell’orazione, il Govini salì sul pulpito da dove fece un’ottima omelia.

 

Il 21 novembre 1803 troviamo nella chiesa Collegiata, intenti a realizzare gli altari progettati. I seguenti carraresi portati a Fucecchio dall’architetto Andrei:
- Domenico Schianta - legatore
- Antonio Franzoni - architetto
- Domenico Franzoni - architetto
- Ciccardo Trabucchi - architetto
- Baldassarre Casani - intagliatore
- Pietro Salada - lustratore
- Pezzica - lustratore

 

Il 28 giugno 1804 si annuncia che l Regina reggente del Regno d’Etruria, Maria Luisa, si recherà a Fucecchio per la festa di S. Candido.
Il Comune deliberò:
- di stendere un PONTE sull’Arno per il più comodo transito di Sua Maestà, rimasta vedova il due maggio 1803, e del suo seguito;
- di preparare 18 o 24 giovani a cavalli, vestiti uniformemente per incontrre S. M. al passo dell’Arno e accompagnarla al luogo di suo riposo;
- di costruire un arco trionfale all’ingresso del paese con iscrizione.
Il Comune ordinò al Capitolo della Collegiata di riprendere i lavori agli altari della Collegiata nonostante si sapesse che la Regina non gradiva che il Comune spendesse troppi soldi per lei.
Quando la festa di S. Candido stava per avvicinarsi ed i preparativi fervevano, la Regina fece sapere al Gonfaloniere di Fucecchio che, per ragioni altamente superiori alla sua volontà, non avrebbe potuto presenziare alla festa.
Vi partecipò l’anno successivo nei giorni 24 – 25 e 26 agosto.

 

Il 22 aprile 1805 giunse Fucecchio una colonna di reclute italiche scortate da militari francesi per impedirne la fuga.
Il Vicario mobilitò tutte le forze di cui disponeva ed assegnò come alloggio a questi 400 uomini due caserme con le finestre munite di grosse grate trattandosi di gente “facinorosa, capace di tutto”.
Per rendere impossibile l’evasione fu fatta venire da S. Miniato una squadra si guardie per sorvegliare le finestre serrate.
Tutto sembrava andare per il meglio quando, verso le due di notte, le reclute poste in una di queste due caserme, calatesi nella fogna, passarono nella casa del sig. Soldaini Antonio da dove fuggirono. Nel sentire il rumore, la sentinella mise in allarme tutti, sentinelle, reclute e abitanti del vicinato.
Le sentinelle si portarono subito nell’abitazione del Soldaini. Il poveretto, spaventato dalla presenza di tanta forza pubblica non riusciva a “raccapezzarsi” dell’accaduto.
Le reclute non furono acciuffate.
Il caporale delle sentinelle terminò la sua relazione con queste parole:
“ Non fu trovato nulla, ma si capì che erano passati dalla fogna. Ci fu dato l’ordine dagli Uffiziali di ricercarli, ma fin qui non abbiamo trovato nulla”.

 

Il 28 giugno 1805 Napoleone, dopo essere stato incoronato imperatore e re d’Italia, ordinò sgravare l’Etruria dalla SUSSISTENZA, dal SOLDO e dai PRASPORTI delle truppe francesi.
Questa ordinanza non valeva per le truppe che fossero passate alla spicciolata.

 

Il 24 agosto 1805 giunse a Fucecchio in visita ufficiale, su invito del nostro Comune, la REGINA del Regno d’Etruria, Maria Luisa vedova di Ludovigo di Borbone, alo scopo di rendere più solenni i festeggiamenti in onore del PATRONO S. Candido che si svolsero nei giorni 24-25 e 26 agosto.
La regina potè ammirare i quattro altari della Collegiata nuovi di zecca approntati dall’Andrei.
Anche se marginalmente, Maria Luisa si rese conto dell’esattezza dei dati fornitile su Fucecchio, qualche mese prima, dal perito fiscale dott. Pietro Amidei che le aveva scritto:

“ Fucecchio è una terra popolosa assai ed il numero dei poveri vi è grande altrettanto che il medico non fa visita data l’impossibilità che ha la gente non solo di comprarsi i medicinali ma di sostenersi”
Le malattie erano provocate più “ dal poco sostentamento che dalla poca pulizia”
I malaticci, gli inabili e gli anziani “vengono lasciati lì a languire nella loro miseria, al sudiciume e si vedono trascinare a stento una vita affamata, mendicando.”
Le condizioni igieniche del paese erano raggelanti. A proposito delle fogne il perito fiscale sentenziava:
“bisognerebbe far togliere tutti gli ingombri che unitamente alle acque stagnanti danno un fetore insopportabile.”
La gente gettava l’immondizia nelle strade e i vicoli erano pieni di spazzature. 
Il passaggio quasi quotidiano delle truppe francesi e i loro frequenti acquartieramenti nel nostro paese avevano dissanguato le casse comunali e ridotto alla miseria i fucecchiesi.
La regina Maria Luisa, però, non diede troppo peso a quei dati. 
Il 24 agosto 1888 fu dato mandato al Governatore della Misericordia di dare esecuzione alla CONVENZIONE, stilata dal nostro Vescovo in merito al passaggio della chiesa di S. Salvatore alla Confraternita, non appena il Municipio avesse effettuato la consegna della chiesa alla Misericordia come da atto notarile del 3.12. 1874.
Questo atto notarile poté essere reso esecutivo soltanto nel 1888 perché proprio in quell’anno si verificò quanto previsto in quella clausola che suonava:
“ Esse (le monache) avranno anche la facoltà di occuparsi del funzionamento della chiesa fino a quando rimarranno almeno in numero di 6.”
Nel 1888 il numero delle monache era sicuramente inferiore a sei. Per questo cominciarono e trattative fra il Comune, le clarisse e la Confraternita della Misericordia per il passaggio della chiesa e degli arredi di S. Salvatore alla Misericordia.
Siccome le monache manifestarono il desiderio di continuare a partecipare al buon funzionamento della chiesa, le parti si rivolsero al Vescovo di S. Miniato.
Il vescovo, grazie alla CONVENZIONE che aveva stilato riuscì a mettere d’accordo clarisse e Misericordia.

 

Il 28 agosto 1805 il Governo Francese, a Firenze, si complimentò , mediante una lettera, con il VICARIO di Fucecchio per il lodevolissimo contegno tenutosi in occasione del passaggio dal nostro territorio delle truppe francesi.

 

Il 20 ottobre 1805 il perito fiscale Pietro Scali inviò alla Regina e Reggente Maria Luisa ved. Borbone un promemoria sulla situazione socio-economica di Fucecchio.
“.. Fucecchio è una terra popolosa assai ed il numero dei poveri vi è grande altrettanto che il medico non fa visite data l’impossibilità che ha la gente non solo di comprarsi i medicinali ma di sostenersi…”
Le malattie che vi serpeggiavano erano “date più dal poco sostentamento che dalla poca pulizia”
Innumerevoli erano i malaticci o inabili e gli anziani. Per loro non c’era che l’abbandono.
“…vengono lasciati lì a languire nella loro miseria, al sudiciume e si vedono trascinare a stento una vita affamata, mendicando”
Anche il paese non offriva nulla di più. Si coltivavano addirittura “.. le acque stagnanti in alcuni punti del paese per ricavare il sugo e l’ingrasso”.
Quanto alle fogne non c’era nulla di più rivoltante e fetente.
“.. bisognerebbe far togliere tutti gli ingombri che unitamente alle acque stagnanti danno un fetore insopportabile”
Anche le strade non erano da meno. La gente vi gettava le immondizie e i vicoli erano pieni di spazzature. I pizzicagnoli “… senza alcuna ritenutezza scolano nelle pubbliche strade le acque servite per lo spurgo o quanto meno per ammollare i baccalà o lo stoccafisso.”
Le bestie morte “.. producono pessime esalazioni e pregiudizievoli alterazioni dell’aria… bisognerebbe che ogni bestia morta venga subito sepolta e sia gettato sul cadavere una quantità di calce viva.”

