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16 novembre 1761 “ Continuando il flagello dell’Altissimo Iddio a minacciare con le continue piogge e inondazioni senza vedere placato il di Lui sdegno, nonostante le preghiere ultimamente fatte al Glorioso Martire S. Candido protettore di questa Terra; e sperando che mediante l’aiuto della Vergine Santissima delle Vedute ottener si possa la tanto da noi desiderata serenità dell’aria mediante la di Lei intercessione, in data 16 novembre 1761 deliberarono e, deliberando, ordinarono farsi un TRIDUO nella chiesa della Madonna delle Vedute, scoprirsi detta Venerabile Immagine e farsi il discorso ad uso di Missione per muovere maggiormente il popolo alla comprensione e riforma dei costumi.
E a tale effetto stanziarono £ 42, che lire 30 per provvedere tanta cera per fare detto triduo e lire 12 da darsi per elemosina al Religioso che predicherà.”

 

Il 25 giugno 1762 la curia vescovile di S. Miniato dichiarò ufficialmente S. Candido patrono di Fucecchio.
I Fucecchiesi esultarono. Si erano attaccati a quell’antico corpo del martire, simbolo di una pura fede e della generosa dedizione della propria vita per la supremazia dello spirito.
La Bolla fu stilata dal Provicario Generale Pietro Vannucci, fucecchiese.
La stessa Congregazione dei Riti ratificò il decreto e fu così che S. Candido divenne il patrono di uno dei popoli più difficili della Toscana.
I Fucecchiesi si lamentavano sempre. Erano sempre insoddisfatti. E per di più erano incredibilmente irascibili.
Dal punto di vista religioso non tolleravano mosche sul naso. Erano dei fissati e per certi aspetti dei veri e propri fanatici.

 

Il 14 gennaio 1763 la congrega dei 12 sacerdoti che insieme l pievano gestivano la parrocchia presero una decisione che riuscì a placare finalmente l’umor nero di tutta la popolazione.
I Fucecchiesi ce l’avevano a morte con il Pievano perché non faceva mai suonare l’organo in chiesa:
Il Pievano aveva spiegato ripetutamente che l’organo era della Congregazione del SS. Nome di Gesù e che i 10 sacerdoti della Congregazione non lo faceva suonare perché non voleva spendere i soldi per pagare un organista. Aveva spiegato anche che di organisti a Fucecchio ce ne erano molti, ma che nessuno era disposto a suonare l’organo gratuitamente.
Il popolo, pur sapendo tutto questo, se la prendeva egualmente con il pievano: Spettava a lui imposi sulla Congrega sempre pronta a chiedere e mai disponibile a pagare. Spettava a lui farsi obbedire.
Ben presto il mormorio popolare cominciò a degenerare. Qualcuno minacciò una denuncia alle autorità di Firenze. A questo punto la Congrega corse ai ripari.
Il 14 gennaio 1763 la Congrega dei dieci sacerdoti indisse un concorso fra gli organisti dietro compenso di lire dodici annue. Il concorso fu vinto dall’unico concorrente che si era presentato: il sacerdote Francesco Cicci.
Tre anni dopo, nel 1766, il Cicci non volle più suonare l’organo sembrandogli troppo misero il compenso pattuito.
Pregato e supplicato, il sacerdote Ferdinando Perugini subentrò al Cicci. (Masani- Appunti)

 

Il 24 giugno 1763 il Magistrato dei Nove di Firenze scrisse alla Compagnia della Madonna della Croce per ingiungerle che le funzioni religiose nella sua Cappella – sul Poggio Salamartano – dovevano essere officiate da frati conventuali di S. Salvatore. Inoltre le fu proibito di vendere i MOCCOLI sia la mattina che la sera di PASQUA per prevenire i consueti litigi con la Compagnia di S. Giovanni Battista.
Negli anni successivi al 1763 i MOCCOLI vennero divisi la mattina di Pasqua tra i fratelli che avevano l’obbligo di fare la pace fra di loro e di comunicarsi nella chiesa Pievana di S. Giovanni Battista.
Nel 1765 la Compagnia della Madonna della Croce deliberò il rifacimento dell’altare della Crocetta. Lo si rifece in pietra (scudi 30).
Si rifece anche la volta della Cappella che due anni dopo, nel 1767, venne dipinta, per 200 lire dal pittore locale Alessandro Masini.

