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anni
- 1781
>> 1799
Il
2 febbraio 1781 il cancelliere del nostro Comune, il sig.
Giovacchini, a non di tutta la comunità e clero di Fucecchio,
scrisse a Firenze affinché il granduca Leopoldo I concedesse
in prestito i 5.000 scudi preventivati (dapprima erano 10.000
e poi 7.000) per la ricostruzione della Nuova Collegiata.
Il Comune aveva già speso 600 scudi per la realizzazione
delle fondamenta.
La posa della prima pietra era avvenuta il 18 agosto 1780 ma
senza il placet del granduca che, irritato per tanta
insubordinazione orchestrata dal canonico Giulio Taviani,
ordinò la immediata interruzione dei lavori.
Secondo il Giovacchini, la spesa di seicento scudi era stato
il massimo sforzo che essi avessero potuto fare dato che per
la riparazione delle strade avevano preventivato una spesa di
1.600 scudi. Il Comune si sarebbe comunque impegnato a
restituire annualmente al Granduca 700 scudi.
Nel frattempo sia l’amministrazione comunale che il Capitolo
della Collegiata stabilirono che la facciata della Nuova
Collegiata doveva essere rivolta verso la Piazza Maggiore (piazza Vittorio Venet ) salvo l’approvazione
dell’architetto Guido Vannetti che aveva già prescritto
l’abbattimento dell’Oratorio di S. Rocchino ubicato tra la
chiesa e la Piazza.
(Appunti Masani)
Il
7 febbraio 1781
un alto funzionario di corte presentò al granduca lorenese
Leopoldo I un MEMORIALE redatto dal Comune di Fucecchio.
Nel memoriale venivano elencate le motivazioni con cui il
Comune intendeva giustificare la richiesta di un prestito di
5.000 scudi destinati alla costruzione della Nuova Collegiata.
Il funzionario ricordò al granduca aveva già speso 600 scudi
per realizzare le fondamenta della nuova chiesa ed altri 1600
ne aveva spesi per ridurre il Palazzo Pretoria a sede
Vicariale dotata di carcere. In questi 16oo scudi erano
comprese anche le spese per “riattare” le strade che
portavano alla Sede Vicariale.
Il funzionario , a conclusione della presentazione del
MEMORIALE fucecchiese, espresse il suo parere favorevole alla
concessione del prestito dei 5.000 scudi a condizione che il
Comune di Fucecchio si impegnasse a restituirne annualmente
700.
Il
27 marzo 1781
Supplica del canonico Giulio Taviani con la quale si chiede la
licenza di costruzione della nuova Collegiata e lo spostamento
dei frati conventuali di S. Salvatore nella chiesa delle
Vedute per evitare il loro permanente stato di conflittualità
con i canonici del Capitolo della Collegiata.
Supplica dei frati di S. Salvatore che ribattoino tutti i
punti del Taviani e dimostrano l’indispensabilità del loro
servizio sociale. A conclusione della supplica suggeriscono di
spostare l’arcipretura nella chiesa delle Vedute.
Supplica di 3 Priori (assessori) del Comune di Fucecchio.
Propongono di trasferire i frati di S. Salvatore nel monastero
delle Oblate di S. Romualdo (in Corso Matteotti) e di
trasferire le Oblate nel Monastero di S. Andrea.
Supplica di alcuni cittadini di Fucecchio. Chiedono di
lasciare i conventuali in S. Salvatore e di trasferire
l’arcipretura nella chiesa di S. Maria delle Vedute.
Il
5 aprile 1781 si riunì il Capitolo della Collegiata per
affrontare il problema della ricostruenda Collegiata nuova i
cui lavori, iniziati il 16 agosto 1780, erano stati interrotti
per volontà del granduca Leopoldo I.
Il Capitolo, non sapendo dove andare ad officiare, dato che la
vecchia Collegiata era stata demolita in toto, propose di
utilizzare la chiesa di S. Salvatore e di trasferire i 12
frati francescani conventuali che vi officiavano nella chiesa
di S. Maria delle Vedute già Oratorio di S. Rocco extra muros.
La proposta, trasmessa alle autorità centrali di Firenze,
scatenò un conflitto insanabile fra Capitolo e frati
conventuali.
Mentre Firenze esperiva i sondaggi per valutare a fondo la
proposta, il Taviani inondava Firenze di lettere per reperire
i fondi necessari per la costruzione del nuovo fabbricato. I
preventivi, intanto, si gonfiavano a vista d’occhio. La
perizia dell’architetto Vannetti prevedeva una spesa di
7.890 scudi nel caso che la facciata della nuova Collegiata
fosse stata rivolta verso il Monte Pisano. La medesima perizia
prevedeva una spesa di 9.000 scudi qualora la facciata fosse
stata rivolta verso l’attuale Piazza Vittorio Veneto.
Secondo il progetto dell’architetto Zanobi del Rosso che
prevedeva una Collegiata più grande con la facciata rivolta
verso la Piazza il preventivo ascendeva a 10.100 scudi a cui
dovevano essere aggiunti altri 800 scudi per fare un
muraglione lungo l’oliveto del Panicacci, sul lato sinistro
dell’attuale scalinata , e per l’acquisto di un
terrapieno. La lievitazione dei preventivi metteva in serio
pericolo la possibilità della ripresa dei lavori della
ricostruenda Collegiata.
Il
5 aprile 1781
l’architetto fiorentino Zanobi del Rosso, interpellato sulla
destinazione del vecchio campanile della pieve di S. Giovanni
Battista inviò al nostro Gonfaloniere (sindaco) una lettera
dove elencava alcuni rilievi e la sua proposta conclusiva.
Questi i RILIEVI
1- Il campanile, al contrario della chiesa, non era stato
demolito. Quando la chiesa venne demolita (1780), il progetto
di ricostruzione prevedeva la facciata della chiesa rivolta
verso il Monte Pisano. Il nuovo progetto, invece, oltre a
prevedere l’ingrandimento della chiesa stabilisce anche che
la facciata guardi la Piazza Grande. Il campanile esistente
verrebbe a trovarsi proprio al centro della facciata e ciò ne
deturperebbe la bellezza.
2- Il campanile è debolissimo: Esso non poggia su di un getto
di malta. Inoltre la sua altezza, in origine, era inferiore
rispetto all’attuale ( esso venne innalzato per collocarvi
l’orologio della cancelleria). Infine, fino a metà della
sua altezza è circondato da alcune case che però dovranno
essere demolite per far posto alla facciata e al sagrato. Un
campanile siffatto, senza l’appoggio delle case,
risulterebbe isolato in tre punti
3- L’architetto Vannetti, autore dei disegni della
Collegiata, ha suggerito la muratura di un vestibolo largo
quanto tutta la facciata per nascondere il corpo della torre
che verrebbe successivamente rinforzata. Ma la costruzione di
questo vestibolo richiedeva l’ingente somma di 1800 scudi.
PROPOSTA CONCLUSIVA
E’ molto più conveniente demolire il campanile esistente
oltre alle case del Montanelli e del Piccioli.
E così fu fatto.
Il
31 maggio 1781
Nuova supplica del canonico Taviani che ricalca le richieste
della prima del 27 marzo 1781.
Il
vescovo di S. Miniato, interpellato dal Marmorai esprime
questi giudizi:
Sì alla costruzione della nuova Collegiata.
Sì alla soppressione delle Compagnie di S. Giovanni Battista
e della Madonna della Croce; sì all’imposizione di un
versamento annuale da parte degli altri Luoghi Pii per
reperire i fondi per la costruzione della Collegiata.
Sì ad un REGOLAMENTO, di cui trasmise una bozza, per
prevenire gli insanabili conflitti fra preti e frati.
Il Marmorai, a conclusione del suo memoriale, dopo aver
lamentato le omissioni del vescovo e dell’arciprete che
avevano sconsacrato e demolito la vecchia Collegiata senza
informarne il Granduca, espose questi suoi giudizi:
sì alla costruzione della nuova Collegiata;
sì alla permanenza dei conventuali in S. Salvatore.
Il
15 giugno 1781
il funzionario fiorentino Francesco Marmorai rimise
all’Ufficio granducale competente un lungo memoriale dove
erano elencate le suppliche partite da Fucecchio in ordine
alla erezione della fabbrica della nuova Collegiata dato che
quella vecchia era stata demolita nel 1780 a seguito della
delibera comunale dell’ottobre del medesimo anno.
In calce al memoriale il Marmorai espose il suo progetto
Queste, in ordine cronologico, le suppliche partite da
Fucecchio e riordinate dal Marmorai.
Il
6 agosto 1781
il Consiglio Generale del Comune di Fucecchio deliberò la
costruzione della Nuova Collegiata accettando la soppressione
della Compagnia della Madonna della Croce, della compagnia di
SD. Giovanni Battista e degli al Luoghi Pii, fermo restando
che la soddisfazione dei loro obblighi e pesi e il
mantenimento dei loro stabili e fondi e suppellettili
avrebbero dovuto contribuire alla spesa della costruzione
della Nuova Collegiata.
Tale delibera venne approvata e perciò ratificata a Firenze
il 29 settembre 1781, regnante il granduca Leopoldo I.
L’8
agosto 1781,
in sede di Consiglio Comunale , venne chiarita una volta per
sempre la posizione del Monastero e della chiesa di S.
Salvatore nei confronti della costruenda Nuova Collegiata.
Qualche canonico del Capitolo della Collegiata propalò questa
informazione: Siccome la chiesa di S. Salvatore nel 1100 era
la vera chiesa pievana, restituiamola al pievano (arciprete) e
al Capitolo della Collegiata.
Ai frati conventuali che dal
1299 sono i S. Salvatore potrebbe essere assegnata la chiesa
di S. Maria delle Vedute e di S. Rocco. A fianco o sul retro
della chiesa potrebbe essere costruito il convento per i frati
conventuali.
S. Salvatore diverrebbe la Collegiata del paese e non ci
sarebbe affatto bisogno di ricostruire la Collegiata.
Il canonico Giulio Taviani avvalorò la tesi secondo cui S.
Salvatore era stata la prima chiesa pievana concessa poi ai
padri vallombrosani dal pievano medesimo. Il Taviani suffragò
la tesi con un excursus storico – non con i DOCUMENTI – in
cui naturalmente non si citavano i documenti comprovanti.
Nel corso della seduta del Consiglio comunale venne letta
anche una relazione dei padri conventuali supportata da
DOCUMENTI. Questi i punti salienti della relazione:
1- I padri conventuali non sono mai stati in numero inferiore
a 12. La costruzione di un Convento con granai, pozzi,
cantine, stalle per 12 persone nei pressi della chiesa delle
Vedute richiederebbe una spesa tre volte maggiore di quella
occorrente per ricostruire la Collegiata;
2- Non ci sono mai stati conflitti e disturbi fra la chiesa
della Pive e quella dei frati di S. Salvatore.
L’allontanamento del Monastero creerebbe soltanto disappunto
nella popolazione e ridurrebbe in parte il servizio sociale
che i conventuali prestano: l’insegnamento ai ragazzi dl
paese alto di grammatica, abbaco, lettura, scrittura e morale
cristiana.
3- E’ assolutamente falso che la chiesa di S. Salvatore fu
donata dal Pievano e che dal medesimo dipendeva. Citando i
documenti si dimostra il contrario. Il pievano, infatti,
veniva eletto prima di monaci e poi dai padri conventuali e
successivamente dal Comune. Da tali documenti risulta che i
monaci erano padroni assoluti di tutto il Poggio Salamartano e
anche delle capanne di pescatori che allora formavano il
paese.
4- Sarebbe meno dispendioso interrompere la costruzione della
Nuova Collegiata e ridurre invece a Collegiata la chiesa di S.
Maria delle Vedute.
Nel medesimi giorno il progettista della Nuova Collegiata
chiese che la nuova Collegiata venisse allungata soltanto fino
al cordone della strada, per la parte di ponente, allineandola
al muro della Venerabile Compagnia di S. Giovanni Battista (come è oggi) per scansare il pericolo di smottamento e
sfiancamento come a suo tempo era stato rilevato dall’ing. Fallani.
Il
18 agosto 1781,
ad un anno dalla interruzione coatta dei lavori di
ricostruzione della Collegiata, il Consiglio Comunale si riunì
per esaminare un altro progetto per la erigenda Collegiata:
quello dell’ingegner Sodi. Gli altri progetti erano quelli
del canonico Giulio Taviani, quello dell’architetto Vannetti
e quello del sovrintendente granducale l’architetto Zanobi
del Rosso.
A settembre gli organi centrali volevano sapere quale progetto
era stato scelto.
La risposta fu evasiva: si relazionò che sarebbe stato
conveniente trasferire i 12 frati conventuali di S. Salvatore
nella chiesa delle Vedute; inoltre si fece presente che
l’adozione di uno qualsiasi dei quattro progetti prevedeva
la demolizione e dell’Oratorio di S. Rocchino e delle case
del Panicacci e del Montanelli.
Il
29 settembre 1781
il Granduca Leopoldo I emanò il “Benigno graziosissimo
Rescritto” col quale approvava la costruzione della Nuova
Collegiata nello stesso luogo dove già esisteva la
preesistente chiesa.
L’11
ottobre 1781
il granduca lorenese Leopoldo I ordinò, prima ancora di
decretarne la soppressione, che l’amministrazione di tutti i
beni e rendite delle Compagnie di S. Giovanni Battista e della
Madonna della Croce di Fucecchio fossero affidate
all’amministrazione comunale affinché, adempiuti gli
obblighi statutari delle 2 Compagnie, utilizzasse gli avanzi
per coprire le spese della costruenda Collegiata.
Il 20 aprile 1784 il Vescovo di S. Miniato, con il beneplacito
del granduca, notificò al nostro Comune l’obbligo di
erogare annualmente 490 lire in “benefizio dei poveri
INFERMI”
Le norme per una equa erogazione vennero deliberate dal Comune
il 30 aprile 1784.
Cinque anni dopo, il 19.9.1789, il Comune affidò la
distribuzione delle 490 lire alla locale Compagnia della Carità
(ex Coronati Scalzi) la quale, in barba alle norme
statutarie, distribuiva le 490 lire in maniera a dir poco
disinvolta. Sussidiava infatti i bisognosi a discapito dei
poveri INFERMI e, facendosi sorda alle pubbliche lamentele, si
preoccupava soprattutto di realizzare lauti AVANZI.
Gli
infermi potevano morire.
Il Comune, in data 11 gennaio 1790, pur continuando a
corrispondere le 490 lire per opere di carità, decise di
assegnare al Capitolo della Collegiata l’amministrazione dei
beni e delle rendite delle due Compagnie soppresse.
Il
18 dicembre 1781
la madre badessa delle clarisse del monastero di S. Andrea
fece istanza circa la demolizione della soppressa chiesa di S.
Carlo d’attinenza del medesimo monastero.
Fu richiesto di riservare al Monastero il Giuspadronato di
detti due pezzi di terra ove erano dette scalinate nel caso si
volessero riedificare.
Il
10 aprile 1782,
il vescovo di San Miniato approvò sia la demolizione
dell’Oratorio di S. Rocchino (sull’attuale scalinata della
Collegiata) sia la costruzione della Nuova Collegiata con la
facciata rivolta verso la Piazza “per lo comodo del popolo e
per lustro del culto”.
Successivamente il Gonfaloniere (sindaco) e i Priori
(assessori) del nostro Comune , in data 16 aprile, approvarono
l’acquisto della porzione di casa dei Montanelli.
La posa della prima pietra della Collegiata era avvenuta il
16.08 1780. I lavori furono quasi subito interrotti per
ingiunzione del granduca Leopoldo I.
Il
25 aprile 1782
l’architetto Zanobi del Rosso che si era occupato della
progettazione della nuova Collegiata scrisse da Firenze al
Comune di Fucecchio per convincerlo a demolire il vecchio
campanile della pieve sul quale era stato collocato
l’orologio della cancelleria. Lo Zanobi addusse queste due
motivazioni:
1- il rafforzamento della “cattiva” torre campanaria
tramite la costruzione di n vestibolo comportava la enorme
spesa di 1800 scudi.
2- La presenza del vecchio campanile nel corpo della facciata
della nuova Collegiata sarebbe stata antiestetica.
Il
4 maggio 1782,
in esecuzione di un’ordinanza granducale del 3 gennaio 1782,
il vescovo di S. Miniato emise una Bolla che decretava
l’erezione in parrocchia della chiesa di S. Bartolomeo di
Cappiano. Questa bolla, purtroppo, venne resa esecutiva
soltanto un secolo dopo e precisamente nel 1840 anno in cui
Cappiano contava 828 anime. Cappiano era stata la sede della
più antica PIEVE (chiesa con fonte battesimale).
Nell’anno
776 si registra la donazione della Cappella di S. Savino alla
Pieve di Cappiano dedicata a S. Pietro e successivamente,
nell’anno 1000, anche a S. Giovanni Battista.
Nel 1018 la Pieve serviva 31 ville disseminate in un ambito
territoriale che abbracciava Torre, Vedute, Galleno,
Poggiadorno, Cerri e adiacenze della inesistente S. Croce
sull’Arno.
Questa Pieve, a partire dal XII° secolo dipese dalla diocesi di
Lucca il cui estimo del 1260 fece ammontare le rendite della
Pieve di Cappiano a sole 26022 lire contro le 400 del
monastero di S. Bartolomeo, sempre di Cappiano.
Nel XIII°
secolo si parla di Pieve Nuova accanto al fosso del Castello.
Nel Catasto del Vescovado di Lucca del 1427 non compare più
la Pieve di Cappiano. Nata quindi nel 700, la Pieve si estinse
nel 1400 e ritornò in vita nel 1840.
Il
31 maggio 1782
parve concludersi una volta per sempre la vicenda del
sacerdote fucecchiese don Panicacci.
Il 1782 fu l’anno dei Panicacci,
Mentre Il Capitolo della Collegiata e i magistrati del Comune
si occupavano febbrilmente della ricostruenda Collegiata, il
sacerdote don Panicacci era interessato esclusivamente alle
donne.
Il povero Francesco Aleotti si era già rivolto al Granduca
Leopoldo I° affinché prendesse dei provvedimenti contro il
Panicacci che gli “ganzava” la moglie. Non trovando
testimoni non poteva denunciarlo. Benché ripetutamente
diffidato, il Panicacci continuò a frequentare la casa
dell’Aleotti e nello stesso tempo mise incinta una ragazza.
Per punizione il Panicacci venne mandato nel Ritiro di S.
Vivaldo.
Ritornato a Fucecchio riprese la tresca con la signora Aleotti.
Gli Aleotti tramarono per cogliere don Panicacci in flagrante.
Ci riuscirono.
Lo rinchiusero allora in uno stanzino, quindi
scesero in strada a cercare testimoni che nel frattempo si
erano adunati sotto la casa richiamati dalle grida degli Aleotti e del Panicacci che aveva messo in crisi molte
famiglie fucecchiesi.
Immediatamente, e precisamente il 24 maggio 1782, il vescovo
scrisse al Marmorai, Segretario del Regio Diritto, chiedendo
l’esilio per quel sacerdote tanto dissoluto.
Il 31 maggio l’arciprete di Fucecchio corse dal vescovo
pregandolo di prendere provvedimenti tali da non far allargare
lo scandalo.
Il vescovo, proprio il 31 maggio 1782, riscrisse al Segretario
del Regio Diritto. Il Marmorai fece allora istituire un
processo per direttissima.
Il Panicacci fu spedito per due mesi al Convento della
Docciaia a Fiesole.
Allo scadere dei due mesi il padre guardiano attestò la buona
condotta di don Panicacci. Il Segretario del Regio Diritto
decise che il Panicacci poteva esser lasciato libero ma che
non poteva “presentarsi più in Patria”
Il prete scrisse al granduca per chiedergli di potersi
ritirare nella sua villa alle Cerbaie. La richiesta venne
accolta. La storia non era dunque finita se si presta a quanto
di legge in una memoria:
“ La famiglia Aleotti che di presente villeggia in detto
luogo delle Cerbaie, si sarà restituita in Paese” per non
far nascere ancora una volta un qualche sconcerto.
Il
10 luglio 1782
il granduca lorenese di Toscana Leopoldo I° decretò
tassativamente la fine delle ESENZIONI e dei PRIVILEGI che i
frati e le monache si erano accaparrati ignorando l’autorità
dei Vescovi.
Di conseguenza, fatta salva l’autorità che resterà ai
Superiori degli ordini monastici per quanto riguarda solo ed
esclusivamente la disciplina interna, i vescovi eserciteranno
sopra i conventi e le Case Religiose di qualunque ordine tutta
la giurisdizione che a loro compete.
Perciò i vescovi avranno cura di visitare le chiese dei
Regolari, di permettere o moderare le processioni e le feste
secondo le modalità che riterranno le più opportune.
“ Tale essendo la Volontà sovrana di S.A.R. ne ha comandata
l’inviolabile osservanza alla pena della Sovrana sua
indignazione.”
Il
6 agosto 1782
il granduca autorizzò le tre demolizioni e la costruzione
della Collegiata a condizione che fossero soppresse le
secolari Compagnie di S. Giovanni Battista e della Madonna
della Croce.