 

28 novembre 1805 La presenza o il passaggio di truppe francesi che avevano spremuto le casse e i granai ed allentato la vigilanza del povero Vicario, sempre alle prese con i problemi dell’approvvigionamento delle truppe, avevano creato una certa tensione che alimento non poco la cronaca locale di molti episodi nel corso di quel novembre 1805.
Una sera, mentre due caporali facevano la ronda, passò loro accanto un certo Nicola Rosati, detto DIACCIO, che scagliò una pietra contro la caserma per poi darsi alla fuga col favore delle tenebre.
Antonio Pescini aveva fatto battezzare da pochissimi giorni la figlia. Mentre questo padre passeggiava sulla riva dell’Arno udì sua cognata dire alle sue spalle:
“ L’ho avuto caro che lei abbia avuto una figliola; io li farò Maschi!”
Al che il Pescini rispose:
“Io l’ho avuto a suo tempo e non generata alla macchia come la tua.”
La Rosa che aveva in mano un caldano gli gridò in faccia:
“ Se alcuna è una puttana, sarà la tua moglie!” e gli tirò una caldanata in testa.
Due ragazze, Rosa Ancillotti e Colomba Devi, si azzuffarono presso il pozzo della Valle perché la rosa aveva fatto dei pettegolezzi sulla sorella della Colomba.
La Colomba, prima, minacciò e poi colpì con un pugno il viso della Rosa procurandole una ecchimosi.

 

Il 29 novembre 1805 il Vicario di Empoli si rivolse furente a Firenze lagnandosi del Vicario di Fucecchio che non aveva spedito le 25 paia di buoi richiesti per “servizio trasporto delle truppe francesi”.
Era, quella del Vicario di Empoli, una ritorsione infamante contro il nostro povero Broccardi che tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, essendo Fucecchio posto di tappa per le truppe francesi di passaggio, dovette assicurare ad una colonna di cinquemila soldati locali di alloggio, pane, carne, vino, legumi secchi, olio, olio, legna e foraggi per i cavalli. 
C’era di che strapparsi i capelli. Dove avrebbe potuto trovare questi approvvigionamenti dato che la nostra giurisdizione, per essere luogo di transito, era già completamente spremuta?
Firenze fu esplicita:
“Faccia la requisizione!”
Nella lista dei possidenti da requisire c’era anche l’arciprete Govini che però si rifiutò di versare il denaro richiestogli.
Nella tenaglia della requisizione caddero i Comuni del nostro Vicariato e, fra questi, soprattutto Cerreto Guidi e S. Croce.
Quando il Broccardi non seppe più dove sbattere la testa, estese l’ordine di requisizione anche al Vicariato di Empoli.
Ed ora, in data 29 novembre, il Vicario di Empoli contraccambiava il gesto….munifico.

 

Il 17 dicembre 1805 Massimiliano Soldaini scrisse da Firenze al nostro Vicario Regio una lettera per informarlo del passaggio da Fucecchio delle truppe francesi che lasciavano la Toscana dopo il trattato di pace che seguì alla vittoria napoleonica ad Austerlizt del 2 dicembre.
Questo il calendario dei passaggi.
- il 18 dicembre sarebbe arrivato ed avrebbe pernottato a Fucecchio il 1° Battaglione del 1° Reggimento di Fanteria forte di 993 uomini;
- il 20 dicembre avrebbe pernottato a Fucecchio il 1° Battaglione del 42° Reggimento di Fanteria forte di 537 uomini;
- il 21 dicembre avrebbe pernottato a Fucecchio il 2° Battaglione del 42° Reggimento di fanteria forte di 550 uomini.

A Natale i Fucecchiesi poterono festeggiare indisturbati la solennità religiosa.

 

Il 21 dicembre 1805 i poveri fucecchiesi dovettero affrontare, almeno per quell’anno, l’ultima situazione di disagio connessa al pernottamento di truppe francesi nel nostro paese: erano i 550 soldati del 2° Battaglione del 42° Reggimento di fanteria.
Dopo la vittoria di Austerlizt contro gli austro-russi ed il successivo armistizio, Napoleone decise di ritirare le truppe francesi dislocate in Toscana: non sarebbero servite a niente.

 

Il 24 febbraio 1806, dopo 36 anni di intensissima attività, si concluse la carriera ecclesiastica del canonico Giulio Taviani, vissuto a cavallo del trentennio più dirompente della nostra storia locale (istituzione del Vicariato, primo cimitero civico, soppressione di molte confraternite, soppressione di alcuni ordini religiosi, fine delle Cerbaie, bonifica del Padule, dominazione Borboni, dei Francesi, dei napoletani, degli austriaci e dei Lorena):
Nessuno come lui, il canonico, seppe valorizzare il nostro paese; nessuno lo ha più eguagliato nell’intrapresa di iniziative promozionali che ebbero come punto di riferimento la Pieve di S. Giovanni Battista –oggi Collegiata-.
Diventato sacerdote nel 1770 dopo aver compiuto gli studi nel Collegio Tolomei di Siena, appena ritornato a Fucecchio stilò un manuale liturgico per assicurare ad ogni funzione religiosa un cerimoniale pari a quello delle chiese metropolitane.
Nel 1771 sollecitò ripetutamente e l’elevazione della Pieve al rango di Arcipretura-Collegiata e la istituzione del CAPITOLO ( gruppo di 10 canonici cui è demandata la gestione della parrocchia). Questa doppia operazione andò in porto nel 1772.
Nel 1772, quando il granduca Leopoldo I passò da Fucecchio, il Taviani riuscì a dirottarlo nella Collegiata e lo convinse sulla necessità di demolirla per fabbricarne una nuova incamerando i beni di alcune congreghe degne di soppressione. Il granduca lo ricevette anche a Firenze nel 1774 e lo rivide a Fucecchio nel 1787, l’anno in cui fu inaugurata la nuova Collegiata.
Nel 1774-1775 registrò nei suoi DIARI tutte le fasi della demolizione e ricostruzione della chiesa di S. Andrea che si trovava nell’area dell’attuale piazza dell’ospedale.
Interessanti furono in quel periodo certi suoi ritrovamenti. Ma più interessanti i suoi viaggi a Lucca, Pisa ,Pistoia, Roma, Firenze di cui fece un ampio resoconto nei suoi Diari.
Caldeggiato dai nostri amministratori compì ricerche storiche sul nostro antico Castello facendoci riscoprire i Cadolingi. Come cancelliere del Capitolo riordinò in maniera inappuntabile l’Archivio della Collegiata.
Nel 1782, dopo il placet granducale, si buttò a corpo morto nella costruzione della nuova Collegiata di cui sovraintese i lavori che si conclusero nel 1787. Senza il Taviani la Nuova Collegiata non sarebbe mai nata. 
Nel 1790 redasse l’INVENTARIO degli arredi dell’OPA che vennero incorporati dal Capitolo appena essa venne soppressa (1790) .
Diresse il VARIANDA bollettino parrocchiale .
Per due volte fallì il suo tentativo di diventare arciprete della Collegiata.
Poco sappiamo della sua attività pubblica. Quasi sicuramente ricoprì la carica di Gonfaloniere (sindaco). Risiedeva in via Castruccio.
Il 24 febbraio prese parte per l’ultima volta alla riunione del Capitolo della Collegiata.
Poi si ritirò definitivamente a vita privata sospettato di aver intascato del denaro che doveva essere depositato nelle casse del Capitolo*.
Viveva a pensione da una sua parente avarissima.
Si spense il 6.12.1817
*All’inizio del mese di febbraio, nel 1806, il Taviani andò a Firenze per riscuotere dall’avvocato Peccioli “procuratore ad exigendum del Capitolo” la somma di scudi 205 e soldi 5 che spettavano alla massa capitolare come frutto dei capitali depositati in banca. Il Peccioli si fece rilasciare la ricevuta.
Il Taviani, dopo qualche giorno, ritornò a Fucecchio, ma non depositò nemmeno uno scudo nelle casse del Capitolo.