 

Il 13 marzo 1766 il consigliere comunale Neri, dopo che il secondo granduca lorenese, Pietro Leopoldo I, si era mostrato per la prima volta in pubblico in divisa di Feld Maresciallo delle truppe austriache, ebbe a dire:
“ La Provvidenza ci rappresenta il più illustre frutto dei suoi pensieri, il più caro segno del suo amore,…la nostra perpetua consolazione”
Perché questo panegirico?
Perché dal 1745 la Toscana era orfana di granduca. Infatti Francesco II°, primo granduca lorenese della Toscana dal 1737 al 1765, nel 1745 era diventato imperatore d’Austria ed aveva lasciato la Toscana. Il Reggente da lui nominato non poteva essere di gradimento al popolo.
Nel 1763 la CARESTIA aveva ingoiato moltissime vittime e numerosissimo bestiame. Francesco II° mandò in Toscana una somma cospicua di denaro con la quale vennero acquistati sette bastimenti di grano a Venezia. Soltanto un bastimento raggiunse Livorno. Gli altri sei furono predati dai pirati di Tripoli.
Il figlio di Francesco II°, Pietro Leopoldo I, venne inviato dal padre nel nostro granducato il 14 luglio 1763 sotto la guida di Thurn. Soltanto nel 1765, dopo la morte del padre, Leopoldo I, sposo novello, diventò granduca della Toscana.
Pietro Leopoldo I rappresentò per il consigliere fucecchiese Neri il segno della speranza.
Nel 1767 ci furono di nuovo la CARESTIA e la PESTILENZA.
L’imperatore d’Austria, indifferente alla nostra tragica situazione, impose alla Toscana una tassa di due milioni di fiorini. Il Granduca Leopoldo non potendo opporsi a questo provvedimento imperiale abolì certi privilegi e certe tasse.
I fucecchiesi sarebbero morti tutti quanti fame se in loro aiuto non fossero intervenute due Compagnie locali: quella della Madonna della Croce che stanziò 400 scudi per i miserabili e quella di S. Giovanni Battista che mise a disposizione dei più poveri il suo ospedale e le sue riserve di cibo.
E tutto questo smentì le belle speranze preconizzate dal Neri.
 Masani pagg. 180-181)

 

Il 31 marzo 1766, il nuovo granduca lorenese Pietro Leopoldo I° restò giuramento a Firenze.
In occasione di questo giuramento il consigliere Neri pronunciò un discorso che la dice lunga sulla nostra attitudine a plagiare il più forte.
“..la Provvidenza in questo giorno faustissimo ci rappresenti il più illustre frutto dei suoi pensieri, il più chiaro pegno del suo amore per noi, la nostra perpetua consolazione, il sospirato oggetto della nostra speranza in S.A.R, il serenissimo Arciduca Leopoldo Granduca di Toscana nostro unico Signore…preparato dal cielo a regnare sopra di noi colle virtù del padre, colle rispettabili alleanze e con i lieti auspici di una reale sposa scelta a perpetuare l’influsso della nostra presente felicità…”
Ma quale felicità?
A Ponte a Cappiano si moriva di fame.
Morirono, infatti, dentro la loro povera baracca due vecchi senza che nessuno potesse recare loro aiuto per le pessime condizioni del terreno da poco allagato dalle piene dell’Arno.

 

Il 19 febbraio 1767 i dirigenti della Compagnia della Madonna della Croce,” riflettendo sulle miserie che si sentono in questa terra et alle paterne e amorose premure di S:A.S ( granduca ) in sollievo di tutti i suoi sudditi e specialmente della gente povera nella calamitosa annata e sentito non essere n grado la Comunità (Comune) di poter prestare sollievo alla povera gente che non è in grado di guadagnarsi la necessaria sussistenza, veduto che la Compagnia dopo aver fatto le dovute spese ha ancora 400 scudi, deliberarono di stanziare questi scudi per supplire all’indigenza della povera gente della loro terra e Contado per dispensare pane.”

 

Il 9 marzo 1767 giunse alla Cancelleria (palazzo comunale che si trovava nell’attuale piazza Vittorio Veneto nell’ala sinistra del palazzo che ospita il Liceo Scientifico) di Fucecchio una circolare che invitava a fare il CENSIMENTO.
La circolare diceva: “ Procureranno i parroci di insinuare con la loro prudenza ai rispettivi popolani che tutte questa ricerche non sono dirette ad altro fine che a mettere in grado il nostro Sovrano di poter fare quei Regolamenti che stimerà opportuni per beneficiare i suoi fedelissimi sudditi.”
Non era questa la circostanza adatta. 
Il 1767 fu uno degli anni più tragici della nostra storia. Carestia e pestilenza mietevano moltissime vittime. Si moriva dovunque. Si moriva là dove un’intera famiglia era costretta a vivere in una stanza e a coricarsi sui pagliericci; si moriva là dove mancava il pane: e mancava ovunque.
L’unica stanza dell’ospedale di S. Giovanni Battista 8 posto nell’attuale canonica della Collegiata) era talmente gremita da mancare persino dei sacconi.
La Compagnia della Madonna della Croce mise a disposizione 400 scudi per supplire alle indigenze della povera gente.
La Compagnia di S. Giovanni Battista fece il possibile per portare sollievo alla povera gente che non era in grado di guadagnarsi la necessaria sussistenza.
Il Granduca di Toscana Leopoldo I. per arginare questa terribile contingenza, incoraggiò con un Motuproprio (decreto) la coltivazione delle campagne, abolì certi privilegi sul commercio del pane, sulla vendita delle farine e su altri generi da “manipolare”. Abolì anche alcune tasse.
Infine visitò tutto il granducato di Toscana.
Pettegoli e vanesi gli apparvero i benestanti fucecchiesi mentre del popolo disse che era “ insolente e rumoroso”
(APPUNTI Masani)