Nel 1782 si decise di fare la facciata della Collegiata volta
verso Piazza Vittorio Veneto anziché verso il Monte Pisano
Ciò comportò anche la demolizione del vecchio campanile
della Pieve.
La demolizione del vecchio campanile con
l’orologio provocò un tumulto popolare capeggiato da certo
Francesco Guidotti che si beccò una denuncia sporta dal
canonico Giulio Taviani.
Il
23 agosto 1782
il Consiglio Comunale, a conclusione di una serie di vicende
che avevano determinato la sospensione dei lavori della
costruenda Collegiata (7 luglio 1782) approvò le nuove piante
della Collegiata che si attenevano al benigno rescritto del
29.20.1781.
Il Consiglio approvò pure che la Nuova Collegiata sorgesse
nel medesimo luogo dove sorgeva la vecchia, che l’ingresso
principale fosse davanti alla Piazza Maggiore, che il
campanile della Pieve fosse demolito e che gli altari fossero
allestiti in nicchie anziché in cappelle.
Le piante, accompagnate da una supplica, furono subito spedite
al Granduca affinché le approvasse. La supplica oltre a
contenere la copia della delibera comunale era corredata anche
delle seguenti informazioni:
1) Il Comune in data 7 luglio 1782 aveva deliberato la
sospensione dei lavori della Collegiata guadagnandosi le
rimostranze delle maestranze.
2) Il Consiglio Comunale, in data 11 luglio 1782, aveva eletto
nella persona di Franco Sodi l’ingegnere da affiancare
all’architetto Vannetti, l’estensore del progetto Nuova
Collegiata.
3) Il 13 luglio 1782 l’ingegner Sodi aveva presentato al
Comune le nuove piante riguardanti l’esecuzione della
Collegiata e la GRANDIOSA SCALINATA che lasciava illesa
l’antica Via di S. Rocco che da Piazza Vittorio Veneto
saliva sul Poggio Salamartano.
4) Il clero aveva ottenuto dal Vescovo e dal Comune
l’autorizzazione a chiedere ELEMOSINE per la nuova fabbrica.
Naturalmente le spese per la fabbrica della Collegiata con le
varianti di cui sopra aumentarono di altri 3.000 scudi.
Il
9 settembre 1782
S.A.R. Pietro Leopoldo I granduca di Toscana approvò con
benigno Rescritto la costruzione della Chiesa Collegiata nel
luogo della vecchia dando la facoltà di demolire la vecchia
torre che serviva da campanile.
Il granduca ordinò:
1) che rispetto al DISEGNO ( della costruenda Collegiata) si
attuasse al Partito della Comunità del 23 agosto 1782;
2) che il disegno della chiesa fosse interamente eseguito in
modo che vi si potesse uffiziare dentro il mese di giugno del
1784 e non più oltre ( la Collegiata venne invece inaugurata
il 3.10.1787);
3) che fosse sospesa la costruzione del nuovo CAMPANILE né
si potesse mettervi mano senza l’approvazione di S.A.R.
4) che la Comunità potesse vendere i luoghi di Monte e
valersi dei denari esistenti nella Cassa della Camera della
Comunità;
5) che la Comunità potesse demolire il campanile vecchio e
far acquisto delle case per servizio della fabbrica;
6) che si prendessero le campane del Monastero di S. Salvatore
esistenti nel campanile dei Padri Conventuali e che fossero
destinate al servizio della Collegiata quelle maggiori mentre
quelle minori dovevano servire ai conventuali.
Il Comune di Fucecchio rese noto quanto sopra il 12 ottobre
1782.
Il
12 ottobre 1782
il Comune di Fucecchio ratificò i Capitoli che SAR ci aveva
imposti per accordarci il permesso di costruire la Nuova
Collegiata nel luogo della vecchia e con la facoltà di
demolire la vecchia torre che serviva da campanile.
Se erano i Capitoli prescrittici da Leopoldo I col Rescritto
del 9.9.1782:
1) per quanto atteneva al disegno della nuova chiesa ci si
doveva essere attuato la delibera della Comunità del
23.8.1782
2) che il disegno (progetto) della chiesa fosse interamente
eseguito in modo che vi si potesse uffiziare dentro il mese di
giugno del 1784 e non più oltre
3) che fosse sospesa la costruzione del nuovo campanile né si
possa mettervi mano senza l’approvazione del granduca
4) che la Comunità potesse vendere i Luoghi di Monte e
potersi e valersi dei denari esistenti nella Cassa della
Camera della Comunità
5) che la Comunità potesse demolire il campanile vecchio e
fare acquisto delle cose per servizio della fabbrica
6) che la Collegiata si prendesse le campane del monastero di
S. Salvatore esistenti nel campanile dei conventuali e fossero
destinate alla Collegiata.
Il
18 ottobre 1782
il canonico Giulio Taviani trattò definitivamente
l’acquisto del fondo Piccioli che si trovava in Piazza
(Vittorio Veneto) contiguo al profanato e quasi demolito ex
Oratorio di S. Rocchino.
Il
23 novembre 1782
il canonico Giulio Taviani in veste di soprintendente ai
lavori per l’erigenda Nuova Collegiata, scrisse
all’architetto Vannetti per ordinargli di sospendere i
lavori a causa del rigore della stagione.
L’ordine non giunse gradito alla quarantina di operai il cui
elenco era stato redatto dal medesimo Vannetti che ne aveva
specificato anche la funzione (muratori, manovali,
scalcinatori)
Questi i nomi di alcuni di loro:
Giovanni Vannetti - primo muratore
Giuseppe Rosati
Antonio Benvenuti
Giuseppe Morelli
Pavolo Lotti
Marco Taviani
Michele Abiti
Francesco Banti
Il canonico Giulio Taviani aveva emesso l’ordine di
sospensione dei lavori perché il 4 novembre era stato eletto
soprintendente alla fabbrica della Collegiata, insieme a
Pietro Aleotti e Iacopo Comparini.
Come camarlingo era stato eletto Bernardini Casini.
Tutti questi signori, eletti dal Gonfaloniere e dai priori su
proposta dell’ingegnere architetti Fedi, autore delle piante
e direttore dei lavori della Collegiata, dovevano esercitare
la loro carica gratuitamente.
I lavori della Collegiata, dopo una prima interruzione nel
mese di luglio, erano ripresi nei primi giorni di ottobre dopo
che il benigno Rescritto con cui il Granduca, il 9 settembre
aveva di nuovo approvato la costruzione della Nuova Collegiata
con la facciata rivolta verso la Piazza e la distruzione del
campanile della vecchia pieve.
Il
24 novembre 1782
l’ingegner Borgetti effettuò le operazioni di collaudo
della Sede Vicariale realizzata nel Palazzo del Podestà
(Palazzo Pretorio) e nell’ex Teatro dell’Accademia dei
Fecondi in esecuzione del Motuproprio del Granduca Leopoldo I
che aveva innalzato Fucecchio al rango di Vicariato in data 29
giugno 1780.
Incaricato della riduzione del Palazzo del Podestà e del
Teatro dell’Accademia dei Fecondi a Sede Vicariale con
carcere era stato l’ingegnere Anastasi che il 31 luglio 1780
presentò le piante del Palazzo e il progetto di riduzione che
però non venne approvato. Questo progetto lasciava inalterati
il portico (loggiato) del palazzo del Podestà e il Teatro dei
Fecondi.
Il nuovo progetto dell’Anastasi che prevedeva la tamponatura
del braccio corto della elle del loggiato e la riduzione del
Teatro dei Fecondi a carcere (maschile e femminile) e ad
appartamenti per i due notari ( (quello civile e quello
criminale), corredato di perizia ammontante a £ 16.883.3.4)
venne trasmesso al Comune di Fucecchio il 4 novembre ed
approvato nella riunione del 6 novembre 1780. L’esecuzione
dei lavori venne assegnata all’impresario fucecchiese
Domenico Rosati con l’obbligo di concluderla in 6 mesi a
partire dal 6 novembre.
Un anno dopo, in data 21 novembre 1783, i lavori non erano
ancora compiuti perché qualche pilastro del loggiato non dava
i necessari affidamenti.
Il 23 agosto 1782 i lavori erano
ultimati.
Il 24 novembre 1782 venne liquidato con £ 34.301
l’impresario Domenico Rosati.
Il 4 febbraio 1783 fu benedetta la Cappella del Carcere
Vicariale, col titolo di S. Leopoldo, dall’arciprete G.
Baccini che vi celebrò anche la Messa per i carcerati.
Il
30 novembre 1782
il granduca di Toscana Pietro Leopoldo I° con sovrano Motu
Proprio donò il livello riguardante la Rocca alla Comunità
di Fucecchio.
Il
14 gennaio 1783,
la Segreteria di stato, intenzionata a sopprimere un certo
numero di CONVENTI, chiese epistolarmente al Padre Provinciale
dei frati neri, i conventuali, una lista di conventi da
sopprimere.
Fu proprio il Provinciale padre Andrea Lachi a chiedere che
fosse soppresso il Convento di S: Francesco, già S.
Salvatore, sito sul Poggio Salamartano in Fucecchio..
I Fucecchiesi, quando ne vennero a conoscenza, protestarono
energicamente contro padre Lachi.
Il provinciale, per rimediare a questa soppressione, scrisse
ripetutamente alla Segreteria di Stato per chiederle di
depennare dalla lista dei conventi da sopprimere quello di
Fucecchio. La Segreteria cestinò quelle lettere.
Il popolo, furente, chiese per tre volte l’intercessione del
vescovo di S. Miniato. Questi, per placare l’indignazione
dei Fucecchiesi, scrisse una supplica al Granduca affinché il
Convento di S. Francesco non venisse soppresso. Anche la
supplica del vescovo rimase inascoltata.
Il ministro Carlo Bonsj che si era occupato di questa supplica
informò il Granduca Leopoldo I che la terra di Fucecchio
abbondava di preti ignoranti ed oziosi e perciò ininfluenti
per la crescita religiosa e morale della popolazione.
Il vescovo di S. Miniato volle allora incontrarsi col
Provinciale padre Andrea Lachi. Dopo il colloquio col
Provinciale, il vescovo trasmise una supplica anche al
Ministro Carlo Bonsj.
Il Bonsj, nella sua lettera di risposta, dette per scontata la
soppressione del Convento e cercò di convincere il vescovo
che nel convento soppresso potevano essere trasferite le
monache di S. Romualdo di stanza nell’attuale Corso
Matteotti.
Il vescovo fece buon viso alla proposta del Bensj e i frati
conventuali dovettero sloggiare di lì a poco dal convento
posto sul Poggio Salamartano.(Bollettino Storico Speciale
’87 pagg.106-109)
Il
4 febbraio 1783
venne benedetta la Cappella del Carcere Vicariale posta al
piano terra del Palazzo Pretorio. La Cappella fu intitolata a
S: Leopoldo. Dopo la benedizione, l’arciprete della
Collegiata, Baccini, vi celebrò la S. Messa e spiegò pure il
Vangelo ai detenuti presenti.
In seguito la Messa festiva venne celebrata sempre da un frate
del Convento La Vergine.
Il
22 febbraio 1783
un Regio Rescritto approvò le proposte avanzate dal vescovo
di S. Miniato circa la destinazione del monastero di S.
Salvatore di cui trascriviamo la seguente memoria.
“ Nell’undicesimo secolo fioriva nella terra di Fucecchio
la ricca Abbazia di S.Salvatore il cui Abate pro tempore
esercitava ordinaria giurisdizione in tutto il circondario e
gli abitanti ricevevano ogni spirituale assistenza dai
sacerdoti regolari e secolari.
Nel 1258 l’Abbazia restò soppressa, i monaci espulsi e i
beni, le possessioni, la giurisdizione temporale, spirituale
per decreto di Alessandro IV Sommo Pontefice furono attribuiti
alla venerabile Abbadessa e Monache del Convento S. Maria di
Gattaiola di Lucca conforme l’istrumento del 5 marzo 1258.
Non volendo le dette monache che la Abbazia, come risulta
dall’istrumento del 23 dicembre 1299 rogato dal notaro
imperiale ser Niccolò Viviani, a guisa di terreno incolto
restasse defraudata dei primitivi onori e premurose che vi si
esercitassero gli Uffizi di religiosa pietà e che il popolo
adiacente vi ricevesse i pascoli spirituali né in essa
mancassero i mezzi necessari per la cristiana coltura delle
anime, previo il consenso del Cardinale allora protettore
dell’Ordine Minoristico DONARONO ai Frati Minori e per essi
al loro custode dimorante in Lucca l’USO e l’USUFRUTTO di
tutto il corpo dell’Abbazia predetta, cioè MONASTERO,
CHIESA, CIMITERO, PIEVE attigua detta salamartana, PIAZZA con
molte case e doti, CHIESA e circondario di S. Andrea con le
altre chiese minori e molti appezzamenti di terra e vigne
descritte in tutto nello istrumento con l’espressa
condizione che qualsiasi volta i Religiosi si fossero
allontanati da quel convento e non avessero soddisfatto agli
obblighi di cui sopra, si intendesse che le monache donanti,
ipso iure, dovessero tornare al libero possesso dei beni
donati come si riscontra da documenti originali in causa fra
le monache di Gattaiola e i Revv. Padri Conventuali di S.
Salvatore in Fucecchio a favore dei quali fu pronunziata
sentenza dal Magistrato Supremo.
I padri Conventuali del Convento di S. Salvatore soddisfecero
puntualmente a tutte le obbligazioni loro ingiunte e finché
essi rimasero nel detto luogo somministrarono al popolo con
diligenza i soccorsi spirituali coadiuvando incessantemente il
Parroco di Fucecchio perché a tali condizioni aveva ottenuto
l’uso e l’usufrutto dei beni del Convento.
Le
imperiose circostanze del 1783 obbligarono i detti religiosi
conventuali ad abbandonare il Convento e i Beni furono
incorporati nel Patrimonio dei Minori Conventuali di S. Croce
di Firenze con sovrana facoltà deferita a Monsignor vescovo
di S. Miniato di surrogare alla mancanza dei medesimi alcuni
preti secolari i quali, stipendiati a carico dei Beni del
Convento di S. Salvatore, assisteranno la popolazione.
Monsignor Vescovo fece al Governo le sue proposizioni che
furono approvate con Regio Rescritto il 22.2.1783. Il progetto
vescovile portava come rilevasi dal decreto della Curia del
21.6.1783 che nella chiesa di S. Salvatore dopo
l’allontanamento dei Padri Conventuali fossero (come furono)
istituite delle semplici Uffiziature i cui Rettori amovibili
avevano l’obbligo della Messa in tutti i giorni della
settimana compresi i festivi con l’ora fissata dalla prima
aurora alle ore 11,30 antimeridiane, assistere alla
confessioni dalla levata del sole alle ore 12, spiegazione del
Vangelo in tutte le domeniche e festivi e della direzione
spirituale delle OBLATE di S. Romualdo trasferite nel
soppresso Convento di S. Salvatore con stipendio annuo di
scudi 65 ciascheduno esigibili sul Patrimonio dei soppressi
Minori Conventuali di Fucecchio passato in amministrazione ai
Padri Francescani di S. Croce in Firenze.
Il Popolo di Fucecchio privo dei Minori Conventuali, e fatta
prova evidente che una cura come questa di circa 5.000 anime
con poche famiglie poste al di là dell’Arno e del Padule
aveva estremo bisogno di un maggior numero di preti addetti al
servizio della parrocchia, ottenne che le Uffiziature dei PP.
Conventuali fossero trasferite nella Collegiata di Fucecchio
sotto la dipendenza dell’Arciprete.
(Appunti Masani )
Il
sovrano rescritto del 14 aprile 1783 accordò al nostro
Comune la FIERA del MAGGIO che si svolgeva annualmente nei
giorni VENERDI’ e SABATO intermedi a quelli
dell’Ascensione e della domenica. Questa FIERA venne
soppressa il 18 maggio 1866.
Oltre alla FIERA del Maggio e del Settembre c’erano altre
due fiere:
- la FIERA del CARNEVALE che cadeva nel lunedì precedente il
Berlingaggio, istituita con delibera comunale del 25 dicembre
1756 ed approvata con rescritto granducale del 18 maggio 1757.
Anche questa fiera venne abolita il 18 maggio 1866, giorno in
cui vennero abolite anche le Fiere di Maggio e Settembre;
- la FIERA MENSILE di BESTIAME e MERCE di ogni specie da farsi
il primo mercoledì di ogni mese in concomitanza con il
mercato settimanale istituito addirittura nel 1647.
Questa
fiera venne istituita proprio il 18 maggio 1866.
Il
17 maggio 1783
il Ministro Bonsi fece noto al vescovo di S. Miniato Brunone
Fazzi che il granduca Leopoldo I° aveva approvato
l’evacuazione dei frati conventuali del Convento di S.
Salvatore e la conseguente traslazione in questo Convento
delle monache ROMUALDINE e di vere inoltre approvato le due uffiziature richieste dal medesimo vescovo.
Questi poteva ora pubblicare la Bolla di traslazione di cui
aveva scritto molto dettagliatamente la minuta nel mese di
aprile.
Poiché il canonico Giulio Taviani aveva sperato di ottenere
una delle due uffiziature, quando seppe che il vescovo aveva
proposto al Granduca i sacerdoti Benvenuti e Soldaini che
ottennero l’approvazione sovrana, fu preso da una tale
amarezza che la sfogò per metà nella rabbia e l’altra metà
nella sfiducia in sé e negli altri.
Ecco come inizia una lettera di sfogo indirizzata a persona di
sua fiducia e giacente nell’archivio della Collegiata:
“ Ahi, cuore mio, perché devi tanto soffrire? Perché ami
tanto e non sei stato mai riamato?”
La traslazione delle Romualdine non poteva essere immediata.
Erano necessarie queste 4 operazioni:
1- Evacuare i frati conventuali da S. Salvatore
2- Vendere il Convento e l’orto delle monache di S. Romualdo
in corso Matteotti
3- Con i soldi ricavati ridurre il convento di S. Salvatore in
CLAUSURA
4- Sistemare la pendenza con le monache di Gattaiola di Lucca
proprietarie del monastero di S. Salvatore.
Il
2 giugno 1783,
d’accordo con il Gonfaloniere (sindaco) ed i Priori
(assessori) di Fucecchio, il canonico Giulio Taviani inviò u
lungo memoriale al Granduca Leopoldo I di Lorena in cui, dopo
avergli fatto un quadro esauriente della situazione economica
e sociale del paese, gli fece notare quanto gravava sul paese
la mancanza di un ospedale.
“ Siamo un popolo di 7.000 anime, tutti attivi perché….
Da gran tempo vivi traffici hanno preso gran piede in paese”
motivo per cui i braccianti lavorano “…nello esercizio
della calzoleria o nelle fornaci di PIATTI o nelle lavorerie
dei LINI ritraendone un sufficiente assegnamento
giornaliero.”
Ma siccome si dà il caso che “frequentemente in Fucecchio
si ammali il capofamiglia, la moglie e i figli…” ne
consegue che la situazione da felice si converta da felice in
miserabile. Tutti, poi, sono condannati, una volta esaurite le
magre riserve finanziarie, a convivere in un’unica stanza.
Questo non succederebbe se il popolo d Fucecchio avesse un
ospedale, e lo so potrebbe realizzare nel sopprimendo Convento
di S. Salvatore non appena sarà liberato dai pochi frati che
attualmente l’occupano.
Così si rispose da Firenze:
“..le entrate del Convento non possono essere suscettibili
(sufficienti) per l’erezione di uno Spedale capace ai
bisogni locali…Ammesso per sicuro che l’entrata degli
scudi 600 (sia totalmente spendibile)” perché trattavasi di
una donazione fatta dalle monache di Gattaiola è assai
pensabile che questa entrata sia gravata di qualche onere.
E così venne affossato anche questo progetto che prevedeva la
realizzazione di un ospedale a Fucecchio.
Il
19 giugno 1783
il popolo fucecchiese chiese al Comune di interporsi presso il
granduca Leopoldo I per ottenere la revoca del Rescritto
granducale con il quale veniva ribadita la soppressione del
convento di S. Salvatore ove dal 1299 si trovavano i padri
francescani conventuali, comunemente chiamati frati neri.
Il Consiglio comunale si unì al desiderio del popolo e deputò
il dott. S. Paperini e A. Donati per supplicare il Sovrano a
favore del convento suddetto e a non negare di consolare il
popolo “ che domanda la sussistenza del convento non solo
per motivo delle scuole pubbliche che prestano detti
religiosi, quanto ancora per l’assistenza spirituale”. Nel
caso di soppressione si “ si preghi che voglia degnarsi di
provvedere il Clero di congrui assegnamenti per poter
assistere alle giornaliere confessioni e agli altri spirituali
bisogni, stante che ne è talmente sprovvisto da non poter
decorosamente vivere. Si aggiunge che i 2 Rettori delle nuove
uffiziature deputati all’assistenza delle confessioni non
sono sufficienti, molto più che devono assistere alle
confessioni delle monache e alle scuole pubbliche.”