 

Il 24 luglio 1806 il Comune accordò al Principe Corsini il permesso di demolire parzialmente una torre della Rocca.

 

Il 6 aprile 1807 il Comune di Fucecchio destinò per alloggio alla truppa spagnola che abbandonava la Toscana i seguenti fabbricati:
1- il soppresso Monastero di S. Andrea in piazza dell’ospedale
2- il granaio della fattoria delle monache di S. Salvatore
3- il capannone della Madonna delle Vedute
4- l’ingresso del Ritiro La Vergine
5- in caso di urgenza, la fattoria Corsini.

 

Il 2 maggio 1807 ci fu la visita pastorale del nuovo vescovo monsignor Pietro Fazzi che giunse a Fucecchio alle ore 16 accompagnato dai suoi canonici di S. Miniato.
Nella casa canonicale si vestì pontificalmente mentre il popolo accorreva numeroso per le strade e sulla piazza maggiore.
Dopo essersi vestito uscì processionalmente sotto il baldachino,in mezzo al clero ed al suono della banda militare per recarsi in Collegiata dove venne ricevuto sulla porta dal arciprete Govini. 
Fatto quindi il solenne ingresso con la soluzione dei defunti a forma delle pontificie disposizioni, venne intonato un bellissimo inno Ambrosiano dopodiché furono ammessi al bacio della mano L’arciprete, i canonici e tutto il clero fucecchiese. 
Finita questa cerimonia passo nella Cappella del SS. Sacramento, quindi si portò al battistero trovando tutto in ordine.
Subito dopo visitò l’altare maggiore e gli altri altari “di fresco eretti” trovando non solo tutto ben custodito ma anche in regola.
Visitò poi la sacrestia e gli arredi sacri, e poiché l’ora era tarda andò nel suo appartamento dove diede udienza a varie persone.
Mentre faceva ciò, la banda militare musicale ebbe la garbatezza di suonare al uscio della canonica varie sinfonie che poi a Prelato costarono una rispettabile mancia.
Il giorno dopo il vescovo si recò all’oratorio del principe Corsini, ma ebbe il disappunto di trovarlo mediocremente tenuto tanto che ordinò di coprire Gesù Bambino.
Visitò pure la chiesa delle Vedute e fece scoprire la sacra Immagine mentre dal popolo e dai canonici veniva intonata l’Ave Maris Stella.
Il 6 maggio volle verificare i sigilli apposti alla cassa di corpo di S. Candido.
Trovandogli infranti, ordinò che la detta cassa venisse dissigillata col suo sigillo con fasci di nastri rossi dalle due porte laterali.

 

Il 22 giugno 1807 venne fatta una ricognizione del cadavere del Venerabile Servo di Dio padre Teofilo da Corte morto il 19 maggio 1740.
LA ricognizione venne eseguita dall’arciprete della Collegiata Antonio Govini, dai medici Panicacci e Paolo Checchi e da altri canonici.
Tutto si svolse nella massima segretezza. Dopo aver prestato, ciascuno dei presenti, giuramento , venne aperta la cassa dove fu trovato un ammasso informe di tavole mescolate con terra e calcinacci. In questo ammasso furono trovati frammenti d’abito francescano, qualche grano di corona, qualche frammento di ossa e un tubo di piombo coperto da un capecchio di piombo. Apertolo vi trovarono “ una pochissima quantità di polvere” che non fu possibile identificare.
Furono confezionati tre involti:
nel primo furono messe le ossa, i frammenti d’abito e i grani del rosari e furono chiusi in un vaso di stagno;
nel secondo furono messi i frammenti di legno corrotto e polverizzato riposto poi in una cassetta di legno debitamente inchiodata;
nel terzo furono collocati i pezzetti di di tavole.
Dietro la lapide fu posta una lapide
Successivamente la cassa fu dissotterrata e collocata in un’altra cassa nuova che venne interrata nel coro, dietro l’altar maggiore E tutto “ fu otturato come da disposizioni della Santa Sede.

 

Il 27 ottobre 1807, dopo il patto concluso a Fontainebleau con Re di Spagna, Napoleone assegnò alla nostra Regina Maria Luisa il Regno della Lusitania settentrionale in Portogallo.
La Toscana fu annessa alla Francia e le fu assegnata come Reggente la sorella di Napoleone, Elisa Baiocchi. Maria Luisa, che in occasione della sua visita a Fucecchio aveva commosso i nostri canonici e la nostra popolazione, dovette far fagotto e partirsene per il Portogallo. Nei pressi di Cafaggiolo il suo corteo si incontrò con quello della sorella di Napoleone diretta a Firenze. Le due donne si ignorarono.
Abituati ormai ai bruschi cambiamenti politici, i Fucecchiesi anche questa volta fecero buon viso a cattiva sorte e innalzarono al cielo il TE DEUM di ringraziamento in Collegiata per l’arrivo della nuova padrona.
Come primo provvedimento partito da Firenze, si raccomandò al Vicario di Fucecchio tempestività, rapidità e severità nel punire i rei allo scopo di inibire con la pena immediata i “vocati” al crimine.

 

Il 24 luglio 1807 il Comune accordò al Corsini la parziale demolizione di parte (4 braccia circa) di una torre della rocca nella sua cima.

 

Il 29 gennaio 1808 giunse al nostro Vicario un ordine per il reclutamento di 200 individui da destinarsi al servizio militare avvertendo di “esplorare la volontà di quelli che sono stati creduti atti alla cavalleria”
Molti furono i coscritti, in tutta la giurisdizione del Vicariato, ma numerosi giovani cercarono di imboscarsi chiedendo di vestire l’abito sacerdotale.
Avvertito di questo sotterfugio, Napoleone Bonaparte fece scrivere al vescovo di S. Miniato una lettera di questo tenore
“ …indubitati rapporti ci sono pervenuti sui preparativi che si fanno per promuovere degli individui agli Ordini Sacri: in uno Stato che rigurgita per ogni dove di ministri ecclesiastici non può essere tollerato questo abuso che offende le leggi civili e degrada la dignità del sacerdozio.”
Pochi giorni dopo Napoleone emanava un severo ordine contro le questue.
Dice il laconico bando:
“ Qualunque questua per feste, uffici e qualunque altra funzione sacra e profana tanto in denaro che in generi, nelle chiese e fuori è severamente proibita”.
(Masani – pagg. 285- 286)

 

Il 20 marzo 1808 il Cancelliere ( segretario comunale) del Comune di Fucecchio consegnò ad un messo il BANDO con cui Napoleone promulgava il CODICE NAPOLEONICO. ( il 27.10.1807 la Toscana era stata annessa direttamente alla Francia)
Il CODICE sarebbe entrato in vigore nel mese di maggio.
Preso il bando, il messo si portò nella Piazza Maggiore (piazza Vittorio Veneto) davanti al Palazzo Pretorio e, alla “maggior presenza del popolo” radunato a suon di tromba, con chiara ed alta voce lesse il bando, quindi lo affisse ad una colonna del Palazzo per i pochi che sapevano leggere e per i molti che volevano sapere.
Secondo il nuovo Ordinamento amministrativo la Toscana era stata divisa in tre DIPARTIMENTI:
quello dell’Arno
quello del Mediterraneo
e quello dell’Ombrone.
Fucecchio faceva parte del Dipartimento del Mediterraneo, alle dipendenze della Sottoprefettura di Pisa la quale dipendeva dalla Prefettura di Livorno.
Il capo dell’amministrazione locale veniva chiamato MAIRE. Il primo maire di Fucecchio fu l’ex cancelliere (segretario comunale) coadiuvato dal Tenente comandante del distaccamento militare di stanza a Fucecchio.
Il Tenente, dopo qualche tempo, cominciò a lamentarsi del contegno poco corretto dei fucecchiesi che gettavano dalle finestre acque “fetenti e putride” e molte volte le immondizie senza badare a chi passava.
Il maire, allora, prescrisse pene severissime per i trasgressori.

