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anni - 1781  >>  1799

Il 2 febbraio 1781 il cancelliere del nostro Comune, il sig. Giovacchini, a non di tutta la comunità e clero di Fucecchio, scrisse a Firenze affinché il granduca Leopoldo I concedesse in prestito i 5.000 scudi preventivati (dapprima erano 10.000 e poi 7.000) per la ricostruzione della Nuova Collegiata.
Il Comune aveva già speso 600 scudi per la realizzazione delle fondamenta.
La posa della prima pietra era avvenuta il 18 agosto 1780 ma senza il placet del granduca che, irritato per tanta insubordinazione orchestrata dal canonico Giulio Taviani, ordinò la immediata interruzione dei lavori.
Secondo il Giovacchini, la spesa di seicento scudi era stato il massimo sforzo che essi avessero potuto fare dato che per la riparazione delle strade avevano preventivato una spesa di 1.600 scudi. Il Comune si sarebbe comunque impegnato a restituire annualmente al Granduca 700 scudi.
Nel frattempo sia l’amministrazione comunale che il Capitolo della Collegiata stabilirono che la facciata della Nuova Collegiata doveva essere rivolta verso la Piazza Maggiore (piazza Vittorio Venet ) salvo l’approvazione dell’architetto Guido Vannetti che aveva già prescritto l’abbattimento dell’Oratorio di S. Rocchino ubicato tra la chiesa e la Piazza.
(Appunti Masani)

 

Il 7 febbraio 1781 un alto funzionario di corte presentò al granduca lorenese Leopoldo I un MEMORIALE redatto dal Comune di Fucecchio.
Nel memoriale venivano elencate le motivazioni con cui il Comune intendeva giustificare la richiesta di un prestito di 5.000 scudi destinati alla costruzione della Nuova Collegiata.
Il funzionario ricordò al granduca aveva già speso 600 scudi per realizzare le fondamenta della nuova chiesa ed altri 1600 ne aveva spesi per ridurre il Palazzo Pretoria a sede Vicariale dotata di carcere. In questi 16oo scudi erano comprese anche le spese per “riattare” le strade che portavano alla Sede Vicariale.
Il funzionario , a conclusione della presentazione del MEMORIALE fucecchiese, espresse il suo parere favorevole alla concessione del prestito dei 5.000 scudi a condizione che il Comune di Fucecchio si impegnasse a restituirne annualmente 700.

 

Il 27 marzo 1781 Supplica del canonico Giulio Taviani con la quale si chiede la licenza di costruzione della nuova Collegiata e lo spostamento dei frati conventuali di S. Salvatore nella chiesa delle Vedute per evitare il loro permanente stato di conflittualità con i canonici del Capitolo della Collegiata.
Supplica dei frati di S. Salvatore che ribattoino tutti i punti del Taviani e dimostrano l’indispensabilità del loro servizio sociale. A conclusione della supplica suggeriscono di spostare l’arcipretura nella chiesa delle Vedute.
Supplica di 3 Priori (assessori) del Comune di Fucecchio. Propongono di trasferire i frati di S. Salvatore nel monastero delle Oblate di S. Romualdo (in Corso Matteotti) e di trasferire le Oblate nel Monastero di S. Andrea.
Supplica di alcuni cittadini di Fucecchio. Chiedono di lasciare i conventuali in S. Salvatore e di trasferire l’arcipretura nella chiesa di S. Maria delle Vedute.

Il 5 aprile 1781 si riunì il Capitolo della Collegiata per affrontare il problema della ricostruenda Collegiata nuova i cui lavori, iniziati il 16 agosto 1780, erano stati interrotti per volontà del granduca Leopoldo I.
Il Capitolo, non sapendo dove andare ad officiare, dato che la vecchia Collegiata era stata demolita in toto, propose di utilizzare la chiesa di S. Salvatore e di trasferire i 12 frati francescani conventuali che vi officiavano nella chiesa di S. Maria delle Vedute già Oratorio di S. Rocco extra muros.
La proposta, trasmessa alle autorità centrali di Firenze, scatenò un conflitto insanabile fra Capitolo e frati conventuali.
Mentre Firenze esperiva i sondaggi per valutare a fondo la proposta, il Taviani inondava Firenze di lettere per reperire i fondi necessari per la costruzione del nuovo fabbricato. I preventivi, intanto, si gonfiavano a vista d’occhio. La perizia dell’architetto Vannetti prevedeva una spesa di 7.890 scudi nel caso che la facciata della nuova Collegiata fosse stata rivolta verso il Monte Pisano. La medesima perizia prevedeva una spesa di 9.000 scudi qualora la facciata fosse stata rivolta verso l’attuale Piazza Vittorio Veneto.
Secondo il progetto dell’architetto Zanobi del Rosso che prevedeva una Collegiata più grande con la facciata rivolta verso la Piazza il preventivo ascendeva a 10.100 scudi a cui dovevano essere aggiunti altri 800 scudi per fare un muraglione lungo l’oliveto del Panicacci, sul lato sinistro dell’attuale scalinata , e per l’acquisto di un terrapieno. La lievitazione dei preventivi metteva in serio pericolo la possibilità della ripresa dei lavori della ricostruenda Collegiata.

 

Il 5 aprile 1781 l’architetto fiorentino Zanobi del Rosso, interpellato sulla destinazione del vecchio campanile della pieve di S. Giovanni Battista inviò al nostro Gonfaloniere (sindaco) una lettera dove elencava alcuni rilievi e la sua proposta conclusiva.
Questi i RILIEVI
1- Il campanile, al contrario della chiesa, non era stato demolito. Quando la chiesa venne demolita (1780), il progetto di ricostruzione prevedeva la facciata della chiesa rivolta verso il Monte Pisano. Il nuovo progetto, invece, oltre a prevedere l’ingrandimento della chiesa stabilisce anche che la facciata guardi la Piazza Grande. Il campanile esistente verrebbe a trovarsi proprio al centro della facciata e ciò ne deturperebbe la bellezza.
2- Il campanile è debolissimo: Esso non poggia su di un getto di malta. Inoltre la sua altezza, in origine, era inferiore rispetto all’attuale ( esso venne innalzato per collocarvi l’orologio della cancelleria). Infine, fino a metà della sua altezza è circondato da alcune case che però dovranno essere demolite per far posto alla facciata e al sagrato. Un campanile siffatto, senza l’appoggio delle case, risulterebbe isolato in tre punti
3- L’architetto Vannetti, autore dei disegni della Collegiata, ha suggerito la muratura di un vestibolo largo quanto tutta la facciata per nascondere il corpo della torre che verrebbe successivamente rinforzata. Ma la costruzione di questo vestibolo richiedeva l’ingente somma di 1800 scudi.
PROPOSTA CONCLUSIVA
E’ molto più conveniente demolire il campanile esistente oltre alle case del Montanelli e del Piccioli.
E così fu fatto.

 

Il 31 maggio 1781 Nuova supplica del canonico Taviani che ricalca le richieste della prima del 27 marzo 1781.

Il vescovo di S. Miniato, interpellato dal Marmorai esprime questi giudizi:
Sì alla costruzione della nuova Collegiata.
Sì alla soppressione delle Compagnie di S. Giovanni Battista e della Madonna della Croce; sì all’imposizione di un versamento annuale da parte degli altri Luoghi Pii per reperire i fondi per la costruzione della Collegiata.
Sì ad un REGOLAMENTO, di cui trasmise una bozza, per prevenire gli insanabili conflitti fra preti e frati.
Il Marmorai, a conclusione del suo memoriale, dopo aver lamentato le omissioni del vescovo e dell’arciprete che avevano sconsacrato e demolito la vecchia Collegiata senza informarne il Granduca, espose questi suoi giudizi:
sì alla costruzione della nuova Collegiata;
sì alla permanenza dei conventuali in S. Salvatore.

 

Il 15 giugno 1781 il funzionario fiorentino Francesco Marmorai rimise all’Ufficio granducale competente un lungo memoriale dove erano elencate le suppliche partite da Fucecchio in ordine alla erezione della fabbrica della nuova Collegiata dato che quella vecchia era stata demolita nel 1780 a seguito della delibera comunale dell’ottobre del medesimo anno.
In calce al memoriale il Marmorai espose il suo progetto
Queste, in ordine cronologico, le suppliche partite da Fucecchio e riordinate dal Marmorai.

 

Il 6 agosto 1781 il Consiglio Generale del Comune di Fucecchio deliberò la costruzione della Nuova Collegiata accettando la soppressione della Compagnia della Madonna della Croce, della compagnia di SD. Giovanni Battista e degli al Luoghi Pii, fermo restando che la soddisfazione dei loro obblighi e pesi e il mantenimento dei loro stabili e fondi e suppellettili avrebbero dovuto contribuire alla spesa della costruzione della Nuova Collegiata.
Tale delibera venne approvata e perciò ratificata a Firenze il 29 settembre 1781, regnante il granduca Leopoldo I.

 

L’8 agosto 1781, in sede di Consiglio Comunale , venne chiarita una volta per sempre la posizione del Monastero e della chiesa di S. Salvatore nei confronti della costruenda Nuova Collegiata. 
Qualche canonico del Capitolo della Collegiata propalò questa informazione: Siccome la chiesa di S. Salvatore nel 1100 era la vera chiesa pievana, restituiamola al pievano (arciprete) e al Capitolo della Collegiata.
Ai frati conventuali che dal 1299 sono i S. Salvatore potrebbe essere assegnata la chiesa di S. Maria delle Vedute e di S. Rocco. A fianco o sul retro della chiesa potrebbe essere costruito il convento per i frati conventuali.
S. Salvatore diverrebbe la Collegiata del paese e non ci sarebbe affatto bisogno di ricostruire la Collegiata.
Il canonico Giulio Taviani avvalorò la tesi secondo cui S. Salvatore era stata la prima chiesa pievana concessa poi ai padri vallombrosani dal pievano medesimo. Il Taviani suffragò la tesi con un excursus storico – non con i DOCUMENTI – in cui naturalmente non si citavano i documenti comprovanti.

Nel corso della seduta del Consiglio comunale venne letta anche una relazione dei padri conventuali supportata da DOCUMENTI. Questi i punti salienti della relazione:

1- I padri conventuali non sono mai stati in numero inferiore a 12. La costruzione di un Convento con granai, pozzi, cantine, stalle per 12 persone nei pressi della chiesa delle Vedute richiederebbe una spesa tre volte maggiore di quella occorrente per ricostruire la Collegiata;
2- Non ci sono mai stati conflitti e disturbi fra la chiesa della Pive e quella dei frati di S. Salvatore. L’allontanamento del Monastero creerebbe soltanto disappunto nella popolazione e ridurrebbe in parte il servizio sociale che i conventuali prestano: l’insegnamento ai ragazzi dl paese alto di grammatica, abbaco, lettura, scrittura e morale cristiana.
3- E’ assolutamente falso che la chiesa di S. Salvatore fu donata dal Pievano e che dal medesimo dipendeva. Citando i documenti si dimostra il contrario. Il pievano, infatti, veniva eletto prima di monaci e poi dai padri conventuali e successivamente dal Comune. Da tali documenti risulta che i monaci erano padroni assoluti di tutto il Poggio Salamartano e anche delle capanne di pescatori che allora formavano il paese.
4- Sarebbe meno dispendioso interrompere la costruzione della Nuova Collegiata e ridurre invece a Collegiata la chiesa di S. Maria delle Vedute.
Nel medesimi giorno il progettista della Nuova Collegiata chiese che la nuova Collegiata venisse allungata soltanto fino al cordone della strada, per la parte di ponente, allineandola al muro della Venerabile Compagnia di S. Giovanni Battista (come è oggi) per scansare il pericolo di smottamento e sfiancamento come a suo tempo era stato rilevato dall’ing. Fallani.

 

Il 18 agosto 1781, ad un anno dalla interruzione coatta dei lavori di ricostruzione della Collegiata, il Consiglio Comunale si riunì per esaminare un altro progetto per la erigenda Collegiata: quello dell’ingegner Sodi. Gli altri progetti erano quelli del canonico Giulio Taviani, quello dell’architetto Vannetti e quello del sovrintendente granducale l’architetto Zanobi del Rosso.
A settembre gli organi centrali volevano sapere quale progetto era stato scelto.
La risposta fu evasiva: si relazionò che sarebbe stato conveniente trasferire i 12 frati conventuali di S. Salvatore nella chiesa delle Vedute; inoltre si fece presente che l’adozione di uno qualsiasi dei quattro progetti prevedeva la demolizione e dell’Oratorio di S. Rocchino e delle case del Panicacci e del Montanelli.

 

Il 29 settembre 1781 il Granduca Leopoldo I emanò il “Benigno graziosissimo Rescritto” col quale approvava la costruzione della Nuova Collegiata nello stesso luogo dove già esisteva la preesistente chiesa.

 

L’11 ottobre 1781 il granduca lorenese Leopoldo I ordinò, prima ancora di decretarne la soppressione, che l’amministrazione di tutti i beni e rendite delle Compagnie di S. Giovanni Battista e della Madonna della Croce di Fucecchio fossero affidate all’amministrazione comunale affinché, adempiuti gli obblighi statutari delle 2 Compagnie, utilizzasse gli avanzi per coprire le spese della costruenda Collegiata.
Il 20 aprile 1784 il Vescovo di S. Miniato, con il beneplacito del granduca, notificò al nostro Comune l’obbligo di erogare annualmente 490 lire in “benefizio dei poveri INFERMI”
Le norme per una equa erogazione vennero deliberate dal Comune il 30 aprile 1784.
Cinque anni dopo, il 19.9.1789, il Comune affidò la distribuzione delle 490 lire alla locale Compagnia della Carità (ex Coronati Scalzi) la quale, in barba alle norme statutarie, distribuiva le 490 lire in maniera a dir poco disinvolta. Sussidiava infatti i bisognosi a discapito dei poveri INFERMI e, facendosi sorda alle pubbliche lamentele, si preoccupava soprattutto di realizzare lauti AVANZI.
Gli infermi potevano morire.
Il Comune, in data 11 gennaio 1790, pur continuando a corrispondere le 490 lire per opere di carità, decise di assegnare al Capitolo della Collegiata l’amministrazione dei beni e delle rendite delle due Compagnie soppresse.

 

Il 18 dicembre 1781 la madre badessa delle clarisse del monastero di S. Andrea fece istanza circa la demolizione della soppressa chiesa di S. Carlo d’attinenza del medesimo monastero.
Fu richiesto di riservare al Monastero il Giuspadronato di detti due pezzi di terra ove erano dette scalinate nel caso si volessero riedificare.

 

Il 10 aprile 1782, il vescovo di San Miniato approvò sia la demolizione dell’Oratorio di S. Rocchino (sull’attuale scalinata della Collegiata) sia la costruzione della Nuova Collegiata con la facciata rivolta verso la Piazza “per lo comodo del popolo e per lustro del culto”.
Successivamente il Gonfaloniere (sindaco) e i Priori (assessori) del nostro Comune , in data 16 aprile, approvarono l’acquisto della porzione di casa dei Montanelli.
La posa della prima pietra della Collegiata era avvenuta il 16.08 1780. I lavori furono quasi subito interrotti per ingiunzione del granduca Leopoldo I.

 

Il 25 aprile 1782 l’architetto Zanobi del Rosso che si era occupato della progettazione della nuova Collegiata scrisse da Firenze al Comune di Fucecchio per convincerlo a demolire il vecchio campanile della pieve sul quale era stato collocato l’orologio della cancelleria. Lo Zanobi addusse queste due motivazioni:
1- il rafforzamento della “cattiva” torre campanaria tramite la costruzione di n vestibolo comportava la enorme spesa di 1800 scudi.
2- La presenza del vecchio campanile nel corpo della facciata della nuova Collegiata sarebbe stata antiestetica.

 

Il 4 maggio 1782, in esecuzione di un’ordinanza granducale del 3 gennaio 1782, il vescovo di S. Miniato emise una Bolla che decretava l’erezione in parrocchia della chiesa di S. Bartolomeo di Cappiano. Questa bolla, purtroppo, venne resa esecutiva soltanto un secolo dopo e precisamente nel 1840 anno in cui Cappiano contava 828 anime. Cappiano era stata la sede della più antica PIEVE (chiesa con fonte battesimale).
Nell’anno 776 si registra la donazione della Cappella di S. Savino alla Pieve di Cappiano dedicata a S. Pietro e successivamente, nell’anno 1000, anche a S. Giovanni Battista.
Nel 1018 la Pieve serviva 31 ville disseminate in un ambito territoriale che abbracciava Torre, Vedute, Galleno, Poggiadorno, Cerri e adiacenze della inesistente S. Croce sull’Arno.
Questa Pieve, a partire dal XII° secolo dipese dalla diocesi di Lucca il cui estimo del 1260 fece ammontare le rendite della Pieve di Cappiano a sole 26022 lire contro le 400 del monastero di S. Bartolomeo, sempre di Cappiano.
Nel XIII° secolo si parla di Pieve Nuova accanto al fosso del Castello.
Nel Catasto del Vescovado di Lucca del 1427 non compare più la Pieve di Cappiano. Nata quindi nel 700, la Pieve si estinse nel 1400 e ritornò in vita nel 1840.

 

Il 31 maggio 1782 parve concludersi una volta per sempre la vicenda del sacerdote fucecchiese don Panicacci.
Il 1782 fu l’anno dei Panicacci,
Mentre Il Capitolo della Collegiata e i magistrati del Comune si occupavano febbrilmente della ricostruenda Collegiata, il sacerdote don Panicacci era interessato esclusivamente alle donne.
Il povero Francesco Aleotti si era già rivolto al Granduca Leopoldo I° affinché prendesse dei provvedimenti contro il Panicacci che gli “ganzava” la moglie. Non trovando testimoni non poteva denunciarlo. Benché ripetutamente diffidato, il Panicacci continuò a frequentare la casa dell’Aleotti e nello stesso tempo mise incinta una ragazza.
Per punizione il Panicacci venne mandato nel Ritiro di S. Vivaldo.
Ritornato a Fucecchio riprese la tresca con la signora Aleotti.
Gli Aleotti tramarono per cogliere don Panicacci in flagrante. Ci riuscirono.
Lo rinchiusero allora in uno stanzino, quindi scesero in strada a cercare testimoni che nel frattempo si erano adunati sotto la casa richiamati dalle grida degli Aleotti e del Panicacci che aveva messo in crisi molte famiglie fucecchiesi.
Immediatamente, e precisamente il 24 maggio 1782, il vescovo scrisse al Marmorai, Segretario del Regio Diritto, chiedendo l’esilio per quel sacerdote tanto dissoluto.
Il 31 maggio l’arciprete di Fucecchio corse dal vescovo pregandolo di prendere provvedimenti tali da non far allargare lo scandalo.
Il vescovo, proprio il 31 maggio 1782, riscrisse al Segretario del Regio Diritto. Il Marmorai fece allora istituire un processo per direttissima.
Il Panicacci fu spedito per due mesi al Convento della Docciaia a Fiesole.
Allo scadere dei due mesi il padre guardiano attestò la buona condotta di don Panicacci. Il Segretario del Regio Diritto decise che il Panicacci poteva esser lasciato libero ma che non poteva “presentarsi più in Patria”
Il prete scrisse al granduca per chiedergli di potersi ritirare nella sua villa alle Cerbaie. La richiesta venne accolta. La storia non era dunque finita se si presta a quanto di legge in una memoria:
“ La famiglia Aleotti che di presente villeggia in detto luogo delle Cerbaie, si sarà restituita in Paese” per non far nascere ancora una volta un qualche sconcerto.

 

Il 10 luglio 1782 il granduca lorenese di Toscana Leopoldo I° decretò tassativamente la fine delle ESENZIONI e dei PRIVILEGI che i frati e le monache si erano accaparrati ignorando l’autorità dei Vescovi.
Di conseguenza, fatta salva l’autorità che resterà ai Superiori degli ordini monastici per quanto riguarda solo ed esclusivamente la disciplina interna, i vescovi eserciteranno sopra i conventi e le Case Religiose di qualunque ordine tutta la giurisdizione che a loro compete.
Perciò i vescovi avranno cura di visitare le chiese dei Regolari, di permettere o moderare le processioni e le feste secondo le modalità che riterranno le più opportune.
“ Tale essendo la Volontà sovrana di S.A.R. ne ha comandata l’inviolabile osservanza alla pena della Sovrana sua indignazione.”