Il
21 giugno 1783
il vescovo di S. Miniato monsignor Brunone Fazzi, previa
approvazione granducale del 22.2.1783, autorizzò la
traslazione delle monache camaldolesi di S. Romualdo, le
oblate bianche, dal loro monastero posto nell’attuale Corso
Matteotti, in quello di S. Salvatore, sul Poggio Salamartano,
da cui erano stati mandati via, per effetto della soppressione
granducale, i frati francescani conventuali, ribattezzati a
Fucecchio come “frati neri”.
Due furono le motivazioni addotte dal vescovo per giustificare
questo trasferimento:
l’angustia del luogo e del monastero di S. Romualdo;
l’opportunità di dedicarsi, nel nuovo monastero, alla
conduzione del Conservatorio Femminile ivi istituito per
volontà del granduca.
Le oblate avrebbero assunto il ruolo di insegnanti per
fanciulle e ragazze.
Il monastero di S. Romualdo che era stato fondato nel 1638
venne immediatamente venduto al dott. Agostino Panicacci per
la somma di scudi 2879, di lire 6, soldi 17, denari 8.
La loro chiesa, intitolata a S. Gaetano, venne sconsacrata
dall’arciprete Gabriele Baccini il 18 novembre 1783.
L’8 marzo 1784 il dott. Panicacci anticipò alle suore 350
scudi perché pagassero il debito contratto per i lavori di
restauro fatti eseguire nel convento e nella chiesa di S.
Salvatore.
Il
24 luglio 1783,
dopo la soppressione del Convento di S. Francesco (ex
Monastero di S. Salvatore sul Poggio Salamartano), Luca
Checchi e Tommaso Masini presentarono al Consiglio Comunale
l’istanza di supplicare con sollecitudine il Sovrano affinché
nel Convento soppresso venissero messi i monaci Vallombrosani.
Il Consiglio comunale, per differenza di un sol voto, non
accolse la richiesta.
Il Comune, invece, chiese al Granduca di
far rimanere i frati conventuali.
Il granduca respinse la
richiesta.
Quando la popolazione seppe che nell’ex Monastero di S.
Salvatore, trasformato in CONSERVATORIO, sarebbero state
trasferite le Romualdine di corso Matteotti, il popolo incaricò
il Comune di richiedere al Sovrano la presenza in S. Salvatore
di altri sacerdoti che ,soli, potrebbero garantire
l’assistenza spirituale alla popolazione. Le Romualdine,
infatti, non potevano amministrare i sacramenti. Naturalmente
la presenza di un nuovo ordine non avrebbe impegnato né le
finanze comunali né quelle granducali.
Il Granduca fu irremovibile. Il suo progetto
politico-riformistico prevedeva appunta la laicizzazione della
vita sociale per mezzo di uno sfoltimento pesante del clero,
degli ordini religiosi e delle Compagnie di matrice religiosa.
Il
31 luglio 1783
il nuovo Segretario di Stato Vincenzo Alberti impose al
Martini di convocare il Padre provinciale dei frati
francescani conventuali, i frati neri, per intimargli di
ordinare ai padri conventuali di S. Salvatore di Fucecchio di
abbandonare il Convento essendosi stancata S.A.R. il granduca
di ascoltare i pretesti che venivano avanzati da detti frati
per non abbandonare l’ex monastero di S. Salvatore.
Il Padre provinciale Andrea Luchi passò l’ordine ai frati
neri di Fucecchio i quali, nella seconda metà dell’agosto
1783 lasciarono per sempre Fucecchio. Enorme fu la
costernazione dei Fucecchiesi. Il vescovo di S. Miniato che
paventava un’esplosione di tumulti, in data 5 agosto si era
incontrato con il Vicari Regio di Fucecchio ed insieme avevano
studiato tutte le misure possibili per prevenire le temute
sollevazioni popolari.
Fra le misura programmate c’era anche la vendita immediata
del Monastero di S. Salvatore che rischiò così di essere
sconsacrato e ridotto ad uso civile.
Se ciò non accadde lo si
deve alla DEPUTAZIONE DEI MONASTERI che progettò e poi
realizzò il trasferimento nel monastero di S. Salvatore delle
Monache di S.Romualdo (1783) e delle monache di S. Andrea
(1785) che avevano sottoscritto l’impegno a gestire come
insegnanti il CONSERVATORIO FEMMINILE che sarebbe stato
realizzato in una parte del monastero.
Il
6 agosto 1783
il granduca lorenese Leopoldo I dette il suo placet alla
costruzione della Nuova Collegiata purché fossero soppresse
le due compagnie secolari della Madonna della Croce e di S.
Giovanni Battista i cui beni sarebbero stati incamerati per
far fronte alle spese dell’erigenda Collegiata.
Il decreto di soppressione delle due Compagnie venne trasmesso
in allegato, con lettera dell’8 ottobre 1783, dal Vescovo di
S. Miniato.
Tale decreto autorizzava il Comune alla stesura degli
inventari dei due sodalizi.
Oltre alle due compagnie, nel 1783, venne soppresso il
Convento di S. Salvatore, I frati francescani conventuali, i
frati neri, dovettero abbandonarlo e lasciare per sempre
Fucecchio.
Il fabbricato, il monastero di S. Salvatore, venne assegnato
alle monache di S. Romualdo che avevano il loro Convento in
Corso Matteotti.
La chiesa della Madonna della Croce, sulla sinistra di quella
di S. Salvatore, venne successivamente acquistata dalle
monache di S. Salvatore e trasformata in TINAIA. La sede,
l’ospedale e la parte a piano terra della chiesa della
Compagnia di S. Giovanni Battista, su disegno
dell’architetto Giuseppe Vannetti, furono ridotti a CANONICA
della Collegiata. La parte superiore della chiesa di S.
Donnino, - della compagnia di S. Giovanni Battista – venne
ridotta a sala capitolare per le riunioni del Capitolo della
Collegiata ed è attigua alla sagrestia della Collegiata
medesima.
Il
9 agosto 1783
il granduca Leopoldo I fece sapere al vescovo di S. Miniato
che avrebbe soppresso tutte le Compagnie religiose della Terra
di Fucecchio ad eccezione di quelle del SS Sacramento e della
Misericordia e di valersi dei loro capitali per il rimborso
della fabbrica della chiesa Collegiata e per le spese della
riduzione della sede della compagnia di S. Giovanni Battista a
Canonica della Collegiata medesima.
Il
29 agosto 1783
il Segretario di Stato Carlo Bensi ordinò al Marmorai di
ingiungere al vescovo di S. Miniato di far trasferire le
monache di S. Romualdo nell’evacuato Monastero di S.
Salvatore sul Poggio Salamartano. Con la massima
sollecitudine.
A questo punto alle Oblate di S. Romualdo non rimasero che
queste alternative:
- trasferirsi nel Conservatorio di S. Salvatore;
- trasferirsi in un altro monastero del Granducato di Toscana;
- secolarizzarsi, ritornare cioè allo stato civile.
Qualcuna preferì ritornare allo stato civile; due o tre si
trasferirono in altri monasteri; le altre si portarono nel
Monastero di S. Salvatore per svolgere il loro servizio nel
Conservatorio ( scuola per bambine e ragazze).
Il
18 settembre 1783
venne recapitata al funzionario Marmorai di Firenze una
lettera del nostro vescovo Brunone Fazzi datata 17 settembre
1783.
Il vescovo chiedeva lumi sui disguidi che impedivano la
vendita del Convento e dell’orto di S. Romualdo, posto
nell’attuale Corso Matteotti, al signor Panicacci.
L’uomo di fiducia del sig. Panicacci era l’Operaio Candido
Soldaini che aveva capeggiato due sollevazioni popolari contro
il trasferimento delle Romualdine soppresse proprio nel 1783.
Prima ancora che le Romualdine fossero state trasferite in S.
Salvatore, il Convento di S. Romualdo era già in ballottaggio
fra molte persone interessate ad acquistarlo. Fra i
concorrenti si mise anche il canonico Taviani che però non
venne preso nemmeno in considerazione perché non era
finanziariamente affidabile.
Interessatissimo all’acquisto si rivelò il dottor Agostino
Panicacci che si era recato subito a S. Miniato dal Vescovo e
si era dichiarato disposto ad acquistare tutta la fabbrica del
monastero di S. Romualdo aumentandone la stima del 10%. Aveva
promesso anche che, a stime fatte, avrebbe corrisposto un
anticipo di 800 scudi.
Il vescovo, con quegli 800 scudi, avrebbe potuto saldare il
debito di 500 scudi delle Romualdine e pagare i lavori per la
riduzione a clausura del monastero di S. Salvatore.
E così fu.
Il
7 ottobre 1783
il vescovo di San Miniato, Brunone Fazzi, allo scopo di
prevenirne la soppressione granducale, fece assumere alla
confraternita dei Coronati Scalzi il titolo di Compagnia della
Carità e Misericordia (siffatte compagnie non rientravano
nel quadro delle soppressioni).
Pur restando inalterate le Costituzioni del 23.2.1712, proprie
della Confraternita dei Coronati Scalzi, la nuova Compagnia si
assumeva l’onere di dedicarsi alle opere di Carità e al
trasporto decoroso delle salme con l’assistenza del parroco.
Il colore delle cappe, in occasione dei trasporti funebri,
diventò nero come quello delle cappe della Misericordia di
Firenze.
Il
22 ottobre 1783
il Gonfaloniere e i Priori del Comune di Fucecchio
parteciparono alla Compagnia della Madonna della Croce la
lettera del vescovo di S. Miniato datata 9 ottobre. Con questa
lettera veniva emesso il decreto di SOPPRESSIONE della
medesima Compagnia. Inoltre vi si notificava di procedere alla
stesura degli inventari opportuni per quel luogo pio.
Questo il testo della lettera del vescovo di S. Miniato:
Egregio signor Gonfaloniere,
avendo avuto ordine dalla Reale Segreteria del regio Diritto
di procedere alla soppressione della Compagnia di codesto
luogo, lasciata la sussistenza di alcune ed in sequela
disporre di una parte di quelle rendite che hanno a pubblico
benefizio sono perciò in necessità di pregarla volermi
passare le rendite delle due Confraternite della Croce e di S.
Giovanni Battista con tutti gli oneri che seco portano a
erogazione di dette rendite alfine di poter prendere le mie
misure a scanso di abbagli e previe tali notizie per me
necessarie dare esecuzione a quanto da S.A.R. mi viene
ordinato.
Monsignor Brunone Fazzi
L’Entrata della Madonna della Croce è di scudi 1.350.
Uscite……..”
Riscrive il vescovo al Gonfaloniere:
“ Non avendo veduto sue risposte in ordine a quanto le
scrissi domenica “scadente” ho risoluto di portarmi costà
Venerdì mattina qualora non sia mattinata piovosa. Perciò mi
farà piacere di non assentarsi, affinché io non faccia un
viaggio inutilmente.
Brunone Fazzi”
Il
3 gennaio 1784 fu recapitata alla nostra Magistratura
comunale e la Vicario Regio la proposta del Granduca lorenese
Leopoldo I° il quale sollecitava l’istituzione di un OSPEDALE
nei locali del Convento di S. Salvatore, visto che i frati
francescani conventuali – presenti in quel convento dal
1299 erano stati mandati via nel 1783. Il granduca voleva
che ogni paese avesse un suo ospedale.
La proposta venne respinta con diverse motivazioni
sia dal Capitolo della Collegiata
sia dal Comune
sia dal Vicario Regio
sia dalla popolazione medesima.
Il Vicario Regio, di lì a poco, relazionò al Marmorai,
segretario del Regio Diritto di Firenze, che in Fucecchio non
poteva essere eretto un ospedale per i seguenti motivi:
1- le ENTRATE del Comune erano misere e prosciugate dalla
costruzione della nuova Collegiata;
2- il Convento di S. Salvatore era stato occupato dalle suore
del soppresso Monastero di S. Romualdo sito nell'attuale Corso
Matteotti;
3- Il Capitolo della Collegiata, alle prese con le spese della
costruenda nuova Collegiata, ora che era diventato
proprietario del Convento di S. Salvatore, temeva di non
potere usufruire dei benefici derivanti da tale proprietà;
4- I Fucecchiesi erano talmente abituati all’idea di essere
ricoverasti, in caso di bisogno, nell’Ospedale di Pescia che
non trovavano necessaria questa istituzione in loco;
5- La Compagnia del SS. Sacramento e quella dei Coronati
scalzi, le uniche rimaste in vita dopo le soppressioni
leopoldine del 1780, non erano disposte ad assumersi l’onere
della erezione e della gestione di un ospedale.
(Masani pag.
222 e Appunti Masani )
Il
22 aprile 1784
l’arciprete della Collegiata, don Baccini, alla ripresa dei
lavori per la costruzione della nuova Collegiata, dopo la
sospensione invernale, trasmise al Granduca un supplica per
ottenere l’autorizzazione a ridurre in canonica tutto il
fabbricato della soppressa Compagnia di S. Giovanni Battista.
La sede della Compagnia comprendeva:
la chiesa, l’appartamento del sagrestano, l’ospedale e gli
uffici degli Operai.
Il Baccini, visto e considerato che la Compagnia era stata
soppressa come tutte le altre (nel 1783) e calcolato che con
la vendita dell’Organo e dei parati a muro della chiesa di
S. Donnino (quella appunto della Compagnia) poteva racimolare
la somma sufficiente per coprire le spese di riduzione del
fabbricato in canonica che sarebbe stata contigua alla Nuova
Collegiata, aveva fatto redigere i progetti di riduzione
all’architetto Vannetti e poi, in data 22.4.1784, aveva
spedito la supplica al granduca Leopoldo I.
La richiesta del Baccini suscitò un vespaio.
Il Comune ed il canonico Taviani si opposero tenacemente al
progetto. L’Oratorio di S. G. Battista, data la sua origine
secolare, anche se trasandato, rappresentava una testimonianza
storica di valore insostituibile.
Firenze ed il vescovo approvarono, seduta stante, la richiesta
del Baccini.
La concessione granducale e vescovile venne ripetutamente
elusa dal Comune e dal Capitolo della Collegiata e i lavori di
riduzione non partivano mai.
Il vescovo, di fronte a tanta pervicacia, scrisse al Granduca
(15.10.1784) e al temerario canonico Taviani (30.10.1784).
Questa volta il Comune ed il capitolo si arresero.
Della sede della Compagnia sono rimaste le mura esterne. Della
chiesa è rimasta la parte superiore con la volta a botte
affrescata dal Bamberini.
Reca
la data 8 giugno 1784 una preziosa MEMORIA sul
complesso di S. Salvatore sito sul Poggio Salamartano. Queste
le date salienti della MEMORIA.
Nel 1384, poiché la chiesa di S. Salvatore andava in rovina,
allo scopo di restaurarla, il Comune autorizzò gli operai
dell’OPA a vendere alcuni beni beni comunali a nome e con
garanzia del Comune.
Nel 1428 venne fatta una Riforma dell’OPA. Poiché l’OPA
non disponeva dei fondi necessari per la manutenzione della
chiesa e del convento di S. Salvatore, vennero assegnati
all’OPA la metà dei fondi e dei frutti che appartenevano
allo spedale di Ser Giunta Staffoli e la metà di un credito
di fiorini 30 che il Comune doveva avere da Giovanni degli
Obizzi ed altri capitali.
Nel 1466 il Comune ordinò di dare ai frati conventuali di S.
Salvatore 50 staia di grano per aver fatto pianellare la
chiesa di S. Salvatore, col patto che dovessero far davanti
alla chiesail tetto ed il PORTICO.
Nella Riforma dell’OPA del 1560 il Comune ordinò che gli
Operai provvedessero alla chiesa, tetto, sagrestia e altre
appartenenze di S. Salvatore affinché non andassero in
rovina, anzi la mantenessero in buon ordine e provvedessero
anche la chiesa di altari e paramenti e di tutto ciò che
facesse bisogno per l’onore di Dio. Ordinò inoltre la
manutenzione del tetto del campanile e delle campane.
Infine concesse a spendere quanto bisognava quanto figurava
nell’avere e le Entrate medesime.
Il
29 luglio 1784,
con Reale Consiglio, Monsignor Scipione de’ Ricci, vescovo
di Pistoia, donò la parrocchia di S. Maria di Massarella
all’allora vescovo di Pescia Monsignor Francesco Vincenti già
Vicario Generale del vescovo di S. Miniato
L’ultima visita pastorale del vescovo di Pistoia monsignor
Ippoliti nella Pieve di Massarella era stata fatta il 16
aprile 1779.
Il
21 agosto 1784
il Vicario Regio di Fucecchio approvò il progetto di
costruzione della CANONICA della Collegiata utilizzando
l’antico fabbricat0 che ospitava la sede, l’ospedale e
l’Oratorio della Compagnia di S. Giovanni Battista
nell’attuale piazza Garibaldi.
Il
9 settembre 1784
si partecipa che Sua Altezza si è degnato comandare che sia
ridotto l’Oratorio di S. Giovanni Battista ad uso di Casa
Canonicale per comodo dell’arciprete con volersi per tale
effetto del ricavato di un organo e dei parati da muro delle
represse Compagnie di S. Giovanni Battista e della Madonna
della Croce e delle 900 lire della soppressa Compagnia di S.
Rocco.
E se non bastasse, potrà impiegarvi anche il ricavato degli
argenti inutili di dette soppresse Congregazioni.
Il
25 settembre 1784,
al Vicario Regio che chiedeva con lettera del 15 settembre a
chi apparteneva l’Oratorio di S. GIOBBE detto anche della
Madonna dell’Umiltà, fu risposto che era di dominio diretto
del Comune come appare dal libro delle delibere al 16 agosto
1617.
Il
5 ottobre 1784
il vescovo di S. Miniato scrisse al Martini, Segretario del
Regio Diritto di Firenze, per notificargli il proprio consenso
per la riduzione dell’Oratorio di S. Donnino di proprietà
della soppressa Compagnia di S. G. Battista ad uso di CANONICA
DELLA Collegiata.
L’iniziativa di ridurre l’Oratorio di S. Donnino a
canonica era stata avanzata dall’arciprete Baccini il quale
suggerì anche di reperire i fondi necessari tramite la
vendita degli arredi della Compagnia e con l’usufrutto delle
rendite della medesima Compagnia ( quella di S.G. Battista).
Il segretario regio lo autorizzò addirittura, nel caso che i
soldi non fossero stati sufficienti, a vendere gli argenti
della Compagnie soppresse ( S. G. Battista e Madonna della
Croce).
L’Amministrazione Comunale si oppose fermamente al progetto
di riduzione del complesso della Compagnia do S. G. Battista a
canonica della Collegiata perché fermamente convinta del
valore storico ed architettonico della sede e della chiesa
della Compagnia che dovevano rimanere incorporate nella
Collegiata.
Fu raggiunto un compromesso onorevole fra le due parti: la
chiesa-oratorio di S. Donnino (così si chiamava la chiesetta
della Compagnia di S. G. Battista) non sarebbe stata
intaccata; si sarebbero acquistate delle case contigue
all’oratorio per ridurle, insieme all’ospedale, alla sede
ed all’abitazione del custode della Compagnia a CANONICA.
L’arciprete ebbe la sua canonica comunicante con la
Collegiata ed il Comune riuscì a salvare la parte superiore
della chiesa di S. Donnino, quella con la volta a botte
affrescata dal Bamberini.
Il
29 aprile 1785
il ministro granducale Vincenzo Martini trasmise, a
chiarimento del Motuproprio del 21.3.1875, trasmise agli
ecclesiastici un rescritto per illustrare gli intenti che il
granduca voleva perseguire con le soppressioni.
Tale rescritto indusse il vescovo di S. Miniato Brunone Fazzi
a venire a Fucecchio per persuadere le 43 monache di S. Andrea
a trasferirsi nel Convento di S. Salvatore dove già si
trovavano le monache di S. Romualdo evacuate dal loro
monastero posto in corso Matteotti e dove era già in funzione
un Conservatorio per ragazze.
Le monache si rifiutarono di obbedirgli.
Nove mesi prima, e con gran pena, avevano optato per il
Conservatorio in S. Andrea pur di non abbandonare il loro
monastero: ora non se la sentivano proprio di abbandonare S:
Andrea.
Fallito il tentativo del vescovo, ci si provò il cancelliere
Frascaini.
Questi senza mezzi termini mostrò alle monache il MOTUPROPRIO
nel quale si ordinava “ la assoluta soppressione del
Monastero di S. Andrea”
A questo punto le povere monache dichiararono che avrebbero
abbracciato il sistema del Conservatorio purché potessero
rimanere nel loro monastero: cosa impossibile data la
irrevocabilità della decisione sovrana
Le povere 43 monache dovettero cedere alla forza e vennero di
forza trasferite nel fabbricato di S. Salvatore dove stavano
per concludersi i lavori di ampliamento.
Il
21 marzo 1785,
il granduca Pietro Leopoldo I decretò la soppressione di
tutti i TERZ’ORDINI e ne proibiva le iscrizioni e le
adunanze sotto minaccia di sopprimere gli ordini religiosi da
cui dipendevano.