 

8 novembre 1808 Anche in questo giorno il povero Maire (pretore), l’ex cancelliere, dovette espletare un lavoro ossessivo data la presenza, in paese, del tenente napoleonico monsieur le Comandante del distaccamento militare di Fucecchio.
Il tenete si lamentava del contegno poco corretto dei fucecchiesi i quali, incuranti di chi circolava per le strade o nella Piazza, gettavano dalle finestre “acque fetenti e putride se non addirittura le immondizie che venivano scaraventate fuori a tutte le ore del giorno”.
Per questo motivo il Maire dovette emanare un ordine in ottemperanza del quale avrebbe punito i trasgressori con 7 lire di multa ogni volta che fossero stati colti sul fatto. Inoltre i trasgressori colti in flagranza avrebbero dovuto provvedere alla “rimozione degli ingombri” e avrebbero rischiato pure la galera “secondo le circostanze dei casi”.
Il nuovo ordinamenti amministrativo introdotto da Napoleone (Fucecchio dipendeva dalla Sottoprefettura di Pisa, dalla Prefettura di Livorno e dal Dipartimento del Mediterraneo) e gli altri cambiamenti operati dai francesi (la nuova intitolazione delle vie e delle piazze, l’istituzione della festa di S. Napoleone il 15 agosto) avevano irritato non poco i nostri paesani.

 

Il 5 febbraio 1809 , quando Fucecchio era sotto l’amministrazione francese, il sottoprefetto di Pisa scrisse al MAIRE di Fucecchio che il Prefetto del Dipartimento del Mediterraneo e di prendere possesso in nome del Governo dei mobili ed immobili appartenenti sia ai benefici di patronato regio sia alle corporazioni religiose e di fare l’inventario dettagliato con le rispettive stime delle argenterie, quadri, arredi delle chiese, delle cappelle e degli oratori, delle derrate, dei vini, dei generi di consumo e delle bestie di ogni specie.
Quanto all’argenteria delle chiese doveva essere pesata alla presenza di un impiegato del Registro ed inviata alla Zecca di Firenze.
Nemmeno i nostri canonici sfuggirono alla requisizione ( qualche anno prima avevano dovuto inviare al Governo francese l’inventario degli ori e degli argenti delle chiese e di tutti i luoghi pii ) e molto del loro argento andò alla zecca per i sempre più urgenti ed assillanti bisogni militari di Napoleone che spargeva sangue in tutta l’Europa.
(Masani pagg. 286,287)

 

Il 3 marzo 1809 Napoleone Bonaparte consegnò la Toscana, divisa in tre dipartimenti, alla sorella Elisa, moglie di Felice Baiocchi.
La Reggente Maria Luisa Borbone, tanto cara ai nostri canonici, dovette far fagotto ed andarsene. Nei pressi di Cafaggiolo il corteo della Borbone incontrò quello della sorella di Napoleone: l’una tirò a diritto; l’altra proseguì per Firenze.
La nuova amministrazione francese terremotò la vita pubblica dei Fucecchiesi. Questi i cambiamenti più vistosi:
- il clero dovette giurare fedeltà all’Imperatore Napoleone;
- venne introdotto l’uso dei MODULI nel disbrigo delle pratiche burocratiche e questo ne snelliva l’iter;
- venne abolita la FRANCHIGIA sul tabacco e sulla posta di cui godevano i frati ed il clero;
- venne soppresso il Convento La Vergine: i frati vennero mandati via, ma fu loro corrisposta una pensione annuale;
- venne introdotta la tassa di 4.000 franchi per ogni vestizione ed ogni professione religiosa di voti;
- vennero soppresse le monache di S. Salvatore mentre l’omonima chiesa passò in proprietà al Capitolo della Collegiata;
- il maire (sindaco) entrò in possesso dei beni mobili ed immobili di tutte le corporazioni religiose;
- venne fatto l’INVENTARIO dei beni artistici, degli oggetti in oro e in argento, delle derrate alimentari e delle bestie presenti nel nostro Comune.

 

Il 9 marzo 1809 Fucecchio era amministrato dai FRANCESI. Per sottomettere ogni forza civile e morale alla sua autorità, Napoleone pretese da tutti gli ordini ecclesiastici il giuramento di fedeltà.
Per effetto di questo decreto, il vescovo di S. Miniato, essendo vacante l’arcipretura di Fucecchio, il 9 marzo, nominò, senza la procedura del concorso, Valentino di Giovan Domenico Montanelli di Fucecchio. Il nuovo arciprete Valentino Montanelli dovette sottoscrivere su carta bollata la formula del giuramento che diceva testualmente.
“ Giuro e prometto a Dio sopra i Santi Vangeli di essere aderente e fedele alle leggi di S.M. l’Imperatore Napoleone nostro sovrano.
Prometto inoltre di non avere nessuna intelligenza di non assistere ad alcun consiglio o radunanza, di non mantenere nessuna corrispondenza tanto al di dentro quanto al di fuori dello Impero che possa essere contraria alla pubblica tranquillità. Se nella mia preghiera od altrove so che si macchini alcuna cosa in pregiudizio dello Stato io ne renderò informato il Governo.”
E fu per merito di segnalazioni precise partite dall’arcipretura che finirono gli abusi dei festaioli della Madonna e del SS. Sacramento i quali amministravano molto liberamente il vino, l’olio, il grano e il denaro ricevuti dai benefattori e che dovevano essere destinati ai poveri anziché alle loro capienti tasche. Il sottoprefetto di Pisa impose ai festaioli di gettare i denari in una cassetta chiusa con una chiave che doveva essere custodita dal presidente del comitato.
(Masani pag.287)

 

Il 10 marzo 1809, alle ore 20, alcuni vetturali di ritorno da Livorno portarono la notizia che 5.000 inglesi erano sbarcati a Livorno per occupare la Toscana. A questa notizia, uomini, donne e ragazzi sbucarono da ogni parte e si riversarono nelle strade e nella piazza gridando “Bruciate e ammazzate i giacobini” ( filofrancesi) Qualcuno salì arbitrariamente sul campanile per suonare le campane e vennero suonate che per tre giorni consecutivi senza interruzione.
La sera stessa, incurante della pioggia che cadeva abbondantemente, il popolo si riunì intorno alla canonica chiedendo a gran voce che all’istante venisse cantato il TE DEUM. L’arciprete riuscì a dissuadere le persone che si accalcate davanti alla canonica.
Intanto una parte del popolo, sotto la guida di un ex frate OFM andò alle carceri ( nell’attuale piazza Vittorio Veneto) per liberare i carcerati politici, quindi aprì la chiesa La Vergine - chiusa la culto dai francesi – poi andò in Collegiata a prelevare i quadri dei frati che l’arciprete Montanelli era riuscito a salvare dalla vendita d’incanto operata dai francesi.
Il popolo prese i quadri facendo tutto “senza l’amor di Dio. Questo accadde il giorno 11 marzo:
L’arciprete Montanelli andò allora nella chiesa La Vergine e riuscì a convincere il popolo a cantare con lui le lodi della Madonna e di S. Francesco.. Con questa iniziativa l’arciprete ristabilì un po’ di calma.