 

Il 6 agosto 1782 il granduca autorizzò le tre demolizioni e la costruzione della Collegiata a condizione che fossero soppresse le secolari Compagnie di S. Giovanni Battista e della Madonna della Croce.
Nel 1782 si decise di fare la facciata della Collegiata volta verso Piazza Vittorio Veneto anziché verso il Monte Pisano
Ciò comportò anche la demolizione del vecchio campanile della Pieve.
La demolizione del vecchio campanile con l’orologio provocò un tumulto popolare capeggiato da certo Francesco Guidotti che si beccò una denuncia sporta dal canonico Giulio Taviani.

 

Il 23 agosto 1782 il Consiglio Comunale, a conclusione di una serie di vicende che avevano determinato la sospensione dei lavori della costruenda Collegiata (7 luglio 1782) approvò le nuove piante della Collegiata che si attenevano al benigno rescritto del 29.20.1781.
Il Consiglio approvò pure che la Nuova Collegiata sorgesse nel medesimo luogo dove sorgeva la vecchia, che l’ingresso principale fosse davanti alla Piazza Maggiore, che il campanile della Pieve fosse demolito e che gli altari fossero allestiti in nicchie anziché in cappelle.
Le piante, accompagnate da una supplica, furono subito spedite al Granduca affinché le approvasse. La supplica oltre a contenere la copia della delibera comunale era corredata anche delle seguenti informazioni:
1) Il Comune in data 7 luglio 1782 aveva deliberato la sospensione dei lavori della Collegiata guadagnandosi le rimostranze delle maestranze.
2) Il Consiglio Comunale, in data 11 luglio 1782, aveva eletto nella persona di Franco Sodi l’ingegnere da affiancare all’architetto Vannetti, l’estensore del progetto Nuova Collegiata.
3) Il 13 luglio 1782 l’ingegner Sodi aveva presentato al Comune le nuove piante riguardanti l’esecuzione della Collegiata e la GRANDIOSA SCALINATA che lasciava illesa l’antica Via di S. Rocco che da Piazza Vittorio Veneto saliva sul Poggio Salamartano.
4) Il clero aveva ottenuto dal Vescovo e dal Comune l’autorizzazione a chiedere ELEMOSINE per la nuova fabbrica.
Naturalmente le spese per la fabbrica della Collegiata con le varianti di cui sopra aumentarono di altri 3.000 scudi.

 

Il 9 settembre 1782 S.A.R. Pietro Leopoldo I granduca di Toscana approvò con benigno Rescritto la costruzione della Chiesa Collegiata nel luogo della vecchia dando la facoltà di demolire la vecchia torre che serviva da campanile.
Il granduca ordinò:
1) che rispetto al DISEGNO ( della costruenda Collegiata) si attuasse al Partito della Comunità del 23 agosto 1782;
2) che il disegno della chiesa fosse interamente eseguito in modo che vi si potesse uffiziare dentro il mese di giugno del 1784 e non più oltre ( la Collegiata venne invece inaugurata il 3.10.1787);
3) che fosse sospesa la costruzione del nuovo CAMPANILE né si potesse mettervi mano senza l’approvazione di S.A.R.
4) che la Comunità potesse vendere i luoghi di Monte e valersi dei denari esistenti nella Cassa della Camera della Comunità;
5) che la Comunità potesse demolire il campanile vecchio e far acquisto delle case per servizio della fabbrica;
6) che si prendessero le campane del Monastero di S. Salvatore esistenti nel campanile dei Padri Conventuali e che fossero destinate al servizio della Collegiata quelle maggiori mentre quelle minori dovevano servire ai conventuali.
Il Comune di Fucecchio rese noto quanto sopra il 12 ottobre 1782.

 

Il 12 ottobre 1782 il Comune di Fucecchio ratificò i Capitoli che SAR ci aveva imposti per accordarci il permesso di costruire la Nuova Collegiata nel luogo della vecchia e con la facoltà di demolire la vecchia torre che serviva da campanile.
Se erano i Capitoli prescrittici da Leopoldo I col Rescritto del 9.9.1782:
1) per quanto atteneva al disegno della nuova chiesa ci si doveva essere attuato la delibera della Comunità del 23.8.1782
2) che il disegno (progetto) della chiesa fosse interamente eseguito in modo che vi si potesse uffiziare dentro il mese di giugno del 1784 e non più oltre
3) che fosse sospesa la costruzione del nuovo campanile né si possa mettervi mano senza l’approvazione del granduca
4) che la Comunità potesse vendere i Luoghi di Monte e potersi e valersi dei denari esistenti nella Cassa della Camera della Comunità
5) che la Comunità potesse demolire il campanile vecchio e fare acquisto delle cose per servizio della fabbrica
6) che la Collegiata si prendesse le campane del monastero di S. Salvatore esistenti nel campanile dei conventuali e fossero destinate alla Collegiata.

 

Il 18 ottobre 1782 il canonico Giulio Taviani trattò definitivamente l’acquisto del fondo Piccioli che si trovava in Piazza (Vittorio Veneto) contiguo al profanato e quasi demolito ex Oratorio di S. Rocchino.

 

Il 23 novembre 1782 il canonico Giulio Taviani in veste di soprintendente ai lavori per l’erigenda Nuova Collegiata, scrisse all’architetto Vannetti per ordinargli di sospendere i lavori a causa del rigore della stagione.
L’ordine non giunse gradito alla quarantina di operai il cui elenco era stato redatto dal medesimo Vannetti che ne aveva specificato anche la funzione (muratori, manovali, scalcinatori)
Questi i nomi di alcuni di loro:

Giovanni Vannetti - primo muratore
Giuseppe Rosati
Antonio Benvenuti
Giuseppe Morelli
Pavolo Lotti
Marco Taviani
Michele Abiti
Francesco Banti

Il canonico Giulio Taviani aveva emesso l’ordine di sospensione dei lavori perché il 4 novembre era stato eletto soprintendente alla fabbrica della Collegiata, insieme a Pietro Aleotti e Iacopo Comparini.
Come camarlingo era stato eletto Bernardini Casini.
Tutti questi signori, eletti dal Gonfaloniere e dai priori su proposta dell’ingegnere architetti Fedi, autore delle piante e direttore dei lavori della Collegiata, dovevano esercitare la loro carica gratuitamente.
I lavori della Collegiata, dopo una prima interruzione nel mese di luglio, erano ripresi nei primi giorni di ottobre dopo che il benigno Rescritto con cui il Granduca, il 9 settembre aveva di nuovo approvato la costruzione della Nuova Collegiata con la facciata rivolta verso la Piazza e la distruzione del campanile della vecchia pieve.

 

Il 24 novembre 1782 l’ingegner Borgetti effettuò le operazioni di collaudo della Sede Vicariale realizzata nel Palazzo del Podestà (Palazzo Pretorio) e nell’ex Teatro dell’Accademia dei Fecondi in esecuzione del Motuproprio del Granduca Leopoldo I che aveva innalzato Fucecchio al rango di Vicariato in data 29 giugno 1780.
Incaricato della riduzione del Palazzo del Podestà e del Teatro dell’Accademia dei Fecondi a Sede Vicariale con carcere era stato l’ingegnere Anastasi che il 31 luglio 1780 presentò le piante del Palazzo e il progetto di riduzione che però non venne approvato. Questo progetto lasciava inalterati il portico (loggiato) del palazzo del Podestà e il Teatro dei Fecondi.
Il nuovo progetto dell’Anastasi che prevedeva la tamponatura del braccio corto della elle del loggiato e la riduzione del Teatro dei Fecondi a carcere (maschile e femminile) e ad appartamenti per i due notari ( (quello civile e quello criminale), corredato di perizia ammontante a £ 16.883.3.4) venne trasmesso al Comune di Fucecchio il 4 novembre ed approvato nella riunione del 6 novembre 1780. L’esecuzione dei lavori venne assegnata all’impresario fucecchiese Domenico Rosati con l’obbligo di concluderla in 6 mesi a partire dal 6 novembre.
Un anno dopo, in data 21 novembre 1783, i lavori non erano ancora compiuti perché qualche pilastro del loggiato non dava i necessari affidamenti.
Il 23 agosto 1782 i lavori erano ultimati.
Il 24 novembre 1782 venne liquidato con £ 34.301 l’impresario Domenico Rosati.
Il 4 febbraio 1783 fu benedetta la Cappella del Carcere Vicariale, col titolo di S. Leopoldo, dall’arciprete G. Baccini che vi celebrò anche la Messa per i carcerati.

 

Il 30 novembre 1782 il granduca di Toscana Pietro Leopoldo I° con sovrano Motu Proprio donò il livello riguardante la Rocca alla Comunità di Fucecchio.

 

Il 14 gennaio 1783, la Segreteria di stato, intenzionata a sopprimere un certo numero di CONVENTI, chiese epistolarmente al Padre Provinciale dei frati neri, i conventuali, una lista di conventi da sopprimere.
Fu proprio il Provinciale padre Andrea Lachi a chiedere che fosse soppresso il Convento di S: Francesco, già S. Salvatore, sito sul Poggio Salamartano in Fucecchio..
I Fucecchiesi, quando ne vennero a conoscenza, protestarono energicamente contro padre Lachi.
Il provinciale, per rimediare a questa soppressione, scrisse ripetutamente alla Segreteria di Stato per chiederle di depennare dalla lista dei conventi da sopprimere quello di Fucecchio. La Segreteria cestinò quelle lettere.
Il popolo, furente, chiese per tre volte l’intercessione del vescovo di S. Miniato. Questi, per placare l’indignazione dei Fucecchiesi, scrisse una supplica al Granduca affinché il Convento di S. Francesco non venisse soppresso. Anche la supplica del vescovo rimase inascoltata.
Il ministro Carlo Bonsj che si era occupato di questa supplica informò il Granduca Leopoldo I che la terra di Fucecchio abbondava di preti ignoranti ed oziosi e perciò ininfluenti per la crescita religiosa e morale della popolazione.
Il vescovo di S. Miniato volle allora incontrarsi col Provinciale padre Andrea Lachi. Dopo il colloquio col Provinciale, il vescovo trasmise una supplica anche al Ministro Carlo Bonsj.
Il Bonsj, nella sua lettera di risposta, dette per scontata la soppressione del Convento e cercò di convincere il vescovo che nel convento soppresso potevano essere trasferite le monache di S. Romualdo di stanza nell’attuale Corso Matteotti.
Il vescovo fece buon viso alla proposta del Bensj e i frati conventuali dovettero sloggiare di lì a poco dal convento posto sul Poggio Salamartano.(Bollettino Storico Speciale ’87 pagg.106-109)

 

Il 4 febbraio 1783 venne benedetta la Cappella del Carcere Vicariale posta al piano terra del Palazzo Pretorio. La Cappella fu intitolata a S: Leopoldo. Dopo la benedizione, l’arciprete della Collegiata, Baccini, vi celebrò la S. Messa e spiegò pure il Vangelo ai detenuti presenti.
In seguito la Messa festiva venne celebrata sempre da un frate del Convento La Vergine.

 

Il 22 febbraio 1783 un Regio Rescritto approvò le proposte avanzate dal vescovo di S. Miniato circa la destinazione del monastero di S. Salvatore di cui trascriviamo la seguente memoria.
“ Nell’undicesimo secolo fioriva nella terra di Fucecchio la ricca Abbazia di S.Salvatore il cui Abate pro tempore esercitava ordinaria giurisdizione in tutto il circondario e gli abitanti ricevevano ogni spirituale assistenza dai sacerdoti regolari e secolari.
Nel 1258 l’Abbazia restò soppressa, i monaci espulsi e i beni, le possessioni, la giurisdizione temporale, spirituale per decreto di Alessandro IV Sommo Pontefice furono attribuiti alla venerabile Abbadessa e Monache del Convento S. Maria di Gattaiola di Lucca conforme l’istrumento del 5 marzo 1258.
Non volendo le dette monache che la Abbazia, come risulta dall’istrumento del 23 dicembre 1299 rogato dal notaro imperiale ser Niccolò Viviani, a guisa di terreno incolto restasse defraudata dei primitivi onori e premurose che vi si esercitassero gli Uffizi di religiosa pietà e che il popolo adiacente vi ricevesse i pascoli spirituali né in essa mancassero i mezzi necessari per la cristiana coltura delle anime, previo il consenso del Cardinale allora protettore dell’Ordine Minoristico DONARONO ai Frati Minori e per essi al loro custode dimorante in Lucca l’USO e l’USUFRUTTO di tutto il corpo dell’Abbazia predetta, cioè MONASTERO, CHIESA, CIMITERO, PIEVE attigua detta salamartana, PIAZZA con molte case e doti, CHIESA e circondario di S. Andrea con le altre chiese minori e molti appezzamenti di terra e vigne descritte in tutto nello istrumento con l’espressa condizione che qualsiasi volta i Religiosi si fossero allontanati da quel convento e non avessero soddisfatto agli obblighi di cui sopra, si intendesse che le monache donanti, ipso iure, dovessero tornare al libero possesso dei beni donati come si riscontra da documenti originali in causa fra le monache di Gattaiola e i Revv. Padri Conventuali di S. Salvatore in Fucecchio a favore dei quali fu pronunziata sentenza dal Magistrato Supremo.
I padri Conventuali del Convento di S. Salvatore soddisfecero puntualmente a tutte le obbligazioni loro ingiunte e finché essi rimasero nel detto luogo somministrarono al popolo con diligenza i soccorsi spirituali coadiuvando incessantemente il Parroco di Fucecchio perché a tali condizioni aveva ottenuto l’uso e l’usufrutto dei beni del Convento.

Le imperiose circostanze del 1783 obbligarono i detti religiosi conventuali ad abbandonare il Convento e i Beni furono incorporati nel Patrimonio dei Minori Conventuali di S. Croce di Firenze con sovrana facoltà deferita a Monsignor vescovo di S. Miniato di surrogare alla mancanza dei medesimi alcuni preti secolari i quali, stipendiati a carico dei Beni del Convento di S. Salvatore, assisteranno la popolazione.
Monsignor Vescovo fece al Governo le sue proposizioni che furono approvate con Regio Rescritto il 22.2.1783. Il progetto vescovile portava come rilevasi dal decreto della Curia del 21.6.1783 che nella chiesa di S. Salvatore dopo l’allontanamento dei Padri Conventuali fossero (come furono) istituite delle semplici Uffiziature i cui Rettori amovibili avevano l’obbligo della Messa in tutti i giorni della settimana compresi i festivi con l’ora fissata dalla prima aurora alle ore 11,30 antimeridiane, assistere alla confessioni dalla levata del sole alle ore 12, spiegazione del Vangelo in tutte le domeniche e festivi e della direzione spirituale delle OBLATE di S. Romualdo trasferite nel soppresso Convento di S. Salvatore con stipendio annuo di scudi 65 ciascheduno esigibili sul Patrimonio dei soppressi Minori Conventuali di Fucecchio passato in amministrazione ai Padri Francescani di S. Croce in Firenze.
Il Popolo di Fucecchio privo dei Minori Conventuali, e fatta prova evidente che una cura come questa di circa 5.000 anime con poche famiglie poste al di là dell’Arno e del Padule aveva estremo bisogno di un maggior numero di preti addetti al servizio della parrocchia, ottenne che le Uffiziature dei PP. Conventuali fossero trasferite nella Collegiata di Fucecchio sotto la dipendenza dell’Arciprete.
(Appunti Masani )

 

Il sovrano rescritto del 14 aprile 1783 accordò al nostro Comune la FIERA del MAGGIO che si svolgeva annualmente nei giorni VENERDI’ e SABATO intermedi a quelli dell’Ascensione e della domenica. Questa FIERA venne soppressa il 18 maggio 1866.
Oltre alla FIERA del Maggio e del Settembre c’erano altre due fiere:
- la FIERA del CARNEVALE che cadeva nel lunedì precedente il Berlingaggio, istituita con delibera comunale del 25 dicembre 1756 ed approvata con rescritto granducale del 18 maggio 1757. Anche questa fiera venne abolita il 18 maggio 1866, giorno in cui vennero abolite anche le Fiere di Maggio e Settembre;
- la FIERA MENSILE di BESTIAME e MERCE di ogni specie da farsi il primo mercoledì di ogni mese in concomitanza con il mercato settimanale istituito addirittura nel 1647.
Questa fiera venne istituita proprio il 18 maggio 1866.

 

Il 17 maggio 1783 il Ministro Bonsi fece noto al vescovo di S. Miniato Brunone Fazzi che il granduca Leopoldo I° aveva approvato l’evacuazione dei frati conventuali del Convento di S. Salvatore e la conseguente traslazione in questo Convento delle monache ROMUALDINE e di vere inoltre approvato le due uffiziature richieste dal medesimo vescovo.
Questi poteva ora pubblicare la Bolla di traslazione di cui aveva scritto molto dettagliatamente la minuta nel mese di aprile.
Poiché il canonico Giulio Taviani aveva sperato di ottenere una delle due uffiziature, quando seppe che il vescovo aveva proposto al Granduca i sacerdoti Benvenuti e Soldaini che ottennero l’approvazione sovrana, fu preso da una tale amarezza che la sfogò per metà nella rabbia e l’altra metà nella sfiducia in sé e negli altri.
Ecco come inizia una lettera di sfogo indirizzata a persona di sua fiducia e giacente nell’archivio della Collegiata:

“ Ahi, cuore mio, perché devi tanto soffrire? Perché ami tanto e non sei stato mai riamato?”
La traslazione delle Romualdine non poteva essere immediata. Erano necessarie queste 4 operazioni:
1- Evacuare i frati conventuali da S. Salvatore
2- Vendere il Convento e l’orto delle monache di S. Romualdo in corso Matteotti
3- Con i soldi ricavati ridurre il convento di S. Salvatore in CLAUSURA 
4- Sistemare la pendenza con le monache di Gattaiola di Lucca proprietarie del monastero di S. Salvatore.

 

Il 2 giugno 1783, d’accordo con il Gonfaloniere (sindaco) ed i Priori (assessori) di Fucecchio, il canonico Giulio Taviani inviò u lungo memoriale al Granduca Leopoldo I di Lorena in cui, dopo avergli fatto un quadro esauriente della situazione economica e sociale del paese, gli fece notare quanto gravava sul paese la mancanza di un ospedale.
“ Siamo un popolo di 7.000 anime, tutti attivi perché…. Da gran tempo vivi traffici hanno preso gran piede in paese” motivo per cui i braccianti lavorano “…nello esercizio della calzoleria o nelle fornaci di PIATTI o nelle lavorerie dei LINI ritraendone un sufficiente assegnamento giornaliero.”
Ma siccome si dà il caso che “frequentemente in Fucecchio si ammali il capofamiglia, la moglie e i figli…” ne consegue che la situazione da felice si converta da felice in miserabile. Tutti, poi, sono condannati, una volta esaurite le magre riserve finanziarie, a convivere in un’unica stanza.
Questo non succederebbe se il popolo d Fucecchio avesse un ospedale, e lo so potrebbe realizzare nel sopprimendo Convento di S. Salvatore non appena sarà liberato dai pochi frati che attualmente l’occupano.
Così si rispose da Firenze:
“..le entrate del Convento non possono essere suscettibili (sufficienti) per l’erezione di uno Spedale capace ai bisogni locali…Ammesso per sicuro che l’entrata degli scudi 600 (sia totalmente spendibile)” perché trattavasi di una donazione fatta dalle monache di Gattaiola è assai pensabile che questa entrata sia gravata di qualche onere.
E così venne affossato anche questo progetto che prevedeva la realizzazione di un ospedale a Fucecchio.

 

Il 19 giugno 1783 il popolo fucecchiese chiese al Comune di interporsi presso il granduca Leopoldo I per ottenere la revoca del Rescritto granducale con il quale veniva ribadita la soppressione del convento di S. Salvatore ove dal 1299 si trovavano i padri francescani conventuali, comunemente chiamati frati neri.
Il Consiglio comunale si unì al desiderio del popolo e deputò il dott. S. Paperini e A. Donati per supplicare il Sovrano a favore del convento suddetto e a non negare di consolare il popolo “ che domanda la sussistenza del convento non solo per motivo delle scuole pubbliche che prestano detti religiosi, quanto ancora per l’assistenza spirituale”. Nel caso di soppressione si “ si preghi che voglia degnarsi di provvedere il Clero di congrui assegnamenti per poter assistere alle giornaliere confessioni e agli altri spirituali bisogni, stante che ne è talmente sprovvisto da non poter decorosamente vivere. Si aggiunge che i 2 Rettori delle nuove uffiziature deputati all’assistenza delle confessioni non sono sufficienti, molto più che devono assistere alle confessioni delle monache e alle scuole pubbliche.”