 

Il 17 settembre 1767 venne fissato il Calendario delle VACANZE scolastiche tanto per la Scuola Maggiore che per quella Minore.
Venne abolita la vacanza del sabato ed istituita quella intersettimanale del GIOVEDI’ che non veniva data quando una festa cadeva di martedì, di mercoledì e di venerdì.
L’ORARIO scolastico quotidiano prevedeva due ore di lezione al mattino e due ore al pomeriggio.
Nel pomeriggio del sabato era prescritto l’obbligo di fare “ la dottrina e il catechismo ai ragazzi”.
Il calendario prevedeva queste VACANZE:

- la vigilia ed il giorno delle seguenti solennità:
Epifania
Ascensione
Pentecoste
Corpus Domini
SS Trinità
Purificazione di Maria
Annunciazione
Assunzione
Natività di Maria
Concezione
S. Giovanni Battista
S. Niccolò
S. Antonio Abate
S. Antonio da Padova
S. Lucia
Rogazioni
- la vacanza di Carnevale si dava il sabato avanti la Sessuagesima
- la vacanza autunnale iniziava il 28 settembre e finiva il 5 novembre
Le lezioni scolastiche iniziavano il 6 novembre. I maestri non potevano chiedere congedi superiori a giorni 15 senza l’autorizzazione del Consiglio Comunale.

 

Il 17 novembre 1767, dopo 22 giorni di sofferenze, in seguito ad una caduta provocata da un cavallo mentre ritornava da una visita fatta ad un infermo, morì in odore di santità un fratello laico discepolo fedelissimo di S. Teofilo da Corte, fratel Federico di S. Lucia.
Gran folla di popolo corse a venerare la sua salma.

 

Il 27 novembre 1767 giunse a Fucecchio l’ordine del granduca di vigilare i giovani scapestrati che vivevano a carico di genitori onesti. Leopoldo I ordinò che tutti i giovani trovati in quelle condizioni venissero arruolati nelle truppe di stanza a Livorno e a Portoferraio.

 

L’11 febbraio 1768 il granduca di Toscana, il lorenese Leolpoldo I°, divenne padre di un grazioso maschietto cui furono imposti i nomi di Francesco, Giuseppe e Giovanni. 
Per questa gioiosa occasione vennero sparati 101 colpi di cannone.
A Fucecchio, come in qualsiasi altro paese del Granducato di Toscana, furono fatte le luminarie e furono cantati la Messa Solenne e il Te Deum.
A tanta esteriorità faceva riscontro una realtà sociale a dir poco tragica.
In campagna si viveva dentro capanne fatte con i fusti di saggina e con il tetto impastato di mota e tenuto da qualche trave.
A Cappiano scoppiavano molti incendi a causa del vento che sollevava i fuochi che i contadini facevano dentro le loro case-capanne.
La malaria infestava le popolazioni prospicienti al Padule.
In paese i miserabili vivevano nel timore continuo di essere visitati nottetempo dalla ronda che bussava alle loro porte per accertarsi della presenza di chi doveva osservare il precetto. 
Incuranti di ogni cosa si rivelarono i “messi e i cavalleri del Tribunale” che se ne andavano per fatti loro senza recapitare agli interessati le notificazioni e la posta.
Le uniche note piacevoli di quel 1768 furono:
- la pubblicazione di un’opera scientifica, sull’epidemia del 1767, scritta da un medico fucecchiese e pubblicizzata dalla Gazzetta Toscana;
- il successo dell’allevamento del baco da seta; 
- l’arrivo a Fucecchio di un gruppo di vescovi i quali soggiornarono per molti giorni presso il Convento La vergine per terminare il processo sulla vita del frate Teofilo da Corte morto in odore di santità e di cui venne poco dopo proclamata la venerabilità.
(Masani p.184-185)