Venne naturalmente soppresso anche il Terz’ordine
Francescano di Fucecchio.
Il Terz’ordine era stato istituito nel 1299, anno in cui i
frati francescani conventuali vennero a stabilirsi nell‘ex
monastero di S. Salvatore.
Il Terz’ordine, andato in declino, si rivitalizzò
all’arrivo dei frati francescani osservanti nel Convento La
Vergine delle Cinque Vie negli anni 1618-1619.
Conobbe un periodo di grande fecondità ed espansione al tempo
del guardianato di padre Teofilo da Corte (1736-1740): vi si
iscrissero 150 uomini.
Il Terz’ordine poté riprendere la propria attività nel
1791.
Fu nuovamente soppresso dalla dominazione
Napoleonica(1799-1814).
Nel 1817 poté riprendere ancora la sua attività.
Venne nuovamente soppresso dal Regno d’Italia nel 1866.
Il 21 marzo 1785 un Motu Proprio del Granduca Leopoldo
I intimò ad ogni monaca di qualsiasi monastero di scegliere a
scrutinio segreto, in cedola, fra il sistema dei CONSERVATORI
(scuola per fanciulle) e quello della vita in Comunità.
Le nostre monache nere, le clarisse di S. Andrea, avevano già
espresso la loro preferenza.
La Deputazione dei Monasteri, temendo i dissidi che sarebbero
sorti fra monache Romualdine e monache Clarisse, qualora
fossero state sistemate tutte quante in S. Salvatore chiesero
alle monache di S. Andrea se erano disposte a trasformare il
loro monastero in Conservatorio.
Le 43 monache così votarono:
20 monache optarono per la vita in comunità.
23 monache votarono per il Conservatorio.
Le 20 clarisse sfavorevoli al Conservatorio, di lì a poco, si
pentirono della loro scelta e, anziché trasferirsi in altri
monasteri, rimasero in quello di S. Andrea.
Ma il Motu Proprio del 21 marzo 1785 turbò di nuovo la
serenità delle clarisse che dopo poco tempo vennero
forzosamente evacuate dal loro monastero e trasferite in
quello di S. Salvatore dove da due anni si trovavano già le
Romualdine.
Il
2 gennaio 1786
un sovrano Motuproprio confermò i Capitoli generali delle
Costituzioni della Compagnia del SS. Sacramento che erano
stati siglati il 22 marzo 1783. Con questo Motuproprio
venivano ribadite le proibizioni che il Regio Diritto aveva
aggiunto ai Capitoli.
Venivano infatti proibite sia la questua fuori delle chiese e
segnatamente nei giorni di mercato sia la multa ai fratelli
che contravvenivano alle norme.
L’arciprete pretese che la cassetta dell’accatto in chiesa
doveva essere serrata con due chiavi diverse e che una di esse
doveva essere consegnata a lui.
Siccome il Motuproprio permetteva alla Compagnia di questuare
in tutta l’estensione ed in ciascuna cura per il “doppio
oggetto della Carità cristiana verso Dio e verso il prossimo
“, l’arciprete Baccini impugnò la legittimità del
decreto granducale che era in aperto contrasto con le leggi
ecclesiastiche e proibì alla Compagnia la questua in chiesa
nei giorni festivi e pretese addirittura di controllare i
soldi questuati regolarmente dai confratelli.
I confratelli della Compagnia protestarono epistolarmente
presso il Segretariato del Regio Diritto il quale non prese
nessun provvedimento.
Le Costituzioni della Compagnia vennero riformate un secolo
dopo, ma non vennero approvate dall’arciprete della
Collegiata che vedeva nella Compagnia un concorrente temibile
in quanto gli sottraeva le “elemosine”. ( Masani pag. 226
)
Da
una MEMORIA del canonico Giulio Taviani del 1786 si
apprende che il terreno sopra il quale venne edificata la
BADIA di S. Salvatore (986) nei presso del Ponte di Bonfiglio
è quello stesso che possiede Casa ALEOTTI, contiguo alla via
che va al Ponte d’Arno e dall’Aleotti comprato insieme ad
altre terre dalle monache di Gattaiola di Lucca nell’anno
1626.
Il
5 luglio 1786
il vescovo di S. Miniato scrisse una lettera al nostro Comune
nella quale faceva intendere “ essere nella determinazione
di sopprimere le due chiese della Ferruzza che sono
d’occasione al popolo di allontanarsi dalla chiesa
parrocchiale.”
Il Magistrato comunale, dopo serie riflessioni, assicurò il
vescovo “ che l’Oratorio della Ferruzza non è
d’occasione che il popolo nei dì festivi stia lontano dalla
Parrocchia, giacché quivi si celebra la Messa dopo la
parrocchiale. Del resto il Comune è disposto anche ad
ordinare che invece della domenica vi si celebri solo le feste
e le solennità dell’anno. Si aggiunga che col tempo la
chiesa delle Ferruzza potrà occorrere per erigervi una
parrocchia, giacché la popolazione di Fucecchio cresce di
circa 100 persone annualmente, ed al presente arriva a 5.062
anime, onde non sembra possibile che con una sola parrocchia
si possa andare molto avanti.
Piuttosto che profanare l’Oratorio della Ferruzza di cui per
tanti motivi si reclama l’esistenza, il Comune proporrebbe
la profanazione dell’Oratorio di S. Giobbe (contiguo
all’ex Porta della Valle), convertendolo in stanza
mortuaria, per cui non può trovarsi luogo più adatto e
sarebbe di universale gradimento.”
Nel paese vivevano 2.682 persone. La parrocchia della
Collegiata comprendeva anche la campagna circostante al paese.
Il
27 luglio 1786
l’impresario edile Aleotti stilò l’atto di consegna al
Comune del PRIMO CIMITERO PUBBLICO di Fucecchio.
Sei anni prima, il 21.09.1780, il governo del granduca
lorenese Leopoldo I aveva invitato il nostro Comune a
costruire un cimitero a sterro fuori e lontano dal centro
abitato.
Poiché i nostri amministratori avevano disatteso
quell’invito, il governo granducale intimò al Comune di
Fucecchio di costruirlo in breve tempo, proibendo nel
frattempo la sepoltura delle salme ni cimiteri delle Compagnie
religiose.
Il dott. Melani ebbe l’incarico di reperire un terreno
idoneo per realizzarvi il cimitero pubblico. Il Melani setacciò
tutta la periferia del paese, resistette alle pressioni dei
proprietari dei terreni interessati alla vendita del loro
terreno e alla fine segnalò l’appezzamento “vitiato”
accanto all’attuale Villa Nieri sulla Via Pistoiese.
Il Comune ne deliberò l’acquisto.
L’asta dei lavori fu aggiudicata nel 1784 all’impresario
Aleotti.
Erano stati necessari due anni di lavoro ed una spesa di 805
scudi.
La Commissione di controllo di Firenze, sempre nel mese di
luglio, dichiarò INAGIBILE questo primo cimitero pubblico
perché il terreno era troppo argilloso.
Fu necessario rimuovere il terreno e mescolarlo con un
cospicuo numero di barrocci di rena.
Anche questa operazione si protrasse per due anni
Il cimitero venne consacrato dal vescovo di S. Miniato
soltanto il 13 aprile 1788.
L’1
settembre 1786
risultano già venduti a Michele Gori l’Oratorio e il
Tabernacolo della FERRUZZINA che furono messi all’asta.
Infatti il Consiglio Comunale, in data 8 maggio 1786, aveva
accolto la proposta di vendita avanzata dal Soprassindaco.
Tale Oratorio e Tabernacolo si trovavano fuori della Porta
Lucchese, all’attuale incrocio tra Viale Colombo e Viale
Bonaparte in corrispondenza del Bar Columbia, ed era corredato
di un terreno di braccia 498 e soldi 10.
Il
5 settembre 1786
venne siglato l’atto di acquisto del terreno su cui venne
edificato il primo CIMITERO PUBBLICO di Fucecchio, quello che
attualmente si trova in prossimità della Villa Nieri, sulla
via Pistoiese a circa cento metri di distanza dal 2° cimitero
pubblico del nostro paese.
Il granduca aveva invitato cortesemente il nostro Comune, nel
1780, a realizzare un cimitero pubblico. Il Comune cestinò
l’invito su sollecitazione del clero locale.
Nel 1783 il Granduca ci intimò di edificare un cimitero
pubblico.
I nostri amministratori, dopo aver esaminato una
lunga serie di appezzamenti di terreni posti nelle adiacenze
del capoluogo, optarono per il terreno VITIATO e PIOPPATO dei
fratelli Banti, Pietro e Giovanni. Questi due fratelli fecero
un affare d’oro. Per arrivare alla stesura dell’atto di
acquisto il Comune dovette adire le vie legali. Le condizioni
e le somme che i nostri amministratori dovettero sottoscrivere
furono pesantissime.
Il Comune dovette sborsare 200 scudi ai fratelli Banti e 98
scudi alla soppressa Compagnia della Madonna della Croce cui
spettava il dominio diretto del terreno; ottennero il dominio
utile del terreno; ottennero consistenti sgravi fiscali e il
diritto di prelazione sul terreno circostante al cimitero.
Il Comune, come dulcis in fundo, dovette pagare anche le spese
processuali.
Il
14 dicembre 1786
il nostro vescovo Brunone Fazzi avanzò epistolarmente una
richiesta al Ministro Martini affinché gli fossero rilasciati
due cimeli della venduta chiesa di S. Andrea. Questo il testo
della lettera:
“Dovendosi vendere la chiesa di S. Andrea di Fucecchio
unitamente all’evacuato monastero, ardirei supplicare la
clemenza sovrana volersi far la grazia di accordarmi il
CIBORIO di marmo di quello altare Maggiore con i due gradini
giacché non può apportare a diminuzione di prezzo per quella
fabbrica per collocarlo a mie spese sopra l’altare di questa
Cattedrale dove si conserva l’Augustissimo sacramento
essendovi un ciborio di legno veramente vergognoso ed
intarmato.
E proporrei mi fosse consegnato il QUADRO di detto Altare
Maggiore che rappresenta S. ANDREA da doversi collocare nella
nuova chiesa che penserei si erigesse a nome del detto
apostolo considerando che anche questo quadro non può fare
variazione veruna.”
Il
27 marzo 1787
il granduca lorenese Pietro Leopoldo I onorò Fucecchio di una
sua visita. La GAZZETTA TOSCANA riportò così
l’avvenimento:
“ Alle ore 2,15 dopo mezzogiorno con previo avviso giunse
felicemente da Pisa in questa Terra Sua altezza Reale
incontrato dal clero e dalle persone principali del luogo e
dal Popolo. Sua Altezza Reale, smontato da cavallo nella
Piazza superiore fu ricevuto dal Vicario Regio, dai Ministri
del tribunale e dal Cancelliere comunitativo, con essi si portò
a vedere il soppresso Monastero di S. Andrea, indi la nuova
chiesa Collegiata la quale per eleganza e maestria del disegno
e felice esecuzione ha meritato gli encomi del Sovrano.
Passò di lì alla chiesa di S. Salvatore ove fu ricevuto dal
Capitolo e quindi nel Conservatorio di S. Romualdo (oggi S.
Salvatore) ad osservare i nuovi stabilimenti per il più
decente comodo della Religione e della Scuola e finalmente si
trasferì al Palazzo Pretorio ove pranzò e nella sera ebbe la
clemenza di ascoltare le suppliche di cento persone fino a
notte inoltrata e nella mattina seguente circa le ore 7 prese
il cammino verso S. Miniato avendo a tutti dimostrato gli
affetti profondi del suo cuore”
Un mese dopo liberò il Convento di S. Salvatore da ogni
obbligo i tasse e lo destinò a CONSERVATORIO DI EDUCAZIONE E
SCUOLA PER LE RAGAZZE DEL PAESE. 29.04.1787
(Masani pag. 226)
Il
29 aprile 1787
il granduca Leopoldo I prese tre importanti decisioni per il
monastero di S. Salvatore:
1- Autorizzò la traslazione delle ossa dei defunti dal
soppresso monastero di S. Andrea in quello di S. Salvatore. La
traslazione, per volontà del sovrano, venne effettuata di
notte.
2- Poiché al granduca stava “ a cuore la buona educazione
delle fanciulle dalla quale nasce in progresso di tempo un
bene considerevole alle famiglie e allo stato” liberò il
convento di S. Salvatore da ogni obbligo di tasse.
3- Destinò il convento di S. Salvatore a “ Conservatorio di
educazione e Scuola per le ragazze del paese”.
Il
30 maggio 1787
il vescovo Brunone Fazzi rispose ad una missiva del sacerdote
Benvenuti confessore delle monache ROMUALDINE trasferite fin
dal 1783 nel Monastero di S. Salvatore.
Poche settimane dopo questa lettera del vescovo, le ROMUALDINE
, temendo per la loro vita (si legga la loro lettera
nell’almanacco del 26 giugno 1787), abbandonarono per
sempre Fucecchio. Fu così che il Monastero di S. Salvatore
rimase nelle mani delle clarisse dell’ex monastero di S.
Andrea.
Questo il retrostoria della penosa vicenda.
Nel 1783 le Romualdine, per effetto del decreto di
soppressione del loro Monastero posto in Corso Matteotti, ora
giardino Bombicci ed avendo accettato di far le maestre nel
Conservatorio per ragazze nei locali di S. Salvatore, furono
trasferite nel Monastero di S. Salvatore dal quale erano stati
evacuati poche settimane prima i frati conventuali di S.
Francesco che vi avevano dimorato dall’anno 1299.
Nel 1785 le 43 monache del monastero di S. Andrea vennero
evacuate forzosamente e trasferite nel Monastero di S.
Salvatore. Il Monastero e la chiesa di S. Andrea vennero
immediatamente venduti al sig. Montanelli per la ragguardevole
somma di 4.368 scudi.
La convivenza fra u due gruppi di Monache, le Romualdine e le
Clarisse, si rivelò subito assai difficile. Nacquero dei
dissidi insanabili fomentati a bella posta dal canonico Giulio
Taviani.
1- la presenza di due badesse che volevano comandare e non
obbedire;
2- le condizioni di maggior agiatezza delle clarisse;
3- il campanilismo del popolo fucecchiese tutto schierato
dalla parte delle monche nere (le clarisse di S. Andrea)
esasperarono tal punto le ROMUALDINE da indurle a minacciare
ripetutamente di voler abbandonare il monastero di S.
Salvatore come attestato dalla lettera scritta dal loro
confessore Benvenuti al vescovo di S. Miniato. E l’esodo
delle Romualdine tanto desiderato dalle clarisse avvenne
proprio in questo 1787.
Il
25 giugno 1787,
con questa lettera indirizzata all’ex confessore don
Benvenuti, la priora e le altre monache romualdine lasciarono
per sempre il Monastero di S. Salvatore di Fucecchio:
“ Mi farà la finezza di fare noto a Monsignore la mia
partenza insieme con suor Gertrude e suor Colomba e che io
assolutamente non ci potevo più stare temendo ancora la vita
mia e delle altre ché se io ho avuto un profondo silenzio e
lassato fare ciò che vogliono, io credo che non sarei viva
sicché vivere con timore e ogni momento dubitare di affronto
e vivere da disperati sicché se le contingenze presenti mi
hanno portato, la vita è cara a tutti e il medesimo lo dico
per parte di suor Benedetta che più di me può temere. La
medesima va a Montopoli.”
Le romualdine, dette anche oblate bianche avevano il loro
monastero, fino al 1783, nell’attuale Corso Matteotti.
Nel 1783 il loro monastero venne soppresso dal Granduca
Leopoldo I. Siccome si dichiararono disposte ad esercitare il
ruolo di insegnanti per bambine e ragazze, vennero trasferite
nel convento di S. Salvatore da cui era stati mandati via i
frati francescani conventuali e nel quale era stato allestito
un CONSERVATORIO ( scuola ) per ragazze.
Due anni dopo, nel 1785, nel medesimo convento di S. Salvatore
vi vennero trasferite anche la quarantina di suore clarisse
che vivevano nel monastero di S. Andrea in piazza
dell’Ospedale. Anche il Monastero di S. Andrea era stato
soppresso.
La convivenza fra le due famiglie di monache non fu facile. Le
clarisse fecero pesare sulle romualdine la loro superiorità
numerica e soprattutto la loro superiorità finanziaria.
Il
30 giugno 1787
il granduca Leopoldo I dette un incarico all’architetto
Fallani Bernardo per sapere
“…. se sia possibile e come possa farsi la diminuzione
della chiesa del Conservatorio di S. Salvatore inutilmente
vasta per cavare dei maggiori comodi per detto
Conservatorio.”
Il Fallani venne a Fucecchio il 18 luglio per esaminare la
possibilità di sfruttamento della chiesa secondo i voleri dl
granduca.
Il 10 agosto il Fallani spedì la sua relazione all’Operaio
del Conservatorio di S. Salvatore, Candido Soldaini Marchiani.
Fortunatamente per noi e per la nostra chiesa di S. Salvatore
la relazione del Fallani fu negativa
Il Fallani spiegò che per rimpiccolire la chiesa occorreva
fare un coro pensile e che la spesa periziata sarebbe stata di
2.500 scudi. Il convento si sarebbe arricchito di sole 3 celle
o camerette per monache di clausura.
Intanto i Fucecchiesi si auspicavano, ora che era stato
accantonato il progetto del rimpiccolimento della chiesa di S.
Salvatore, che fosse autorizzata la costruzione del nuovo
campanile della Collegiata visto che l’accesso al campanile
di S. Salvatore era incorporato nel Conservatorio
Il
17 luglio 1787 gli Anziani del Comune, dopo aver fatto
effettuare un sopralluogo a due suoi incaricati, concessero
all’Operaio di S. Salvatore Candido Soldaini il permesso di
demolire 9 braccia del Loggiato del Convento di S. Salvatore
(e non della chiesa) così come era sto richiesto dalle
monache clarisse di S. Andrea che erano subentrate ai frati
conventuali e alle Oblate Bianche o Romualdine che vi erano
state trasferite nel 1783.
Gli Anziani concessero il permesso a condizione che le spese
di demolizione fossero coperte dal CONSERVATORIO di S.
Salvatore.
Il Monastero o convento aveva assunti la denominazione di
CONSERVATORIO perché il fabbricato era stato ridotto a Scuola
( Conservatorio) per bambine e ragazze di Fucecchio.
Il
20 luglio 1787
il Comune, considerando che la Nuova Collegiata era già
ridotta al grado di potersi uffiziare nel prossimo mese di
agosto o di settembre e che sarebbe stato incomodo grande
servirsi del campanile di S. Salvatore, distante dalla
parrocchiale e per andare al quale dovevasi passare per un
sotterraneo che fino ad allora era servito da CIMITERO;
sarebbe stato nella determinazione , col consenso sovrano, di
costruire il CAMPANILE ad uso parrocchiale dove era stato
fatto per tale fine il fondamento di quello allorché fu
principiata la fabbrica, ed altro non sarebbe mancato se non
alzare i muri di quel quadrato sopra i tetti della chiesa.
Dopo tutto così si sarebbe lasciato il CONSERVATORIO
(monastero di S. Salvatore) nella sua totale libertà, giacché
diversamente sarebbe stato sempre dominato dalla vosta di
persone addette all’impiego di campanaio.
Il sovrano non accolse la richiesta.
Si deliberò allora di fare le scale per raggiungere la cella
campanaria del campanile di S. Salvatore. La spesa periziata
fu di 770 lire.
Il
26 agosto 1787
l’ingegnere granducale Diodato Ray, incaricato di accelerare
i lavori di ampliamento del monastero di S. Salvatore,
trasmise a Firenze una relazione nella quale notificava quanto
segue:
1) le celle disponibili nel monastero erano soltanto 24, in
numero quindi inferiore al numero delle clarisse ( nel 1785,
quando furono trasferite dal Monastero si S. Andrea in quello
di S. Salvatore erano addirittura 43),
2) occorrerebbero almeno altre 6 celle
3) sarebbe opportuno tamponare due lati del chiostro (quelli
che davano sul Poggio Salamartano) per ottenere i locali del
Conservatorio o scuola femminile (attualmente vi si trovano
il parlatorio delle clarisse ed il Bar del MCL) Chiudendo
questi due lati si sarebbe ottenuta una clausura perfetta. Non
sarebbe stato più possibile entrare nel chiostro né dal
Poggio Salamartano né dall’interno della chiesa dove era già
stata tamponata una porticina d’accesso al chiostro.
4) Suggerì infine di tamponare le due porticine ai lati
dell’altar maggiore di accesso al coro. Dal presbiterio
nessuno sarebbe potuto entrare nel coro.
5) Le monache sarebbero potute entrare nel coro se fosse stata
aperta una porta in corrispondenza dello scanno centrale del
medesimo. L’accesso al coro sarebbe risultato così interno
al monastero.
6) Il comunicatorio poteva essere realizzato nella stanza
posta sulla destra dell’altar maggiore.
Il
15 settembre 1787,tenuto
conto che l’apertura della Nuova Collegiata sarebbe coincisa
con la festa di S. Candido, il Consiglio Comunale deliberò di
deputare due persone con la facoltà di procurare la VORSA DEL
PALIO, FUOCHI ARTIFICIALI e provvista di cera (candele).