 

Il 21 giugno 1783 il vescovo di S. Miniato monsignor Brunone Fazzi, previa approvazione granducale del 22.2.1783, autorizzò la traslazione delle monache camaldolesi di S. Romualdo, le oblate bianche, dal loro monastero posto nell’attuale Corso Matteotti, in quello di S. Salvatore, sul Poggio Salamartano, da cui erano stati mandati via, per effetto della soppressione granducale, i frati francescani conventuali, ribattezzati a Fucecchio come “frati neri”.
Due furono le motivazioni addotte dal vescovo per giustificare questo trasferimento:
l’angustia del luogo e del monastero di S. Romualdo;
l’opportunità di dedicarsi, nel nuovo monastero, alla conduzione del Conservatorio Femminile ivi istituito per volontà del granduca. 
Le oblate avrebbero assunto il ruolo di insegnanti per fanciulle e ragazze.
Il monastero di S. Romualdo che era stato fondato nel 1638 venne immediatamente venduto al dott. Agostino Panicacci per la somma di scudi 2879, di lire 6, soldi 17, denari 8. 
La loro chiesa, intitolata a S. Gaetano, venne sconsacrata dall’arciprete Gabriele Baccini il 18 novembre 1783.
L’8 marzo 1784 il dott. Panicacci anticipò alle suore 350 scudi perché pagassero il debito contratto per i lavori di restauro fatti eseguire nel convento e nella chiesa di S. Salvatore.

 

Il 24 luglio 1783, dopo la soppressione del Convento di S. Francesco (ex Monastero di S. Salvatore sul Poggio Salamartano), Luca Checchi e Tommaso Masini presentarono al Consiglio Comunale l’istanza di supplicare con sollecitudine il Sovrano affinché nel Convento soppresso venissero messi i monaci Vallombrosani.
Il Consiglio comunale, per differenza di un sol voto, non accolse la richiesta.
Il Comune, invece, chiese al Granduca di far rimanere i frati conventuali.
Il granduca respinse la richiesta.
Quando la popolazione seppe che nell’ex Monastero di S. Salvatore, trasformato in CONSERVATORIO, sarebbero state trasferite le Romualdine di corso Matteotti, il popolo incaricò il Comune di richiedere al Sovrano la presenza in S. Salvatore di altri sacerdoti che ,soli, potrebbero garantire l’assistenza spirituale alla popolazione. Le Romualdine, infatti, non potevano amministrare i sacramenti. Naturalmente la presenza di un nuovo ordine non avrebbe impegnato né le finanze comunali né quelle granducali. 
Il Granduca fu irremovibile. Il suo progetto politico-riformistico prevedeva appunta la laicizzazione della vita sociale per mezzo di uno sfoltimento pesante del clero, degli ordini religiosi e delle Compagnie di matrice religiosa.

 

Il 31 luglio 1783 il nuovo Segretario di Stato Vincenzo Alberti impose al Martini di convocare il Padre provinciale dei frati francescani conventuali, i frati neri, per intimargli di ordinare ai padri conventuali di S. Salvatore di Fucecchio di abbandonare il Convento essendosi stancata S.A.R. il granduca di ascoltare i pretesti che venivano avanzati da detti frati per non abbandonare l’ex monastero di S. Salvatore.
Il Padre provinciale Andrea Luchi passò l’ordine ai frati neri di Fucecchio i quali, nella seconda metà dell’agosto 1783 lasciarono per sempre Fucecchio. Enorme fu la costernazione dei Fucecchiesi. Il vescovo di S. Miniato che paventava un’esplosione di tumulti, in data 5 agosto si era incontrato con il Vicari Regio di Fucecchio ed insieme avevano studiato tutte le misure possibili per prevenire le temute sollevazioni popolari.
Fra le misura programmate c’era anche la vendita immediata del Monastero di S. Salvatore che rischiò così di essere sconsacrato e ridotto ad uso civile.
Se ciò non accadde lo si deve alla DEPUTAZIONE DEI MONASTERI che progettò e poi realizzò il trasferimento nel monastero di S. Salvatore delle Monache di S.Romualdo (1783) e delle monache di S. Andrea (1785) che avevano sottoscritto l’impegno a gestire come insegnanti il CONSERVATORIO FEMMINILE che sarebbe stato realizzato in una parte del monastero.

 

Il 6 agosto 1783 il granduca lorenese Leopoldo I dette il suo placet alla costruzione della Nuova Collegiata purché fossero soppresse le due compagnie secolari della Madonna della Croce e di S. Giovanni Battista i cui beni sarebbero stati incamerati per far fronte alle spese dell’erigenda Collegiata.
Il decreto di soppressione delle due Compagnie venne trasmesso in allegato, con lettera dell’8 ottobre 1783, dal Vescovo di S. Miniato.
Tale decreto autorizzava il Comune alla stesura degli inventari dei due sodalizi.
Oltre alle due compagnie, nel 1783, venne soppresso il Convento di S. Salvatore, I frati francescani conventuali, i frati neri, dovettero abbandonarlo e lasciare per sempre Fucecchio.
Il fabbricato, il monastero di S. Salvatore, venne assegnato alle monache di S. Romualdo che avevano il loro Convento in Corso Matteotti.
La chiesa della Madonna della Croce, sulla sinistra di quella di S. Salvatore, venne successivamente acquistata dalle monache di S. Salvatore e trasformata in TINAIA. La sede, l’ospedale e la parte a piano terra della chiesa della Compagnia di S. Giovanni Battista, su disegno dell’architetto Giuseppe Vannetti, furono ridotti a CANONICA della Collegiata. La parte superiore della chiesa di S. Donnino, - della compagnia di S. Giovanni Battista – venne ridotta a sala capitolare per le riunioni del Capitolo della Collegiata ed è attigua alla sagrestia della Collegiata medesima.

 

Il 9 agosto 1783 il granduca Leopoldo I fece sapere al vescovo di S. Miniato che avrebbe soppresso tutte le Compagnie religiose della Terra di Fucecchio ad eccezione di quelle del SS Sacramento e della Misericordia e di valersi dei loro capitali per il rimborso della fabbrica della chiesa Collegiata e per le spese della riduzione della sede della compagnia di S. Giovanni Battista a Canonica della Collegiata medesima.

 

Il 29 agosto 1783 il Segretario di Stato Carlo Bensi ordinò al Marmorai di ingiungere al vescovo di S. Miniato di far trasferire le monache di S. Romualdo nell’evacuato Monastero di S. Salvatore sul Poggio Salamartano. Con la massima sollecitudine.
A questo punto alle Oblate di S. Romualdo non rimasero che queste alternative:
- trasferirsi nel Conservatorio di S. Salvatore;
- trasferirsi in un altro monastero del Granducato di Toscana;
- secolarizzarsi, ritornare cioè allo stato civile.
Qualcuna preferì ritornare allo stato civile; due o tre si trasferirono in altri monasteri; le altre si portarono nel Monastero di S. Salvatore per svolgere il loro servizio nel Conservatorio ( scuola per bambine e ragazze).

 

Il 18 settembre 1783 venne recapitata al funzionario Marmorai di Firenze una lettera del nostro vescovo Brunone Fazzi datata 17 settembre 1783.
Il vescovo chiedeva lumi sui disguidi che impedivano la vendita del Convento e dell’orto di S. Romualdo, posto nell’attuale Corso Matteotti, al signor Panicacci.
L’uomo di fiducia del sig. Panicacci era l’Operaio Candido Soldaini che aveva capeggiato due sollevazioni popolari contro il trasferimento delle Romualdine soppresse proprio nel 1783.

Prima ancora che le Romualdine fossero state trasferite in S. Salvatore, il Convento di S. Romualdo era già in ballottaggio fra molte persone interessate ad acquistarlo. Fra i concorrenti si mise anche il canonico Taviani che però non venne preso nemmeno in considerazione perché non era finanziariamente affidabile.
Interessatissimo all’acquisto si rivelò il dottor Agostino Panicacci che si era recato subito a S. Miniato dal Vescovo e si era dichiarato disposto ad acquistare tutta la fabbrica del monastero di S. Romualdo aumentandone la stima del 10%. Aveva promesso anche che, a stime fatte, avrebbe corrisposto un anticipo di 800 scudi.
Il vescovo, con quegli 800 scudi, avrebbe potuto saldare il debito di 500 scudi delle Romualdine e pagare i lavori per la riduzione a clausura del monastero di S. Salvatore.
E così fu.

 

Il 7 ottobre 1783 il vescovo di San Miniato, Brunone Fazzi, allo scopo di prevenirne la soppressione granducale, fece assumere alla confraternita dei Coronati Scalzi il titolo di Compagnia della Carità e Misericordia (siffatte compagnie non rientravano nel quadro delle soppressioni).
Pur restando inalterate le Costituzioni del 23.2.1712, proprie della Confraternita dei Coronati Scalzi, la nuova Compagnia si assumeva l’onere di dedicarsi alle opere di Carità e al trasporto decoroso delle salme con l’assistenza del parroco.
Il colore delle cappe, in occasione dei trasporti funebri, diventò nero come quello delle cappe della Misericordia di Firenze.

 

Il 22 ottobre 1783 il Gonfaloniere e i Priori del Comune di Fucecchio parteciparono alla Compagnia della Madonna della Croce la lettera del vescovo di S. Miniato datata 9 ottobre. Con questa lettera veniva emesso il decreto di SOPPRESSIONE della medesima Compagnia. Inoltre vi si notificava di procedere alla stesura degli inventari opportuni per quel luogo pio.
Questo il testo della lettera del vescovo di S. Miniato:

Egregio signor Gonfaloniere,
avendo avuto ordine dalla Reale Segreteria del regio Diritto di procedere alla soppressione della Compagnia di codesto luogo, lasciata la sussistenza di alcune ed in sequela disporre di una parte di quelle rendite che hanno a pubblico benefizio sono perciò in necessità di pregarla volermi passare le rendite delle due Confraternite della Croce e di S. Giovanni Battista con tutti gli oneri che seco portano a erogazione di dette rendite alfine di poter prendere le mie misure a scanso di abbagli e previe tali notizie per me necessarie dare esecuzione a quanto da S.A.R. mi viene ordinato. 
Monsignor Brunone Fazzi
L’Entrata della Madonna della Croce è di scudi 1.350.
Uscite……..”

Riscrive il vescovo al Gonfaloniere:

“ Non avendo veduto sue risposte in ordine a quanto le scrissi domenica “scadente” ho risoluto di portarmi costà Venerdì mattina qualora non sia mattinata piovosa. Perciò mi farà piacere di non assentarsi, affinché io non faccia un viaggio inutilmente.
Brunone Fazzi”

Il 3 gennaio 1784 fu recapitata alla nostra Magistratura comunale e la Vicario Regio la proposta del Granduca lorenese Leopoldo I° il quale sollecitava l’istituzione di un OSPEDALE nei locali del Convento di S. Salvatore, visto che i frati francescani conventuali – presenti in quel convento dal 1299 erano stati mandati via nel 1783. Il granduca voleva che ogni paese avesse un suo ospedale.
La proposta venne respinta con diverse motivazioni
sia dal Capitolo della Collegiata
sia dal Comune
sia dal Vicario Regio
sia dalla popolazione medesima.
Il Vicario Regio, di lì a poco, relazionò al Marmorai, segretario del Regio Diritto di Firenze, che in Fucecchio non poteva essere eretto un ospedale per i seguenti motivi:
1- le ENTRATE del Comune erano misere e prosciugate dalla costruzione della nuova Collegiata;
2- il Convento di S. Salvatore era stato occupato dalle suore del soppresso Monastero di S. Romualdo sito nell'attuale Corso Matteotti;
3- Il Capitolo della Collegiata, alle prese con le spese della costruenda nuova Collegiata, ora che era diventato proprietario del Convento di S. Salvatore, temeva di non potere usufruire dei benefici derivanti da tale proprietà;
4- I Fucecchiesi erano talmente abituati all’idea di essere ricoverasti, in caso di bisogno, nell’Ospedale di Pescia che non trovavano necessaria questa istituzione in loco;
5- La Compagnia del SS. Sacramento e quella dei Coronati scalzi, le uniche rimaste in vita dopo le soppressioni leopoldine del 1780, non erano disposte ad assumersi l’onere della erezione e della gestione di un ospedale.
(Masani pag. 222 e Appunti Masani )

 

Il 22 aprile 1784 l’arciprete della Collegiata, don Baccini, alla ripresa dei lavori per la costruzione della nuova Collegiata, dopo la sospensione invernale, trasmise al Granduca un supplica per ottenere l’autorizzazione a ridurre in canonica tutto il fabbricato della soppressa Compagnia di S. Giovanni Battista. La sede della Compagnia comprendeva:
la chiesa, l’appartamento del sagrestano, l’ospedale e gli uffici degli Operai.
Il Baccini, visto e considerato che la Compagnia era stata soppressa come tutte le altre (nel 1783) e calcolato che con la vendita dell’Organo e dei parati a muro della chiesa di S. Donnino (quella appunto della Compagnia) poteva racimolare la somma sufficiente per coprire le spese di riduzione del fabbricato in canonica che sarebbe stata contigua alla Nuova Collegiata, aveva fatto redigere i progetti di riduzione all’architetto Vannetti e poi, in data 22.4.1784, aveva spedito la supplica al granduca Leopoldo I.
La richiesta del Baccini suscitò un vespaio.
Il Comune ed il canonico Taviani si opposero tenacemente al progetto. L’Oratorio di S. G. Battista, data la sua origine secolare, anche se trasandato, rappresentava una testimonianza storica di valore insostituibile.
Firenze ed il vescovo approvarono, seduta stante, la richiesta del Baccini.
La concessione granducale e vescovile venne ripetutamente elusa dal Comune e dal Capitolo della Collegiata e i lavori di riduzione non partivano mai.
Il vescovo, di fronte a tanta pervicacia, scrisse al Granduca (15.10.1784) e al temerario canonico Taviani (30.10.1784).
Questa volta il Comune ed il capitolo si arresero.
Della sede della Compagnia sono rimaste le mura esterne. Della chiesa è rimasta la parte superiore con la volta a botte affrescata dal Bamberini.

 

Reca la data 8 giugno 1784 una preziosa MEMORIA sul complesso di S. Salvatore sito sul Poggio Salamartano. Queste le date salienti della MEMORIA.
Nel 1384, poiché la chiesa di S. Salvatore andava in rovina, allo scopo di restaurarla, il Comune autorizzò gli operai dell’OPA a vendere alcuni beni beni comunali a nome e con garanzia del Comune.
Nel 1428 venne fatta una Riforma dell’OPA. Poiché l’OPA non disponeva dei fondi necessari per la manutenzione della chiesa e del convento di S. Salvatore, vennero assegnati all’OPA la metà dei fondi e dei frutti che appartenevano allo spedale di Ser Giunta Staffoli e la metà di un credito di fiorini 30 che il Comune doveva avere da Giovanni degli Obizzi ed altri capitali.
Nel 1466 il Comune ordinò di dare ai frati conventuali di S. Salvatore 50 staia di grano per aver fatto pianellare la chiesa di S. Salvatore, col patto che dovessero far davanti alla chiesail tetto ed il PORTICO.
Nella Riforma dell’OPA del 1560 il Comune ordinò che gli Operai provvedessero alla chiesa, tetto, sagrestia e altre appartenenze di S. Salvatore affinché non andassero in rovina, anzi la mantenessero in buon ordine e provvedessero anche la chiesa di altari e paramenti e di tutto ciò che facesse bisogno per l’onore di Dio. Ordinò inoltre la manutenzione del tetto del campanile e delle campane.
Infine concesse a spendere quanto bisognava quanto figurava nell’avere e le Entrate medesime.

 

Il 29 luglio 1784, con Reale Consiglio, Monsignor Scipione de’ Ricci, vescovo di Pistoia, donò la parrocchia di S. Maria di Massarella all’allora vescovo di Pescia Monsignor Francesco Vincenti già Vicario Generale del vescovo di S. Miniato
L’ultima visita pastorale del vescovo di Pistoia monsignor Ippoliti nella Pieve di Massarella era stata fatta il 16 aprile 1779.

 

Il 21 agosto 1784 il Vicario Regio di Fucecchio approvò il progetto di costruzione della CANONICA della Collegiata utilizzando l’antico fabbricat0 che ospitava la sede, l’ospedale e l’Oratorio della Compagnia di S. Giovanni Battista nell’attuale piazza Garibaldi.

 

Il 9 settembre 1784 si partecipa che Sua Altezza si è degnato comandare che sia ridotto l’Oratorio di S. Giovanni Battista ad uso di Casa Canonicale per comodo dell’arciprete con volersi per tale effetto del ricavato di un organo e dei parati da muro delle represse Compagnie di S. Giovanni Battista e della Madonna della Croce e delle 900 lire della soppressa Compagnia di S. Rocco.
E se non bastasse, potrà impiegarvi anche il ricavato degli argenti inutili di dette soppresse Congregazioni.

 

Il 25 settembre 1784, al Vicario Regio che chiedeva con lettera del 15 settembre a chi apparteneva l’Oratorio di S. GIOBBE detto anche della Madonna dell’Umiltà, fu risposto che era di dominio diretto del Comune come appare dal libro delle delibere al 16 agosto 1617.

 

Il 5 ottobre 1784 il vescovo di S. Miniato scrisse al Martini, Segretario del Regio Diritto di Firenze, per notificargli il proprio consenso per la riduzione dell’Oratorio di S. Donnino di proprietà della soppressa Compagnia di S. G. Battista ad uso di CANONICA DELLA Collegiata.
L’iniziativa di ridurre l’Oratorio di S. Donnino a canonica era stata avanzata dall’arciprete Baccini il quale suggerì anche di reperire i fondi necessari tramite la vendita degli arredi della Compagnia e con l’usufrutto delle rendite della medesima Compagnia ( quella di S.G. Battista).
Il segretario regio lo autorizzò addirittura, nel caso che i soldi non fossero stati sufficienti, a vendere gli argenti della Compagnie soppresse ( S. G. Battista e Madonna della Croce).
L’Amministrazione Comunale si oppose fermamente al progetto di riduzione del complesso della Compagnia do S. G. Battista a canonica della Collegiata perché fermamente convinta del valore storico ed architettonico della sede e della chiesa della Compagnia che dovevano rimanere incorporate nella Collegiata.
Fu raggiunto un compromesso onorevole fra le due parti: la chiesa-oratorio di S. Donnino (così si chiamava la chiesetta della Compagnia di S. G. Battista) non sarebbe stata intaccata; si sarebbero acquistate delle case contigue all’oratorio per ridurle, insieme all’ospedale, alla sede ed all’abitazione del custode della Compagnia a CANONICA.
L’arciprete ebbe la sua canonica comunicante con la Collegiata ed il Comune riuscì a salvare la parte superiore della chiesa di S. Donnino, quella con la volta a botte affrescata dal Bamberini.

 

Il 29 aprile 1785 il ministro granducale Vincenzo Martini trasmise, a chiarimento del Motuproprio del 21.3.1875, trasmise agli ecclesiastici un rescritto per illustrare gli intenti che il granduca voleva perseguire con le soppressioni.
Tale rescritto indusse il vescovo di S. Miniato Brunone Fazzi a venire a Fucecchio per persuadere le 43 monache di S. Andrea a trasferirsi nel Convento di S. Salvatore dove già si trovavano le monache di S. Romualdo evacuate dal loro monastero posto in corso Matteotti e dove era già in funzione un Conservatorio per ragazze.
Le monache si rifiutarono di obbedirgli.
Nove mesi prima, e con gran pena, avevano optato per il Conservatorio in S. Andrea pur di non abbandonare il loro monastero: ora non se la sentivano proprio di abbandonare S: Andrea.
Fallito il tentativo del vescovo, ci si provò il cancelliere Frascaini.
Questi senza mezzi termini mostrò alle monache il MOTUPROPRIO nel quale si ordinava “ la assoluta soppressione del Monastero di S. Andrea”
A questo punto le povere monache dichiararono che avrebbero abbracciato il sistema del Conservatorio purché potessero rimanere nel loro monastero: cosa impossibile data la irrevocabilità della decisione sovrana
Le povere 43 monache dovettero cedere alla forza e vennero di forza trasferite nel fabbricato di S. Salvatore dove stavano per concludersi i lavori di ampliamento.