 

Il 13 settembre 1809, in ossequio ad una ordinanza di Napoleone Bonaparte, venne soppresso anche il Convento La Vergine OFM di Fucecchio.
I frati, sempre per ordine di S.M.R. dovettero ritornare al loro paese di nascita dietro compenso di una piccola pensione annua.
Il Prefetto del Dipartimento del Mediterraneo dovette occuparsi anche delle monache professe che erano rimaste in S. Salvatore anche dopo la soppressione del 1808.
La Collegiata fu dichiarata legittima proprietaria del Monastero di S. Salvatore e fu esonerata dal pagamento delle 130 lire annue alle monache che provvedevano alla manutenzione della chiesa di S. Salvatore.
Il 16 aprile 1809 il Maire, alla presenza dell’arciprete Montanelli e del canonico Luca Lensi in rappresentanza del Capitolo, lesse il decreto con cui i canonici venivano ufficialmente investiti della proprietà della chiesa di S. salvatore e di 4 retrostanze ad uso sacrestia.
L’arciprete ed il canonico dichiararono in forma solenne la presa di possesso della chiesa.

 

Il 18 ottobre 1809 venne notificata al parroco di Torre, Giuseppe Spadoni, l’ordinanza napoleonica che proibiva di seppellire i morti in chiesa, sotto l’impiantito.
Il Comune di Fucecchio provvide a cercare e a delimitare l’aera dove fu edificato il primo cimitero civico di Torre.
A ricordo di questo avvenimento, sul muro di cinta del cimitero venne collocata una lapide su cui fu scritto in lingua latina questo testo, tradotto in lingua italiana dalla professoressa Marisa Bartolesi Chiari.

PER ORDINE E PROVVEDIMENTO DI NAPOLEONE IMPERATORE AUGUSTO
QUESTO CIMITERO GIUSEPPE MARCHIANI
POSTO A CAPO DELLA COMUNITA’ DI Fucecchio
NELL’ANNO 1813
PROVVIDE CHE SI PONESSE FUORI DELLE MURA DEL TEMPIO
PER PRESERVARE LA SALUTE PUBBLICA E
PER MANTENERE L’ANTICA RIVERENZA DELLA CASA DEL SIGNORE
CHIUNQUE TU SIA CHE DESTINATO A MORIRE ENTRI IN QUESTO LUOGO
INVOCA LA PACE PER QUESTI LE CUI SPOGLIE MORTALI
RIPOSANO QUI
ASPETTANDO LA SECONDA ETERNA VITA.

Il decreto napoleonico di Saint-Cloud, del 1804, vietava la sepoltura nelle chiese e nell’abitato cittadino, imponeva la costruzione di cimiteri extra urbani ed ordinava una commissione incaricata a vigilare, a tutela della verità e del decoro, sul testo delle epigrafi funebri.

 

Il 4 marzo 1810 il Maire francese ( governatore) di Fucecchio ricevette l’ordine di intimare a tutti i giovani fucecchiesi di essere presenti alle estrazioni della coscrizione – che dovevano avvenire in sua presenza – e di convincere gli estratti a presentarsi volontariamente per non incorrere in gravi conseguenze.
Il Maire emise l’ordinanza, ma i giovani fucecchiesi in età per il servizio militare la ignorarono.
Il sottoprefetto di Pisa. In una missiva, ammise che non se lo sarebbe mai aspettato un esito così negativo:
“…Una buona parte di giovani destinati dalla sorte a partecipare delle glorie dell’armata imperiale si sottrae vergognosamente alle cure degli uffiziali di recluta….”
Il sottoprefetto, in calce alla sua lettera, preconizzò che il male maggiore sarebbe ricaduto sulle famiglie dei renitenti benestanti.
Poiché i rimproveri non risortirono alcun effetto, da Pisa e da Livorno si scrisse che i proclami sarebbero stati surrogati da colonne mobili di truppe francesi che avrebbero punito severamente renitenti al servizio militare, famiglie e paese intero.
(Masani pp.290 e 291)

 

Il 1° novembre 1810, a seguito dell’editto imperiale napoleonico del 13.9.1810 che prescriveva la soppressione di tutti i conventi di frati e di monache, i religiosi del nostro Ritiro di Piazza La Vergine, dopo aver consumato il SS. Sacramento e dopo aver giurato alla Costituzione dell’Impero8napoleonico), uscirono piangendo dal Convento che rimase chiuso del tutto.
Riscossero un trimestre anticipato della pensione che era stata loro accordata:
- ai frati secolari 500 franchi
- ai secolari ultrasessantenni 600 franchi
- ai frati chierici 500 franchi
- ai frati conversi 250 franchi
In precedenza, a seguito dell’occupazione napoleonica, nel 1807 erano state abolite le FRANCHIGIE del TABACCO e della POSTA.
Sempre nel 1807 era stata introdotta la TASSA di 4.000 franchi per ogni vestizione e professione e furono requisiti ori, argenterie e libri.

 

7 giugno 1811 – Il MERCATO settimanale al tempo del Governo Francese era così regolato:
Piazza Napoleone era riservata alla vendita della chincaglieria, dei grani, delle stoviglie e dei commestibili.
Il Loggiato del Palazzo Pretorio, Piazza Elisa e Via del Corso erano riservati alla vendita delle bestie cavalline, bovine e d’altri generi.
Piazzetta Sambuca era adibita alla vendita del pesce, delle erbe e della frutta.
Piazzetta del Fiore, Via Donateschi e Via Porta Bernarda venivano utilizzate come aree di mercato soltanto nei giorni di FIERA.

 

Il 5 gennaio 1813 nacque a Fucecchio, in via Donateschi n. 21, Giuseppe Montanelli, figlio di Alessandro e di Luisa Pratesi.
Sulla facciata della casa dove nacque si legge questa iscrizione: In questa casa ai dì 5 del mese di gennaio 1813 nacque Giuseppe Montanelli, la lira, la penna, la spada sacrò all’Italia. Fucecchio nei fasti del patrio Risorgimento per lo immortale cittadino non dimenticato ad onoranza ad esempio Q.M.P.
Montanelli non proveniva da una stirpe nobile, bensì da una stirpe attiva e dinamica.
Suo padre che era un bravo affarista ed un fortunato commerciante poté mantenerlo agli studi a Pisa dove si laureò giovanissimo in filosofia e lettere.
A 23 anni Giuseppe Montanelli pubblicò un volumetto di poesie. Poco dopo vinse la cattedra universitaria di Diritto Civile a Pisa.
Sensibile anche ai problemi sociali, lesse e divulgò le opere del francese Saint Simon ed aderì con entusiasmo al tentativo di operare un rinnovamento sociale per il riscatto della classe operaia.
Non aderì a nessuna Società segreta né si affiliò alla Giovane Italia, ma nessun movimento circolante sul suolo patrio passò inosservato al nostro Montanelli.
(Masani pag.222)

 