Venne deliberato anche che nella Piazza Pubblica del paese
(Vittorio Veneto) ci fosse un luogo per le lettere con buca
esterna per cui si potessero introdurre in una cassetta le
lettere da spedire.
Tale buca doveva recare lo stemma del Comune e l’iscrizione
“Buca per lettere: partono il lunedì e il giovedì di ogni
settimana dopo il mezzodì”.
Il procaccia avrebbe percepito il solito emolumento e cioè
una CRAZIA fiorentina per ogni lettera consegnata al
destinatario.
Il
3 ottobre 1787
venne consacrata la NUOVA COLLEGIATA edificata sull’area
della vecchia Pieve di S. Giovanni.
La demolizione della vecchia Pieve iniziò nel 1780.
La posa della prima pietra avvenne il 18 agosto 1780. I lavori
vennero subito sospesi perché mancava l’approvazione
granducale.
L’urna di S. Candido era stata portata nella nuova chiesa di
S. Andrea e poi in quella di S. Salvatore.
L’approvazione granducale arrivò nel 1781 e poi nel 1782
quando il Comune ed il Capitolo della Collegiata concordarono
sulla posizione della facciata della nuova chiesa che doveva
essere rivolta verso la Piazza anziché verso il Monte Serra.
Come contropartita il Granduca Leopoldo I decretò:
- la soppressione delle Compagnie della Madonna della Croce e
di S. Giovanni Battista i cui beni sarebbero stati incamerati
per coprire sia pure parzialmente le spese per l’erigenda
chiesa;
- la proibizione della costruzione del campanile per la Nuova
Collegiata,
- l’ingiunzione di utilizzare come campanile della Nuova
Collegiata quello di S. Salvatore che venne formalmente ceduto
al Capitolo della Collegiata.
Il lavori vennero ancora una volta sospesi per demolire sia il
campanile della vecchia Collegiata, quello dipinto dal
Tondoli, sia l’Oratorio di S. Rocchino la cui area venne
incorporata nella Nuova Collegiata.
Prima della ripresa dei lavori venne scelto definitivamente il
progetto dell’architetto Vannetti, nominato anche capomastro
dei 40 operai che edificarono il fabbricato,
Nel 1784 fu deliberata anche la riduzione della sede,
dell’ospedale e della chiesa della compagnia di S. Giovanni
Battista a CANONICA della Collegiata.
Il
18 ottobre 1787,
il granduca, in risposta all’istanza del Comune di Fucecchio
con la quale gli si chiedeva nuovamente il permesso di
costruire in un angolo della Nuova Collegiata il campanile,
rispose seccamente:
“ Si stia agli ordini!”
E dovendo stare agli ordini, si deliberò di fare la scala di
accesso al campanile della chiesa di S. Salvatore che il
Granduca aveva ceduto alla Collegiata.
All’architetto Vannetti venne commissionato il progetto per
la scalinata d’accesso al campanile di S. Salvatore.
Il Vannetti allegò al progetto anche la perizia, cioè il
costo di questa operazione: 770 lire.
In
data 12 gennaio 1787
il granduca comunicò al vescovo monsignor Fazzi di avere
accolto la richiesta.
Pochi giorni dopo il CIBORIO e il QUADRO di S. ANDREA finirono
a S. Miniato.
Il
13 aprile 1788
venne consacrato dal vescovo di S. Miniato il primo cimitero
comunale di Fucecchio, posto in via Pistoiese.
L’impresario Aleotti l’aveva consegnato al Comune il 27
luglio 1786, dopo due anni di lavoro.
Dichiarato inagibile dalle autorità fiorentine perché il
terreno era troppo povero di rena, entrò in funzione due anni
dopo.
Il Comune, dopo lunghe pressioni esercitate dagli organi
centrali ( nel 1781 e nel 1783) aveva deliberato l’acquisto
del terreno nel settembre del 1784. L’atto di acquisto, però,
fu suggellato il 5 settembre 1786. Si spesero 298 scudi.
È presumibile che il seppellimento delle salme sia iniziato
nel 1788.
Il cimitero ebbe un’esistenza travagliatissima. Restò in
funzione fino al 30 dicembre 1884.
Cinque anni prima, e precisamente il 20 maggio 1879, il
Consiglio Provinciale di Sanità lo aveva dichiarato
antigienico che equivaleva ad inagibile.
Il
17 aprile 1788
venne interrogato il Governatore della Compagnia della Carità
della parrocchia di Fucecchio per sapere con quale metodo
sarebbero stati da detta Compagnia portati i cadaveri
dei defunti al cimitero.
Il Governatore rispose che il compito della compagnia
consisteva nell’accompagnare (trasportare) il defunto dalla
propria abitazione alla chiesa e, da questa, alla stanza
mortuaria.
Inoltre il Comune volle sapere, prima di prendere
provvedimenti per l’interro dei cadaveri nel cimitero
pubblico benedetto quattro giorni prima, il 13 aprile 1788, se
la Compagnia voleva o no eseguire quanto prescritto nelle di
lei costituzioni.
Avutone il consenso il comune prese questi due provvedimenti:
1- L’Oratorio di S. Giobbe, posto sul lato destro della
Porta della Valle, in fondo al selciato dell’attuale via
Mario Sbrilli, venne destinato a STANZA MORTUARIA, comoda
perché si trovava sul percorso del cimitero pubblico.
2- Assegnarono al Provveditore alle strade il compito di far
preparare nel Camposanto le buche per l’interro dei cadaveri
conformemente a quanto stabilito da Regolamento Mortuario
redatto dal nostro Comune.
Il
19 settembre 1788
il granduca Leopoldo I soppresse l’OPA (Opera del Comune
equivalente ad un Consiglio di Amministrazione che doveva
provvedere alla manutenzione e all’abbellimento del
complesso di S. Salvatore –chiesa, monastero ed orto) che
era stata istituita formalmente il 14 febbraio 1374.
Il Motuproprio del Granduca ordinava che l’OPA fosse
incorporata con le sue entrate, ragioni e diritti dal Capitolo
della Collegiata.
Il Motuproprio diventò esecutivo a partire dall’8 agosto
del 1789.
Il 15 gennaio 1790 il canonico Taviani, cancelliere del
Capitolo della Collegiata, nel redigere l’inventario degli
arredi dell’OPA credette di avere reperito la mitra ed il
pastorale di S. Pietro Igneo: non era vero. L’elenco delle
tavole da altare e degli argento è interminabile.
Il 2 giugno 1790 venne stilato l’atto di cessione dell’OPA
al Capitolo della Collegiata.
Il
23 luglio 1789
il Comune dovette ricorrere a certe restrizioni e a certe
vendite per estinguere i debiti contratti per la costruzione
della Collegiata, per lo studio dei progetti di bonifica del
Padule e per la restituzione dei 1000 scudi ai Monti di Pietà
entro il febbraio 1790.
Il Comune pertanto deliberò:
1- di ridurre lo stipendio dei Magistrati da 10 a 5 scudi e
quello dei membri del Consiglio Generale da 17 a 7 scudi;
2- di ridurre i seguenti salari annui a partire dal 1° marzo
1790:
quello del medico da 135 a 120 scudi - quello del cerusico da
50 a 45 scudi
quello dei maestri da 100 a 70 scudi - quello dei becchini da
86 a 80 scudi
quello dell’orologiaio da 14 a 12 scudi - quello del
donzello da 30 a 25 scudi.
3- di vendere i seguenti immobili:
le due stanze della cancelleria che servono da stalle
il fabbricato della medioevale scuola nella Piazza (Vittorio
Veneto)
la chiesa di S. Giobbe con stanza mortuaria ( in fondo a Via
Mario Sbrilli - lato destro)
le due groose campane che si trovavano nella cancelleria.
La chiesa di s. Giobbe fu acquistata dal Banti per 150 scudi.
Le stalle della cancelleria furono comprate dal Vannucci per
132 scudi. Il fabbricato della scuola non fu venduto.
L’8
agosto 1789
diventò operante il Motuproprio granducale del 19 settembre
1788 con il quale veniva soppressa l’OPA, Opera o gruppo di
persone nominate dal Comune con l’incarico ed il potere di
amministrare i beni del monastero e di provvedere alla
manutenzione della omonima chiesa.
L’OPA con le sue entrate, ragioni e diritti fu incorporata
dal Capitolo della Collegiata come prescritto dal Motuproprio.
L’OPA era sorta nel 1374 per volontà del Comune onde
provvedere alla manutenzione della chiesa di S. Salvatore.
Con l’andare del tempo l’OPA diventò una forza morale ed
economica di primo piano divenendo il fulcro di interessi
artistici e spirituali della nostra Fucecchio.
Per merito di essa ci arricchimmo di quadri pregevolissimi, di
opere architettoniche, ma soprattutto di memorie grazie ai
registri dove con puntualità e meticolosità venivano
registrate le spese e verbalizzate le riunioni degli Operai
dell’OPA.
Il
19 agosto 1789,
due anni dopo l’inaugurazione della nuova Collegiata, il
Comune di Fucecchio non potendo provvedere alla manutenzione
della medesima per l’eccessivo dispendio di denaro, supplicò
il Sovrano di sgravare il Comune di tal peso Il Comune suggerì
che alla Collegiata provvedesse l’Opera di S. Salvatore. Si
propose inoltre di sopperire alle spese di manutenzione della
Collegiata unendo i fondi dell’Opera e quelli del Capitolo
della Collegiata.
Il Granduca, allora, in data 9 novembre 1789 soppresse
l’Opera di S. Salvatore ed ordinò che fosse incorporata al
Capitolo della Collegiata con tutte le entrate, le ragioni e i
pesi allo scopo di poter provvedere e alla manutenzione della
Collegiata e alle rifiniture da eseguirsi a favore
dell’edificio medesimo.
Il
10 settembre 1789
ci fu il primo scontro di quella che venne chiamata la GUERRA
DEL GRANO.
Le carestie erano frequentissime. Il raccolto del grano nel
1789 era stato ottimo nella nostra zona. Ora bisognava
impedire che gli incettatori forestieri ce lo portassero via .
Furono costituite allora volontariamente delle SQUADRACCE
anti-ricettatori.
Proprio la mattina del 10 settembre giunse voce ai fratelli
Rosati che per la via delle Calle certi ricettatori lucchesi
stavano caricando il grano alla casa del Gori e a quella di
Taccino. I fratelli andarono a constatare, ritornarono in
paese e avvertirono una diecina di fucecchiesi.
I lucchesi se ne erano andati con i barrocci carichi. La
squadraccia fucecchiese li inseguì e li raggiunse a Galleno
davanti alla casa dei fratelli Cristianini.
Il grano venne
buttato a terra. Intervennero allora i fratelli Cristianini
con alabarde e falcioni. I lucchesi ne approfittarono per
fuggire; ma anche i fucecchiesi scesero a più miti consigli e
se ne ritornarono a Fucecchio con la rabbia in corpo. Il grano
era stato salvato.
Le squadracce si resero protagoniste di altri scontri.
Le donne, più esasperate degli uomini, accusarono apertamente
il Vicario Regio (Pretore e Questore) di intempestività.
Poiché i disordini aumentavano, il Vicario regio mise in
prigione i più facinorosi.
E l’ORDINE fu ristabilito.
Il
3 dicembre 1789
venne redatto dall’OPA (consiglio di amministrazione della
chiesa di S. Salvatore) il seguente consuntivo contabile delle
USCITE:
- 6 staia di grano scudi
- Per la solita offiziatura scudi 50
- Al prete organista scudi 28
- 1 barile di olio per la lampada votiva scudi
- Al predicatore della Quaresima scudi 14
- A chi suona le Tre Ore scudi 4
- Ai frati che cantano la Messa novella scudi 4
- Al predicatore del Giovedì Santo scudi
- Per la Compagnia della Vergine Maria scudi 14
- Per la Compagnia di S. Giovanni Battista scudi 14
- Per offiziatura della Compagnia della Madonna della Croce
scudi 126
- Per Uffizio dei morti scudi 7
- Per predicatore della Pieve scudi 28
- Per la cera scudi 30
- Per paramenti, arredi liturgici, fune del campanile,
restauro campane e campanile……..
Il
29 dicembre 1789
il vescovo di S. Miniato Brunone Fazzi partecipò al nostro
Comune le seguenti prescrizioni granducali:
- “ che sia sospesa fino a nuovo ordine l’erezione della
nuova cura (parrocchia) già approvata in località detta di
S. Pietro (S. Pierino) e che piuttosto siano fatti prontamente
diversi lavori per riattivare l’Oratorio sotto detto titolo
e la casa che gli rimane annessa dove dovrà risiedere
costantemente il Cappellano Curato sotto la dipendenza
dell’arciprete di Fucecchio. Che al Cappellano suddetto sia
assegnata l’annua provvisione di scudi 60 sulla cassa del
patrimonio ecclesiastico.
- che la soppressa Opera laicale di S. Salvatore di Fucecchio
è riunita e d incorporata con tutte le sue entrate, ragioni,
diritti, pesi ed aggravi al Capitolo della Collegiata.
L’8
gennaio 1790
ci fu una riunione dei rappresentanti del Comune e del
Capitolo della Collegiata.
Nel corso di questa riunione venne decisa la costruzione di
una grandiosa SCALINATA di accesso alla nuova Collegiata
inaugurata il 3 ottobre 1787, a spese del Comune. Fu convenuto
di indire un concorso fra tutti gli architetti che avessero
voluto prendere parte a quest’opera. Nel frattempo sarebbe
stata realizzata una scalinata provvisoria in mattoni, dato
che l’accesso alla Collegiata da Piazza Vittorio Veneto era
assicurato soltanto da una viottola che correva lungo
l’attuale palazzo Barnini ( quello sulla sinistra della
scalinata )
La delibera venne resa esecutiva soltanto a distanza di 34
anni, nel 1824.
Nel 1822 l’ingegner Kind aveva rettificato la Piazza
(Vittorio Veneto) ingrandendola per renderla di maggior comodo
per i mercati.
I progetti relativi alla grandiosa SCALINATA, presentati nel
1824, furono molteplici, ma ognuno di essi scatenò una ridda
di proteste e di rifiuti inimmaginabili. Le famiglie Banti e
Montanelli, proprietarie dei fabbricati posti lungo la
scalinata, adirono addirittura le vie legali tramite querele.
Il nostro Gonfaloniere ( sindaco) non sapeva più a quale
santo rivolgersi per venire a capo di questa vicenda.
L’addetto del Granduca abrogò addirittura tutti i disegni
della SCALINATA che gli erano stati portati in visione.
Il Consiglio Comunale, esasperato, si rivolse all’ingegner
Carraresi che disegnò la scalinata in pietra così com’è
attualmente. Il suo progetto non venne contestato da nessuno.
Finalmente la GRANDIOSA SCALINATA, nel 1824, divenne una realtà.
(Masani pag. 231)
In una particola del contratto dell’8 gennaio 1790 risulta
che il possesso della chiesa e del campanile di S. Salvatore
è passato al Capitolo della Collegiata.
Infatti con il Motuproprio granducale del 9 novembre 1789
venne soppressa l’Opera di S. Salvatore che amministrava la
chiesa e il campanile di S. Salvatore. L’Opera di S.
Salvatore per effetto di quel Motuproprio venne surrogata dal
Capitolo della Collegiata che ne incorporò anche tutti i
beni.
La proprietà della chiesa e del campanile di S. Salvatore
passò al Capitolo della Collegiata come successore nei beni
della soppressa Opera di S. Salvatore.
(p. Vincenzo Checchi-
Quaderno C)
Il
15 gennaio 1790, il canonico Taviani, nel fare
l’inventario degli arredi dell’OPA di S. Salvatore che
dovevano passare alla Collegiata (l’OPA era stata soppressa
il 19.9.1788), si accorse che la “Mitra e il Pastorale di
S. Pietro Igneo munita di cristalli” erano rimasti nelle
mani delle monache clarisse subentrate nel 1785 ai padri
conventuali e alle romualdine.
Il Taviani, per riaverli, scrisse a Candido Soldaini,
l’Operaio (amministratore) del Conservatorio di S. Salvatore
– questa era la denominazione assunta dalle ex clarisse del
monastero di S. Andrea -, “per fissare l’ora per venire
alla consegna di detta Mitra e Pastorale”.
Il Soldaini avanzò categorica richiesta alle suore dei due
oggetti ritenuti, a torto, sacre reliquie di S. Pietro Igneo.
La madre superiora delle clarisse del Conservatorio di S.
Salvatore si rifiutò recisamente una supplica al vescovo di
S. Miniato monsignor Fazzi.
Il vescovo allora trasmise una lettera all’arciprete di
Fucecchio, responsabile del Capitolo della Collegiata, nella
quale lo invitò a contentare “quelle supplicanti tanto più
che resulta trattarsi di un affare di poco rilievo e che non
deve interessare codesto pubblico”.
Con la decisione del vescovo fu d’accordo anche il
Segretario del Regio Diritto.
In effetti quella Mitra e quel Pastorale erano appartenuti
all’ultimo abate di S. Salvatore.
Al tempo di Pietro Igneo, abate del nostro Monastero di S.
Salvatore dal 1068 al 1072, la Mitra e il Pastorale non
esistevano.
(Masani- pagg. 231 e 232)
L’1
febbraio 1790
il vescovo di S. Miniato Brunone Fazzi notificò al Capitolo
della Collegiata, con lettera, un ordine della Regia
Giurisdizione granducale datato 28.1.1790.
Questo ordine prescriveva al Capitolo della Collegiata di
consegnare al CONSERVATORIO DI S.SALVATORE (già Monastero di
S. Salvatore) le due campane piccole del campanile della
Collegiata per collocarle nel campanilino, non ancora eretto,
della chiesa di S. Salvatore in dotazione alle ex clarisse di
S. Andrea trasferite dal 1785 Conservatorio di S: Salvatore (
scuola femminile) sul Poggio Salamartano.
Nella prima campana vi è questa iscrizione: “ Opera S.
Salvatore fecit fieri 1561 sue Pinucciam”;
nella seconda si legge: “ Nanni Pisano sue fecit anno Domini
1385”.
Il
6 febbraio 1790
il vescovo di S. Miniato scrisse al canonico Giulio Taviani,
Segretario del Capitolo della Collegiata, per informarlo che
accordava alle suore del Convento di S. Salvatore gli oggetti
tanto contesi e cioè la MITRA (il cappuccio) e il PASTORALE
(bastone) di S. Pietro Igneo.
Il canonico Taviani nel fare l’inventario degli arredi
dell’OPA che dovevano passare al Capitolo della Collegiata (l’OPA era stata soppressa il 19.7.1788) si era accorto che
la MITRA e il PASTORALE erano nelle mani delle monache. Per
riaverli aveva scritto all’Operaio del Conservatorio di S.
Salvatore Candido Soladaini. Il Soldaini aveva avanzato la
richiesta delle due reliquie alle suore. La Superiora delle
monache si era rifiutata di consegnare le reliquie e aveva
scritto una supplica al vescovo di S. Miniato monsignor
Fazzi. Il vescovo aveva accolto la suplica e in data 6 febbraio
ne informò appunto il canonico Taviani nella sua veste di
segretario del Capitolo.
Scrisse infatti monsignor Fazzi al canonico Taviani
“… che siano confortate queste supplicati, tanto più che
resulta trattarsi di un affare di poco rilievo e che non deve
interessare codesto popolo…, e poiché la supposta reliquia
non può essere autenticata dato che non la trovo nel Registro
non sarò in grado di accordare la pubblica venerazione della
medesima né al Capitolo né al Conservatorio qualora non mi
sia fatto constatare con autentiche prove della sua legittimità.”
Dello stesso avviso fu anche il Segretario del Regio Diritto.
Il
6 febbraio 1790
furono tolte le due piccole campane esistenti nella pubblica
TORRE (l’attuale campanile) per darle al Conservatorio di
S. Salvatore.
Il canonico Taviani, presente all’operazione, trascrisse le
seguenti iscrizioni che erano sulle due campane:
“OPERA SANCTI SEBASTIANIS FECIT FIERI 1561 ME PINUCCIAM”
“NANNI PISANO ME FECIT ANNO DOMINI 1385”
L’1
marzo 1790,
in seguito alla morte dell’imperatore Giuseppe d’Austria,
il nostro granduca Leopoldo I, dopo 23 anni di governo, lasciò
la Toscana per l’Austria.
Prima di lasciare la Toscana nominò in via provvisoria un
reggente e scrisse al Popolo questa lettera:
“ In occasione della mia esaltazione al Trono Imperiale
ingiungo l Consiglio di Reggenza di partecipare la mia
gratitudine e la continuazione della mia benevolenza a tutta
la Nazione Toscana”.
Usciva così dalla scena granducale Leopoldo il Grande detto
anche il RIFORMATORE.