 

Il 2 febbraio 1769 morì papa Clemente XIII°. Questo evento luttuoso fece incontrare a Roma il granduca di Toscana Leopoldo I e l’imperatore d’Austria, Giuseppe, fratello dl granduca toscano.
In questo incontro i due fratelli tracciarono le due nuove direttive politiche valevoli per il Granducato di Toscana nei confronti della Chiesa Cattolica che avrebbero provocato notevoli cambiamenti anche nella vita dei fucecchiesi:
1- sottrarre alle confraternite le proprietà fondiarie;
2- sfoltire drasticamente gli ordini religiosi con le soppressioni.
Ad entrambi i regnanti conveniva sottrarre alla Roma pontificia molti di quei capitali che anche dalla Toscana finivano nelle casse vaticane. Quei capitali potevano essere destinati alla bonifica della Maremma e dl Padule.
L’incontro dei due fratelli venne fissato dal pittore Batoni in un dipinto che anche molti fucecchiesi poterono ammirare quando venne esposto in Palazzo Vecchio.
Quel 1769 fu un anno fortunato per i fucecchiesi: diminuì il prezzo dei cereali a causa dell’abbondanza del raccolto.
Purtroppo si dovettero registrare anche due avvenimenti poco piacevoli:
una invasione di farfalle bianche e una tromba d’aria che abbatté il muro di cinta del convento delle monache di S: Romualdo nell’attuale Corso Matteotti. I 25 scudi necessari per la riparazione vennero sborsati dalla Compagnia della Madonna della Croce: le romualdine erano poverissime.

 

Il 7 maggio 1769, a conclusione del terzo processo di beatificazione di padre Teofilo da Corte, iniziato nel convento La Vergine di Fucecchio il 1 maggio 1768 (per 40 giorni) e ripreso il 16.04. 1769, fu fatta la revisione del corpo del Venerabile che fu trovato disfatto e marcito dal umidità.
La vecchia casa del 1740 fu inclusa in una nuova di quercia. 
Gli atti del processo furono sigillati e spediti a Roma 11. 11. 1769.

 

Il 31 agosto 1769 la Compagnia della Madonna della Croce con sede sul Poggio Salamartano stanziò 25 scudi per far restaurare il Convento delle suore di S. Romualdo posto nell’attuale Corso Matteotti.
Il Convento era stato colpito da una tromba d’aria che aveva abbattuto un muro. Le suore erano così povere che non avrebbero potuto provvedere al ripristino di quel muro se non fosse intervenuta la Compagnia della Madonna della Croce.

 

Il 1° novembre 1769 il granduca di Toscana Leopoldo I di Lorena abolì con Motuproprio la secolare istituzione del PODESTA’ ritenuta una carica inutile.
Questa decisione creò molti malumori specialmente fra i nobili che erano da sempre i candidati a ricoprire quella carica semestrale.
Il granduca fu molto diplomatico: finse di accogliere le proteste dei nobili non opponendosi alla nomina dei Podestà. Ma col passare degli anni il decreto di soppressione della carica di Podestà diventò esecutivo.
Proprio l’1.11.1769 fu nominato Podestà di Fucecchio Filippo Corsini con Ser Filippo di Marradi in veste di cavaliere. Rimase in carica fino ad aprile.
Prima del Corsini aveva ricoperto la carica di Podestà un certo Balducci che aveva impiegato la maggior parte del suo tempo a inventare il suo bastardello (registro con vignetta) che mostra il Padule con diversi pesci ed in alto un barbagianni sulla palude Stige ed un barcaiolo vestito col costume dell’epoca che, quale novello Caronte, conduce sulla barca un frate minore conventuale con la scritta Padre Fandonia.

 

Il 29 dicembre 1769 giunse a Fucecchio, proveniente dal Collegio-seminario dei Tolomei di Siena, il neo sacerdote fucecchiese don Giulio Taviani.
Scrisse nel suo diario:
“..venni alla volta di Fucecchio ove arrivai alle ore 24 e mezza sano e salvo per grazia di Dio.”
L’arrivo di questo prete che rivoluzionò la vita di Fucecchio passò inosservato.
Questo sacerdote fu sempre al centro di tutti quegli avvenimenti, specie di quelli di natura ecclesiastica, che produssero notevoli cambiamenti nel nostro modo di vivere.
Il Taviani fu inoltre un grande cultore di storiografia locale. Sebbene fosse affetto da spirito campanilistico, aprì ampie finestre sul nostro passato.