 

Il 21 marzo 1785, il granduca Pietro Leopoldo I decretò la soppressione di tutti i TERZ’ORDINI e ne proibiva le iscrizioni e le adunanze sotto minaccia di sopprimere gli ordini religiosi da cui dipendevano.
Venne naturalmente soppresso anche il Terz’ordine Francescano di Fucecchio.
Il Terz’ordine era stato istituito nel 1299, anno in cui i frati francescani conventuali vennero a stabilirsi nell‘ex monastero di S. Salvatore.
Il Terz’ordine, andato in declino, si rivitalizzò all’arrivo dei frati francescani osservanti nel Convento La Vergine delle Cinque Vie negli anni 1618-1619.
Conobbe un periodo di grande fecondità ed espansione al tempo del guardianato di padre Teofilo da Corte (1736-1740): vi si iscrissero 150 uomini.
Il Terz’ordine poté riprendere la propria attività nel 1791.
Fu nuovamente soppresso dalla dominazione Napoleonica(1799-1814).
Nel 1817 poté riprendere ancora la sua attività.
Venne nuovamente soppresso dal Regno d’Italia nel 1866. 

Il 21 marzo 1785 un Motu Proprio del Granduca Leopoldo I intimò ad ogni monaca di qualsiasi monastero di scegliere a scrutinio segreto, in cedola, fra il sistema dei CONSERVATORI (scuola per fanciulle) e quello della vita in Comunità.
Le nostre monache nere, le clarisse di S. Andrea, avevano già espresso la loro preferenza. 
La Deputazione dei Monasteri, temendo i dissidi che sarebbero sorti fra monache Romualdine e monache Clarisse, qualora fossero state sistemate tutte quante in S. Salvatore chiesero alle monache di S. Andrea se erano disposte a trasformare il loro monastero in Conservatorio.
Le 43 monache così votarono:
20 monache optarono per la vita in comunità.
23 monache votarono per il Conservatorio.
Le 20 clarisse sfavorevoli al Conservatorio, di lì a poco, si pentirono della loro scelta e, anziché trasferirsi in altri monasteri, rimasero in quello di S. Andrea. 
Ma il Motu Proprio del 21 marzo 1785 turbò di nuovo la serenità delle clarisse che dopo poco tempo vennero forzosamente evacuate dal loro monastero e trasferite in quello di S. Salvatore dove da due anni si trovavano già le Romualdine.

 

Il 2 gennaio 1786 un sovrano Motuproprio confermò i Capitoli generali delle Costituzioni della Compagnia del SS. Sacramento che erano stati siglati il 22 marzo 1783. Con questo Motuproprio venivano ribadite le proibizioni che il Regio Diritto aveva aggiunto ai Capitoli.
Venivano infatti proibite sia la questua fuori delle chiese e segnatamente nei giorni di mercato sia la multa ai fratelli che contravvenivano alle norme.
L’arciprete pretese che la cassetta dell’accatto in chiesa doveva essere serrata con due chiavi diverse e che una di esse doveva essere consegnata a lui.
Siccome il Motuproprio permetteva alla Compagnia di questuare in tutta l’estensione ed in ciascuna cura per il “doppio oggetto della Carità cristiana verso Dio e verso il prossimo “, l’arciprete Baccini impugnò la legittimità del decreto granducale che era in aperto contrasto con le leggi ecclesiastiche e proibì alla Compagnia la questua in chiesa nei giorni festivi e pretese addirittura di controllare i soldi questuati regolarmente dai confratelli.
I confratelli della Compagnia protestarono epistolarmente presso il Segretariato del Regio Diritto il quale non prese nessun provvedimento.
Le Costituzioni della Compagnia vennero riformate un secolo dopo, ma non vennero approvate dall’arciprete della Collegiata che vedeva nella Compagnia un concorrente temibile in quanto gli sottraeva le “elemosine”. ( Masani pag. 226 )

 

Da una MEMORIA del canonico Giulio Taviani del 1786 si apprende che il terreno sopra il quale venne edificata la BADIA di S. Salvatore (986) nei presso del Ponte di Bonfiglio è quello stesso che possiede Casa ALEOTTI, contiguo alla via che va al Ponte d’Arno e dall’Aleotti comprato insieme ad altre terre dalle monache di Gattaiola di Lucca nell’anno 1626.

 

Il 5 luglio 1786 il vescovo di S. Miniato scrisse una lettera al nostro Comune nella quale faceva intendere “ essere nella determinazione di sopprimere le due chiese della Ferruzza che sono d’occasione al popolo di allontanarsi dalla chiesa parrocchiale.”
Il Magistrato comunale, dopo serie riflessioni, assicurò il vescovo “ che l’Oratorio della Ferruzza non è d’occasione che il popolo nei dì festivi stia lontano dalla Parrocchia, giacché quivi si celebra la Messa dopo la parrocchiale. Del resto il Comune è disposto anche ad ordinare che invece della domenica vi si celebri solo le feste e le solennità dell’anno. Si aggiunga che col tempo la chiesa delle Ferruzza potrà occorrere per erigervi una parrocchia, giacché la popolazione di Fucecchio cresce di circa 100 persone annualmente, ed al presente arriva a 5.062 anime, onde non sembra possibile che con una sola parrocchia si possa andare molto avanti.
Piuttosto che profanare l’Oratorio della Ferruzza di cui per tanti motivi si reclama l’esistenza, il Comune proporrebbe la profanazione dell’Oratorio di S. Giobbe (contiguo all’ex Porta della Valle), convertendolo in stanza mortuaria, per cui non può trovarsi luogo più adatto e sarebbe di universale gradimento.”
Nel paese vivevano 2.682 persone. La parrocchia della Collegiata comprendeva anche la campagna circostante al paese.

 

Il 27 luglio 1786 l’impresario edile Aleotti stilò l’atto di consegna al Comune del PRIMO CIMITERO PUBBLICO di Fucecchio.
Sei anni prima, il 21.09.1780, il governo del granduca lorenese Leopoldo I aveva invitato il nostro Comune a costruire un cimitero a sterro fuori e lontano dal centro abitato.
Poiché i nostri amministratori avevano disatteso quell’invito, il governo granducale intimò al Comune di Fucecchio di costruirlo in breve tempo, proibendo nel frattempo la sepoltura delle salme ni cimiteri delle Compagnie religiose.
Il dott. Melani ebbe l’incarico di reperire un terreno idoneo per realizzarvi il cimitero pubblico. Il Melani setacciò tutta la periferia del paese, resistette alle pressioni dei proprietari dei terreni interessati alla vendita del loro terreno e alla fine segnalò l’appezzamento “vitiato” accanto all’attuale Villa Nieri sulla Via Pistoiese.
Il Comune ne deliberò l’acquisto.
L’asta dei lavori fu aggiudicata nel 1784 all’impresario Aleotti.
Erano stati necessari due anni di lavoro ed una spesa di 805 scudi.
La Commissione di controllo di Firenze, sempre nel mese di luglio, dichiarò INAGIBILE questo primo cimitero pubblico perché il terreno era troppo argilloso.
Fu necessario rimuovere il terreno e mescolarlo con un cospicuo numero di barrocci di rena.
Anche questa operazione si protrasse per due anni
Il cimitero venne consacrato dal vescovo di S. Miniato soltanto il 13 aprile 1788.

 

L’1 settembre 1786 risultano già venduti a Michele Gori l’Oratorio e il Tabernacolo della FERRUZZINA che furono messi all’asta.
Infatti il Consiglio Comunale, in data 8 maggio 1786, aveva accolto la proposta di vendita avanzata dal Soprassindaco.
Tale Oratorio e Tabernacolo si trovavano fuori della Porta Lucchese, all’attuale incrocio tra Viale Colombo e Viale Bonaparte in corrispondenza del Bar Columbia, ed era corredato di un terreno di braccia 498 e soldi 10.

 

Il 5 settembre 1786 venne siglato l’atto di acquisto del terreno su cui venne edificato il primo CIMITERO PUBBLICO di Fucecchio, quello che attualmente si trova in prossimità della Villa Nieri, sulla via Pistoiese a circa cento metri di distanza dal 2° cimitero pubblico del nostro paese.
Il granduca aveva invitato cortesemente il nostro Comune, nel 1780, a realizzare un cimitero pubblico. Il Comune cestinò l’invito su sollecitazione del clero locale.
Nel 1783 il Granduca ci intimò di edificare un cimitero pubblico.
I nostri amministratori, dopo aver esaminato una lunga serie di appezzamenti di terreni posti nelle adiacenze del capoluogo, optarono per il terreno VITIATO e PIOPPATO dei fratelli Banti, Pietro e Giovanni. Questi due fratelli fecero un affare d’oro. Per arrivare alla stesura dell’atto di acquisto il Comune dovette adire le vie legali. Le condizioni e le somme che i nostri amministratori dovettero sottoscrivere furono pesantissime.
Il Comune dovette sborsare 200 scudi ai fratelli Banti e 98 scudi alla soppressa Compagnia della Madonna della Croce cui spettava il dominio diretto del terreno; ottennero il dominio utile del terreno; ottennero consistenti sgravi fiscali e il diritto di prelazione sul terreno circostante al cimitero.
Il Comune, come dulcis in fundo, dovette pagare anche le spese processuali.

 

Il 14 dicembre 1786 il nostro vescovo Brunone Fazzi avanzò epistolarmente una richiesta al Ministro Martini affinché gli fossero rilasciati due cimeli della venduta chiesa di S. Andrea. Questo il testo della lettera:
“Dovendosi vendere la chiesa di S. Andrea di Fucecchio unitamente all’evacuato monastero, ardirei supplicare la clemenza sovrana volersi far la grazia di accordarmi il CIBORIO di marmo di quello altare Maggiore con i due gradini giacché non può apportare a diminuzione di prezzo per quella fabbrica per collocarlo a mie spese sopra l’altare di questa Cattedrale dove si conserva l’Augustissimo sacramento essendovi un ciborio di legno veramente vergognoso ed intarmato.
E proporrei mi fosse consegnato il QUADRO di detto Altare Maggiore che rappresenta S. ANDREA da doversi collocare nella nuova chiesa che penserei si erigesse a nome del detto apostolo considerando che anche questo quadro non può fare variazione veruna.”

 

Il 27 marzo 1787 il granduca lorenese Pietro Leopoldo I onorò Fucecchio di una sua visita. La GAZZETTA TOSCANA riportò così l’avvenimento:
“ Alle ore 2,15 dopo mezzogiorno con previo avviso giunse felicemente da Pisa in questa Terra Sua altezza Reale incontrato dal clero e dalle persone principali del luogo e dal Popolo. Sua Altezza Reale, smontato da cavallo nella Piazza superiore fu ricevuto dal Vicario Regio, dai Ministri del tribunale e dal Cancelliere comunitativo, con essi si portò a vedere il soppresso Monastero di S. Andrea, indi la nuova chiesa Collegiata la quale per eleganza e maestria del disegno e felice esecuzione ha meritato gli encomi del Sovrano.
Passò di lì alla chiesa di S. Salvatore ove fu ricevuto dal Capitolo e quindi nel Conservatorio di S. Romualdo (oggi S. Salvatore) ad osservare i nuovi stabilimenti per il più decente comodo della Religione e della Scuola e finalmente si trasferì al Palazzo Pretorio ove pranzò e nella sera ebbe la clemenza di ascoltare le suppliche di cento persone fino a notte inoltrata e nella mattina seguente circa le ore 7 prese il cammino verso S. Miniato avendo a tutti dimostrato gli affetti profondi del suo cuore”
Un mese dopo liberò il Convento di S. Salvatore da ogni obbligo i tasse e lo destinò a CONSERVATORIO DI EDUCAZIONE E SCUOLA PER LE RAGAZZE DEL PAESE. 29.04.1787
(Masani pag. 226)

 

Il 29 aprile 1787 il granduca Leopoldo I prese tre importanti decisioni per il monastero di S. Salvatore:
1- Autorizzò la traslazione delle ossa dei defunti dal soppresso monastero di S. Andrea in quello di S. Salvatore. La traslazione, per volontà del sovrano, venne effettuata di notte.
2- Poiché al granduca stava “ a cuore la buona educazione delle fanciulle dalla quale nasce in progresso di tempo un bene considerevole alle famiglie e allo stato” liberò il convento di S. Salvatore da ogni obbligo di tasse.
3- Destinò il convento di S. Salvatore a “ Conservatorio di educazione e Scuola per le ragazze del paese”.

 

Il 30 maggio 1787 il vescovo Brunone Fazzi rispose ad una missiva del sacerdote Benvenuti confessore delle monache ROMUALDINE trasferite fin dal 1783 nel Monastero di S. Salvatore.
Poche settimane dopo questa lettera del vescovo, le ROMUALDINE , temendo per la loro vita (si legga la loro lettera nell’almanacco del 26 giugno 1787), abbandonarono per sempre Fucecchio. Fu così che il Monastero di S. Salvatore rimase nelle mani delle clarisse dell’ex monastero di S. Andrea.
Questo il retrostoria della penosa vicenda.
Nel 1783 le Romualdine, per effetto del decreto di soppressione del loro Monastero posto in Corso Matteotti, ora giardino Bombicci ed avendo accettato di far le maestre nel Conservatorio per ragazze nei locali di S. Salvatore, furono trasferite nel Monastero di S. Salvatore dal quale erano stati evacuati poche settimane prima i frati conventuali di S. Francesco che vi avevano dimorato dall’anno 1299.
Nel 1785 le 43 monache del monastero di S. Andrea vennero evacuate forzosamente e trasferite nel Monastero di S. Salvatore. Il Monastero e la chiesa di S. Andrea vennero immediatamente venduti al sig. Montanelli per la ragguardevole somma di 4.368 scudi.
La convivenza fra u due gruppi di Monache, le Romualdine e le Clarisse, si rivelò subito assai difficile. Nacquero dei dissidi insanabili fomentati a bella posta dal canonico Giulio Taviani.
1- la presenza di due badesse che volevano comandare e non obbedire;
2- le condizioni di maggior agiatezza delle clarisse;
3- il campanilismo del popolo fucecchiese tutto schierato dalla parte delle monche nere (le clarisse di S. Andrea)
esasperarono tal punto le ROMUALDINE da indurle a minacciare ripetutamente di voler abbandonare il monastero di S. Salvatore come attestato dalla lettera scritta dal loro confessore Benvenuti al vescovo di S. Miniato. E l’esodo delle Romualdine tanto desiderato dalle clarisse avvenne proprio in questo 1787.

 

Il 25 giugno 1787, con questa lettera indirizzata all’ex confessore don Benvenuti, la priora e le altre monache romualdine lasciarono per sempre il Monastero di S. Salvatore di Fucecchio:

“ Mi farà la finezza di fare noto a Monsignore la mia partenza insieme con suor Gertrude e suor Colomba e che io assolutamente non ci potevo più stare temendo ancora la vita mia e delle altre ché se io ho avuto un profondo silenzio e lassato fare ciò che vogliono, io credo che non sarei viva sicché vivere con timore e ogni momento dubitare di affronto e vivere da disperati sicché se le contingenze presenti mi hanno portato, la vita è cara a tutti e il medesimo lo dico per parte di suor Benedetta che più di me può temere. La medesima va a Montopoli.”

Le romualdine, dette anche oblate bianche avevano il loro monastero, fino al 1783, nell’attuale Corso Matteotti.
Nel 1783 il loro monastero venne soppresso dal Granduca Leopoldo I. Siccome si dichiararono disposte ad esercitare il ruolo di insegnanti per bambine e ragazze, vennero trasferite nel convento di S. Salvatore da cui era stati mandati via i frati francescani conventuali e nel quale era stato allestito un CONSERVATORIO ( scuola ) per ragazze.
Due anni dopo, nel 1785, nel medesimo convento di S. Salvatore vi vennero trasferite anche la quarantina di suore clarisse che vivevano nel monastero di S. Andrea in piazza dell’Ospedale. Anche il Monastero di S. Andrea era stato soppresso.
La convivenza fra le due famiglie di monache non fu facile. Le clarisse fecero pesare sulle romualdine la loro superiorità numerica e soprattutto la loro superiorità finanziaria.

 

Il 30 giugno 1787 il granduca Leopoldo I dette un incarico all’architetto Fallani Bernardo per sapere 
“…. se sia possibile e come possa farsi la diminuzione della chiesa del Conservatorio di S. Salvatore inutilmente vasta per cavare dei maggiori comodi per detto Conservatorio.”
Il Fallani venne a Fucecchio il 18 luglio per esaminare la possibilità di sfruttamento della chiesa secondo i voleri dl granduca.
Il 10 agosto il Fallani spedì la sua relazione all’Operaio del Conservatorio di S. Salvatore, Candido Soldaini Marchiani.
Fortunatamente per noi e per la nostra chiesa di S. Salvatore la relazione del Fallani fu negativa
Il Fallani spiegò che per rimpiccolire la chiesa occorreva fare un coro pensile e che la spesa periziata sarebbe stata di 2.500 scudi. Il convento si sarebbe arricchito di sole 3 celle o camerette per monache di clausura.
Intanto i Fucecchiesi si auspicavano, ora che era stato accantonato il progetto del rimpiccolimento della chiesa di S. Salvatore, che fosse autorizzata la costruzione del nuovo campanile della Collegiata visto che l’accesso al campanile di S. Salvatore era incorporato nel Conservatorio

Il 17 luglio 1787 gli Anziani del Comune, dopo aver fatto effettuare un sopralluogo a due suoi incaricati, concessero all’Operaio di S. Salvatore Candido Soldaini il permesso di demolire 9 braccia del Loggiato del Convento di S. Salvatore (e non della chiesa) così come era sto richiesto dalle monache clarisse di S. Andrea che erano subentrate ai frati conventuali e alle Oblate Bianche o Romualdine che vi erano state trasferite nel 1783.
Gli Anziani concessero il permesso a condizione che le spese di demolizione fossero coperte dal CONSERVATORIO di S. Salvatore.
Il Monastero o convento aveva assunti la denominazione di CONSERVATORIO perché il fabbricato era stato ridotto a Scuola ( Conservatorio) per bambine e ragazze di Fucecchio.

 

Il 20 luglio 1787 il Comune, considerando che la Nuova Collegiata era già ridotta al grado di potersi uffiziare nel prossimo mese di agosto o di settembre e che sarebbe stato incomodo grande servirsi del campanile di S. Salvatore, distante dalla parrocchiale e per andare al quale dovevasi passare per un sotterraneo che fino ad allora era servito da CIMITERO; sarebbe stato nella determinazione , col consenso sovrano, di costruire il CAMPANILE ad uso parrocchiale dove era stato fatto per tale fine il fondamento di quello allorché fu principiata la fabbrica, ed altro non sarebbe mancato se non alzare i muri di quel quadrato sopra i tetti della chiesa.
Dopo tutto così si sarebbe lasciato il CONSERVATORIO (monastero di S. Salvatore) nella sua totale libertà, giacché diversamente sarebbe stato sempre dominato dalla vosta di persone addette all’impiego di campanaio.
Il sovrano non accolse la richiesta.
Si deliberò allora di fare le scale per raggiungere la cella campanaria del campanile di S. Salvatore. La spesa periziata fu di 770 lire.

 

Il 26 agosto 1787 l’ingegnere granducale Diodato Ray, incaricato di accelerare i lavori di ampliamento del monastero di S. Salvatore, trasmise a Firenze una relazione nella quale notificava quanto segue:
1) le celle disponibili nel monastero erano soltanto 24, in numero quindi inferiore al numero delle clarisse ( nel 1785, quando furono trasferite dal Monastero si S. Andrea in quello di S. Salvatore erano addirittura 43),
2) occorrerebbero almeno altre 6 celle
3) sarebbe opportuno tamponare due lati del chiostro (quelli che davano sul Poggio Salamartano) per ottenere i locali del Conservatorio o scuola femminile (attualmente vi si trovano il parlatorio delle clarisse ed il Bar del MCL) Chiudendo questi due lati si sarebbe ottenuta una clausura perfetta. Non sarebbe stato più possibile entrare nel chiostro né dal Poggio Salamartano né dall’interno della chiesa dove era già stata tamponata una porticina d’accesso al chiostro.
4) Suggerì infine di tamponare le due porticine ai lati dell’altar maggiore di accesso al coro. Dal presbiterio nessuno sarebbe potuto entrare nel coro.
5) Le monache sarebbero potute entrare nel coro se fosse stata aperta una porta in corrispondenza dello scanno centrale del medesimo. L’accesso al coro sarebbe risultato così interno al monastero.
6) Il comunicatorio poteva essere realizzato nella stanza posta sulla destra dell’altar maggiore.