Il 21 luglio 1790 , Leopoldo I° Imperatore d’Austria e
Granduca di Toscana rinunciò al Granducato passandolo al suo
secondogenito Ferdinando che assunse di fatto il governo del
nostro Stato il giorno 8 aprile 1791 quando alle ore 7 giunse
a Firenze accompagnato dal padre, l’imperatore Leopoldo I, e
dl re di Napoli.L’assunzione formale del potere del
Granducato avvenne il 24 giugno 1791, festa di S. Giovanni,
giorno in cui Ferdinando III° di Lorena e la consorte Luisa
Amalia, presenti i membri del Senato e del Municipio
fiorentini, dotto la Loggia dell’Orcagna giurarono fedeltà
alle istituzioni.
Purtroppo, un anno dopo, nel 1792, morì l’imperatore
Leopoldo I° ex granduca di toscana.
E Ferdinando III° con un colpo di spugna cancellò tutte le
riforme leopoldine e richiamò in vita tutte quelle congreghe
e confraternite che erano state soppresse. ( Masani pp.
232-235)
Il
7 marzo 1790
il Capitolo della Collegiata, in ossequio ai desideri del
Segretario del Reale Dipartimento e del Vescovo di S. Miniato
deliberò che la Priora del Conservatorio di S. Salvatore (il
monastero aveva assunto questa funzione e denominazione a
partire dal 1783) potesse conservare presso di sé, nel
monastero, la reliquia di S. Pietro Igneo consistente in
un’urna di vetro contenente la mitra ed il pastorale del
santo. La Priora aveva avanzato tale richiesta al Segretario
del Reale Dipartimento e al vescovo di S. Miniato.
Il
25 maggio 1790
il nostro Comune, indebitato fino al collo per le spesse
affrontate e per la realizzazione del primo cimitero pubblico
e per la costruzione della nuova Collegiata, tirò un sospiro
di sollievo quando apprese che era stata emanata una Legge che
esonerava i Comuni dall’obbligo della manutenzione dei
cimiteri pubblici. L’onere della manutenzione veniva
scaricato sulle CASSE dei parroci.
La legge, purtroppo, non divenne mai esecutiva per due
ragioni:
il granduca Ferdinando III°, secondogenito di Leopoldo I, fu
eccessivamente morbido nei confronti del CLERO e delle
COMPAGNIE religiose e laicali;
la dominazione francese, protrattasi dal 1799 al 1815, surrogò
nel 1804 la legge leopoldina sulla manutenzione dei cimiteri.
La legge sulla manutenzione dei cimiteri a carico dei parroci
venne rispolverata nel 1828 da Leopoldo II°, succeduto nel 1824
a Ferdinando III°.
L’arciprete e il Capitolo della Collegiata si prodigarono in
ogni maniera per disattendere la legge e resistettero fino al
1840. In quell’anno, il 1840, i funzionari del granduca
Leopoldo II° tirarono i remi in barca ed imposero l’aut aut
al nostro Capitolo che finalmente… capitolò.
Il
2 giugno 1790
fu stilato il regolare contratto di cessione di tutti gli
arredi ed oggetti dell’OPA (Consiglio di Amministrazione di
natura comunale del complesso di S. Salvatore) al Capitolo
della Collegiata.
Fra gli oggetti di valore artistico figurano:
- 6 tavole da altare non molto deteriorate e corredate ognuna
di 3 calici d’argento e 1 di ottone con patena simile, 4
tebernacolini con cornici dorate e foglie d’argento;
- 2 croci d’argento recanti una l’iscrizione Compagnia
della Croce 1757 e l’altra l’iscrizione Compagnia di S.
Giovanni Battista 1781;
- 1 reliquiario d’argento;
- 2 ostensori d’argento;
- 1 pisside d’argento;
- 1 Croce con Crocifisso d’argento con raggi dorati.
Il
3 luglio 1790
il Granduca, su proposta della nostra Amministrazione
comunale, accordò al Capitolo della Collegiata
l’incorporazione delle entrate delle due Compagnie soppresse
nel 1783: quella della Madonna della Croce e quella di S.
Giovanni Battista, altrimenti dette dei Frustati Bianchi e dei
Frustati Neri.
Il Capitolo della Collegiata fu quindi autorizzato alla
riscossione delle ENTRATE delle due Compagnie, ma con
l’obbligo di corrispondere 60 scudi l’anno ad ognuno dei
due cappellani della Collegiata, 70 scudi alla Compagnia della
Carità e 130 lire annue al Comune di Fucecchio.
L’11
luglio 1790
giunse al Vicario Regio di Fucecchio una circolare con la
quale si prescriveva di vigilare sui FORESTIERI che non hanno
niente a che fare con la Toscana, soprattutto se Francesi.
Si temeva che i forestieri Francesi ci contagiassero con le
loro idee rivoluzionarie. La Rivoluzione francese del 14
luglio 1789 faceva paura a tutti.
Il
17 marzo 1791
per grazia del terzo granduca lorenese Ferdinando III° e con
l’approvazione del vescovo Brunone Fazzi, venne ripristinata
con il titolo, l’ordinamento e le funzioni primitive la
Compagnia dei Coronati Scalzi, fondata nel 1710, e trasformata
nel 1783 in Compagnia di Carità e Misericordia per
preservarla dai provvedimenti granducali di soppressione
preannunciati da Leopoldo I.
La compagnia riprese così la sua attività.
Nel 1795 i 50 confratelli ottennero dal papa Pio Vi la facoltà
di erigere nell’Oratorio di S: Rocco le stazioni della Via
Crucis per poter compiere le specifiche funzioni della
compagnia all’interno dell’Oratorio anziché nella chiesa
La Vergine.
Nel 1817 e 1818 vennero deliberati e l’acquisto di un
simulacro in legno di Gesù redentore e la costruzione di una
cappella per il simulacro sul lato sinistro dell’oratorio.
L’altare in legno dorato venne loro regalato dal fucecchiese
Taviani, priore di S.Nicolò a Firenze. IL 30 marzo 1820, di
giovedì santo, dopo la lavanda dei piedi, e il discorso del
priore, venne distribuita ai 50 fratelli la solita
schiacciata, ma rimpiccolita.
Nel 1822, sotto la prioria del Rosati, furono esperiti ma
inutilmente i tentativi per comporre i dissidi sviluppatisi
fra i Coronati e i fratelli del SS. Sacramento della
Collegiata sui problemi di precedenza nell’ordine delle
processioni.
Nel 1840 il parroco delle Vedute chiese alla Compagnia il
permesso di trasformarla in Compagnia del SS. Sacramento per
poterla mettere al servizio della parrocchia appena nata. La
proposta venne respinta.
I Coronati, però, si impegnarono a
dotarsi di 6 cappe bianche e a pagare 30 scudi destinandoli ai
sei fratelli che dovevano accompagnare il viatico per gli
infermi della parrocchia.
Nel 1856 venne istituita la Commissione dei 6 per la Riforma
delle Costituzioni.
La Compagnia cominciò a dissolversi nei primi decenni del
1900 per mancanza di iscritti.
Prima degli anni ’50, subito dopo la fine della seconda
guerra mondiale, la Compagnia finì.
(Ricerche storiche sulla chiesa di S. Maria delle Vedute)
Il
21 luglio 1791 il Governo granducale per bocca Giusti si
rammaricò contro il Vicario Regio di Fucecchio attribuendo al
suo quietismo la responsabilità del cambiamento del carattere
della popolazione fucecchiese non essendo poche le persone
erano diventate arbitrarie e facili a commettere i più grossi
eccessi.
Il Vicario dimostrò che gli eccessi della popolazione
fucecchiese non dipendevano dal suo presunto quietismo, bensì
da due ragioni ben precise:
1- l’eco della Rivoluzione Francese aveva raggiunto anche
Fucecchio;
2- la politica dissennata del granduca Ferdinando III° che, con
un colpo di spugna, aveva cancellato le riforme più
innovative del padre Leopoldo I. Il clero e le Compagnie
recuperarono il potere perduto.
Il
25 agosto 1791,
onomastico del granduca lorenese Ferdinando III°, rifulse
ancora una volta il SERILISMO dei Fucecchiesi.
Il servilismo fucecchiese, a livello delle alte cariche, si è
sempre manifestato
Con il pronunciamento di EVVIVA,
con celebrazioni religiose che culminavano nel canto del TE
DEUM,
con l’invio di ambascerie alla corte dei granduchi
e con la trasmissione di lettere traboccanti di Osanna.
Gli anni in cui Fucecchio si distinse maggiormente furono
quelli che vanno dal 1791( l’anno dell’ascesa al trono
granducale a Firenze di Ferdinando III° di Lorena) al 1815
(l’anno del Congresso di Vienna che segnò la restaurazione
dei vecchi regnanti).
Dopo la grande cerimonia religiosa a cui presero parte tutte
le alte cariche locali nella nuova Collegiata, il 3 luglio
1791, in onore di Ferdinando III°, se ne fece una ancora più
solenne il 25 agosto, giorno onomastico di Ferdinando III°.
In
Collegiata venne perfino intonato il TE DEUM di
ringraziamento.
Quando nel 1799 ritornarono i Francesi, il Comune mandò a
Firenze per congratularsi col Governo Francese a nome del
popolo fucecchiese, il filofrancese Remigio Soldaini.
Quando l’8 luglio 1799 i Francesi lasciarono il nostro paese
e la Toscana, i Fucecchiesi andarono in Collegiata a cantare
il TE DEUM in onore del granduca Ferdinando III° che aveva
abbandonato la Toscana.
Il 27 gennaio 1808 di nuovo i Fucecchiesi cantarono il TE DEUM
in onore di Napoleone Bonaparte ritornato in Italia ed in
Toscana
Il 18 settembre 1815, dopo che Napoleone era finito a S.
Elena, una deputazione guidata da Gonfaloniere e dai Priori si
recò a Firenze a presentare gli omaggi e le congratulazioni
al reinsediato granduca Ferdinando III°.
Il
3 febbraio 1792
giunse a Fucecchio la notizia che il re di Francia Luigi XVI°
era stato decapitato la mattina del 20 gennaio.
Il re di Francia era zio del nostro granduca.
La notizia suscitò una grande emozione nella nostra
popolazione.
Conseguenze immediate della decapitazione del re francese
furono l’immediato intervento militare dell’Austria contro
la Francia ed una massiccia immigrazione di francesi nel
Granducato di Toscana. Anche Fucecchio ebbe la sua quota di
immigrati.
Il granduca ordinò che gli immigrati venissero rispettati e
decise anche di mantenersi neutrale. E per mantenere la
neutralità accettò non solo gli immigrati ma anche le nuove
idee che potevano propagare.
Anche a Fucecchio presero alloggio alcune famiglie di francesi
che non procurarono nessun problema di sorveglianza.
A settembre l’immigrazione era diventata così
“affollante” da preoccupare lo stesso granduca che mal
digeriva l’arrivo delle nuove idee rivoluzionarie. Queste
idee seminarono in un baleno un forte spirito anticlericale.
Ne rende testimonianza la denuncia trasmessa al Vicario Regio
di Fucecchio da parte del parroco di Castelfranco: nella sua
parrocchia era stati affissi manifesti anticlericali.
In aiuto del nostro granduca, costretto all’impotenza,
giunsero nel porto di Livorno gli Inglesi. Il loro ministro
Harvey, orologio alla mano, minacciò di far bombardare
Livorno dalla sua flotta se il granduca nell’arco di tre ore
non si fosse pronunciato contro la Nazione Francese.
Messo con le spalle al muro, il granduca dovette dimenticarsi
della sua neutralità.
Le famiglie francesi alloggiate a Fucecchio dovettero
abbandonare il nostro paese e anche il Granducato.
(Masani)
Il
27 aprile 1792
il funzionario granducale, certo Giusti, scrisse una lettera
di compiacimento al Vicario Regio di Fucecchio. Le ragioni di
questa missiva stanno tutte quante nel retrostoria di questa
vicenda.
La morte dell’imperatore d’Austria, l’ex granduca di
Toscana Leopoldo I, avvenuta nel 1791 indusse il suo
secondogenito Ferdinando III°, granduca di Toscana, a
cancellare con un colpo di spugna tutte le riforme di natura
religiosa iniziate dal padre Leopoldo I. Le nuove leggi e i
provvedimenti economici populisti suscitarono nei popolani
fucecchiesi una esultanza talmente incontrollata da sembrare
scandalosa al Governo di Firenze. Infatti il 21 luglio 1791 il
funzionario Giusti si rammaricò che la popolazione
fucecchiese avesse cambiato carattere “essendo non poche le
persone che sono diventate arbitrarie e facili a commettere i
più gravi eccessi.”
E siccome questi eccessi avvenivano in concomitanza di quelli
della rivoluzione francese di cui giungeva qualche eco anche a
Fucecchio, il Giusti, da Firenze, accusò il Vicario Regio di
Fucecchio di “quietismo”. “ Questo notabile cambiamento
si è fatto sicuramente nel tempo del suo Governo, essendo
certo che al tempo del di lei antecessore non erano frequenti
neppure i più lievi disordini”.
La lettera del Giusti fece scattare il nostro Vicario che
replicò a tutte le accuse ed in modo così convincente che lo
stesso Giusti se ne compiacque come possiamo dal testo di una
sua ennesima missiva indirizzata al Vicario:
“…il discarico che ha dato il suo contegno…persuade che
Ella non ha ,mancato né manca di attività e di zelo per il
buon servizio”
Si temevano i “vagabondi francesi”. Così venne ordinato a
tutti i Vicari di “vigilare sopra tutti i forestieri, ma
soprattutto quelli giunti di fresco, ed in modo speciale sopra
i Francesi divenuti sospetti per le perniciose massime e
discorsi sediziosi che vanno ovunque seminando”. Onde a
Fucecchio risultò che vi fossero “persone di maltalento che
con la loro condotta vanno perturbando l’ altrui quiete”.
Il
25 agosto 1792,
onomastico del granduca di Toscana, Ferdinando II°I, il Comune
volle che fosse cantato in Collegiata il TE DEUM
“ ..in ringraziamento a Dio della rivendicata innocenza del
popolo di Fucecchio”
e fosse celebrata una Messa Solenne con la presenza del
Vicario Regio.
Questa manifestazione faceva seguito ad un’altra deliberata
il 6 agosto. Per qual motivo?
Essendo corsa voce per la Toscana di tumulti contro le autorità
nel paese di Fucecchio, il Comune deliberò di spedire due
ambasciatori e due residenti del Comune dal Granduca per
prestare al medesimo omaggio di soggezione e venerazione del
popolo fucecchiese che è rimasto sorpreso e mortificato per
le suddette false invenzioni con le quali si tenta porlo in
disgrazia del suo Sovrano.
Il granduca, dopo aver accolto benignamente la deputazione del
Comune volle che si scrivesse in suo nome una lettera al
nostro Comune.
Il
6 settembre 1792
corse voce in Toscana che a Fucecchio si erano verificati
tumulti contro le autorità locali.
Per sfatare questa falsa notizia propalata a bella posta, il
Consiglio Comunale deliberò di inviare alcuni ambasciatori al
granduca Pietro Leopoldo I° per prestargli l’omaggio di
soggezione e venerazione del popolo di Fucecchio “..rimasto
amareggiato per queste false voci con le quali si tenta di
porlo in disgrazia davanti al Sovrano.”
Il
23 novembre 1792
vennero stabiliti i luoghi dove si sarebbe svolto il MERCATO
settimanale.
- la Piazza di sopra (Vittorio Veneto) era riservata in parte
alla vendita del cereali e in parte quella che va dalla
scalinata della Collegiata alla cisterna- ai merciai (i
barrocci ed i cavalli dovevano essere parcheggiati sul Poggio
Salamartano),
- sotto la LOGGIA del palazzo pretorio si doveva svolgere la
vendita dei bozzoli;
- la Piazzetta di S. Giovanni era riservata al pollame;
- la Via della Valle era riservata al mercato dei fieni, delle
erbe per bestie, dei salci etc.
- la Piazzetta della Sambuca (Piazza Cavour) era riservata
agli erbaggi, alla frutta e al pesce;
- la Piazza di sotto, quella delle Vedute, era riservata alla
vendita di poponi, cocomeri, agli, cipolle, stoviglie, scarpe,
granate, e simili.
Il
16 dicembre 1792,
essendo la terza domenica del mese, i membri della Congrega
dei Coronati Scalzi, ripristinata dal granduca lorenese
Ferdinando III° il 17.3.1790, si adunarono nell’Oratorio di
S. Rocco extra muros.
Dopo aver recitato l’Uffizio della Madonna come prescritto
dalle Costituzioni della Compagnia, e dopo aver letto i
capitoli ed ascoltata la meditazione del Priore, gli adunati
tornarono nella stanza per fare la chiama (appello). Gli
assenti abituali non legittimamente impediti venivano radiati
dalla Compagnia; gli altri assenti dovevano pagare soldi 5 di
appuntatura al camarlingo ogni volta che mancavano
d’intervenire alle adunanze e tornate, e ciò per il
mantenimento dell’altare.
Il
6 settembre 1793
il parroco di Castelfranco Federico Tondoli denunciò al
Vicario Regio di Fucecchio un fattaccio: di notte erano stati
affissi dei cartelli che toglievano decoro al sacerdote.
L’episodio segnalato non era che la conseguenza di un
fenomeno straordinario che si era verificato nella primavera
del presente 1792.
A seguito della decapitazione del Re Luigi XVI° di Francia
(20.1.1793) ad opera dei rivoluzionari francesi, molte
famiglie borghesi lasciarono la Francia e vennero a stabilirsi
in Italia.
Anche a Fucecchio presero alloggio alcune famiglie francesi
che non dettero motivo di sorveglianza particolare.
Il flusso migratorio francese in Toscana nel mese di agosto
aveva assunto delle dimensioni e dei toni abbastanza
preoccupanti. Gli immigrati francesi si facevano portatori di
idee nuove e soprattutto di atteggiamenti nuovi specialmente
nei confronti del clero e della monarchia. I manifesti che
disonoravano il parroco di Castelfranco ne erano una logica
conseguenza.
I fatti denunciati dai Vicari Regi della Toscana indussero il
Granduca ad abrogare il permesso di soggiorno ad altri
immigrati. Successivamente, il granduca estromise i Francesi
che si erano stabiliti in Toscana.
Anche i Francesi che avevano preso stabile dimora a Fucecchio
dovettero lasciare con loro sommo dispiacere il nostro Comune.
Il
7 settembre 1793
giunse anche a Fucecchio, da Firenze, una circolare in “..si
obbliga ad impedire che da qui avanti nessuno possa accordare
un soggiorno permanente ad alcun FRANCESE di qualunque grado e
condizione.”
A Fucecchio c’erano già dei francesi, ed erano persone del
tutto “tollerabili”, già dal marzo. Infatti per loro era
stato scritto dal granduca “si riserva di prendere in
considerazione le particolari circostanze di diversi Francesi
che hanno supplicato di essere tollerati” e che sarebbero
stati “tollerati fino a nuovo ordine”.
L’immigrazione di Francesi in Toscana era stata
un’immediata conseguenza e della decapitazione di Luigi XVI°
avvenuta il 20.1.1793 e dell’intervento armato
dell’Austria contro la Francia rivoluzionaria. Il granduca,
pur dichiarandosi NEUTRALE, prescrisse il rispetto degli
immigrati francesi.
A settembre l’immigrazione francese era diventata così
affollante da preoccupare lo stesso granduca e i suoi
consiglieri perché con loro giungevano anche le idee
rivoluzionarie.
I preti si sentirono subito le conseguenze della predicazione
delle nuove idee rivoluzionarie e denunciarono in sede
vicariale numerosi fattacci di irriverenza.
Ma non furono le denuncie del clero ad indurre il granduca ad
emanare la circolare, bensì il ministro inglese Harvey che,
con l’orologio alla mano, minacciò il granduca di far
bombardare Livorno dalla flotta “arrivata nel nostro porto
con numerosa truppa, se in termini di 3 ore, egli non si
decideva ad andare contro la Nazione francese”.
Messo alle strette, il granduca Ferdinando III° emanò il
decreto con il quale “ si obbliga ad impedire…”
Anche i Francesi ormai residenti in Fucecchio dovettero
lasciare il Vicariato con loro sommo dispiacere.
Il
7 dicembre 1793
il Capitolo della Collegiata trasmise agli organi locali e
granducali competenti una supplica per annullare l’atto di
vendita di una porzione di terreno a certo Michele Casini.
Tale terreno si trovava davanti all’attuale porta a persiana
della canonica che dà sulle Scarelle e che fino al 1984 era
rimasto sempre sterrato, mentre tutta la via di accesso al
Poggio Salamartano vero e proprio era stato lastricato.
Riportiamo per esteso la parte finale della supplica stilata
dal canonico Giulio Taviani, cancelliere del Capitolo date le
sue competenze di storico locale.
“ Negli Statuti dell’anno 1290 il Comune di Fucecchio non
volle mai ordinare la formazione del lastrico sopra a questo
Poggio per il più facile e comodo accesso alle due chiese di
S. Giovanni e di S. Salvatore, senza l’espressa licenza ed
assenso dell’abate e suo collegio, quale mai e poi mai
sarebbe stato impetrato e chiesto, se il comune di Fucecchio
avesse avuto il diritto di farvelo (il lastricato).