 

Il 18 marzo 1770, terza domenica di Quaresima, i fucecchiesi videro attaccata alla porta della pieve (l’attuale Collegiata) una Bolla. Era la Bolla del nuovo pontefice Francesco Albani che aveva preso il nome di Clemente XI°.
La Bolla diceva “….il sommo Pontefice per implorare il Divino soccorso nel principio del suo Pontificato concede a tutti il giubileo, cioè l’indulgenza plenaria da tale giorno fino alla Domenica di Passione”
La Bolla era stata appesa alla porta che dava sul muro castellano in prossimità della Porticciola, di fronte al monte Pisano, dal calzolaio Giuseppe Crociani per ordine del pievano Benvenuti.
Il pievano, dopo aver dato l’ordine di attaccare la Bolla, se ne disinteressò completamente. Non si prese nemmeno cura di informare i fedeli che era morto il papa e che ne era stato eletto un altro.
Pur essendo quasi tutti analfabeti, si sparse in Fucecchio la notizia della possibilità di lucrare la indulgenza. La gente, allora, si riversò nella chiesa come un branco di pecore desiderosa di avere indicazioni precise. Il pievano, però, fece il nesci. Gli altri sacerdoti protestarono e chiesero al pievano di spiegare dall’altare i termini della Bolla, i motivi e le modalità per lucrare l’indulgenza concessa; ma fu come chiedere una cosa ad un mulo.
Il “popolo mormorava e diceva con ragione molte belle cose, le quali si risolvettero in chiacchiere e niente fecero per far ravvedere questo insensato pievano che di altro impiego era degno fuor che di questo” scrive don Giulio Taviani.
(APPUNTI Masani e suo libro a pag.187)

 

Il 27 maggio 1770 giunse Fucecchio il nostro Vescovo Monsignor Poltri con tutto il suo seguito ed impartire il sacramento della Cresima ai bambini e alle bambine del paese e del comune.
Prima di celebrare questo rito, il vescovo promise formalmente che avrebbe inoltrato alla Santa Sede la supplica per elevare a Collegiata la pieve fucecchiese di S. Giovanni Battista. Inoltre avrebbe avanzato anche la richiesta di elevare la Congregazione del SS. Nome di Gesù a Capitolo della Collegiata,
Assicurò infine che avrebbe accolto la supplica del popolo di Cappiano tesa ad unire la prioria di S. Bartolomeo alla futura Collegiata in modo da assicurare un sacerdote anche ai Cappianesi che non godevano di un servizio religioso stabile.
Alle tre pomeridiane diede inizio al rituale per l’amministrazione del sacramento della Cresima che per consuetudine si svolgeva nell’attuale piazza Vittorio Veneto che, a quell’ora, era gremita di cresimandi, comari, compari, genitori e spettatori.
La processione del clero partì dall’Oratorio di S. Rocchino e si diresse nella Piazza.
I cresimandi erano stati sistemati in un recinto di panche sotto l’immagine (l’affresco) di S. Cristoforo. La ressa fu memorabile. Il vescovo fu costretto a cresimare nell’Oratorio di S. Rocchino. La cresima dei bambini fucecchiesi fu rimandata all’indomani.

 

L’1 giugno 1770 il vescovo di S. Miniato monsignor Poltri, giunto in visita pastorale il 27 maggio, finì di impartire la Cresima ai giovani e alle bambine di Fucecchio e dei castelli vicini poiché gli era stato impossibile cresimarli tutti quanti il giorno precedente. Per evitare una nuova ressa, i ragazzi furono schierati sotto i portici della chiesa di S. Salvatore; le ragazzine, invece, furono allineate lungo i lati perimetrali del chiostro dei frati conventuali di S. Francesco (oggi S. Salvatore) posto sul lato destra dell’omonima chiesa.
Così fu amministrato il sacramento della Cresima 2con quiete e pace e consolazione del Vescovo medesimo, che gli mitigò il disgusto sofferto nel giorno antecedente.
Il 2 giugno, il Vescovo terminò la sua visita pastorale e rientrò a S. Miniato.

 