Il 6 febbraio 1814, alle ore 13, venne affisso a Fucecchio un proclama del Tenente generale del Re di Napoli, giunto da Modena. In questo proclama si informava la popolazione che le truppe napoletane avrebbero occupato tutta la Toscana a nome delle potenze alleate.
L’era di Napoleone Bonaparte era finita con la sconfitta di Lipsia e suo cognato Gioacchino Murat, schieratosi dalla parte dei nemici di Napoleone, si atteggiava a nostro liberatore. 
Quando i fucecchiesi lessero il proclama capirono di avere cambiato padrone e si adunarono tumultuosamente in Piazza e, con armi e bastoni alla mano, chiesero ed ottennero l’abbassamento degli stemmi francesi per darli alle fiamme. Qualcuno suggerì di bruciarli davanti alle abitazioni dei “giacobini locali”, i filonapoleonici. A questo punto intervenne l’arciprete che riuscì ad “evitare questa onta” invitando la gente a radunarsi nelle chiese delle Vedute e della Collegiata.
L’arciprete dovette parlare per tre volte fra lo schiamazzo della gente, ma, malgrado i clamori, non ci furono “contumelie e neppure fatti ingiuriosi”. Il medesimo arciprete raccontò:
“Io fui ascoltato e rispettato assai che il fermento, le circostanze, le miserie comuni alla popolazione come pure l’indolenza e l’apatia dei falsi fratelli mi avessero posto in qualche timore”:
Comunque le cose si misero per il meglio e tutti parteciparono alla gioia generale.
(Masani pp.293-294)

 

Il 12 marzo 1814 giunse da Pisa un PROCLAMA, spedito dal comando militare napoletano di Gioacchino Murat. Il Comune ebbe l’ordine di farlo affiggere nella Piazza ( Vittorio Veneto).
Appena affisso, il PROCLAMA venne strappato dalla gente. 
I fucecchiesi inebriati dal successo perché nessuno aveva punito quel loro atto, si abbandonarono al chiasso e al disordine.
La mattina dopo si presentò all’arciprete della Collegiata un Ufficiale della Gendarmeria napoletana e gli comandò di far cessare il suono delle campane; ma il popolo non obbedì e le campane continuarono a suonare anche quando arrivarono altri 6 gendarmi.
Per tutta la mattinata i fucecchiesi li guardarono con ira, li disarmarono e “a furia di pietre” li cacciarono dal paese.
L’arciprete, allora, per placare gli animi, organizzò in fretta e furia una processione. I fucecchiesi, colti di sorpresa dimenticarono persino di saccheggiare le abitazioni di alcune persone compromesse con i francesi e seguirono con devozione l’ostensorio recante il Santissimo.
L’arciprete, però, seppe placare anche la colonna di militari che il Governo napoletano spedì due giorni dopo a Fucecchio per ristabilirvi l’ordine e per punire i responsabili degli eccessi.
Per merito dell’arciprete l’operazione repressiva dei militari del Governo napoletano non ebbe luogo.

 

Il 20 aprile 1814 Fucecchio dopo la lunga parentesi borbonica, francese e napoletana ritornò sotto i granduchi lorenesi. Proprio il 20 aprile il Principe Rospigliosi a nome del granduca Ferdinando III sottoscrisse a Parma il Trattato con il quale la Toscana ridiventava Granducato.
Il popolo fucecchiese esultò e fece grandissima festa.
Il 30 aprile, sempre a nome del granduca Ferdinando III venne pubblicato un Proclama che venne addirittura festeggiato con fuochi e luminarie.
Il 30 giugno il Rospigliosi, a Fucecchio, nominò come Cancelliere (segretario comunale) Antonio Ticciati con una provvigione annua di 1.100 lire.
Intanto ricominciò il passaggio delle truppe austriache e di nuovo venero inviati ordini per provvedere al loro vettovagliamento.
Il granduca Ferdinando III rientrò a Firenze con la sua famiglia il 17 settembre 1814.
Sebbene il paese si trovasse in condizioni pietose, Fucecchio, per festeggiare il lieto evento organizzò luminarie, fuochi e feste solenni.

 

Il 24 aprile 1814, dietro istanza di suor Pellegrina Montanelli già Vicaria del Monastero di S. Salvatore, gli adunati del Consiglio Comunale deputarono il dott. Raimondo Lampaggi e Antonio Nelli ( vedi 18 aprile 1916) a fare di tutto presso il Reale Governo perché venisse ripristinato il detto Monastero atteso che se ne assumerebbe l’obbligo di fare scuola alle fanciulle, Ciò in intesa con l’arciprete Valentino Montanelli.
Anche il 29 maggio 1815 si deliberò di incaricare l’arciprete di portarsi a Firenze a nome del Comune per ottenere il ripristino del Monastero di S. Salvatore con l’espressa condizione che le suore che vi sarebbero state ammesse sarebbero state obbligate all’esercizio della scuola (avrebbero dovuto insegnare a leggere, a scrivere e a lavorare alla fanciulle di Fucecchio).

 

Il 27 giugno 1814, per effetto della soppressione della MAIRIE francese, si ridette vita ad forma di amministrazione locale, sia pure provvisoria , simile a quella antecedente all dominazione francese.
Vennero istituiti nuovamente il Gonfaloniere ( sindaco), i 5 Priori (assessori) e il General Consiglio (Consiglio comunale).

 

Il 18 settembre 1814, cessata l’epoca rivoluzionaria e napoleonica in tutta la Toscana, le autorità locali si affrettarono ad inviare il Gonfaloniere Giuseppe Marchiani e i priori Pietro Aleotti e Anton Vincenzo Landini come ambasciatori presso sua Altezza Reale Ferdinando III° “nostro Augusto sovrano restituito dalla Provvidenza ai caldi voti dei suoi fedelissimi sudditi” per prestargli gli omaggi e le congratulazioni.

 

Il 9 dicembre 1814 venne presentata al Gonfaloniere, ai Priori e al Consiglio Comunale una istanza dei due notari, quello civile e quello criminale che operavano nel Palazzo Vicariale (quello che oggi chiamiamo Pretorio) nel quale avevano pure il loro appartamento.
I notai Filippo Fabbri e Giuseppe Giovani chiesero “al fine di rendere i loro quartieri di una più comoda e decente abitazione” di alzare l’ultimo piano della Scuola Comunale, adiacente al Palazzo Pretorio, in modo da poter ampliare i loro appartamenti.
L’istanza venne accolta e si dette al perito Luigi Masani l’incarico di elaborare il progetto e di corredarlo di perizia.
Il Masani rimise in data 22 gennaio 1815 il progetto con relazione e perizia.
Il progetto è riportato in calce.

 

Il 26 gennaio 1815 il Provveditore dell’Ufficio dei Fossi sollecitò il cancelliere affinché ingiungesse all’ex camarlingo Biagio Cosci di versare la somma da lui rubata e che ammontava a 8.400 franchi.
L’ex camarlingo comunale dottor Biagio Cosci, dopo aver riscosso le contribuzioni, si era assentato da Fucecchio senza dare più notizie di sé.
Preoccupati e allarmati, il Gonfaloniere Lampaggi (sindaco) e il Cancelliere Ticciati (segretario comunale) decisero di fare una ispezione nella casa del perito Luigi Masani che custodiva i Registri e la ..cassaforte.
Lo trovarono in una stanza a pianterreno del fabbricato posto in via Castruccio n.119. I due magistrati chiesero al Masani i Giornali e i Registri nei quali lessero i nomi di coloro che avevano pagato le contribuzioni. Purtroppo le somme da essi corrisposte non erano mai giunte all’Ufficio dei Fossi di Pisa.
Il Gonfaloniere e il Cancelliere aprirono anche la ..cassaforte e la trovarono piena di soldi. Data l’ora tarda, rimandarono l’operazione di controllo al giorno successivo e cioè al 7 gennaio 1815.
Il giorno dopo i due solerti amministratori verificarono che la somma in giacenza corrispondeva alle contribuzioni riscosse ma non spedite a Pisa. Trasmisero immediatamente una relazione al Provveditore dell’Ufficio dei Fossi che in data 26 gennaio trasmise la citata ingiunzione.