Questo
ripiano del Poggio di Salamartana fra le due mentovate chiese
di S. Giovanni e S. Salvatore è pieno di ossa umane, come che
è stato sempre lo scarico delle sepolture delle due chiese
suddette.E addivenne poi l’unico luogo e cemeterio
(cimitero) urbano di tutta la popolazione allora che
serpeggiarono le epidemie: e per dirne una, nell’anno 1607
dal Principe fu comandato che si serrassero e chiudessero
affatto tutti gli avelli delle chiese e Compagnie per
allontanare l’occasione di fetori e contagi. Ed allora
rimase unico e singolare questo luogo per l’interro dei
cadaveri.”
Il
24 gennaio 1794
venne sottoscritto dal Granduca un rescritto con il quale si
poneva fine ad una vertenza che si protraeva dal un paio
d’anni.
La Collegiata, inaugurata nel 1787, era letteralmente invasa
da un numero considerevole di panche private che impedivano
persino il passaggio dei fedeli costretti ad assistere in
piedi alle funzioni religiose. Inutilmente l’arciprete e il
Capitolo della Collegiata avevano invitato dagli altari i
padroni delle panche a toglierle dalla chiese per non creare
incomodi ai fedeli più poveri. L’arciprete ed il Capitolo,
allora, denunciarono il fatto al Granduca. Questi, con il
rescritto del 24 gennaio, ordinò “che tutte le panche siano
levate di chiesa dai rispettivi proprietari sicché questa
rimanga libera da detto imbarazzo alle disposizioni del
Capitolo”
Sembrava che il problema fosse risolto; ma quando
l’arciprete Baccini levò la panca del Magistrato Civico
(Comune), nacque un battibecco nel corso del quale non
mancarono le offese.
La cosa venne risaputa a Firenze. Il granduca, allora, mandò
un biglietto all’arciprete Baccini ordinandogli sia di fare
pubbliche scuse ala Magistrato Civico sia “di non dare luogo
ad ulteriori reclami che fanno torto al carattere di cui è
rivestito”
Il Baccini, pur ingoiando amaro, dovette scusarsi, ma lo fece
in modo alquanto ambiguo e singolare. Infatti scrisse al
Gonfaloniere (sindaco) e ai Priori (assessori) di fare “le
convenienti scuse di quanto fosse sortito inavvertitamente dal
mio labbro nel contraddittorio avuto col Magistrato”, ma
nulla più.
Il Magistrato, quando lesse la lettera disse che quelle erano
“scuse balorde” e fece sapere al Baccini che egli
pretendeva una riverenza più consistente.
Il Baccini si rifiutò.
Si voleva di nuovo ricorrere a Firenze. Ma poi il
Gonfaloniere, per evitare un’altra grana
all’Amministrazione Centrale, preferì dichiararsi
soddisfatto. E la cosa finì qui.
Il
14 marzo 1794
il dott. Agostino Panicacci ottenne il permesso di costruire
un TEATRO, l’attuale Teatro Pacini, in un angolo
dell’allora Piazza d’Arme.
Il dott. Panicacci pose subito mano all’opera, ma dopo aver
condotto quasi al termine il fabbricato, gli piacque di
cederlo al sig. Giovanni Conti che lo portò a compimento nel
1795, l’anno in cui venne inaugurato.
Le condizioni storiche assai convulse quali la dominazione
napoleonica fecero imboccare subito al TEATRO la via della
decadenza.
Il TEATRO venne allora acquistato, nel 1833, dalla
ricostituita Accademia dei Fecondi detta perciò dei Fecondi
Ravvivati che si era sciolta nel 1780, anno in cui venne
demolito il suo TEATRO incorporato nel Palazzo Pretorio.
Nel 1836 il compositore Giovanni Pacini diede la prima della
sua opera lirica Saffo nel nostro teatro. L’Accademia dei
Fecondi Ravvivati, grata per il privilegio accordatoci da
Giovanni Pacini, volle in titolare a lui ( Giovanni Pacini )
il teatro.
Foderato di velluto rosso nel 1930, venne acquistato dalla
famiglia Morelli Spartaco nel 1941.
Il Teatro , costituito dal palco, dalla platea, da tre ordini
di palchetti e dal loggione (galleria) venne ristrutturato
completamente nel 1952 nel tempo record di sei mesi. La parte
interna venne interamente demolita per far posto ad una
capientissima sala cinematografica con platea e galleria e
palco per le rappresentazioni. I palchetti sparirono.
(Bollettino storico n. 2 – pag. 61)
Il
16 maggio 1794,
nel quadro delle richieste avanzate dal Granduca di Toscana,
il Vescovo di S. Miniato Brunone Fazzi scrisse all’arciprete
della nostra Collegiata Antonio Baccini:
“…..viene ordinato a tutti i Luoghi Pii…; il bisogno
dello Stato richiede supplizi..”
Il Baccini, insomma, doveva consegnare al Cancelliere comunale
tutti gli oggetti sacri d’argento eccetto quelli necessari
alle funzioni religiose.
Poiché il Baccini per alcuni mesi aveva fatto gli orecchi da
mercante, verso la fine dell’anno gli venne imposto di
consegnare tutti gli argenti nel termine di giorni tre.
E questa volta, il Baccini “corse subito” a consegnarli.
Il
9 giugno 1794
si riunì il Capitolo della Collegiata e deliberò di
tamponare alcune RISEGHE della facciata per salvaguardare
l’incolumità di tanti giovani ed adulti che salivano al di
sopra dell’architrave del portone della Collegiata per
prendere o le uova dei piccioni o i piccioncini nati da pochi
giorni. Siccome molti erano caduti e si erano rotte anche le
ossa, si decise di tamponare una diecina di riseghe poste
immediatamente sopra l’architrave del portone della
Collegiata. La tamponatura è stata eliminata nel 1987 in
occasione del 200° anniversario della Nuova Collegiata.
Il
2 luglio 1794
S.A.R. Ferdinando III°, granduca lorenese di Toscana, ingiunse
al Magistrato, che aveva venduto alla chetichella il pezzo di
terra che si trova dietro la Collegiata senza la preventiva
licenza del sovrano di annullare il contratto.
Il Magistrato dovette rescindere il contratto, lasciare nel
suo primitivo stato il pezzo di terreno e restituire al Casini
la somma già incassata.
Il
2 marzo 1795
venne ufficialmente ratificato il Trattato di neutralità del
Granducato della Toscana con la Francia.
La notizia della ratifica del trattato di neutralità fu
accolta con entusiasmo e soddisfazione dai Fucecchiesi sempre
timorosi di nuove invasioni e passaggi di truppe. Essi
sperarono in un lungo periodo di pace. Finalmente ci saremmo
risparmiati le distruzioni e le ruberie legate al passaggio
delle truppe straniere e saremmo rimasti al di fuor di ogni
mischia internazionale. E si sbagliarono.
Il Senato fiorentino, per bocca di Alessandro Adami, si
felicitò così con il Granduca:
“ Le molte premure che Sua Altezza Reale si è dato per
ristabilire i suoi amatissimi sudditi in quella tranquillità
che un giusto timore dell’altrui violenza fino dal 1793
aveva fatto perdere alla Toscana in mezzo alle convulsioni
politiche suscitate dalla Repubblica Francese in diverse parti
del mondo, avendo sortito colla ripristinata neutralità
l’effetto il più glorioso e per la Toscana il più
utile”(Masani pp. 241 e 242)
Il
19 maggio 1795
i canonici del Capitolo della Collegiata decisero di corredare
le cappelle a nicchia della Collegiata con ALTARI in marmo.
Per essere in regola con la Legge Canonica emisero u bando in
cui si dichiarava che tutti quelli che avessero da conservare
lo iuspadronato (sugli altari) CHE GODEVANO NELLA VECCHIA
Pieve, si facessero avanti per obbligarsi a fare il proprio
altare di marmo, secondo il giudizio del Capitolo della
Collegiata, entro 15 giorni.
Anche il Vicario regio emise il bando di cui riproduciamo il
testo.
“L’Ill/mo Sig.re Vicario per S.A.R. di Fucecchio fa per il
presente Editto noto a chiunque che il Rev/mo Capitolo della
Collegiata fa edificare gli altari di marmo che mancano nella
chiesa suddetta…che ci sono 15 giorni di tempo e che detti
altari devono essere fatti di marmo e devono essere mantenuti
da chi prende il Giuspadronato”
Non si presentò nessuno.
Il
2 giugno 1795
il Vicario Migliorati proibì la pubblicazione di VARIANDA un
bollettino ecclesiastico redatto dal Capitolo della Collegiata
e diretto dal canonico Giulio Taviani. Questo opuscolo
riportava notizie ecclesiastiche riguardanti Fucecchio.
La soppressione della pubblicazione VARIANDA era stata chiesta
al segretario del Regio Diritto di Firenze da parte del nostro
Vescovo di S. Miniato.
Il Vescovo era irritatissimo contro il nostro canonico Taviani
reo di avere usato espressioni irriguardose nei confronti
dell’autorità vescovile e di avere abusato di titoli a
favore dei nostri canonici.
Il Taviani era reo di aver scritto “il vescovo nostro”
anziché “Ill.mo e Rev.mo Monsignor Vescovo. Inoltre il
Taviani, riferendosi ai canonici del nostro Capitolo, aveva
scritto “ i nostri RR canonici”. I due RR erano un titolo
dovuto ai canonici curiali di S. Miniato e non a quelli del
nostro Capitolo di Fucecchio.
Il Taviani fece dei contro-esposti sia al Vescovo che al
Segretario del Regio Diritto, ma senza esito alcuno.
Il
24 agosto 1795
il vescovo di S. Miniato Brunone Fazzi riferì al Segretario
del Governo Granducale di stanza a Firenze le informazioni
assunte su Ponte a Cappiano in vista di una sua eventuale
erezione a PARROCCHIA. Le informazioni al vescovo erano state
fornite dall’ingegner Manetti.
Vivevano allora a Cappiano 452 anime che corrispondevano a 83
famiglie che occupavano 80 abitazioni.
Di queste 452 anime, 125 abitavano alle Calle (l’abitato
accanto al ponte). Le 125 anime delle Calle erano destinate a
subire un ulteriore incremento perché in questa località vi
era il maggiore scalo della Gusciana.
Alle Calle vi erano due Oratori:
1 – quello di S. Bartolomeo che però non poteva essere
ridotto a chiesa parrocchiale perché alcuni locali di sua
pertinenza erano stati venduti e gli altri erano così
trasandati che le spese di ripristino sarebbero state
superiori a quelle necessarie per una edificazione ex novo;
2 – quello granducale di S Maria Assunta che non poteva
essere ridotto in chiesa parrocchiale perché troppo angusto
ed in una posizione tale da non consentire neppure
l’edificazione di una piccola canonica.
L’ingegner Manetti aveva suggerito la costruzione di una
chiesa parrocchiale presso il paretario del Tondoli (luogo
per la tesa agli uccelli).
Questo luogo si trovava a metà
colle, non distante dalle Calle ed accessibile ai contadini
sebbene leggermente discosto dalla via maestra.
Il vescovo chiedeva infine al granduca di sospendere, non
appena fosse stata costruita la chiesa parrocchiale,
l’ordinanza con cui prescriveva che nell’Oratorio di S.
Maria Assunta fosse celebrata la Messa in tutti i giorni
festivi dell’anno.
Il
24 giugno 1796
il Ministro granducale Strasoldo scrisse al Vicario di
Fucecchio una lettera che contraddiceva la linea politica
seguita dal granduca Ferdinando III° nei confronti della
Francia Repubblicana.
Era cominciata da qualche mese la campagna militare
napoleonica in Italia.
Il nostro Granduca, fedele alla sua
dichiarata neutralità (2.1.1795), volendo sondare le
intenzioni di Napoleone, gli mandò incontro il Manfredini..
Napoleone informò il Manfredini che il suo esercito si
sarebbe semplicemente limitato ad attraversare la Toscana per
dirigersi verso gli Stati Pontifici.
Questa notizia non entusiasmò i Fucecchiesi; anzi, li gettò
nello sgomento. Sapevano per esperienza secolare cosa
significava il passaggio delle truppe straniere. Nonostante le
assicurazioni sottoscritte dal nostro granduca, il ministro
Strasoldo scrisse in data 24 giugno la famosa lettera che
contraddiceva le buone intenzioni professate Napoleone. Questo
il testo:
“Occorrendo provvisionare la Cavalleria Francese al suo
passaggio per la Valdinievole, si compiacerà di prelevare
dalle fattorie 400 stai di avena, libbre duecentomila di
fieno, circa 1000 stara di farina.”
Il nostro Vicario cominciò a requisire ciò che il mercato
offriva. A Fucecchio fu provveduto per il grano ed i foraggi
dai magazzini dei Panicacci e dei Marchiani.
Da Castelfranco scrissero di avere spedito “….qualche pane
di grano possuto fabbricare da queste fornaci nell’angustia
del tempo. Molti forni sono mancanti di grano né sapevasi ove
potersi ritrovare.”
Il
26 giugno 1796,
alle ore 11, passò da Fucecchio un’intera divisione di
soldati francesi proveniente da Pistoia e diretta
apparentemente a Siena, ma in pratica a Livorno, occupata
dagli Inglesi nemici dei Francesi.
Qualche ora dopo passò da Fucecchio anche NAPOLEONE
Bonaparte. Napoleone, a S. Miniato Basso si incontrò per
pochissimi minuti con il canonico Filippo Bonaparte , suo
parente. Napoleone gli promise che sarebbe salito a S. Miniato
al suo ritorno da Livorno dove era diretto.
Tre giorni dopo, la sera del 29 giugno, Napoleone pernottò a
S. Miniato.
Al mattino, il 30 giugno 1796, Napoleone venne ossequiato dal
vescovo e dalla nobiltà saminiatese. Poi riprese il suo
viaggio per Firenze.
Il
28 giugno 1796,
per tutto il giorno, passarono da Fucecchio le truppe francesi
di ritorno dall’operazione Livorno, liberata dagli Inglesi.
Il nostro Vicario fu invitato a provvedere grano, fieno,
viveri ed alberghi necessari al pernottamento di 160 uomini di
cavalleria che sarebbero giunti a Fucecchio il giorno 30
giugno.
Il
4 luglio 1796
passò per Fucecchio un’intera armata della Repubblica
Francese.
In questa circostanza furono ricevuti non solo i Generali gli
Ufficiali di Stato Maggiore, ma anche gli Ufficiali subalterni
nelle case particolari del paese.
E nella supposizione che distaccamenti di truppe continuassero
a passare anche in avvenire, affinché non mancasse ai
medesimi un alloggio, si destinarono loro le migliori LOCANDE
per riceverli:
quella del Soldaini per lo Stato Maggiore;
quelle di F. Banti, di A. Boldrini e l’Osteria maggiore per
i soldati semplici.
Il
5 ottobre 1796,
in piena campagna napoleonica, il parroco di Galleno in veste
di informatore segreto del nostro Vicario esasperato dai danni
prodotti dal passaggio delle truppe napoleoniche, riferì che
in tale giorno non era passato nessun soldato francese, ma che
nel giorno precedente ne erano passati 22.
Il
30 settembre 1796
giunsero al nostro Vicario alcune denunce a carico delle
truppe napoleoniche di passaggio sulle nostre terre.
Da Castelfranco si scrisse che il 1° agosto, durante il loro
passaggio, le truppe francesi videro nel podere di Vanni e
precisamente nei pressi della di lui casa colonica un branco
di piccioni, Alcuni di quei soldati si fecero arditi e con
un’archibugiata ne uccisero due e “ con una palla battendo
nel muro della casa dove in poca vicinanza vi era la moglie
del Vanni che poteva essere facilmente in tale botta
ferita.”
Vengono chiesti i danni.
Il curato del Galleno, incaricato di segnalare il passaggio di
truppe scrive:
“ Ill.mo sig. Vicario,
è cosa impossibile che io possa renderla intesa della che
V.S. Ill.ma ha da sapere il numero certo dei francesi che son
passati per questa strada.
In primo luogo mi è convenuto
assistere dei moribondi; in secondo luogo, ritrovandomi in
casa non posso essere tutte le volte alla finestra tanto che
un numero certo non posso notificarlo, ma per quanto ho potuto
intendere nella mattina dl 26 corrente ne saranno passati una
cinquantina, parte a piedi e parte sopra barrocci e tutti con
il fucile e negli altri giorni sono passate truppe di 4 e 6
alla volta, ma tutte senza armi, ma questa mattina ne sono
passate due barrocciate.
Fra questi francesi ve ne furono
alcuni che passarono da alcune case del mio Popolo e gli
ammazzarono alcuni capi di polli. P. Lorenzo Biagi curato”
Il 30 settembre 1865 il vescovo di S. Miniato autorizzò
l’Arciconfraternita della Misericordia ad erigere una
CAPPELLA MORTUARIA (la Cappellina) in un luogo detto “Le
macine” sito ai piedi della collina su cui sorge
l’ospedale S. Pietro Igneo.
Poiché la Misericordia non disponeva ancora di mezzi
finanziari sufficienti, ottenne i fondi raccolti dalla Società
che si era costituita per fare un’edicola alla Madonna
Liberatrice della Peste.
La Cappella Mortuaria, a partire dal 22.6.1876, dispose anche
di un guardiano, Ranieri di Giovanni Menichetti che, a titolo
di compenso, chiese il diritto di poter falciare l’erba
intorno alla Cappella e di cingere il campetto con una siepe
di bossolo.
Nel 1932, il 25 agosto, la Misericordia affittò la Cappella
Mortuaria all’Ospedale che le corrispondeva 300 lire
l’anno.
Il contratto di affitto veniva revisionato ogni tre anni
Nel 1955 la Cappella fu venduta all’Ospedale per 1.300.000
lire. La cessione fu conclusa nel giugno del 1956 mediante
compromesso che non è stato convertito ancora in contratto.
Con la somma ricavata, la Misericordia acquistò una nuova
ambulanza.
Il
17 ottobre 1796
il parroco di Galleno, informatore segreto del Vicario Regio
di Fucecchio, preoccupato per i danni prodotti dal passaggio
delle truppe francesi al seguito di Napoleone, così scrisse:
“ poco dopo le ore 24 del giorno 16 ottobre 1796 passò
tutto il battaglione e circa 24 barrocci carichi di casse ed
il transito continuò fino al mattino. Verso le ore 12 alcuni
vennero alla mia canonica a picchiare all’uscio e volevano
sfondarlo col fucile e minacciarono il mio servitore che si
era affacciato alla finestra. Vista l’inutilità dei loro
tentativi, se ne andarono.
Il
16 marzo 1797
venne deliberato il seguente REGOLAMENTO scolastico per
ovviare a certi inconvenienti. Questi in sintesi i punti
salienti.
1- Il maestro della Prima Scuola ha l’obbligo d’insegnare
tutti i giorni umanità e rettorica; e si escludano da queste
due classi gli inabili o insufficienti.
2- L’orario scolastico comprende 2 ore di lezione al mattino
e due nel pomeriggio.
3- Il sabato devono essere insegnati gli atti di pietà, i
doveri religiosi, il Catechismo Romano, il Concilio di Trento
e si devono altresì recitare le Litanie della Madonna.
4- Gli appartenenti alla Compagnia dei Coronati Scalzi si
portino subito all’adorazione del Santissimo con compostezza
5- Gli scolari devono essere abituati a dare un saggio
pubblico di quello che hanno imparato davanti al Magistrato.
6- Il maestro dovrà scegliere uno degli alunni il quale, in
pulpito, dovrà recitare il panegirico di S. Nicola da Bari il
giorno della sua festa che cade il 6 dicembre con l’aiuto
del maestro.
7- Il Calendario delle VACANZE prevede: 1 giorno
infrasettimanale a piacere del maestro; le vigilie di Natale,
Pentecoste, la sera della vigilia del Corpus Domini, di S.
Giovanni Battista e le mattine delle ROGAZIONI e nei due
giorni intermedi fra l’ Ascensione e la Domenica della
Madonna delle Vedute
8- Il maestro può dare una vacanza al mese
9- Le vacanze di CARNEVALE vanno dal lunedì di Settuagesima
alla mattina delle ceneri
10- Le vacanze di Pasqua dal mercoledì santo fino al terzo
giorno di Pasqua.
11- Le vacanze d’autunno che vanno dal 28 ottobre al 6
novembre.
(p. Vincenzo Checchi –Quaderno E- pag. 78)
L’11
maggio 1797
gli Inglesi abbandonarono definitivamente l’isola d’Elba
rimettendo Portoferraio al Governo Toscano. Nello stesso
giorno venne reso noto che le truppe francesi, conformemente
al trattato del 23 febbraio 1797 stavano ritirando le loro
truppe da Livorno e dal resto della Toscana.
Da questo momento la vita ritornò a scorrere con più
tranquillità. Ritornarono le feste, le funzioni religiose, le
villeggiature del granduca e della Corte, ma non fu più come
prima: la frattura tra il passato ed il presente portata
dall’esercito francese si approfondì con la partenza dei
Francesi.
Anche a Fucecchio tornò la calma o almeno si attenuò
l’ossessione del passaggio dei militari.