Il 28 maggio 1770 Il vescovo di S. Miniato Monsignor Poltri finì di cresimare i bambini e le bambine che si erano presentati il giorno prima in Piazza (Vittorio Veneto).
Il giorno prima, era successo un vero parapiglia, I cresimandi e le cresimande si misero prima a ridere e poi a piangere perché la moltitudine della gente era tale che quelli dietro spingevano quelli davanti di modo che nel pigia pigia molti ragazzi perdettero le comari e si misero a strillare. Le comari che avevano perduto i ragazzi strillavano per riprendere il loro posto; strillava pure chi esortava le persone a riprendere il loro posto; urlava la forza pubblica per riportare l’ordine e, mentre il disordine aumentava, il cerchio intorno al Vescovo si stringeva sempre più fino al punto di infruscare lo stesso prelato che non sapeva più doveva cresimare.
Fu giocoforza interrompere la cerimonia per far riprendere fiato al vescovo stremato di forze.
Per terminare di cresimare il prelato si portò nell’Oratorio di S. Rocchino, posto tra la Piazza e la chiesa di S. Giovanni, dove, serrate le porte, vennero introdotti a poche per volta i cresimandi. Ma anche questo tentativo di diradare la folla andò fallito.
Infatti, appena si fu allentata per un solo attimo la vigilanza, la chiesa di S. Rocchino si riempì talmente il vescovo fu costretto ad interrompere la somministrazione del sacramento e a rimandare il tutto al giorno successivo, il 28 maggio.
La gente venuta dalle frazioni strepitò. Moltissime di queste persone non avevano i mezzi per trattenersi una notte a Fucecchio. Monsignor Poltri, allora, cresimò i casi più urgenti e nel trambusto ci fu una mamma che interpretò il ruolo della comare che non si trovava più.

 

L’8 giugno 1770 giunse a Fucecchio, di ritorno da Roma, il nuovo arcivescovo di Lucca monsignor Martino Bianchi. Fu la sua una permanenza eccezionale. Andò a riposare nel Ritiro della Vergine perché aveva passato 8 anni in abito da terziario. Il giorno dopo andò a celebrare la S. Messa nella chiesa delle monache di S. Andrea dove era stato, in passato, confessore straordinario
Subito dopo aver confessato, andò dalle monache di S. Romualdo (nell’attuale Corso Matteotti nell’area dei giardini Bombicci)
Nel pomeriggio girò per Fucecchio.
La notizia della sua presenza si sparse in tutto il paese. I principali cittadini che già lo conoscevano andarono a trovarlo e a ringraziarlo per avere onorato Fucecchio della sua presenza.

 

Il 29 giugno 1770 giunse a Fucecchio la notizia ufficiosa della nomina a Vescovo di Massa e Populonia dl Vicario Pietro Maria Vannucci, nostro concittadino.
Il popolo esultò. Vannucci operava nella curia vescovile di S.Miniato. Tutti vollero andare ad ossequiarlo. Il Comune ci mandò, in veste d’ambasciatori, Giuseppe Montanelli e Giuseppe Aleotti.
Il Vannucci, commosso, ringraziò tutti epistolarmente e successivamente di persona quando il 15 ottobre venne a Fucecchio. Ad attenderlo sulla soglia della sua casa c’erano il fratello dott. Francesco Maria e la processione dei cittadini.
Dopo aver celebrata la S. Messa nella chiesa della Vergine, in quella di S. Gaetano delle monche Romualdine e in quella di S. Andrea delle monache clarisse, si recò in Comune (l’attuale fabbricato del Liceo scientifico in Piazza Vittorio Veneto) a ringraziare il Gonfaloniere (sindaco) Antonio Gherardi.

 

Lunedì 15 ottobre 1770 il concittadino Maria Vannucci neovescovo di Massa e Populonia giunse a Fucecchio atteso sulla soglia della propria casa dal fratello dott. Francesco Maria e da una lunga processione di contadini.
Monsignor Vannucci, dopo aver celebrato la Messa nelle chiese della Vergine ed in S. Andrea andò in Comune (in piazza Vittorio Veneto) a ringraziare il Gonfaloniere Carlo Antonio Gherardi che, appena saputo della nomina del Vannucci a Vescovo, aveva mandato a S. Miniato due ambasciatori per congratularsi con lui.

 

Il 2 novembre 1770, in occasione della ricorrenza dei Morti, i fedeli della Pieve di S. Giovanni, oggi Collegiata, trasecolarono nel vedere la loro chiesa riccamente addobbata. C’erano perfino gli specchi alle pareti della chiesa.
Tutto questo lustro che faceva a pugni con l’abituale indecenza con cui la chiesa si presentava fu opera del giovanissimo sacerdote Giulio Taviani rientrato da poche settimane a Fucecchio dal seminario di Siena dove era stato ordinato sacerdote.

 

Il 7 novembre 1770 caddero sulla chiesa pievana di S. Giovanni Battista, oggi Collegiata, due fulmini che rovinarono il tetto sopra l’Altare Maggiore e sopra l’altare della Madonna del Carmine. Rovinarono anche “la cantonata del campanile (che si trovava in corrispondenza del sagrato dell’attuale collegiata) e distrussero le finestre che guardano il Poggio Salamartano”.