 

Il 15 settembre 1787,tenuto conto che l’apertura della Nuova Collegiata sarebbe coincisa con la festa di S. Candido, il Consiglio Comunale deliberò di deputare due persone con la facoltà di procurare la VORSA DEL PALIO, FUOCHI ARTIFICIALI e provvista di cera (candele).
Venne deliberato anche che nella Piazza Pubblica del paese (Vittorio Veneto) ci fosse un luogo per le lettere con buca esterna per cui si potessero introdurre in una cassetta le lettere da spedire.
Tale buca doveva recare lo stemma del Comune e l’iscrizione “Buca per lettere: partono il lunedì e il giovedì di ogni settimana dopo il mezzodì”.
Il procaccia avrebbe percepito il solito emolumento e cioè una CRAZIA fiorentina per ogni lettera consegnata al destinatario.

 

Il 3 ottobre 1787 venne consacrata la NUOVA COLLEGIATA edificata sull’area della vecchia Pieve di S. Giovanni.
La demolizione della vecchia Pieve iniziò nel 1780.
La posa della prima pietra avvenne il 18 agosto 1780. I lavori vennero subito sospesi perché mancava l’approvazione granducale.
L’urna di S. Candido era stata portata nella nuova chiesa di S. Andrea e poi in quella di S. Salvatore.
L’approvazione granducale arrivò nel 1781 e poi nel 1782 quando il Comune ed il Capitolo della Collegiata concordarono sulla posizione della facciata della nuova chiesa che doveva essere rivolta verso la Piazza anziché verso il Monte Serra. 
Come contropartita il Granduca Leopoldo I decretò:
- la soppressione delle Compagnie della Madonna della Croce e di S. Giovanni Battista i cui beni sarebbero stati incamerati per coprire sia pure parzialmente le spese per l’erigenda chiesa;
- la proibizione della costruzione del campanile per la Nuova Collegiata,
- l’ingiunzione di utilizzare come campanile della Nuova Collegiata quello di S. Salvatore che venne formalmente ceduto al Capitolo della Collegiata.
Il lavori vennero ancora una volta sospesi per demolire sia il campanile della vecchia Collegiata, quello dipinto dal Tondoli, sia l’Oratorio di S. Rocchino la cui area venne incorporata nella Nuova Collegiata.
Prima della ripresa dei lavori venne scelto definitivamente il progetto dell’architetto Vannetti, nominato anche capomastro dei 40 operai che edificarono il fabbricato,
Nel 1784 fu deliberata anche la riduzione della sede, dell’ospedale e della chiesa della compagnia di S. Giovanni Battista a CANONICA della Collegiata.

 

Il 18 ottobre 1787, il granduca, in risposta all’istanza del Comune di Fucecchio con la quale gli si chiedeva nuovamente il permesso di costruire in un angolo della Nuova Collegiata il campanile, rispose seccamente:
“ Si stia agli ordini!”
E dovendo stare agli ordini, si deliberò di fare la scala di accesso al campanile della chiesa di S. Salvatore che il Granduca aveva ceduto alla Collegiata.
All’architetto Vannetti venne commissionato il progetto per la scalinata d’accesso al campanile di S. Salvatore. 
Il Vannetti allegò al progetto anche la perizia, cioè il costo di questa operazione: 770 lire.

 

In data 12 gennaio 1787 il granduca comunicò al vescovo monsignor Fazzi di avere accolto la richiesta.
Pochi giorni dopo il CIBORIO e il QUADRO di S. ANDREA finirono a S. Miniato.

 

Il 13 aprile 1788 venne consacrato dal vescovo di S. Miniato il primo cimitero comunale di Fucecchio, posto in via Pistoiese.
L’impresario Aleotti l’aveva consegnato al Comune il 27 luglio 1786, dopo due anni di lavoro.
Dichiarato inagibile dalle autorità fiorentine perché il terreno era troppo povero di rena, entrò in funzione due anni dopo.
Il Comune, dopo lunghe pressioni esercitate dagli organi centrali ( nel 1781 e nel 1783) aveva deliberato l’acquisto del terreno nel settembre del 1784. L’atto di acquisto, però, fu suggellato il 5 settembre 1786. Si spesero 298 scudi.
È presumibile che il seppellimento delle salme sia iniziato nel 1788. 
Il cimitero ebbe un’esistenza travagliatissima. Restò in funzione fino al 30 dicembre 1884.
Cinque anni prima, e precisamente il 20 maggio 1879, il Consiglio Provinciale di Sanità lo aveva dichiarato antigienico che equivaleva ad inagibile.

 

Il 17 aprile 1788 venne interrogato il Governatore della Compagnia della Carità della parrocchia di Fucecchio per sapere con quale metodo sarebbero stati da detta Compagnia portati i cadaveri 
dei defunti al cimitero.
Il Governatore rispose che il compito della compagnia consisteva nell’accompagnare (trasportare) il defunto dalla propria abitazione alla chiesa e, da questa, alla stanza mortuaria.
Inoltre il Comune volle sapere, prima di prendere provvedimenti per l’interro dei cadaveri nel cimitero pubblico benedetto quattro giorni prima, il 13 aprile 1788, se la Compagnia voleva o no eseguire quanto prescritto nelle di lei costituzioni.
Avutone il consenso il comune prese questi due provvedimenti:
1- L’Oratorio di S. Giobbe, posto sul lato destro della Porta della Valle, in fondo al selciato dell’attuale via Mario Sbrilli, venne destinato a STANZA MORTUARIA, comoda perché si trovava sul percorso del cimitero pubblico.
2- Assegnarono al Provveditore alle strade il compito di far preparare nel Camposanto le buche per l’interro dei cadaveri conformemente a quanto stabilito da Regolamento Mortuario redatto dal nostro Comune.

 

Il 19 settembre 1788 il granduca Leopoldo I soppresse l’OPA (Opera del Comune equivalente ad un Consiglio di Amministrazione che doveva provvedere alla manutenzione e all’abbellimento del complesso di S. Salvatore –chiesa, monastero ed orto) che era stata istituita formalmente il 14 febbraio 1374.
Il Motuproprio del Granduca ordinava che l’OPA fosse incorporata con le sue entrate, ragioni e diritti dal Capitolo della Collegiata.
Il Motuproprio diventò esecutivo a partire dall’8 agosto del 1789.
Il 15 gennaio 1790 il canonico Taviani, cancelliere del Capitolo della Collegiata, nel redigere l’inventario degli arredi dell’OPA credette di avere reperito la mitra ed il pastorale di S. Pietro Igneo: non era vero. L’elenco delle tavole da altare e degli argento è interminabile.
Il 2 giugno 1790 venne stilato l’atto di cessione dell’OPA al Capitolo della Collegiata.

 

Il 23 luglio 1789 il Comune dovette ricorrere a certe restrizioni e a certe vendite per estinguere i debiti contratti per la costruzione della Collegiata, per lo studio dei progetti di bonifica del Padule e per la restituzione dei 1000 scudi ai Monti di Pietà entro il febbraio 1790.
Il Comune pertanto deliberò:
1- di ridurre lo stipendio dei Magistrati da 10 a 5 scudi e quello dei membri del Consiglio Generale da 17 a 7 scudi;
2- di ridurre i seguenti salari annui a partire dal 1° marzo 1790: 
quello del medico da 135 a 120 scudi - quello del cerusico da 50 a 45 scudi
quello dei maestri da 100 a 70 scudi - quello dei becchini da 86 a 80 scudi
quello dell’orologiaio da 14 a 12 scudi - quello del donzello da 30 a 25 scudi.
3- di vendere i seguenti immobili:
le due stanze della cancelleria che servono da stalle
il fabbricato della medioevale scuola nella Piazza (Vittorio Veneto)
la chiesa di S. Giobbe con stanza mortuaria ( in fondo a Via Mario Sbrilli - lato destro)
le due groose campane che si trovavano nella cancelleria.
La chiesa di s. Giobbe fu acquistata dal Banti per 150 scudi. Le stalle della cancelleria furono comprate dal Vannucci per 132 scudi. Il fabbricato della scuola non fu venduto.

 

L’8 agosto 1789 diventò operante il Motuproprio granducale del 19 settembre 1788 con il quale veniva soppressa l’OPA, Opera o gruppo di persone nominate dal Comune con l’incarico ed il potere di amministrare i beni del monastero e di provvedere alla manutenzione della omonima chiesa.
L’OPA con le sue entrate, ragioni e diritti fu incorporata dal Capitolo della Collegiata come prescritto dal Motuproprio.
L’OPA era sorta nel 1374 per volontà del Comune onde provvedere alla manutenzione della chiesa di S. Salvatore.
Con l’andare del tempo l’OPA diventò una forza morale ed economica di primo piano divenendo il fulcro di interessi artistici e spirituali della nostra Fucecchio.
Per merito di essa ci arricchimmo di quadri pregevolissimi, di opere architettoniche, ma soprattutto di memorie grazie ai registri dove con puntualità e meticolosità venivano registrate le spese e verbalizzate le riunioni degli Operai dell’OPA.

 

Il 19 agosto 1789, due anni dopo l’inaugurazione della nuova Collegiata, il Comune di Fucecchio non potendo provvedere alla manutenzione della medesima per l’eccessivo dispendio di denaro, supplicò il Sovrano di sgravare il Comune di tal peso Il Comune suggerì che alla Collegiata provvedesse l’Opera di S. Salvatore. Si propose inoltre di sopperire alle spese di manutenzione della Collegiata unendo i fondi dell’Opera e quelli del Capitolo della Collegiata.
Il Granduca, allora, in data 9 novembre 1789 soppresse l’Opera di S. Salvatore ed ordinò che fosse incorporata al Capitolo della Collegiata con tutte le entrate, le ragioni e i pesi allo scopo di poter provvedere e alla manutenzione della Collegiata e alle rifiniture da eseguirsi a favore dell’edificio medesimo.

 

Il 10 settembre 1789 ci fu il primo scontro di quella che venne chiamata la GUERRA DEL GRANO. 
Le carestie erano frequentissime. Il raccolto del grano nel 1789 era stato ottimo nella nostra zona. Ora bisognava impedire che gli incettatori forestieri ce lo portassero via . Furono costituite allora volontariamente delle SQUADRACCE anti-ricettatori.
Proprio la mattina del 10 settembre giunse voce ai fratelli Rosati che per la via delle Calle certi ricettatori lucchesi stavano caricando il grano alla casa del Gori e a quella di Taccino. I fratelli andarono a constatare, ritornarono in paese e avvertirono una diecina di fucecchiesi.
I lucchesi se ne erano andati con i barrocci carichi. La squadraccia fucecchiese li inseguì e li raggiunse a Galleno davanti alla casa dei fratelli Cristianini.
Il grano venne buttato a terra. Intervennero allora i fratelli Cristianini con alabarde e falcioni. I lucchesi ne approfittarono per fuggire; ma anche i fucecchiesi scesero a più miti consigli e se ne ritornarono a Fucecchio con la rabbia in corpo. Il grano era stato salvato.
Le squadracce si resero protagoniste di altri scontri. 
Le donne, più esasperate degli uomini, accusarono apertamente il Vicario Regio (Pretore e Questore) di intempestività.
Poiché i disordini aumentavano, il Vicario regio mise in prigione i più facinorosi.
E l’ORDINE fu ristabilito.

 

Il 3 dicembre 1789 venne redatto dall’OPA (consiglio di amministrazione della chiesa di S. Salvatore) il seguente consuntivo contabile delle USCITE:
- 6 staia di grano scudi
- Per la solita offiziatura scudi 50
- Al prete organista scudi 28
- 1 barile di olio per la lampada votiva scudi
- Al predicatore della Quaresima scudi 14
- A chi suona le Tre Ore scudi 4
- Ai frati che cantano la Messa novella scudi 4
- Al predicatore del Giovedì Santo scudi
- Per la Compagnia della Vergine Maria scudi 14
- Per la Compagnia di S. Giovanni Battista scudi 14
- Per offiziatura della Compagnia della Madonna della Croce scudi 126
- Per Uffizio dei morti scudi 7
- Per predicatore della Pieve scudi 28
- Per la cera scudi 30
- Per paramenti, arredi liturgici, fune del campanile, restauro campane e campanile……..

 

Il 29 dicembre 1789 il vescovo di S. Miniato Brunone Fazzi partecipò al nostro Comune le seguenti prescrizioni granducali:
- “ che sia sospesa fino a nuovo ordine l’erezione della nuova cura (parrocchia) già approvata in località detta di S. Pietro (S. Pierino) e che piuttosto siano fatti prontamente diversi lavori per riattivare l’Oratorio sotto detto titolo e la casa che gli rimane annessa dove dovrà risiedere costantemente il Cappellano Curato sotto la dipendenza dell’arciprete di Fucecchio. Che al Cappellano suddetto sia assegnata l’annua provvisione di scudi 60 sulla cassa del patrimonio ecclesiastico.
- che la soppressa Opera laicale di S. Salvatore di Fucecchio è riunita e d incorporata con tutte le sue entrate, ragioni, diritti, pesi ed aggravi al Capitolo della Collegiata.

 

L’8 gennaio 1790 ci fu una riunione dei rappresentanti del Comune e del Capitolo della Collegiata.
Nel corso di questa riunione venne decisa la costruzione di una grandiosa SCALINATA di accesso alla nuova Collegiata inaugurata il 3 ottobre 1787, a spese del Comune. Fu convenuto di indire un concorso fra tutti gli architetti che avessero voluto prendere parte a quest’opera. Nel frattempo sarebbe stata realizzata una scalinata provvisoria in mattoni, dato che l’accesso alla Collegiata da Piazza Vittorio Veneto era assicurato soltanto da una viottola che correva lungo l’attuale palazzo Barnini ( quello sulla sinistra della scalinata )
La delibera venne resa esecutiva soltanto a distanza di 34 anni, nel 1824.
Nel 1822 l’ingegner Kind aveva rettificato la Piazza (Vittorio Veneto) ingrandendola per renderla di maggior comodo per i mercati.
I progetti relativi alla grandiosa SCALINATA, presentati nel 1824, furono molteplici, ma ognuno di essi scatenò una ridda di proteste e di rifiuti inimmaginabili. Le famiglie Banti e Montanelli, proprietarie dei fabbricati posti lungo la scalinata, adirono addirittura le vie legali tramite querele. Il nostro Gonfaloniere ( sindaco) non sapeva più a quale santo rivolgersi per venire a capo di questa vicenda. L’addetto del Granduca abrogò addirittura tutti i disegni della SCALINATA che gli erano stati portati in visione.
Il Consiglio Comunale, esasperato, si rivolse all’ingegner Carraresi che disegnò la scalinata in pietra così com’è attualmente. Il suo progetto non venne contestato da nessuno. Finalmente la GRANDIOSA SCALINATA, nel 1824, divenne una realtà. (Masani pag. 231)
In una particola del contratto dell’8 gennaio 1790 risulta che il possesso della chiesa e del campanile di S. Salvatore è passato al Capitolo della Collegiata.
Infatti con il Motuproprio granducale del 9 novembre 1789 venne soppressa l’Opera di S. Salvatore che amministrava la chiesa e il campanile di S. Salvatore. L’Opera di S. Salvatore per effetto di quel Motuproprio venne surrogata dal Capitolo della Collegiata che ne incorporò anche tutti i beni.
La proprietà della chiesa e del campanile di S. Salvatore passò al Capitolo della Collegiata come successore nei beni della soppressa Opera di S. Salvatore.
(p. Vincenzo Checchi- Quaderno C)

Il 15 gennaio 1790, il canonico Taviani, nel fare l’inventario degli arredi dell’OPA di S. Salvatore che dovevano passare alla Collegiata (l’OPA era stata soppressa il 19.9.1788), si accorse che la “Mitra e il Pastorale di S. Pietro Igneo munita di cristalli” erano rimasti nelle mani delle monache clarisse subentrate nel 1785 ai padri conventuali e alle romualdine.
Il Taviani, per riaverli, scrisse a Candido Soldaini, l’Operaio (amministratore) del Conservatorio di S. Salvatore – questa era la denominazione assunta dalle ex clarisse del monastero di S. Andrea -, “per fissare l’ora per venire alla consegna di detta Mitra e Pastorale”.
Il Soldaini avanzò categorica richiesta alle suore dei due oggetti ritenuti, a torto, sacre reliquie di S. Pietro Igneo.
La madre superiora delle clarisse del Conservatorio di S. Salvatore si rifiutò recisamente una supplica al vescovo di S. Miniato monsignor Fazzi.
Il vescovo allora trasmise una lettera all’arciprete di Fucecchio, responsabile del Capitolo della Collegiata, nella quale lo invitò a contentare “quelle supplicanti tanto più che resulta trattarsi di un affare di poco rilievo e che non deve interessare codesto pubblico”.
Con la decisione del vescovo fu d’accordo anche il Segretario del Regio Diritto.
In effetti quella Mitra e quel Pastorale erano appartenuti all’ultimo abate di S. Salvatore.
Al tempo di Pietro Igneo, abate del nostro Monastero di S. Salvatore dal 1068 al 1072, la Mitra e il Pastorale non esistevano.
(Masani- pagg. 231 e 232)

 

L’1 febbraio 1790 il vescovo di S. Miniato Brunone Fazzi notificò al Capitolo della Collegiata, con lettera, un ordine della Regia Giurisdizione granducale datato 28.1.1790.
Questo ordine prescriveva al Capitolo della Collegiata di consegnare al CONSERVATORIO DI S.SALVATORE (già Monastero di S. Salvatore) le due campane piccole del campanile della Collegiata per collocarle nel campanilino, non ancora eretto, della chiesa di S. Salvatore in dotazione alle ex clarisse di S. Andrea trasferite dal 1785 Conservatorio di S: Salvatore ( scuola femminile) sul Poggio Salamartano.
Nella prima campana vi è questa iscrizione: “ Opera S. Salvatore fecit fieri 1561 sue Pinucciam”;
nella seconda si legge: “ Nanni Pisano sue fecit anno Domini 1385”.

 

Il 6 febbraio 1790 il vescovo di S. Miniato scrisse al canonico Giulio Taviani, Segretario del Capitolo della Collegiata, per informarlo che accordava alle suore del Convento di S. Salvatore gli oggetti tanto contesi e cioè la MITRA (il cappuccio) e il PASTORALE (bastone) di S. Pietro Igneo.
Il canonico Taviani nel fare l’inventario degli arredi dell’OPA che dovevano passare al Capitolo della Collegiata (l’OPA era stata soppressa il 19.7.1788) si era accorto che la MITRA e il PASTORALE erano nelle mani delle monache. Per riaverli aveva scritto all’Operaio del Conservatorio di S. Salvatore Candido Soladaini. Il Soldaini aveva avanzato la richiesta delle due reliquie alle suore. La Superiora delle monache si era rifiutata di consegnare le reliquie e aveva scritto una supplica al vescovo di S. Miniato monsignor Fazzi. Il vescovo aveva accolto la suplica e in data 6 febbraio ne informò appunto il canonico Taviani nella sua veste di segretario del Capitolo. 
Scrisse infatti monsignor Fazzi al canonico Taviani
“… che siano confortate queste supplicati, tanto più che resulta trattarsi di un affare di poco rilievo e che non deve interessare codesto popolo…, e poiché la supposta reliquia non può essere autenticata dato che non la trovo nel Registro non sarò in grado di accordare la pubblica venerazione della medesima né al Capitolo né al Conservatorio qualora non mi sia fatto constatare con autentiche prove della sua legittimità.”
Dello stesso avviso fu anche il Segretario del Regio Diritto.