I drammatici rapporti dell’anno precedente ingiallirono
anche nella memoria degli estensori.
Leggiamone qualcuno.
“ I danni cagionati in campagna per il passaggio delle
truppe francesi nel mese di giugno (1796) sono ingenti”
“…per l’effetto che non manchino mai alloggiamenti,
destinammo le migliori locande per ricevere i medesimi e
precisamente per l’Uffiziale di Stato Maggiore la Locanda di
Giuliano Soldaini e dopo quella di Francesco Banti e Arcangelo
Boldrini, poi…”
“ Di più Fucecchio non avrebbe potuto fare”
Il
16 luglio 1797
tutto il paese parlò di un fatto avvenuto nell’Oratorio di
S. Maria delle Vedute.
Un cero Pescini di S. Croce, inseguito dagli esecutori di
polizia, si rifugiò nella chiesa delle Vedute. Gli esecutori
entrarono dentro e nella colluttazione colpirono il Pescini al
capo con un coltello. Solo due gocce di sangue caddero sul
pavimento
L’emozione fu molta: ci si preoccupò più del sangue caduto
sul pavimento della chiesa, luogo sacro, che
dell’avvenimento.
Fu scritta una lettera al vescovo per chiedergli se era
necessario riconsacrare l’oratorio.
Alla risposta positiva di Monsignor Fazzi, l’arciprete
Baccini, con tutto il Capitolo della Collegiata, si portò
alle Vedute per la benedizione della chiesa.
Alla cerimonia delle benedizione avvenuta il 19 luglio
parteciparono numerosissimi fedeli.
Il
21 ottobre 1797
il granduca respinse la richiesta dei Superiori del Ritiro i
quali volevano che i RITIRI fossero liberati da quei religiosi
che per ordine del Granduca vi erano stati reclusi.
Anche nel nostro RITIRO vi erano stati reclusi dei religiosi
quale il servita Padre Giovacchino Gherardini.
La politica religiosa dei LORENA, succeduti nel 1737 a
Giangastone dei Medici, aveva introdotto, specialmente con
Leopoldo I (1765) delle riforme drastiche:
1) Proibizione di ogni relazione col Papa e col Generale
dell’Ordine
2) Professione dei VOTI proibita prima dei 24 anni
3) I superiori ridotti al rango di impiegati subalterni del
Governo
4) A partire dal 1779 i nostri frati dovettero aprire nei
locali del chiostro scuole popolari gratuite
5) Nel 1787 venne soppresso il Terz’Ordine, ripristinato
cinque anni dopo
6) Dal 2.10.1788 dovettero lasciare il RITIRO i padri
“forestieri” cioè quelli di Lucca ( che non faceva parte
del Granducato di Toscana), di Modena e di Massa.
7) Nel 1790 il RITIRO di Fucecchio dovette accogliere padre
Andrea Edoardo Nocetti perché discepolo del Vescovo
Governativo monsignor Ricci.
Il
14 novembre 1797
il Consiglio Comunale affrontò il problema della ROCCA che
dal 28 marzo 1643 era stata affitta ai Corsini secondo un
contratto preciso rogato in quella data dal notaro Cristofano
Tinghi.
L’Agente del Corsini, nel 1797, aveva chiesto che le mura,
la rocca e le torri che circondano l’orto e le pertinenze
della Rocca fossero risarcite a spese del comune e che il
Corsini venisse rimborsato di certe spese sostenute per alcuni
restauri.
Visto che l’immobile della ROCCA comportava troppe spese, il
Consiglio Comunale deliberò di voler vendere la Rocca e le
pertinenze a forma degli ordini veglianti e cederla al miglior
offerente.
L’8 febbraio 1799 deliberò ancora di ridurre il canone
annuo di affitto da scudi 20,4 a scudi 17, ma a condizione che
tutti i lavori e i rifacimenti fatti e da fare a detti
stabili, ancorché riguardassero le fondamenta, fossero a
carico del Principe Corsini, previa sovrana approvazione.
Il
27 novembre 1798
il Banti, perito agrimensore, rimise la relazione delle stime
sui 14 appezzamenti del terreno palustre assegnato dal Sovrano
al Comune di Fucecchio con la pianta dell’ingegnere Neri
Zocchi.
Il Magistrato, vedute le stime regolate a scudi 8 per ogni
quadrato di terreno e che ascendevano nel totale a scudi
2805.4.4 per ragione di livello, approvò le stime e d ordinò
che sopra di esse si esponessero si esponessero all’incanto
nel novembre i 14 appezzamenti di terra tanto in vendita che a
livello per darsi al maggiore e migliore offerente.
1
aprile 1799,
settimo giorno dell’occupazione francese di Fucecchio che
durò fino all’8 luglio, in seduta consiliare venne letto il
Proclama del Commissario francese in Toscana del sig.
Reinhard. Il Proclama ordinava che i Tribunali, le
Amministrazioni e gli Agenti civili dovevano continuare ad
esercitare provvisoriamente le loro funzioni.
Nella medesima seduta venne accolta anche l’istanza del
fucecchiese Remigio Soldaini che, a nome di tanti altri
cittadini, chiedeva il permesso di innalzare l’ALBERO DELLA
LIBERTA’.
Il Magistrato, volendo girare l’istanza al Governo francese,
incaricò il Soldaini di andare a complimentare a Firenze il
Governo Francese e di chiedere lumi sull’Albero della Libertà.
Il Soldaini andò a Firenze e lesse al rappresentante francese
questo indirizzo:
“ I rappresentanti la Comune di Fucecchio si congratulano
con la Repubblica Francese della felice occupazione della
Toscana. Noi vi assicuriamo che saranno secondate le mire
della vostra Repubblica costituita per la felicità del genere
umano”
Il 9 aprile venne comunicato al nostro Comune che l’erezione
dell’Albero doveva esser fatta nel rispetto di certe modalità
che ci sarebbero state comunicate.
Nella riunione del 19 aprile venne notificato che Fucecchio
era passato sotto Parto.
Il canonico Taviani, Gonfaloniere, presentò il piano per
l’innalzamento dell’Albero della Libertà:
Per tale innalzamento vennero stanziate 350 lire che vennero
utilizzate soprattutto per la provvista di bandiere e di
nastri per i rappresentanti dell’Amministrazione comunale.
Il
9 aprile 1799,
si svolse una riunione del Consiglio Comunale. Nel corso di
questa riunione don Remigio Soldaini, capo dei patriotti
fucecchiesi filofrancesi , lesse la relazione dell’incarico
assegnatogli dalla nostra amministrazione . Questo è il testo
integrale della relazione:
Cittadini rappresentanti,
eccovi la memoria che io presentai al commissario di cui mi
onoraste.
LIBERTA’ Cittadino Commissario, EGUAGLIANZA
i rappresentanti la Comunità di Fucecchio con l’annessa
deliberazione ci deputarono all‘onorevole incarico di
complimentare nella vostra persona il Nuovo Governo Francese
in Toscana. Con tale carattere noi ci congratuliamo presso di
voi con la Repubblica Francese della felice e pacifica
occupazione della Toscana eseguita dalle di lei truppe e vi
presentiamo i voti di quel popolo per essere rigenerato a
quella Libertà democratica che può costituire la maggior
felicità di questo Stato. I nostri committenti
c’incombenzarono di domandarvi di poter soddisfare alle
richieste dei suoi patriotti con innalzar l’ALBERO della
LIBERTA’ e dare al popolo quelle feste che crederanno
convenienti. Noi vi assicuriamo che saranno secondate le mire
della vostra Repubblica costituita per la FELICITA’ del
genere umano e pieni di quella fiducia che esige la lealtà
Francese, si attende da vuoi il compimento di nostra sorte.
Consimili furono i sentimenti che io espressi nel discorso
analogo alle vostre incombenze, e dopo di essere stato
ricevuto, unitamente al cittadino Bartolini, con mio piacere
aggiunto alla deputazione, con la più grande urbanità ho il
piacere di riportarvi questa risposta :
- Gradisco la dimostrazione di sincero patriottismo della
vostra Comune.
Noi faremo il possibile per felicitarvi, voi
provvedete di secondarci. Innalzate, se volete, l’Albero
della Libertà, come credete necessario. L’assistenza di una
forza armata, domandatela.
Io lo assicurai della tranquillità della patria e
dell’entusiasmo con cui attendeva quella libertà che da
qualche secolo gli era stata tolta.
Credo di aver soddisfatto così all’interesse e all’onore
della Patria per la quale sono pronto ad impegnarmi e vi
protesto la mia gratitudine per la riconoscenza che vi devo.
Remigio Soldaini.
Nella
seduta consiliare del 19 aprile 1799 venne notificato
che Fucecchio era passato sotto la Municipalità di PRATO.
Venne inoltre esaminato attentamente il piano steso dal
Gonfaloniere Giulio Taviani per il festeggiamento
dell’ALBERO DELLA LIBERTA’ conformemente alle modalità
prescritteci dal Governo. Si deliberò di sottoporle
all’approvazione del Vicario regio.
Vennero anche stanziate 350 lire per le spese
dell’innalzamento dell’Albero della Libertà e per la
provvista delle bandiere ed altri emblemi di cui doveva essere
ornato l’Albero.
Il
4 maggio 1799
“ apparisce essere avvenuta in Fucecchio una insurrezione
nella quale fu atterrato l’ALBERO DELLA LIBERTA’ e gli
emblemi repubblicani gettati via; tanto che dové intervenire
a sedarla il Comandante (francese) Expert il quale diè ordine
che venissero depositate entro 24 ore tutte le armi da fuoco e
da taglio, cioè fucili, pistole, sciabole, spade, stiletti e
coltelli. Incaricato della raccolta fu il Gonfaloniere Taviani
che depositò le armi raccolte in una stanza della Cancelleria
”.Queste, in rapida successione, le sequenze che portarono
all’abbattimento dell’Albero della Libertà:
- 26 marzo 1799: i patrioti fucecchiesi chiedono di poter
innalzare l’Albero della Libertà.
- 19 aprile 1799: viene sottoposto all’approvazione del
Vicario Regio il programma della Festa dell’Albero della
Libertà elaborato dal Taviani.
- 3 maggio 1799: viene deliberato che la Festa dell’Albero
della Libertà sarà effettuata il 9 maggio alle ore 2. Per la
sera è prevista l’illuminazione.
- 4 maggio 1799: insurrezione dei fucecchiesi antifrancesi ed
intervento delle truppe francesi di stanza ad Empoli.
Il
7 maggio 1799,
il Magistrato comunale, per testimoniare la propria
gratitudine alle truppe francesi che oltre ad avere sedato
l’insurrezione antifrancese del 4 maggio 1799 si erano
mostrati indulgenti e quindi disponibili ad accogliere le
domande di perdono, deliberò di fare un presente in denaro di
400 scudi al Comandante della truppa mobile di stanza ad
Empoli, l’ufficiale Expert.
Il
10 maggio 1799
il vescovo di S. Miniato scrisse al nostro arciprete di
consegnare ai Francesi “ tutti gli argenti restati”
L’arciprete ed i canonici del Capitolo allibirono. Il povero
vescovo doveva, purtroppo, rendere esecutivo un ordine
tassativo del Commissario francese il quale aveva ordinato
alle chiese, ai conventi e monasteri di consegnare entro tre
giorni l’oro e l’argento in loro possesso, esclusi gli
ostensori ed i calici.
Nel 1799 erano riprese le ostilità degli Stati europei contro
la Francia. Le truppe francesi, nonostante gli accordi
sottoscritti il 25 febbraio 1797 col granduca, ricomparvero
nel nostro Granducato in veste di padroni.
Il 27 marzo 1799 il granduca di Toscana Ferdinando III° lasciò
Firenze e si rifugiò in Austria. Proprio a Firenze venne
preso prigioniero il papa Pio VI dai Francesi. Il Governo
della Toscana era stato assunto dal Ministro della Repubblica
Francese in veste di Commissario della suddetta Repubblica.
Purtroppo il nostro arciprete non poteva sottrarre nemmeno un
crocifisso perché un anno prima aveva dovuto compilare, per
ordine degli stessi Francesi, un elenco dei preziosi in
possesso della chiesa.
Anche la Chiesa cominciava a sentire gli effetti di
alleggerimento della dominazione francese.
Il popolo si era diviso nel frattempo in due fazioni: i
filofrancesi e gli antifrancesi o filogranducali.
Il
14 maggio 1799,
trovandosi in Fucecchio un distaccamento di truppe francesi,
vennero nominati dal nostro Magistrato comunitativo gli
addetti all’approvvigionamento di esse truppe ed al loro
alloggio.
E ciò a norma degli ordini notificati dal Commissario
Reinhard.
Sempre in questa seduta si prese atto della pratica trasmessa
all’Amministrazione di Fucecchio dall’aiutante del
generale francese di Stato Maggiore della Divisione della
Toscana.
La pratica prescriveva al nostro Comune di indennizzare la
cittadina signora Teresa Tuccini “stata saccheggiata nella
rivolta che aveva avuto luogo in Fucecchio il 4 maggio 1799.
Nel corso di questa rivolta era stato abbattuto e lordato
l’Albero della Libertà, innalzato in Piazza Vittorio
Veneto, da parte degli antifrancesi fucecchiesi.
I rivoltosi non si accontentarono di abbattere e lordare
l’Albero della Libertà, ma presero anche di mira le
abitazioni dei “patrioti” cioè dei filofrancesi. Per
sedare il tumulto dovettero intervenire le truppe francesi di
stanza a Empoli.
L’indennizzo di 600 scudi venne prelevato dalle casse
comunali.
Il 24 maggio 1799, essendo il Comune in passivo per
spese straordinarie che ha dovuto fare, specialmente per
l’insurrezione fucecchiese del 4 maggio ( 400 scudi al
comandante delle truppe; 600 scudi alla cittadini Teresa
Tuccini per il saccheggio subito; tanti altri per le spese di
approvvigionamento ed alloggio al distaccamento francese di
stanza a Fucecchio) fu preso in considerazione il progetto di
risanamento presentato dal Gonfaloniere, il canonico Giulio
Taviani. Tale progetto prevedeva:
un’imposta di dazio sui beni di suolo, escluse le cose e le
fabbriche di Fucecchio già soggette ad estimo particolare. La
proposta venne approvata: il pagamento doveva effettuarsi in
tre rate: agosto, novembre, gennaio.
Si decise anche di mandare due deputati ad implorare a favore
degli insorti, che erano sottoposti a processo, un’amnistia
generale.
La domanda venne accolta in data 10.6,1799. Non vennero
perdonati i capi dell’insurrezione.
Il
25 maggio 1799
il generale francese Mac Donald ingiunse a tutti gli
ecclesiastici che suonavano le campane a morto al passaggio
delle truppe francesi in ritirata di astenersi da certe
manifestazioni sediziose, pena la condanna a morte
Il
10 giugno 1799
si concluse, con il ripianamento dei danni, la vicenda
dell’insurrezione fucecchiese antifrancese avvenuta il 4
maggio nell’attuale Piazza Vittorio Veneto.
I conservatori avevano atterrato l’Albero della Libertà,
avevano gettato via gli emblemi che vi erano attaccati,
strappato le bandiere francesi, saccheggiato le case di alcuni
patrioti, così erano detti i filofrancesi. Soltanto
l’intervento delle truppe mobili di Napoleone di stanza ad
Empoli riuscì a sedare il tumulto. Gli insorti furono
incarcerati in massa. Ad eccezione dei capi, tutti i carcerati
vennero perdonati e rimessi in libertà verso il 10 giugno.
Non si sa se la Festa dell’Albero della Libertà programmata
per il 9 maggio 1799 si sia o no svolta.
Quella Festa, comunque, dissanguò le casse comunali. Al
comandante delle truppe francesi, l’ufficiale Expert vennero
regalati 400 scudi per compensarne la clemenza usata nei
riguardi degli insorti. La signora Teresa Tuccini venne
risarcita con 600 scudi per il saccheggiamento subito ad opera
dei rivoltosi.
Proprio il 10 giugno 1799 si dovettero stanziare le seguenti
somme.
- 1122 lire per le truppe francesi venute il 4 maggio a
ristabilire l’ordine a Fucecchio;
- 185 lire per “vettura” di 7 barrocci per il trasporto a
Prato e quindi a Firenze delle armi e polveri da sparo
requisite dopo il 4 maggio;
- 63 lire per la rimozione degli stemmi gentilizi dalla
facciata del Palazzo Pretorio;
- 212 lire per la spesa occorsa per coprire le spese occorse
per gli addobbi dell’Albero della sognata Libertà andati
bruciati.
Il
10 giugno 1799 furono stanziate lire 63.134 per la
rimozione degli STEMMI GENTILIZI che esistevano sulla facciata
e all’interno del Palazzo Pretorio. La rimozione era stata
ordinata dal Governo Francese.
Il Vicariato (Pretura) istituito da Leopoldo I nel 1780, venne
trasformato dai Francesi in MAIRIE e tale rimase, salvo
qualche breve parentesi, fino al 1814. Fucecchio, dal punto di
vista amministrativo, al tempo della dominazione francese,
fece parte del Dipartimento del Mediterraneo, alle dipendenze
della Sottoprefettura di Pisa che a sua volta dipendeva dalla
Prefettura di Livorno. Il Maire ( podestà-pretore-sindaco)
dimorava nel Palazzo Pretorio.
Fu proprio lui che fece abbattere la CAPPELLA dove veniva
celebrata la Messa settimanale per i carcerati.
I Francesi dissestarono alquanto il Palazzo Pretorio. Ne
rendono testimonianza le spese sostenute fra l’ottobre ed il
novembre del 1814 per ridestinarlo al suo uso.
£ 415,15,8 per muramenti e restauri ai quartieri e
all’archivio;
£ 1797,13,4 per restauri e lavori ai quartieri del Vicario
Regio, del Notaro Civile, del Notaro Criminale e del
Soprastante o guardiano del Carcere;
£ 3.129,9 per mobili di vario genere per detti quartieri
£ 181, 1 per il restauro delle carceri
£ 133,14,4 per riduzione di stanza a guardiolo;
£ 70,15,1 per lo stemma granducale
£ 503 per il ripristino della CAPPELLA di S. Leopoldo
Il
7 luglio 1799
i Francesi, dopo averci governato dal 26 marzo 1799,
abbandonarono Fucecchio diretti a Pisa e poi fuori dalla
Toscana.
Fucecchio, durante il governo francese, era sto posto sotto la
Municipalità di Prato.
Il 7 luglio 1799 fu un giorno di grande euforia per i
fucecchiesi antifrancesi e soprattutto per i benestanti
vessati da tasse e tributi e per gli ecclesiastici cui erano
stati sottratti tutti gli oggetti d’argento e d’oro.
I capi dell’insurrezione del 4 maggio poterono uscire dalla
prigione. Il 4 maggio 1799, un insurrezione popolare aveva
abbattuto l’Albero della Libertà bruciandolo e lordandolo
di sterco. Gli insorti, quel 4 maggio, avevano anche
saccheggiato alcune abitazioni di filofrancesi. Quella
insurrezione aveva ritardato la Festa dell’Albero della
Libertà programmata per il 9 maggio ed aveva provocato
l’intervento delle truppe francesi di stanza ad Empoli. Il
comandante francese Expert riuscì a sedare l’insurrezione
fucecchiese e si mostrò molto magnanime con gli arrestati,
quasi tutti liberati grazie forse ai 400 scudi elargitigli dal
nostro Consiglio Comunale presieduto dal canonico Giulio
Taviani.
L’8
luglio 1799
nel corso della seduta straordinaria del Consiglio Comunale
venne letto questo Bollettino:
“ Le truppe francesi che dal 26 marzo 1799 fino a ora hanno
tenuto occupata la Toscana si sono finalmente ritirate da
Firenze e altri luoghi della Toscana. Perciò è venuto a
cessare il loro imperioso Governo che democratico appellavano,
ed a ripristinarsi il tanto da noi desiato Governo del nostro
amabilissimo Sovrano S.A.R. il Serenissimo Ferdinando III°
arciduca d’Austria e granduca decimo della Toscana.”
I primi provvedimento che seguirono al ritorno del granduca
lorenese furono:
1 – la costituzione di una proporzionata truppa civica
locale di volontari ordinata dal Senato Fiorentino;
2- stanziamento di £ 400 per un Triduo in Collegiata in
ringraziamento solenne per la liberazione della Toscana dalle
truppe francesi e l’ingresso nel Granducato delle truppe
imperiali austriache come per il ripristino del Governo di
S.A.R. Ferdinando III°;
3 – si delibera che il 26 luglio, giorno del ringraziamento,
venga distribuito un sussidio ai poveri del paese e che a
questo scopo si faccia una questua per raccogliere le offerte
volontarie;
4 - per gli imputati di giacobinismo (filofrancesi) venne
realizzato un carcere nel Convento di S. Romano anche con il
contributo del nostro Comune pari a 96 lire.
Il
27 luglio 1799
il Senato del Granduca lorenese Ferdinando III° decretò
l’estromissione dagli uffici comunali di tutti quegli
impiegati che vi erano stati assunti durante la permanenza dei
francesi in Toscana.
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