 

Il 10 marzo 1771 il vescovo di S. Miniato monsignor Poltri venne a Fucecchio, nella chiesa di S. Andrea per la vestizione di una monaca. La ragazza che ricevette l’abito delle clarisse era la figlia del defunto medico Benedetti di Montopoli.
La nuova monaca creò seri problemi alla comunità delle clarisse di S. Andrea.

 

Il 1° maggio 1771 il vescovo di S. Miniato monsignor Poltri tornò a Fucecchio per effettuare un'altra visita pastorale.
Il giorno dopo andò nel monastero di S. Andrea per assistere alla elezione della BADESSA nella persona di suor Ermenegilda Franchini di S. Miniato.
Il vescovo andò anche dalle monache di S. Romualdo in corso Matteotti.
La visita pastorale si concluse il 7 maggio.

 

Il 12 maggio 1771, Iacopo Comparini ebbe il permesso dagli auditori del Comune di far correre il PALIO.
I cavalli dovevano prendere la corsa dal viottolo del podere del dott. Gaspare Montanelli e terminare al Pozzo dei Cavoli.
Il canapo doveva essere tirato “alle Mosse”, mentre la bandiera aveva a trovarsi alla meta. 
Per la scappata ci si doveva servire della tromba e non di altro contrassegno.

 

Il 29 maggio 1771 si svolse nella sagrestia della pieve di S. Giovanni una riunione cui presero parte il pievano, i suo 10 collaboratori ed il clero fucecchiese. In quella riunione venne esaminata attentamente la richiesta dei padri conventuali di S. Salvatore. I frati di S. Salvatore (presenti in S. Salvatore dal 1299) volevano fare, con il concorso di tutti, una festa processionale per la domenica “infra l’ottava del Corpus Domini” per tutta la terra di Fucecchio partendo dalla loro chiesa di S. Salvatore.”
La risposta degli adunati fu negativa.
Il pievano non voleva che fosse introdotta una nuova usanza per evitare che il popolo credesse nella superiorità dei frati.
I frati si arrabbiarono e nel refettorio nacquero accese discussioni.
La tempesta, però, si placò abbastanza rapidamente.

 

Il 2 ottobre 1771 una vedova così scrisse al Granduca mediceo:
“Altezza Reale,
Donna Agnoletta vedova di Niccolao Doddoli della Terra di Fucecchio, serva e suddita umilissima , espone come Marco e Fioravante suoi figlioli, oltre ad avere preso moglie mentre viveva Niccolao padre ed essersi partiti da casa, lasciando il medesimo stroppiato dalla gotta ed impotente a guadagnarsi a sé e a tre sue povere figlie fanciulle, senza mai porgervi un sussidio sebbene versasse quasi mendico, anche dopo la morte di detto loro padre, tornati ad una loro casa livellare per privare due altri suoi figli rimasti alla medesima oratrice che non possimo somministrare alla medesima ad una rimasta fanciullina il vitto, vanno giornalmente procacciando insidie e risse con dare ai medesimi querele criminali come hanno fatto e sortono di presente
Genuflessa ai piedi dell’A.V.R. prega la clemenza dell’A.N. a volere con la (sua) suprema autorità ridurre i medesimi suoi figli da portare il rispetto materno ed a reprimere la loro malizia, per non ridurre gli altri fratelli in stato miserevole.”

Un anno dopo, i Nove di Firenze, in data 12.7.1711 risposero al Podestà di Fucecchio:
“Molto Magnifico,
vi trasmettiamo l’ingiunta comparsa di Donna Agnoletta vedova di Niccolao Doddoli e vi commettiamo che sentito di che occorre e riconoscendo faccia di bisogno gli amministriate giustizia sommaria fino alla sentenza.”

 

Il 3 ottobre 1771, come ogni anni, si svolse in modo solenne e processionale, la festa del Patrono del Paese, S. Candido.
Il corpo del martire S. Candido fu portato per le vie del Paese e al suo rientro nella Pieve (Collegiata) sostò in Piazza Maggiore sotto l’immagine di S. Cristoforo.
Fu proprio in Piazza e sotto l’immagine di S. Cristoforo che Cristoforo Rosati ”per gioviale trattenimento del popolo concorso abbruciò un piccolo ma ben lavorato fuoco di artifizio”.
Questo fu il primo fuoco di artifizio fatto nella festa di S. Candido.