 

Il 6 febbraio 1790 furono tolte le due piccole campane esistenti nella pubblica TORRE (l’attuale campanile) per darle al Conservatorio di S. Salvatore.
Il canonico Taviani, presente all’operazione, trascrisse le seguenti iscrizioni che erano sulle due campane:
“OPERA SANCTI SEBASTIANIS FECIT FIERI 1561 ME PINUCCIAM”
“NANNI PISANO ME FECIT ANNO DOMINI 1385”

 

L’1 marzo 1790, in seguito alla morte dell’imperatore Giuseppe d’Austria, il nostro granduca Leopoldo I, dopo 23 anni di governo, lasciò la Toscana per l’Austria.
Prima di lasciare la Toscana nominò in via provvisoria un reggente e scrisse al Popolo questa lettera:
“ In occasione della mia esaltazione al Trono Imperiale ingiungo l Consiglio di Reggenza di partecipare la mia gratitudine e la continuazione della mia benevolenza a tutta la Nazione Toscana”.
Usciva così dalla scena granducale Leopoldo il Grande detto anche il RIFORMATORE.
Il 21 luglio 1790 , Leopoldo I° Imperatore d’Austria e Granduca di Toscana rinunciò al Granducato passandolo al suo secondogenito Ferdinando che assunse di fatto il governo del nostro Stato il giorno 8 aprile 1791 quando alle ore 7 giunse a Firenze accompagnato dal padre, l’imperatore Leopoldo I, e dl re di Napoli.L’assunzione formale del potere del Granducato avvenne il 24 giugno 1791, festa di S. Giovanni, giorno in cui Ferdinando III° di Lorena e la consorte Luisa Amalia, presenti i membri del Senato e del Municipio fiorentini, dotto la Loggia dell’Orcagna giurarono fedeltà alle istituzioni.
Purtroppo, un anno dopo, nel 1792, morì l’imperatore Leopoldo I° ex granduca di toscana.
E Ferdinando III° con un colpo di spugna cancellò tutte le riforme leopoldine e richiamò in vita tutte quelle congreghe e confraternite che erano state soppresse. ( Masani pp. 232-235)

 

Il 7 marzo 1790 il Capitolo della Collegiata, in ossequio ai desideri del Segretario del Reale Dipartimento e del Vescovo di S. Miniato deliberò che la Priora del Conservatorio di S. Salvatore (il monastero aveva assunto questa funzione e denominazione a partire dal 1783) potesse conservare presso di sé, nel monastero, la reliquia di S. Pietro Igneo consistente in un’urna di vetro contenente la mitra ed il pastorale del santo. La Priora aveva avanzato tale richiesta al Segretario del Reale Dipartimento e al vescovo di S. Miniato.

 

Il 25 maggio 1790 il nostro Comune, indebitato fino al collo per le spesse affrontate e per la realizzazione del primo cimitero pubblico e per la costruzione della nuova Collegiata, tirò un sospiro di sollievo quando apprese che era stata emanata una Legge che esonerava i Comuni dall’obbligo della manutenzione dei cimiteri pubblici. L’onere della manutenzione veniva scaricato sulle CASSE dei parroci.
La legge, purtroppo, non divenne mai esecutiva per due ragioni:
il granduca Ferdinando III°, secondogenito di Leopoldo I, fu eccessivamente morbido nei confronti del CLERO e delle COMPAGNIE religiose e laicali;
la dominazione francese, protrattasi dal 1799 al 1815, surrogò nel 1804 la legge leopoldina sulla manutenzione dei cimiteri.
La legge sulla manutenzione dei cimiteri a carico dei parroci venne rispolverata nel 1828 da Leopoldo II°, succeduto nel 1824 a Ferdinando III°.
L’arciprete e il Capitolo della Collegiata si prodigarono in ogni maniera per disattendere la legge e resistettero fino al 1840. In quell’anno, il 1840, i funzionari del granduca Leopoldo II° tirarono i remi in barca ed imposero l’aut aut al nostro Capitolo che finalmente… capitolò.

 

Il 2 giugno 1790 fu stilato il regolare contratto di cessione di tutti gli arredi ed oggetti dell’OPA (Consiglio di Amministrazione di natura comunale del complesso di S. Salvatore) al Capitolo della Collegiata.
Fra gli oggetti di valore artistico figurano:
- 6 tavole da altare non molto deteriorate e corredate ognuna di 3 calici d’argento e 1 di ottone con patena simile, 4 tebernacolini con cornici dorate e foglie d’argento;
- 2 croci d’argento recanti una l’iscrizione Compagnia della Croce 1757 e l’altra l’iscrizione Compagnia di S. Giovanni Battista 1781;
- 1 reliquiario d’argento;
- 2 ostensori d’argento;
- 1 pisside d’argento;
- 1 Croce con Crocifisso d’argento con raggi dorati.

 

Il 3 luglio 1790 il Granduca, su proposta della nostra Amministrazione comunale, accordò al Capitolo della Collegiata l’incorporazione delle entrate delle due Compagnie soppresse nel 1783: quella della Madonna della Croce e quella di S. Giovanni Battista, altrimenti dette dei Frustati Bianchi e dei Frustati Neri.
Il Capitolo della Collegiata fu quindi autorizzato alla riscossione delle ENTRATE delle due Compagnie, ma con l’obbligo di corrispondere 60 scudi l’anno ad ognuno dei due cappellani della Collegiata, 70 scudi alla Compagnia della Carità e 130 lire annue al Comune di Fucecchio.

 

L’11 luglio 1790 giunse al Vicario Regio di Fucecchio una circolare con la quale si prescriveva di vigilare sui FORESTIERI che non hanno niente a che fare con la Toscana, soprattutto se Francesi.
Si temeva che i forestieri Francesi ci contagiassero con le loro idee rivoluzionarie. La Rivoluzione francese del 14 luglio 1789 faceva paura a tutti.

 

Il 17 marzo 1791 per grazia del terzo granduca lorenese Ferdinando III° e con l’approvazione del vescovo Brunone Fazzi, venne ripristinata con il titolo, l’ordinamento e le funzioni primitive la Compagnia dei Coronati Scalzi, fondata nel 1710, e trasformata nel 1783 in Compagnia di Carità e Misericordia per preservarla dai provvedimenti granducali di soppressione preannunciati da Leopoldo I.
La compagnia riprese così la sua attività.
Nel 1795 i 50 confratelli ottennero dal papa Pio Vi la facoltà di erigere nell’Oratorio di S: Rocco le stazioni della Via Crucis per poter compiere le specifiche funzioni della compagnia all’interno dell’Oratorio anziché nella chiesa La Vergine.
Nel 1817 e 1818 vennero deliberati e l’acquisto di un simulacro in legno di Gesù redentore e la costruzione di una cappella per il simulacro sul lato sinistro dell’oratorio.
L’altare in legno dorato venne loro regalato dal fucecchiese Taviani, priore di S.Nicolò a Firenze. IL 30 marzo 1820, di giovedì santo, dopo la lavanda dei piedi, e il discorso del priore, venne distribuita ai 50 fratelli la solita schiacciata, ma rimpiccolita.
Nel 1822, sotto la prioria del Rosati, furono esperiti ma inutilmente i tentativi per comporre i dissidi sviluppatisi fra i Coronati e i fratelli del SS. Sacramento della Collegiata sui problemi di precedenza nell’ordine delle processioni.
Nel 1840 il parroco delle Vedute chiese alla Compagnia il permesso di trasformarla in Compagnia del SS. Sacramento per poterla mettere al servizio della parrocchia appena nata. La proposta venne respinta.
I Coronati, però, si impegnarono a dotarsi di 6 cappe bianche e a pagare 30 scudi destinandoli ai sei fratelli che dovevano accompagnare il viatico per gli infermi della parrocchia.
Nel 1856 venne istituita la Commissione dei 6 per la Riforma delle Costituzioni.
La Compagnia cominciò a dissolversi nei primi decenni del 1900 per mancanza di iscritti.
Prima degli anni ’50, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, la Compagnia finì.
(Ricerche storiche sulla chiesa di S. Maria delle Vedute)

Il 21 luglio 1791 il Governo granducale per bocca Giusti si rammaricò contro il Vicario Regio di Fucecchio attribuendo al suo quietismo la responsabilità del cambiamento del carattere della popolazione fucecchiese non essendo poche le persone erano diventate arbitrarie e facili a commettere i più grossi eccessi.
Il Vicario dimostrò che gli eccessi della popolazione fucecchiese non dipendevano dal suo presunto quietismo, bensì da due ragioni ben precise:
1- l’eco della Rivoluzione Francese aveva raggiunto anche Fucecchio;
2- la politica dissennata del granduca Ferdinando III° che, con un colpo di spugna, aveva cancellato le riforme più innovative del padre Leopoldo I. Il clero e le Compagnie recuperarono il potere perduto.

 

Il 25 agosto 1791, onomastico del granduca lorenese Ferdinando III°, rifulse ancora una volta il SERILISMO dei Fucecchiesi.
Il servilismo fucecchiese, a livello delle alte cariche, si è sempre manifestato 
Con il pronunciamento di EVVIVA,
con celebrazioni religiose che culminavano nel canto del TE DEUM,
con l’invio di ambascerie alla corte dei granduchi
e con la trasmissione di lettere traboccanti di Osanna.
Gli anni in cui Fucecchio si distinse maggiormente furono quelli che vanno dal 1791( l’anno dell’ascesa al trono granducale a Firenze di Ferdinando III° di Lorena) al 1815 (l’anno del Congresso di Vienna che segnò la restaurazione dei vecchi regnanti).
Dopo la grande cerimonia religiosa a cui presero parte tutte le alte cariche locali nella nuova Collegiata, il 3 luglio 1791, in onore di Ferdinando III°, se ne fece una ancora più solenne il 25 agosto, giorno onomastico di Ferdinando III°.
In Collegiata venne perfino intonato il TE DEUM di ringraziamento.
Quando nel 1799 ritornarono i Francesi, il Comune mandò a Firenze per congratularsi col Governo Francese a nome del popolo fucecchiese, il filofrancese Remigio Soldaini.
Quando l’8 luglio 1799 i Francesi lasciarono il nostro paese e la Toscana, i Fucecchiesi andarono in Collegiata a cantare il TE DEUM in onore del granduca Ferdinando III° che aveva abbandonato la Toscana.
Il 27 gennaio 1808 di nuovo i Fucecchiesi cantarono il TE DEUM in onore di Napoleone Bonaparte ritornato in Italia ed in Toscana
Il 18 settembre 1815, dopo che Napoleone era finito a S. Elena, una deputazione guidata da Gonfaloniere e dai Priori si recò a Firenze a presentare gli omaggi e le congratulazioni al reinsediato granduca Ferdinando III°. 

 

Il 3 febbraio 1792 giunse a Fucecchio la notizia che il re di Francia Luigi XVI° era stato decapitato la mattina del 20 gennaio.
Il re di Francia era zio del nostro granduca.
La notizia suscitò una grande emozione nella nostra popolazione.
Conseguenze immediate della decapitazione del re francese furono l’immediato intervento militare dell’Austria contro la Francia ed una massiccia immigrazione di francesi nel Granducato di Toscana. Anche Fucecchio ebbe la sua quota di immigrati.
Il granduca ordinò che gli immigrati venissero rispettati e decise anche di mantenersi neutrale. E per mantenere la neutralità accettò non solo gli immigrati ma anche le nuove idee che potevano propagare.
Anche a Fucecchio presero alloggio alcune famiglie di francesi che non procurarono nessun problema di sorveglianza. 
A settembre l’immigrazione era diventata così “affollante” da preoccupare lo stesso granduca che mal digeriva l’arrivo delle nuove idee rivoluzionarie. Queste idee seminarono in un baleno un forte spirito anticlericale.
Ne rende testimonianza la denuncia trasmessa al Vicario Regio di Fucecchio da parte del parroco di Castelfranco: nella sua parrocchia era stati affissi manifesti anticlericali.
In aiuto del nostro granduca, costretto all’impotenza, giunsero nel porto di Livorno gli Inglesi. Il loro ministro Harvey, orologio alla mano, minacciò di far bombardare Livorno dalla sua flotta se il granduca nell’arco di tre ore non si fosse pronunciato contro la Nazione Francese.
Messo con le spalle al muro, il granduca dovette dimenticarsi della sua neutralità.
Le famiglie francesi alloggiate a Fucecchio dovettero abbandonare il nostro paese e anche il Granducato.
(Masani)

 

Il 27 aprile 1792 il funzionario granducale, certo Giusti, scrisse una lettera di compiacimento al Vicario Regio di Fucecchio. Le ragioni di questa missiva stanno tutte quante nel retrostoria di questa vicenda.
La morte dell’imperatore d’Austria, l’ex granduca di Toscana Leopoldo I, avvenuta nel 1791 indusse il suo secondogenito Ferdinando III°, granduca di Toscana, a cancellare con un colpo di spugna tutte le riforme di natura religiosa iniziate dal padre Leopoldo I. Le nuove leggi e i provvedimenti economici populisti suscitarono nei popolani fucecchiesi una esultanza talmente incontrollata da sembrare scandalosa al Governo di Firenze. Infatti il 21 luglio 1791 il funzionario Giusti si rammaricò che la popolazione fucecchiese avesse cambiato carattere “essendo non poche le persone che sono diventate arbitrarie e facili a commettere i più gravi eccessi.”
E siccome questi eccessi avvenivano in concomitanza di quelli della rivoluzione francese di cui giungeva qualche eco anche a Fucecchio, il Giusti, da Firenze, accusò il Vicario Regio di Fucecchio di “quietismo”. “ Questo notabile cambiamento si è fatto sicuramente nel tempo del suo Governo, essendo certo che al tempo del di lei antecessore non erano frequenti neppure i più lievi disordini”.
La lettera del Giusti fece scattare il nostro Vicario che replicò a tutte le accuse ed in modo così convincente che lo stesso Giusti se ne compiacque come possiamo dal testo di una sua ennesima missiva indirizzata al Vicario:
“…il discarico che ha dato il suo contegno…persuade che Ella non ha ,mancato né manca di attività e di zelo per il buon servizio”
Si temevano i “vagabondi francesi”. Così venne ordinato a tutti i Vicari di “vigilare sopra tutti i forestieri, ma soprattutto quelli giunti di fresco, ed in modo speciale sopra i Francesi divenuti sospetti per le perniciose massime e discorsi sediziosi che vanno ovunque seminando”. Onde a Fucecchio risultò che vi fossero “persone di maltalento che con la loro condotta vanno perturbando l’ altrui quiete”.

 

Il 25 agosto 1792, onomastico del granduca di Toscana, Ferdinando II°I, il Comune volle che fosse cantato in Collegiata il TE DEUM
“ ..in ringraziamento a Dio della rivendicata innocenza del popolo di Fucecchio”
e fosse celebrata una Messa Solenne con la presenza del Vicario Regio.
Questa manifestazione faceva seguito ad un’altra deliberata il 6 agosto. Per qual motivo?
Essendo corsa voce per la Toscana di tumulti contro le autorità nel paese di Fucecchio, il Comune deliberò di spedire due ambasciatori e due residenti del Comune dal Granduca per prestare al medesimo omaggio di soggezione e venerazione del popolo fucecchiese che è rimasto sorpreso e mortificato per le suddette false invenzioni con le quali si tenta porlo in disgrazia del suo Sovrano.
Il granduca, dopo aver accolto benignamente la deputazione del Comune volle che si scrivesse in suo nome una lettera al nostro Comune.

 

Il 6 settembre 1792 corse voce in Toscana che a Fucecchio si erano verificati tumulti contro le autorità locali.
Per sfatare questa falsa notizia propalata a bella posta, il Consiglio Comunale deliberò di inviare alcuni ambasciatori al granduca Pietro Leopoldo I° per prestargli l’omaggio di soggezione e venerazione del popolo di Fucecchio “..rimasto amareggiato per queste false voci con le quali si tenta di porlo in disgrazia davanti al Sovrano.”

 

Il 23 novembre 1792 vennero stabiliti i luoghi dove si sarebbe svolto il MERCATO settimanale.
- la Piazza di sopra (Vittorio Veneto) era riservata in parte alla vendita del cereali e in parte quella che va dalla scalinata della Collegiata alla cisterna- ai merciai (i barrocci ed i cavalli dovevano essere parcheggiati sul Poggio Salamartano),
- sotto la LOGGIA del palazzo pretorio si doveva svolgere la vendita dei bozzoli;
- la Piazzetta di S. Giovanni era riservata al pollame;
- la Via della Valle era riservata al mercato dei fieni, delle erbe per bestie, dei salci etc.
- la Piazzetta della Sambuca (Piazza Cavour) era riservata agli erbaggi, alla frutta e al pesce;
- la Piazza di sotto, quella delle Vedute, era riservata alla vendita di poponi, cocomeri, agli, cipolle, stoviglie, scarpe, granate, e simili.

 

Il 16 dicembre 1792, essendo la terza domenica del mese, i membri della Congrega dei Coronati Scalzi, ripristinata dal granduca lorenese Ferdinando III° il 17.3.1790, si adunarono nell’Oratorio di S. Rocco extra muros.
Dopo aver recitato l’Uffizio della Madonna come prescritto dalle Costituzioni della Compagnia, e dopo aver letto i capitoli ed ascoltata la meditazione del Priore, gli adunati tornarono nella stanza per fare la chiama (appello). Gli assenti abituali non legittimamente impediti venivano radiati dalla Compagnia; gli altri assenti dovevano pagare soldi 5 di appuntatura al camarlingo ogni volta che mancavano d’intervenire alle adunanze e tornate, e ciò per il mantenimento dell’altare.

 

Il 6 settembre 1793 il parroco di Castelfranco Federico Tondoli denunciò al Vicario Regio di Fucecchio un fattaccio: di notte erano stati affissi dei cartelli che toglievano decoro al sacerdote.
L’episodio segnalato non era che la conseguenza di un fenomeno straordinario che si era verificato nella primavera del presente 1792. 
A seguito della decapitazione del Re Luigi XVI° di Francia (20.1.1793) ad opera dei rivoluzionari francesi, molte famiglie borghesi lasciarono la Francia e vennero a stabilirsi in Italia.
Anche a Fucecchio presero alloggio alcune famiglie francesi che non dettero motivo di sorveglianza particolare.
Il flusso migratorio francese in Toscana nel mese di agosto aveva assunto delle dimensioni e dei toni abbastanza preoccupanti. Gli immigrati francesi si facevano portatori di idee nuove e soprattutto di atteggiamenti nuovi specialmente nei confronti del clero e della monarchia. I manifesti che disonoravano il parroco di Castelfranco ne erano una logica conseguenza.
I fatti denunciati dai Vicari Regi della Toscana indussero il Granduca ad abrogare il permesso di soggiorno ad altri immigrati. Successivamente, il granduca estromise i Francesi che si erano stabiliti in Toscana.
Anche i Francesi che avevano preso stabile dimora a Fucecchio dovettero lasciare con loro sommo dispiacere il nostro Comune.

 

Il 7 settembre 1793 giunse anche a Fucecchio, da Firenze, una circolare in “..si obbliga ad impedire che da qui avanti nessuno possa accordare un soggiorno permanente ad alcun FRANCESE di qualunque grado e condizione.”
A Fucecchio c’erano già dei francesi, ed erano persone del tutto “tollerabili”, già dal marzo. Infatti per loro era stato scritto dal granduca “si riserva di prendere in considerazione le particolari circostanze di diversi Francesi che hanno supplicato di essere tollerati” e che sarebbero stati “tollerati fino a nuovo ordine”.
L’immigrazione di Francesi in Toscana era stata un’immediata conseguenza e della decapitazione di Luigi XVI° avvenuta il 20.1.1793 e dell’intervento armato dell’Austria contro la Francia rivoluzionaria. Il granduca, pur dichiarandosi NEUTRALE, prescrisse il rispetto degli immigrati francesi.
A settembre l’immigrazione francese era diventata così affollante da preoccupare lo stesso granduca e i suoi consiglieri perché con loro giungevano anche le idee rivoluzionarie.
I preti si sentirono subito le conseguenze della predicazione delle nuove idee rivoluzionarie e denunciarono in sede vicariale numerosi fattacci di irriverenza.
Ma non furono le denuncie del clero ad indurre il granduca ad emanare la circolare, bensì il ministro inglese Harvey che, con l’orologio alla mano, minacciò il granduca di far bombardare Livorno dalla flotta “arrivata nel nostro porto con numerosa truppa, se in termini di 3 ore, egli non si decideva ad andare contro la Nazione francese”.
Messo alle strette, il granduca Ferdinando III° emanò il decreto con il quale “ si obbliga ad impedire…”
Anche i Francesi ormai residenti in Fucecchio dovettero lasciare il Vicariato con loro sommo dispiacere.

 

Il 7 dicembre 1793 il Capitolo della Collegiata trasmise agli organi locali e granducali competenti una supplica per annullare l’atto di vendita di una porzione di terreno a certo Michele Casini. Tale terreno si trovava davanti all’attuale porta a persiana della canonica che dà sulle Scarelle e che fino al 1984 era rimasto sempre sterrato, mentre tutta la via di accesso al Poggio Salamartano vero e proprio era stato lastricato.
Riportiamo per esteso la parte finale della supplica stilata dal canonico Giulio Taviani, cancelliere del Capitolo date le sue competenze di storico locale.
“ Negli Statuti dell’anno 1290 il Comune di Fucecchio non volle mai ordinare la formazione del lastrico sopra a questo Poggio per il più facile e comodo accesso alle due chiese di S. Giovanni e di S. Salvatore, senza l’espressa licenza ed assenso dell’abate e suo collegio, quale mai e poi mai sarebbe stato impetrato e chiesto, se il comune di Fucecchio avesse avuto il diritto di farvelo (il lastricato).
Questo ripiano del Poggio di Salamartana fra le due mentovate chiese di S. Giovanni e S. Salvatore è pieno di ossa umane, come che è stato sempre lo scarico delle sepolture delle due chiese suddette.E addivenne poi l’unico luogo e cemeterio (cimitero) urbano di tutta la popolazione allora che serpeggiarono le epidemie: e per dirne una, nell’anno 1607 dal Principe fu comandato che si serrassero e chiudessero affatto tutti gli avelli delle chiese e Compagnie per allontanare l’occasione di fetori e contagi. Ed allora rimase unico e singolare questo luogo per l’interro dei cadaveri.”