 

Il 12 e il 13 aprile 1815 si vissero a Fucecchio delle ore di grande e tensione e paura a causa di una guerriglia che aveva interessato la Toscana a cominciare proprio dalla fine di marzo.
Per tutto il mese di aprile del 1815 il nostro Comune dovette sopportare i disagi materiali e psicologici di una guerriglia che si concluse soltanto alla fine del mese.
Il 30 marzo 1815, Giovacchino Murat, dopo la fuga di Napoleone dall’isola d’Elba, lanciò un proclama nella quale annunciava che il suo esercito avrebbe proceduto alla liberazione dell’Italia di cui lui poi sarebbe diventato RE.
Sia il papa che il nostro Granduca Ferdinando III lasciarono le loro sedi. Ferdinando III chiese addirittura l’intervento dell’esercito austriaco non fidandosi troppo di quello toscano.
L’esercito napoletano di Murat, avendo scelto la strategia della guerriglia che rifiutava lo scontro aperto e diretto teneva la nostra popolazione in viva apprensione.
Il tenente colonnello dell’esercito toscano, Coppini, oltre ad avere inviato a Fucecchio un picchetto di militari, ordinò al Vicario (pretore) di mettere spini nei punti strategici per individuare il passaggio di truppe napoletane.
Nella notte fra il 12 e 13 aprile il Gonfaloniere di Cerreto Guidi trasmise a Fucecchio dei messaggi fornitigli dagli spioni. I questi messaggi si informava il nostro Gonfaloniere che erano state individuate in prossimità del nostro territorio le soldatesche napoletane.
Fortunatamente i napoletani ci risparmiarono perché, essendo stati sonoramente sconfitti a Campi Bisenzio, abbandonarono per sempre la Toscana.

 

Il 18 aprile 1815, giorno in cui il granduca Ferdinando III ritornò a Firenze, segnò per i nostri fucecchiesi e per gli abitanti del Valdarno la fine di un incubo.
La vittoria riportata a Campi Bisenzio dalle truppe del Granducato toscano, aiutate ad quelle austriache, sull’esercito napoletano di Gioacchino Murat, toglieva definitivamente dalle scene della Toscana Giovacchino Murat.
Non appena Napoleone fuggì dall’isola d’Elba, Gioacchino Murat, nella speranza di consacrasi finalmente Re d’Italia, il 30 marzo 1815 emanò un proclama seguito da un’invasione militare della Toscana. Il Granduca si ritirò a Pisa.
Murat mise in atto, in anteprima, in Toscana, la tattica della guerriglia: appariva improvvisamente, colpiva ed andava a rifugiarsi nell’Appennino.
Austriaci e Granducato organizzarono una rete di spionaggio che finì per seminare il panico nella popolazione.
Anche il nostro Vicario Regio Cesare Fabbri dovette collocare spioni nei punti strategici. Queste vedette dovevano dare notizie senza interruzione.
A Fucecchio fu mandato anche un picchetto di militari.
Cerreto Guidi segnalava continuamente la presenza di truppe napoletane ora in un luogo ora in un altro. La popolazione sussultava. Dopo 18 giorni di ansie, poté finalmente rilassarsi.

 

Il 28 aprile 1815, al termine della dominazione napoleonica, il Granduca Ferdinando II emise un decreto con il quale impose a tutti i Comuni, e quindi anche a quello di Fucecchio, una tassa di guerra di 150.000 lire pagabili in tre rate con cambiali. Era il primo contraccolpo della fine della dominazione francese.
Inoltre il Granduca stabilì di rinforzare il suo esercito con contingenti reclutati in loco.
Ma il reclutamento, almeno a Fucecchio, si risolse in un fiasco clamoroso.

 

Il 16 maggio 1815 giunse al Vicario Regio di Fucecchio una lettera riservatissima scritta dal Governo del Granduca Ferdinando III rientrato a Firenze il 18 aprile dopo che era stata inferta la sconfitta definitiva all’esercito di Gioacchino Murat.
“ Volendo l’Imperiale e Reale Governo portare i reggimenti Toscani a quel completo di forza che esigono le circostanze, occorrono ancora nuove misure. 
È indispensabile un’altra LEVA COATTA e perciò mi dirigo con questa mia segreta a V.S. Ill/ma.
Ella mi rimetterà il prospetto di tutti i GIOVANI cosiddetti DISCOLI dai 18 ai 40 anni che siano di costituzione atta al militare e questo prospetto lo formerà con tutto il rigore possibile.
Faranno parte di questo prospetto anche i più diffamati, ladri e quelli che hanno sofferto condanne criminali e vi si comprenderanno anche gli ammogliati e vedovi o figli unici che sono a carico o non sono di nessun sollievo alle famiglie”
Erano esclusi gli epilettici, i ciechi dall’occhio destro, gli imbecilli e i deformi visibili.
Il Vicario scrisse all’arciprete Valentino Montanelli che si era rifugiato al vescovado di S. Miniato – era stato minacciato dagli antifrancesi – perché ritornasse a Fucecchio per aiutarlo a compilare il prospetto dei giovani da destinarsi alla Leva Coatta.
L’arciprete, avuta l’assicurazione della tutela delle sua persona da parte della polizia, accolse l’invito e ritornò a Fucecchio.

 

Il 7 giugno 1815 l’arciprete Valentino Montanelli e il vescovo Monsignor Pietro Fazzi andarono a Firenze dove si trovava il PAPA Pio VII per poter sciogliere il dubbio che assillava il Capitolo della Collegiata. 
Il papa dichiarò che doveva essere riconosciuta come vera chiesa Collegiata la nuova fabbrica e non la vecchia Pieve.

 

Il 23 giugno 1815 il granduca lorenese Ferdinando III° decretò la riapertura della Chiesa della Vergine che era restata chiusa al culto per ordine dei Francesi dal 1° novembre 1810. Ferdinando III° pose ,però, delle condizioni ben precise
1- La chiesa doveva essere sottoposta alle dipendenze d e sotto la direzione dell’Arciprete della Collegiata in tutto ciò che concerne l’esercizio delle sacre funzioni che ivi si faranno;
2- Diversi benefattori dovranno concorrere spontaneamente a mantenere gli altari della chiesa suddetta;
3- Anche l’amministrazione della chiesa deve restare sotto la presidenza dell’arciprete della Collegiata di Fucecchio.
Per quanto concerne il mantenimento degli altari, i benefattori, detti anche Operai, erano obbligati a fornire il necessario per il proprio altare e ad adornarlo quando ricorreva la festa del suo titolare. Questi furono i primi 5 benefattori:
- Giovanni Comparini per l’altare del SS. Crocifisso
- Raimondo Lampaggi per l’altare di S: Antonio
- Anton Giuseppe Masani per l’altare del Presepio
- Landini per l’altare di S. Francesco
- Montanelli Ducci Giulio Antonio per l’altar maggiore.

Rientrarono nel Ritiro 8 padri e 6 fratelli laici alle dipendenze del Guardiano padre Massimiliano Gherardi di Asciano.