 

Il 24 gennaio 1794 venne sottoscritto dal Granduca un rescritto con il quale si poneva fine ad una vertenza che si protraeva dal un paio d’anni.
La Collegiata, inaugurata nel 1787, era letteralmente invasa da un numero considerevole di panche private che impedivano persino il passaggio dei fedeli costretti ad assistere in piedi alle funzioni religiose. Inutilmente l’arciprete e il Capitolo della Collegiata avevano invitato dagli altari i padroni delle panche a toglierle dalla chiese per non creare incomodi ai fedeli più poveri. L’arciprete ed il Capitolo, allora, denunciarono il fatto al Granduca. Questi, con il rescritto del 24 gennaio, ordinò “che tutte le panche siano levate di chiesa dai rispettivi proprietari sicché questa rimanga libera da detto imbarazzo alle disposizioni del Capitolo”
Sembrava che il problema fosse risolto; ma quando l’arciprete Baccini levò la panca del Magistrato Civico (Comune), nacque un battibecco nel corso del quale non mancarono le offese.
La cosa venne risaputa a Firenze. Il granduca, allora, mandò un biglietto all’arciprete Baccini ordinandogli sia di fare pubbliche scuse ala Magistrato Civico sia “di non dare luogo ad ulteriori reclami che fanno torto al carattere di cui è rivestito”
Il Baccini, pur ingoiando amaro, dovette scusarsi, ma lo fece in modo alquanto ambiguo e singolare. Infatti scrisse al Gonfaloniere (sindaco) e ai Priori (assessori) di fare “le convenienti scuse di quanto fosse sortito inavvertitamente dal mio labbro nel contraddittorio avuto col Magistrato”, ma nulla più.
Il Magistrato, quando lesse la lettera disse che quelle erano “scuse balorde” e fece sapere al Baccini che egli pretendeva una riverenza più consistente.
Il Baccini si rifiutò.
Si voleva di nuovo ricorrere a Firenze. Ma poi il Gonfaloniere, per evitare un’altra grana all’Amministrazione Centrale, preferì dichiararsi soddisfatto. E la cosa finì qui.

 

Il 14 marzo 1794 il dott. Agostino Panicacci ottenne il permesso di costruire un TEATRO, l’attuale Teatro Pacini, in un angolo dell’allora Piazza d’Arme.
Il dott. Panicacci pose subito mano all’opera, ma dopo aver condotto quasi al termine il fabbricato, gli piacque di cederlo al sig. Giovanni Conti che lo portò a compimento nel 1795, l’anno in cui venne inaugurato.
Le condizioni storiche assai convulse quali la dominazione napoleonica fecero imboccare subito al TEATRO la via della decadenza.
Il TEATRO venne allora acquistato, nel 1833, dalla ricostituita Accademia dei Fecondi detta perciò dei Fecondi Ravvivati che si era sciolta nel 1780, anno in cui venne demolito il suo TEATRO incorporato nel Palazzo Pretorio.
Nel 1836 il compositore Giovanni Pacini diede la prima della sua opera lirica Saffo nel nostro teatro. L’Accademia dei Fecondi Ravvivati, grata per il privilegio accordatoci da Giovanni Pacini, volle in titolare a lui ( Giovanni Pacini ) il teatro.
Foderato di velluto rosso nel 1930, venne acquistato dalla famiglia Morelli Spartaco nel 1941.
Il Teatro , costituito dal palco, dalla platea, da tre ordini di palchetti e dal loggione (galleria) venne ristrutturato completamente nel 1952 nel tempo record di sei mesi. La parte interna venne interamente demolita per far posto ad una capientissima sala cinematografica con platea e galleria e palco per le rappresentazioni. I palchetti sparirono.
(Bollettino storico n. 2 – pag. 61)

 

Il 16 maggio 1794, nel quadro delle richieste avanzate dal Granduca di Toscana, il Vescovo di S. Miniato Brunone Fazzi scrisse all’arciprete della nostra Collegiata Antonio Baccini:
“…..viene ordinato a tutti i Luoghi Pii…; il bisogno dello Stato richiede supplizi..”
Il Baccini, insomma, doveva consegnare al Cancelliere comunale tutti gli oggetti sacri d’argento eccetto quelli necessari alle funzioni religiose.
Poiché il Baccini per alcuni mesi aveva fatto gli orecchi da mercante, verso la fine dell’anno gli venne imposto di consegnare tutti gli argenti nel termine di giorni tre.
E questa volta, il Baccini “corse subito” a consegnarli.

 

Il 9 giugno 1794 si riunì il Capitolo della Collegiata e deliberò di tamponare alcune RISEGHE della facciata per salvaguardare l’incolumità di tanti giovani ed adulti che salivano al di sopra dell’architrave del portone della Collegiata per prendere o le uova dei piccioni o i piccioncini nati da pochi giorni. Siccome molti erano caduti e si erano rotte anche le ossa, si decise di tamponare una diecina di riseghe poste immediatamente sopra l’architrave del portone della Collegiata. La tamponatura è stata eliminata nel 1987 in occasione del 200° anniversario della Nuova Collegiata.

 

Il 2 luglio 1794 S.A.R. Ferdinando III°, granduca lorenese di Toscana, ingiunse al Magistrato, che aveva venduto alla chetichella il pezzo di terra che si trova dietro la Collegiata senza la preventiva licenza del sovrano di annullare il contratto.
Il Magistrato dovette rescindere il contratto, lasciare nel suo primitivo stato il pezzo di terreno e restituire al Casini la somma già incassata.

 

Il 2 marzo 1795 venne ufficialmente ratificato il Trattato di neutralità del Granducato della Toscana con la Francia.
La notizia della ratifica del trattato di neutralità fu accolta con entusiasmo e soddisfazione dai Fucecchiesi sempre timorosi di nuove invasioni e passaggi di truppe. Essi sperarono in un lungo periodo di pace. Finalmente ci saremmo risparmiati le distruzioni e le ruberie legate al passaggio delle truppe straniere e saremmo rimasti al di fuor di ogni mischia internazionale. E si sbagliarono.
Il Senato fiorentino, per bocca di Alessandro Adami, si felicitò così con il Granduca:
“ Le molte premure che Sua Altezza Reale si è dato per ristabilire i suoi amatissimi sudditi in quella tranquillità che un giusto timore dell’altrui violenza fino dal 1793 aveva fatto perdere alla Toscana in mezzo alle convulsioni politiche suscitate dalla Repubblica Francese in diverse parti del mondo, avendo sortito colla ripristinata neutralità l’effetto il più glorioso e per la Toscana il più utile”(Masani pp. 241 e 242)

 

Il 19 maggio 1795 i canonici del Capitolo della Collegiata decisero di corredare le cappelle a nicchia della Collegiata con ALTARI in marmo.
Per essere in regola con la Legge Canonica emisero u bando in cui si dichiarava che tutti quelli che avessero da conservare lo iuspadronato (sugli altari) CHE GODEVANO NELLA VECCHIA Pieve, si facessero avanti per obbligarsi a fare il proprio altare di marmo, secondo il giudizio del Capitolo della Collegiata, entro 15 giorni.
Anche il Vicario regio emise il bando di cui riproduciamo il testo.

“L’Ill/mo Sig.re Vicario per S.A.R. di Fucecchio fa per il presente Editto noto a chiunque che il Rev/mo Capitolo della Collegiata fa edificare gli altari di marmo che mancano nella chiesa suddetta…che ci sono 15 giorni di tempo e che detti altari devono essere fatti di marmo e devono essere mantenuti da chi prende il Giuspadronato”
Non si presentò nessuno.

 

Il 2 giugno 1795 il Vicario Migliorati proibì la pubblicazione di VARIANDA un bollettino ecclesiastico redatto dal Capitolo della Collegiata e diretto dal canonico Giulio Taviani. Questo opuscolo riportava notizie ecclesiastiche riguardanti Fucecchio.
La soppressione della pubblicazione VARIANDA era stata chiesta al segretario del Regio Diritto di Firenze da parte del nostro Vescovo di S. Miniato.
Il Vescovo era irritatissimo contro il nostro canonico Taviani reo di avere usato espressioni irriguardose nei confronti dell’autorità vescovile e di avere abusato di titoli a favore dei nostri canonici.
Il Taviani era reo di aver scritto “il vescovo nostro” anziché “Ill.mo e Rev.mo Monsignor Vescovo. Inoltre il Taviani, riferendosi ai canonici del nostro Capitolo, aveva scritto “ i nostri RR canonici”. I due RR erano un titolo dovuto ai canonici curiali di S. Miniato e non a quelli del nostro Capitolo di Fucecchio.
Il Taviani fece dei contro-esposti sia al Vescovo che al Segretario del Regio Diritto, ma senza esito alcuno.

 

Il 24 agosto 1795 il vescovo di S. Miniato Brunone Fazzi riferì al Segretario del Governo Granducale di stanza a Firenze le informazioni assunte su Ponte a Cappiano in vista di una sua eventuale erezione a PARROCCHIA. Le informazioni al vescovo erano state fornite dall’ingegner Manetti.
Vivevano allora a Cappiano 452 anime che corrispondevano a 83 famiglie che occupavano 80 abitazioni.
Di queste 452 anime, 125 abitavano alle Calle (l’abitato accanto al ponte). Le 125 anime delle Calle erano destinate a subire un ulteriore incremento perché in questa località vi era il maggiore scalo della Gusciana.
Alle Calle vi erano due Oratori:
1 – quello di S. Bartolomeo che però non poteva essere ridotto a chiesa parrocchiale perché alcuni locali di sua pertinenza erano stati venduti e gli altri erano così trasandati che le spese di ripristino sarebbero state superiori a quelle necessarie per una edificazione ex novo;
2 – quello granducale di S Maria Assunta che non poteva essere ridotto in chiesa parrocchiale perché troppo angusto ed in una posizione tale da non consentire neppure l’edificazione di una piccola canonica.
L’ingegner Manetti aveva suggerito la costruzione di una chiesa parrocchiale presso il paretario del Tondoli (luogo per la tesa agli uccelli).
Questo luogo si trovava a metà colle, non distante dalle Calle ed accessibile ai contadini sebbene leggermente discosto dalla via maestra.
Il vescovo chiedeva infine al granduca di sospendere, non appena fosse stata costruita la chiesa parrocchiale, l’ordinanza con cui prescriveva che nell’Oratorio di S. Maria Assunta fosse celebrata la Messa in tutti i giorni festivi dell’anno.

 

Il 24 giugno 1796 il Ministro granducale Strasoldo scrisse al Vicario di Fucecchio una lettera che contraddiceva la linea politica seguita dal granduca Ferdinando III° nei confronti della Francia Repubblicana.
Era cominciata da qualche mese la campagna militare napoleonica in Italia.
Il nostro Granduca, fedele alla sua dichiarata neutralità (2.1.1795), volendo sondare le intenzioni di Napoleone, gli mandò incontro il Manfredini.. Napoleone informò il Manfredini che il suo esercito si sarebbe semplicemente limitato ad attraversare la Toscana per dirigersi verso gli Stati Pontifici.
Questa notizia non entusiasmò i Fucecchiesi; anzi, li gettò nello sgomento. Sapevano per esperienza secolare cosa significava il passaggio delle truppe straniere. Nonostante le assicurazioni sottoscritte dal nostro granduca, il ministro Strasoldo scrisse in data 24 giugno la famosa lettera che contraddiceva le buone intenzioni professate Napoleone. Questo il testo:
“Occorrendo provvisionare la Cavalleria Francese al suo passaggio per la Valdinievole, si compiacerà di prelevare dalle fattorie 400 stai di avena, libbre duecentomila di fieno, circa 1000 stara di farina.”
Il nostro Vicario cominciò a requisire ciò che il mercato offriva. A Fucecchio fu provveduto per il grano ed i foraggi dai magazzini dei Panicacci e dei Marchiani.
Da Castelfranco scrissero di avere spedito “….qualche pane di grano possuto fabbricare da queste fornaci nell’angustia del tempo. Molti forni sono mancanti di grano né sapevasi ove potersi ritrovare.”

 

Il 26 giugno 1796, alle ore 11, passò da Fucecchio un’intera divisione di soldati francesi proveniente da Pistoia e diretta apparentemente a Siena, ma in pratica a Livorno, occupata dagli Inglesi nemici dei Francesi.
Qualche ora dopo passò da Fucecchio anche NAPOLEONE Bonaparte. Napoleone, a S. Miniato Basso si incontrò per pochissimi minuti con il canonico Filippo Bonaparte , suo parente. Napoleone gli promise che sarebbe salito a S. Miniato al suo ritorno da Livorno dove era diretto.
Tre giorni dopo, la sera del 29 giugno, Napoleone pernottò a S. Miniato.
Al mattino, il 30 giugno 1796, Napoleone venne ossequiato dal vescovo e dalla nobiltà saminiatese. Poi riprese il suo viaggio per Firenze.

 

Il 28 giugno 1796, per tutto il giorno, passarono da Fucecchio le truppe francesi di ritorno dall’operazione Livorno, liberata dagli Inglesi.
Il nostro Vicario fu invitato a provvedere grano, fieno, viveri ed alberghi necessari al pernottamento di 160 uomini di cavalleria che sarebbero giunti a Fucecchio il giorno 30 giugno.

 

Il 4 luglio 1796 passò per Fucecchio un’intera armata della Repubblica Francese.
In questa circostanza furono ricevuti non solo i Generali gli Ufficiali di Stato Maggiore, ma anche gli Ufficiali subalterni nelle case particolari del paese.
E nella supposizione che distaccamenti di truppe continuassero a passare anche in avvenire, affinché non mancasse ai medesimi un alloggio, si destinarono loro le migliori LOCANDE per riceverli:
quella del Soldaini per lo Stato Maggiore;
quelle di F. Banti, di A. Boldrini e l’Osteria maggiore per i soldati semplici.

 

Il 5 ottobre 1796, in piena campagna napoleonica, il parroco di Galleno in veste di informatore segreto del nostro Vicario esasperato dai danni prodotti dal passaggio delle truppe napoleoniche, riferì che in tale giorno non era passato nessun soldato francese, ma che nel giorno precedente ne erano passati 22.

 

Il 30 settembre 1796 giunsero al nostro Vicario alcune denunce a carico delle truppe napoleoniche di passaggio sulle nostre terre.
Da Castelfranco si scrisse che il 1° agosto, durante il loro passaggio, le truppe francesi videro nel podere di Vanni e precisamente nei pressi della di lui casa colonica un branco di piccioni, Alcuni di quei soldati si fecero arditi e con un’archibugiata ne uccisero due e “ con una palla battendo nel muro della casa dove in poca vicinanza vi era la moglie del Vanni che poteva essere facilmente in tale botta ferita.”
Vengono chiesti i danni.

Il curato del Galleno, incaricato di segnalare il passaggio di truppe scrive:
“ Ill.mo sig. Vicario,
è cosa impossibile che io possa renderla intesa della che V.S. Ill.ma ha da sapere il numero certo dei francesi che son passati per questa strada.
In primo luogo mi è convenuto assistere dei moribondi; in secondo luogo, ritrovandomi in casa non posso essere tutte le volte alla finestra tanto che un numero certo non posso notificarlo, ma per quanto ho potuto intendere nella mattina dl 26 corrente ne saranno passati una cinquantina, parte a piedi e parte sopra barrocci e tutti con il fucile e negli altri giorni sono passate truppe di 4 e 6 alla volta, ma tutte senza armi, ma questa mattina ne sono passate due barrocciate.
Fra questi francesi ve ne furono alcuni che passarono da alcune case del mio Popolo e gli ammazzarono alcuni capi di polli. P. Lorenzo Biagi curato”
Il 30 settembre 1865 il vescovo di S. Miniato autorizzò l’Arciconfraternita della Misericordia ad erigere una CAPPELLA MORTUARIA (la Cappellina) in un luogo detto “Le macine” sito ai piedi della collina su cui sorge l’ospedale S. Pietro Igneo.
Poiché la Misericordia non disponeva ancora di mezzi finanziari sufficienti, ottenne i fondi raccolti dalla Società che si era costituita per fare un’edicola alla Madonna Liberatrice della Peste.
La Cappella Mortuaria, a partire dal 22.6.1876, dispose anche di un guardiano, Ranieri di Giovanni Menichetti che, a titolo di compenso, chiese il diritto di poter falciare l’erba intorno alla Cappella e di cingere il campetto con una siepe di bossolo.
Nel 1932, il 25 agosto, la Misericordia affittò la Cappella Mortuaria all’Ospedale che le corrispondeva 300 lire l’anno.
Il contratto di affitto veniva revisionato ogni tre anni
Nel 1955 la Cappella fu venduta all’Ospedale per 1.300.000 lire. La cessione fu conclusa nel giugno del 1956 mediante compromesso che non è stato convertito ancora in contratto.
Con la somma ricavata, la Misericordia acquistò una nuova ambulanza.

 

Il 17 ottobre 1796 il parroco di Galleno, informatore segreto del Vicario Regio di Fucecchio, preoccupato per i danni prodotti dal passaggio delle truppe francesi al seguito di Napoleone, così scrisse:
“ poco dopo le ore 24 del giorno 16 ottobre 1796 passò tutto il battaglione e circa 24 barrocci carichi di casse ed il transito continuò fino al mattino. Verso le ore 12 alcuni vennero alla mia canonica a picchiare all’uscio e volevano sfondarlo col fucile e minacciarono il mio servitore che si era affacciato alla finestra. Vista l’inutilità dei loro tentativi, se ne andarono.

 

Il 16 marzo 1797 venne deliberato il seguente REGOLAMENTO scolastico per ovviare a certi inconvenienti. Questi in sintesi i punti salienti.
1- Il maestro della Prima Scuola ha l’obbligo d’insegnare tutti i giorni umanità e rettorica; e si escludano da queste due classi gli inabili o insufficienti.
2- L’orario scolastico comprende 2 ore di lezione al mattino e due nel pomeriggio.
3- Il sabato devono essere insegnati gli atti di pietà, i doveri religiosi, il Catechismo Romano, il Concilio di Trento e si devono altresì recitare le Litanie della Madonna.
4- Gli appartenenti alla Compagnia dei Coronati Scalzi si portino subito all’adorazione del Santissimo con compostezza
5- Gli scolari devono essere abituati a dare un saggio pubblico di quello che hanno imparato davanti al Magistrato.
6- Il maestro dovrà scegliere uno degli alunni il quale, in pulpito, dovrà recitare il panegirico di S. Nicola da Bari il giorno della sua festa che cade il 6 dicembre con l’aiuto del maestro.
7- Il Calendario delle VACANZE prevede: 1 giorno infrasettimanale a piacere del maestro; le vigilie di Natale, Pentecoste, la sera della vigilia del Corpus Domini, di S. Giovanni Battista e le mattine delle ROGAZIONI e nei due giorni intermedi fra l’ Ascensione e la Domenica della Madonna delle Vedute
8- Il maestro può dare una vacanza al mese
9- Le vacanze di CARNEVALE vanno dal lunedì di Settuagesima alla mattina delle ceneri
10- Le vacanze di Pasqua dal mercoledì santo fino al terzo giorno di Pasqua.
11- Le vacanze d’autunno che vanno dal 28 ottobre al 6 novembre.
(p. Vincenzo Checchi –Quaderno E- pag. 78)

 

L’11 maggio 1797 gli Inglesi abbandonarono definitivamente l’isola d’Elba rimettendo Portoferraio al Governo Toscano. Nello stesso giorno venne reso noto che le truppe francesi, conformemente al trattato del 23 febbraio 1797 stavano ritirando le loro truppe da Livorno e dal resto della Toscana.
Da questo momento la vita ritornò a scorrere con più tranquillità. Ritornarono le feste, le funzioni religiose, le villeggiature del granduca e della Corte, ma non fu più come prima: la frattura tra il passato ed il presente portata dall’esercito francese si approfondì con la partenza dei Francesi.
Anche a Fucecchio tornò la calma o almeno si attenuò l’ossessione del passaggio dei militari.
I drammatici rapporti dell’anno precedente ingiallirono anche nella memoria degli estensori.
Leggiamone qualcuno.
“ I danni cagionati in campagna per il passaggio delle truppe francesi nel mese di giugno (1796) sono ingenti”
“…per l’effetto che non manchino mai alloggiamenti, destinammo le migliori locande per ricevere i medesimi e precisamente per l’Uffiziale di Stato Maggiore la Locanda di Giuliano Soldaini e dopo quella di Francesco Banti e Arcangelo Boldrini, poi…”
“ Di più Fucecchio non avrebbe potuto fare”

 

Il 16 luglio 1797 tutto il paese parlò di un fatto avvenuto nell’Oratorio di S. Maria delle Vedute.
Un cero Pescini di S. Croce, inseguito dagli esecutori di polizia, si rifugiò nella chiesa delle Vedute. Gli esecutori entrarono dentro e nella colluttazione colpirono il Pescini al capo con un coltello. Solo due gocce di sangue caddero sul pavimento
L’emozione fu molta: ci si preoccupò più del sangue caduto sul pavimento della chiesa, luogo sacro, che dell’avvenimento.
Fu scritta una lettera al vescovo per chiedergli se era necessario riconsacrare l’oratorio.
Alla risposta positiva di Monsignor Fazzi, l’arciprete Baccini, con tutto il Capitolo della Collegiata, si portò alle Vedute per la benedizione della chiesa. 
Alla cerimonia delle benedizione avvenuta il 19 luglio parteciparono numerosissimi fedeli.