 

Il 15 gennaio 1816 il Gonfaloniere (sindaco) Lampaggi propose di destinare 250 scudi all’anno per due posti di studio all’Università di Pisa e per altrettanti posti di Studio all’Università di Firenze a favore di giovani fucecchiesi meritevoli e desiderosi di studiare.
Il nostro Gonfaloniere, ricordandosi che il Consiglio Generale aveva deliberato in data 29.6.1760 che S. Candido fosse patrono del Paese, propose di chiedere alla Santa Sede che S.Candido fosse eletto patrono di tutto il Comune di Fucecchio. (p. Vincenzo Checchi- Quaderno B pag. 84)

 

Il 16 febbraio 1816 vennero stipulati tre appalti dei LAMPIONI da accendere al calar della notte per illuminare alla meglio le vie e le piazze del paese.
I – Dovevano essere accesi questi LAMPIONI: quello di via S. Andrea alla casa Trivellini; quello posto nella cantonata della ex Foresteria del Monastero di S. Andrea (fabbricato posto tra via Castruccio e via Guglielmo di S. Giorgio); quello fissato sul cantone formato da Via S. Giovanni e via della Valle (via Mario Sbrilli). Per questo appalto venivano corrisposte 270 lire annue.
II – Dovevano essere accesi questi LAMPIONI: quello di Piazza Maggiore; quello sulla piazzetta del Fiore (piazza Niccolini); quello sulla piazza Sambuca ( piazza Cavour). Per questo appalto venivano corrisposte 270 lire annue.
III – Dovevano essere accesi questi LAMPIONI: quello di piazza Santa Margherita ( confluenza di Via Donateschi, via Machiavelli e via G. Nelli); quello sul canto di via Torcicoda (via Arturo Checchi); quello di via del Corso (Corso Matteotti); quello di Borghetto (via La Marmora). Per questo appalto venivano corrisposte 360 lire.Nel mese di luglio di ogni anno gli appaltatori dovevano ritingere a proprie spese, e con buona tinta a olio, i lampioni e i ferri che li sostengono. L’olio per i lampioni doveva essere di buona qualità e tale da rendere una luce chiarissima.
I cristalli dei lampioni dovevano essere sempre ben puliti sia esternamente che internamente.

 

Il 15 maggio 1816 tornò a casa il coscritto fucecchiese Brunone Montanelli che aveva preso parte alla battaglia di Lutzen (1813), in Germania Orientale, nell’esercito di Napoleone Bonaparte, vittorioso sui Russi e sui Prussiani.
Tornò così malconcio e disperato che il Granduca, impietosito, gli concesse una piccola pensione.

 

L’8 gennaio 1817, per effetto del Biglietto della Amministrazione dei beni ecclesiastici del 9 dicembre 1816, si prescrive alle monache di accelerare i tempi per rendere libera la casa della Foresteria del ripristinato Convento di S. Salvatore. Si prescrive pure al Magistrato (Comune) di provvedere affinché siano alloggiati altrove il caporale ed i suoi familiari che occupano la Foresteria.
(p. Vincenzo Checchi- Quaderno B pag. 85)

 

Il 2 marzo 1817 il Governo granducale lorenese ordinò che una sala del Convento La Vergine fosse messo a disposizione degli ammalati colpiti da tifo petecchiale.
Questa grave calamità cominciò a diffondersi nel 1815 in Maremma; nel 1916 dilagò in molte parti della Toscana; e nel 1817 raggiunse anche Fucecchio.
Sembra che il portatore del tifo petecchiale sia stato un tale Vaccini Pietro proveniente appunto dalla Maremma. Il Vaccini era stato cacciato da Siena per timore del contagio dato che proveniva dalla Maremma. Appena giunto a Fucecchio, accusò i primi sintomi della grave malattia. Si allettò nella sua stalla dove fu visitato da un medico che non ebbe difficoltà a diagnosticare un attacco di tifo petecchiale.
Questa malattia si presentava col delirio, il polso convulso, il sussulto nei tendini, l’affanno, il vomito, il meteorismo, petecchie nere, tosse secca e diarrea.
I medici non sapevano a quali farmaci affidarsi.
Dopo il Vaccini, il tifo petecchiale attaccò quelle famiglie che vivevano ammucchiate in una stanza ed in mezzo alla sporcizia.
Il medico condotto Gaspare Perodi chiese ed ottenne l’uso dei locali del Convento la Vergine. Ma quando i ricoverati aumentarono vertiginosamente di numero, l’aria che si respirava nel Convento divenne “grave, umida e non ventilata”. E la stessa “ angustia delle celle colpiva più che guarire”
Il lazzeretto realizzato nel Convento venne perciò smantellato.
( Masani p. 304)

 

Il 5 settembre 1817 “ sentito il Gonfaloniere il quale espone che la Piazza del Tribunale ( piazza Vittorio Veneto) ove si tiene il mercato settimanale è troppo ristretta e che perciò dà luogo a troppi inconvenienti:
sapendo che il passato Maire erasi pensato di ampliare la Piazza dell’Osteria ( Piazza Montanelli) mediante la demolizione di una casa e torre annessa di dominio della Comunità, ma livellata a certo Aleotti, si delibera di stanziare 400 scudi per lo scioglimento del livello e per la demolizione, onde ampliare la detta Piazza e ridurla all’uopo di pubblico mercato.

 

Il 6 dicembre 1817 morì il canonico Giulio Taviani, il personaggio di maggiore spicco del nostro Comune. 
Il canonico impresse una notevole svolta nella vita ecclesiale e sociale della nostra comunità.
Il 24 febbraio 1806, dopo 36 anni di intensissima attività si concluse la sua carriera ecclesiastica.
Si ritirò a vita privata presso un parente avarissimo.
Giulio Taviani era diventato sacerdote nel 1770 nel Collegio Tolomei di Siena.
Appena fu rientrato a Fucecchio si buttò a capofitto nella realizzazione dei suoi grandiosi progetti:
la elevazione della Pieve a Collegiata;
la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale, una Collegiata insigne, grandiosa, superiore a tutte le altre chiese del capoluogo;
la supremazia del Capitolo della Collegiata su tutti gli ordini clericali presenti a Fucecchio (frati conventuali di S. Salvatore e monache).
Entrato nelle grazie del granduca lorenese Leopoldo I, riuscì nell’arco di due decenni a realizzare i suoi progetti:
- nel 1771 la Pieve di S. Giovanni Battista venne elevata alla dignità di Collegiata,
- sempre nel 1771 la Congregazione del SS. Nome di Gesù (Consiglio di amministrazione della Pieve formato da 12 sacerdoti) venne elevata al rango di Capitolo;
- nel 1783 vennero soppresse le compagnie religiose che contavano, i due monasteri con le monache romualdine e con le clarisse, il convento dei detestati padri francescani conventuali di stanza in S. Salvatore.
- il 3 ottobre 1787 venne inaugurata la Nuova Collegiata.

Non riuscì mai a vincere il concorso per diventare arciprete della sua Collegiata. In compenso riuscì a diventare Gonfaloniere (sindaco) del Comune di Fucecchio come appare nell’episodio della insurrezione locale antifrancese del 4 maggio 1799.
Fondatore di un Bollettino interparrocchiale di breve vita, il VARIANDA, ha tramandato ai posteri i suoi preziosissimi DIARI e le sue trascrizioni di documenti storici che ci hanno permesso di approfondire la conoscenza della nostra storia locale.

 

Il 16 novembre 1819 padre Antonio Zanardi del Ritiro di Fucecchio, così commemorò nel libro dei religiosi defunti padre Leonardo Giovannetti da Rostino morto il giorno prima, alle ore 7,30, all’età di 81 anni.
“… Avendo osservato in questo confratello molte virtù, ne accenniamo solamente lo zelo per la gloria di Dio…lo spirito di profezia.
Morì in odore di santità: molti i fatti prodigiosi che a lui vivo furono attribuiti (guarigioni, profezie, levitazioni)
Era nato in Corsica a Rostino l’1.12.1748 col nome di Andrea Giovannetti.
Fu ordinato sacerdote il 13.04.1773 in Corsica. La sua carriera fu rapida e luminosa.
Nel 1793, transfuga dalla Corsica occupata dai Francesi, si rifugiò a Fucecchio nel nostro Ritiro da cui ripartì per la Corsica nel giugno del 1799 essendone in quell’isola Ministro Provinciale
Il 15.10.1817 fece ritorno nel Ritiro di Fucecchio e vi morì in seguito a idrope pettorale il 15.11.1819 alle ore 7,30.
Il suo corpo fu sepolto sotto il presbiterio nel corno dell’epistola.”

 

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