 

Il 21 ottobre 1797 il granduca respinse la richiesta dei Superiori del Ritiro i quali volevano che i RITIRI fossero liberati da quei religiosi che per ordine del Granduca vi erano stati reclusi.
Anche nel nostro RITIRO vi erano stati reclusi dei religiosi quale il servita Padre Giovacchino Gherardini.
La politica religiosa dei LORENA, succeduti nel 1737 a Giangastone dei Medici, aveva introdotto, specialmente con Leopoldo I (1765) delle riforme drastiche:
1) Proibizione di ogni relazione col Papa e col Generale dell’Ordine
2) Professione dei VOTI proibita prima dei 24 anni
3) I superiori ridotti al rango di impiegati subalterni del Governo
4) A partire dal 1779 i nostri frati dovettero aprire nei locali del chiostro scuole popolari gratuite
5) Nel 1787 venne soppresso il Terz’Ordine, ripristinato cinque anni dopo
6) Dal 2.10.1788 dovettero lasciare il RITIRO i padri “forestieri” cioè quelli di Lucca ( che non faceva parte del Granducato di Toscana), di Modena e di Massa.
7) Nel 1790 il RITIRO di Fucecchio dovette accogliere padre Andrea Edoardo Nocetti perché discepolo del Vescovo Governativo monsignor Ricci.

 

Il 14 novembre 1797 il Consiglio Comunale affrontò il problema della ROCCA che dal 28 marzo 1643 era stata affitta ai Corsini secondo un contratto preciso rogato in quella data dal notaro Cristofano Tinghi.
L’Agente del Corsini, nel 1797, aveva chiesto che le mura, la rocca e le torri che circondano l’orto e le pertinenze della Rocca fossero risarcite a spese del comune e che il Corsini venisse rimborsato di certe spese sostenute per alcuni restauri.
Visto che l’immobile della ROCCA comportava troppe spese, il Consiglio Comunale deliberò di voler vendere la Rocca e le pertinenze a forma degli ordini veglianti e cederla al miglior offerente.
L’8 febbraio 1799 deliberò ancora di ridurre il canone annuo di affitto da scudi 20,4 a scudi 17, ma a condizione che tutti i lavori e i rifacimenti fatti e da fare a detti stabili, ancorché riguardassero le fondamenta, fossero a carico del Principe Corsini, previa sovrana approvazione.

 

Il 27 novembre 1798 il Banti, perito agrimensore, rimise la relazione delle stime sui 14 appezzamenti del terreno palustre assegnato dal Sovrano al Comune di Fucecchio con la pianta dell’ingegnere Neri Zocchi.
Il Magistrato, vedute le stime regolate a scudi 8 per ogni quadrato di terreno e che ascendevano nel totale a scudi 2805.4.4 per ragione di livello, approvò le stime e d ordinò che sopra di esse si esponessero si esponessero all’incanto nel novembre i 14 appezzamenti di terra tanto in vendita che a livello per darsi al maggiore e migliore offerente.

 

1 aprile 1799, settimo giorno dell’occupazione francese di Fucecchio che durò fino all’8 luglio, in seduta consiliare venne letto il Proclama del Commissario francese in Toscana del sig. Reinhard. Il Proclama ordinava che i Tribunali, le Amministrazioni e gli Agenti civili dovevano continuare ad esercitare provvisoriamente le loro funzioni.
Nella medesima seduta venne accolta anche l’istanza del fucecchiese Remigio Soldaini che, a nome di tanti altri cittadini, chiedeva il permesso di innalzare l’ALBERO DELLA LIBERTA’.
Il Magistrato, volendo girare l’istanza al Governo francese, incaricò il Soldaini di andare a complimentare a Firenze il Governo Francese e di chiedere lumi sull’Albero della Libertà. Il Soldaini andò a Firenze e lesse al rappresentante francese questo indirizzo:
“ I rappresentanti la Comune di Fucecchio si congratulano con la Repubblica Francese della felice occupazione della Toscana. Noi vi assicuriamo che saranno secondate le mire della vostra Repubblica costituita per la felicità del genere umano”
Il 9 aprile venne comunicato al nostro Comune che l’erezione dell’Albero doveva esser fatta nel rispetto di certe modalità che ci sarebbero state comunicate.
Nella riunione del 19 aprile venne notificato che Fucecchio era passato sotto Parto.
Il canonico Taviani, Gonfaloniere, presentò il piano per l’innalzamento dell’Albero della Libertà:
Per tale innalzamento vennero stanziate 350 lire che vennero utilizzate soprattutto per la provvista di bandiere e di nastri per i rappresentanti dell’Amministrazione comunale.

 

Il 9 aprile 1799, si svolse una riunione del Consiglio Comunale. Nel corso di questa riunione don Remigio Soldaini, capo dei patriotti fucecchiesi filofrancesi , lesse la relazione dell’incarico assegnatogli dalla nostra amministrazione . Questo è il testo integrale della relazione:
Cittadini rappresentanti,
eccovi la memoria che io presentai al commissario di cui mi onoraste.
LIBERTA’ Cittadino Commissario, EGUAGLIANZA
i rappresentanti la Comunità di Fucecchio con l’annessa deliberazione ci deputarono all‘onorevole incarico di complimentare nella vostra persona il Nuovo Governo Francese in Toscana. Con tale carattere noi ci congratuliamo presso di voi con la Repubblica Francese della felice e pacifica occupazione della Toscana eseguita dalle di lei truppe e vi presentiamo i voti di quel popolo per essere rigenerato a quella Libertà democratica che può costituire la maggior felicità di questo Stato. I nostri committenti c’incombenzarono di domandarvi di poter soddisfare alle richieste dei suoi patriotti con innalzar l’ALBERO della LIBERTA’ e dare al popolo quelle feste che crederanno convenienti. Noi vi assicuriamo che saranno secondate le mire della vostra Repubblica costituita per la FELICITA’ del genere umano e pieni di quella fiducia che esige la lealtà Francese, si attende da vuoi il compimento di nostra sorte.
Consimili furono i sentimenti che io espressi nel discorso analogo alle vostre incombenze, e dopo di essere stato ricevuto, unitamente al cittadino Bartolini, con mio piacere aggiunto alla deputazione, con la più grande urbanità ho il piacere di riportarvi questa risposta :
- Gradisco la dimostrazione di sincero patriottismo della vostra Comune.
Noi faremo il possibile per felicitarvi, voi provvedete di secondarci. Innalzate, se volete, l’Albero della Libertà, come credete necessario. L’assistenza di una forza armata, domandatela.
Io lo assicurai della tranquillità della patria e dell’entusiasmo con cui attendeva quella libertà che da qualche secolo gli era stata tolta. 
Credo di aver soddisfatto così all’interesse e all’onore della Patria per la quale sono pronto ad impegnarmi e vi protesto la mia gratitudine per la riconoscenza che vi devo.
Remigio Soldaini.

 

Nella seduta consiliare del 19 aprile 1799 venne notificato che Fucecchio era passato sotto la Municipalità di PRATO.
Venne inoltre esaminato attentamente il piano steso dal Gonfaloniere Giulio Taviani per il festeggiamento dell’ALBERO DELLA LIBERTA’ conformemente alle modalità prescritteci dal Governo. Si deliberò di sottoporle all’approvazione del Vicario regio.
Vennero anche stanziate 350 lire per le spese dell’innalzamento dell’Albero della Libertà e per la provvista delle bandiere ed altri emblemi di cui doveva essere ornato l’Albero.

 

Il 4 maggio 1799 “ apparisce essere avvenuta in Fucecchio una insurrezione nella quale fu atterrato l’ALBERO DELLA LIBERTA’ e gli emblemi repubblicani gettati via; tanto che dové intervenire a sedarla il Comandante (francese) Expert il quale diè ordine che venissero depositate entro 24 ore tutte le armi da fuoco e da taglio, cioè fucili, pistole, sciabole, spade, stiletti e coltelli. Incaricato della raccolta fu il Gonfaloniere Taviani che depositò le armi raccolte in una stanza della Cancelleria ”.Queste, in rapida successione, le sequenze che portarono all’abbattimento dell’Albero della Libertà:
- 26 marzo 1799: i patrioti fucecchiesi chiedono di poter innalzare l’Albero della Libertà.
- 19 aprile 1799: viene sottoposto all’approvazione del Vicario Regio il programma della Festa dell’Albero della Libertà elaborato dal Taviani.
- 3 maggio 1799: viene deliberato che la Festa dell’Albero della Libertà sarà effettuata il 9 maggio alle ore 2. Per la sera è prevista l’illuminazione.
- 4 maggio 1799: insurrezione dei fucecchiesi antifrancesi ed intervento delle truppe francesi di stanza ad Empoli.

 

Il 7 maggio 1799, il Magistrato comunale, per testimoniare la propria gratitudine alle truppe francesi che oltre ad avere sedato l’insurrezione antifrancese del 4 maggio 1799 si erano mostrati indulgenti e quindi disponibili ad accogliere le domande di perdono, deliberò di fare un presente in denaro di 400 scudi al Comandante della truppa mobile di stanza ad Empoli, l’ufficiale Expert.

 

Il 10 maggio 1799 il vescovo di S. Miniato scrisse al nostro arciprete di consegnare ai Francesi “ tutti gli argenti restati” L’arciprete ed i canonici del Capitolo allibirono. Il povero vescovo doveva, purtroppo, rendere esecutivo un ordine tassativo del Commissario francese il quale aveva ordinato alle chiese, ai conventi e monasteri di consegnare entro tre giorni l’oro e l’argento in loro possesso, esclusi gli ostensori ed i calici.
Nel 1799 erano riprese le ostilità degli Stati europei contro la Francia. Le truppe francesi, nonostante gli accordi sottoscritti il 25 febbraio 1797 col granduca, ricomparvero nel nostro Granducato in veste di padroni.
Il 27 marzo 1799 il granduca di Toscana Ferdinando III° lasciò Firenze e si rifugiò in Austria. Proprio a Firenze venne preso prigioniero il papa Pio VI dai Francesi. Il Governo della Toscana era stato assunto dal Ministro della Repubblica Francese in veste di Commissario della suddetta Repubblica.
Purtroppo il nostro arciprete non poteva sottrarre nemmeno un crocifisso perché un anno prima aveva dovuto compilare, per ordine degli stessi Francesi, un elenco dei preziosi in possesso della chiesa.
Anche la Chiesa cominciava a sentire gli effetti di alleggerimento della dominazione francese.
Il popolo si era diviso nel frattempo in due fazioni: i filofrancesi e gli antifrancesi o filogranducali.

 

Il 14 maggio 1799, trovandosi in Fucecchio un distaccamento di truppe francesi, vennero nominati dal nostro Magistrato comunitativo gli addetti all’approvvigionamento di esse truppe ed al loro alloggio.
E ciò a norma degli ordini notificati dal Commissario Reinhard.
Sempre in questa seduta si prese atto della pratica trasmessa all’Amministrazione di Fucecchio dall’aiutante del generale francese di Stato Maggiore della Divisione della Toscana.
La pratica prescriveva al nostro Comune di indennizzare la cittadina signora Teresa Tuccini “stata saccheggiata nella rivolta che aveva avuto luogo in Fucecchio il 4 maggio 1799. Nel corso di questa rivolta era stato abbattuto e lordato l’Albero della Libertà, innalzato in Piazza Vittorio Veneto, da parte degli antifrancesi fucecchiesi.
I rivoltosi non si accontentarono di abbattere e lordare l’Albero della Libertà, ma presero anche di mira le abitazioni dei “patrioti” cioè dei filofrancesi. Per sedare il tumulto dovettero intervenire le truppe francesi di stanza a Empoli.
L’indennizzo di 600 scudi venne prelevato dalle casse comunali.


Il 24 maggio 1799, essendo il Comune in passivo per spese straordinarie che ha dovuto fare, specialmente per l’insurrezione fucecchiese del 4 maggio ( 400 scudi al comandante delle truppe; 600 scudi alla cittadini Teresa Tuccini per il saccheggio subito; tanti altri per le spese di approvvigionamento ed alloggio al distaccamento francese di stanza a Fucecchio) fu preso in considerazione il progetto di risanamento presentato dal Gonfaloniere, il canonico Giulio Taviani. Tale progetto prevedeva:
un’imposta di dazio sui beni di suolo, escluse le cose e le fabbriche di Fucecchio già soggette ad estimo particolare. La proposta venne approvata: il pagamento doveva effettuarsi in tre rate: agosto, novembre, gennaio.
Si decise anche di mandare due deputati ad implorare a favore degli insorti, che erano sottoposti a processo, un’amnistia generale.
La domanda venne accolta in data 10.6,1799. Non vennero perdonati i capi dell’insurrezione.

 

Il 25 maggio 1799 il generale francese Mac Donald ingiunse a tutti gli ecclesiastici che suonavano le campane a morto al passaggio delle truppe francesi in ritirata di astenersi da certe manifestazioni sediziose, pena la condanna a morte

 

Il 10 giugno 1799 si concluse, con il ripianamento dei danni, la vicenda dell’insurrezione fucecchiese antifrancese avvenuta il 4 maggio nell’attuale Piazza Vittorio Veneto.
I conservatori avevano atterrato l’Albero della Libertà, avevano gettato via gli emblemi che vi erano attaccati, strappato le bandiere francesi, saccheggiato le case di alcuni patrioti, così erano detti i filofrancesi. Soltanto l’intervento delle truppe mobili di Napoleone di stanza ad Empoli riuscì a sedare il tumulto. Gli insorti furono incarcerati in massa. Ad eccezione dei capi, tutti i carcerati vennero perdonati e rimessi in libertà verso il 10 giugno. Non si sa se la Festa dell’Albero della Libertà programmata per il 9 maggio 1799 si sia o no svolta.
Quella Festa, comunque, dissanguò le casse comunali. Al comandante delle truppe francesi, l’ufficiale Expert vennero regalati 400 scudi per compensarne la clemenza usata nei riguardi degli insorti. La signora Teresa Tuccini venne risarcita con 600 scudi per il saccheggiamento subito ad opera dei rivoltosi.
Proprio il 10 giugno 1799 si dovettero stanziare le seguenti somme.
- 1122 lire per le truppe francesi venute il 4 maggio a ristabilire l’ordine a Fucecchio;
- 185 lire per “vettura” di 7 barrocci per il trasporto a Prato e quindi a Firenze delle armi e polveri da sparo requisite dopo il 4 maggio;
- 63 lire per la rimozione degli stemmi gentilizi dalla facciata del Palazzo Pretorio;
- 212 lire per la spesa occorsa per coprire le spese occorse per gli addobbi dell’Albero della sognata Libertà andati bruciati.

Il 10 giugno 1799 furono stanziate lire 63.134 per la rimozione degli STEMMI GENTILIZI che esistevano sulla facciata e all’interno del Palazzo Pretorio. La rimozione era stata ordinata dal Governo Francese.
Il Vicariato (Pretura) istituito da Leopoldo I nel 1780, venne trasformato dai Francesi in MAIRIE e tale rimase, salvo qualche breve parentesi, fino al 1814. Fucecchio, dal punto di vista amministrativo, al tempo della dominazione francese, fece parte del Dipartimento del Mediterraneo, alle dipendenze della Sottoprefettura di Pisa che a sua volta dipendeva dalla Prefettura di Livorno. Il Maire ( podestà-pretore-sindaco) dimorava nel Palazzo Pretorio.
Fu proprio lui che fece abbattere la CAPPELLA dove veniva celebrata la Messa settimanale per i carcerati.
I Francesi dissestarono alquanto il Palazzo Pretorio. Ne rendono testimonianza le spese sostenute fra l’ottobre ed il novembre del 1814 per ridestinarlo al suo uso.
£ 415,15,8 per muramenti e restauri ai quartieri e all’archivio;
£ 1797,13,4 per restauri e lavori ai quartieri del Vicario Regio, del Notaro Civile, del Notaro Criminale e del Soprastante o guardiano del Carcere;
£ 3.129,9 per mobili di vario genere per detti quartieri
£ 181, 1 per il restauro delle carceri
£ 133,14,4 per riduzione di stanza a guardiolo;
£ 70,15,1 per lo stemma granducale
£ 503 per il ripristino della CAPPELLA di S. Leopoldo

 

Il 7 luglio 1799 i Francesi, dopo averci governato dal 26 marzo 1799, abbandonarono Fucecchio diretti a Pisa e poi fuori dalla Toscana.
Fucecchio, durante il governo francese, era sto posto sotto la Municipalità di Prato.
Il 7 luglio 1799 fu un giorno di grande euforia per i fucecchiesi antifrancesi e soprattutto per i benestanti vessati da tasse e tributi e per gli ecclesiastici cui erano stati sottratti tutti gli oggetti d’argento e d’oro.
I capi dell’insurrezione del 4 maggio poterono uscire dalla prigione. Il 4 maggio 1799, un insurrezione popolare aveva abbattuto l’Albero della Libertà bruciandolo e lordandolo di sterco. Gli insorti, quel 4 maggio, avevano anche saccheggiato alcune abitazioni di filofrancesi. Quella insurrezione aveva ritardato la Festa dell’Albero della Libertà programmata per il 9 maggio ed aveva provocato l’intervento delle truppe francesi di stanza ad Empoli. Il comandante francese Expert riuscì a sedare l’insurrezione fucecchiese e si mostrò molto magnanime con gli arrestati, quasi tutti liberati grazie forse ai 400 scudi elargitigli dal nostro Consiglio Comunale presieduto dal canonico Giulio Taviani.

 

L’8 luglio 1799 nel corso della seduta straordinaria del Consiglio Comunale venne letto questo Bollettino:
“ Le truppe francesi che dal 26 marzo 1799 fino a ora hanno tenuto occupata la Toscana si sono finalmente ritirate da Firenze e altri luoghi della Toscana. Perciò è venuto a cessare il loro imperioso Governo che democratico appellavano, ed a ripristinarsi il tanto da noi desiato Governo del nostro amabilissimo Sovrano S.A.R. il Serenissimo Ferdinando III° arciduca d’Austria e granduca decimo della Toscana.”
I primi provvedimento che seguirono al ritorno del granduca lorenese furono:

1 – la costituzione di una proporzionata truppa civica locale di volontari ordinata dal Senato Fiorentino;
2- stanziamento di £ 400 per un Triduo in Collegiata in ringraziamento solenne per la liberazione della Toscana dalle truppe francesi e l’ingresso nel Granducato delle truppe imperiali austriache come per il ripristino del Governo di S.A.R. Ferdinando III°;
3 – si delibera che il 26 luglio, giorno del ringraziamento, venga distribuito un sussidio ai poveri del paese e che a questo scopo si faccia una questua per raccogliere le offerte volontarie;
4 - per gli imputati di giacobinismo (filofrancesi) venne realizzato un carcere nel Convento di S. Romano anche con il contributo del nostro Comune pari a 96 lire.

 

Il 27 luglio 1799 il Senato del Granduca lorenese Ferdinando III° decretò l’estromissione dagli uffici comunali di tutti quegli impiegati che vi erano stati assunti durante la permanenza dei francesi in Toscana.

 

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