 

Il 16 ottobre 1771, a seguito del benigno Rescritto del granduca Leopoldo I° del 4.10.1771, il vescovo di S. Miniato Monsignor Poltri, con una lunga Bolla, insignì il Pievano di Fucecchio della dignità di ARCIPRETE, mentre i sacerdoti del SS. Nome di Gesù vennero insigniti del titolo di CANONICI.
Nasceva così il CAPITOLO della Collegiata che tanta parte ebbe nelle vicende della storia locale.
Purtroppo la nostro CAPITOLO non vennero riconosciuti né privilegi particolari né il potere di eleggere l’arciprete.
Promotore di questa…promozione era stati il solito canonico Giulio Taviani.
Il 22 marzo 1771 si era recato a S.Miniato per sollecitare la emissione della Bolla di erezione dell’arcipretura di Fucecchio.
Il vescovo, come contropartita, fece sottoscrivere al CAPITOLO l’impegno a recitare il Vespro, la Compieta, il Mattutino nel giorno antecedente le feste della Assunzione e dell’Immacolata Concezione.
Il Taviani corse a Fucecchio, fece radunare il Capitolo e, dopo due giorni, trasmise al vescovado la dichiarazione di accettazione da parte del Capitolo degli obblighi elencati tre giorni prima dal vescovo di S. Miniato. 
Il Taviani aggiunse alle due feste aggiunse altre tre feste: la Purificazione, l’Annunciazione e la Natività della Madonna.

 

16 novembre 1771 – Bolla vescovile
Da una lettera del canonico Giulio Taviani del 14.7.1779 sappiamo che con Bolla Vescovile del 16.11.1771 – Pontefice Clemente XIV° e Granduca Leopoldo I di Lorena – vennero riconfermati convenzioni, stipulazioni e patti firmato all’atto dell’erezione della Congregazione del SS. Nome di Gesù avvenuta nel 1624. Si legge infatti:
“Per promuovere maggiormente il Culto Divino e la divozione del popolo fattosi più numeroso, come pure per maggiore istruzione del Popolo, il Pievano ed alcuni sacerdoti vennero nella determinazione di erigere e fondare in perpetuo nella detta Pieve una Congregazione o sia Collegio di 10 sacerdoti che eressero e fondarono sotto il titolo del SS. NOME DI GESU’ al fine di uffiziare più decorosamente che fosse loro possibile la detta Pieve illustre e ragguardevole come può vedersi nel Corpo Canonico.”

 

L’1 dicembre 1771 fu data notizia al popolo fucecchiese che l’antica pieve di S. Giovanni era stata elevata alla dignità di Collegiata e che la Congrega del SS. Nome di Gesù era stata innalzata al grado di Capitolo con Bolla vescovile del 16 ottobre 1771. Il Granduca Leopoldo I, con Rescritto del 4 ottobre 1771, aveva accordato al nostro vescovo l’autorità di insignire la Pieve di S. Giovanni e la Congregazione del SS. Nome di Gesù di Fucecchio dei titoli di COLLEGIA e di CAPITOLO.
L’onore della lettura della Bolla spettò al nostro canonico don Giulio Taviani, promotore, patrocinatore ed estensore del testo della medesima.
Al termine della funzione della Buona Morte che ogni anno si svolgeva nella chiesa di S. Giovanni Battista la prima domenica di dicembre, il Taviani lesse la Bolla e le Suppliche del Clero, del Gonfaloniere e degli Anziani che evidentemente avevano caldeggiato l’iniziativa intrapresa dal Taviani.
Questi lesse anche il rescritto granducale del 4 ottobre 1771.
Due giorni dopo, e precisamente il 3 dicembre, la Bolla istitutiva della Collegiata e del Capitolo venne notificata al Gonfaloniere (sindaco) e al Consiglio degli Anziani del Comune di Fucecchio.

 

Il 4 dicembre 1771 il canonico Giulio Taviani e l’arciprete della Collegiata andarono a S. Miniato per presentare la vescovo la pianta della “nuova Collegiata” così come l’aveva disegnata il canonico Taviani “acciò ( il vescovo) dicesse il suo sentimento”
Ottenuta l’elevazione della Pieve a Collegiata il 16 ottobre 1771, il Taviani, scoraggiato nel vedere le mura cadenti e rovinate della ex Pieve, una vera Cenerentola rispetto alla chiesa di S. Salvatore, aveva pensato bene di doverla demolire per sostituirla con un’altra secondo un modello da lui progettato. 
Condividendone l’idea, il Capitolo aveva dato mano libera al canonico Taviani perché si adoperasse a convertire la misera ex Pieve in una insigne Collegiata con facciata rivolta verso la Piazza Maggiore anziché verso il Monte Pisano.
Il Vescovo, dopo aver osservato il disegno del Taviani. “disse che sarebbe stato assai bene levare le colonne, fare un tutto solo, riservandosi però di dare meglio il suo parere sul posto.”
Il Taviani, preso atto dei rilievi del vescovo, si rimise al lavoro e, improvvisandosi architetto, il 19 dicembre 1771 terminò il disegno della nuova pianta della Collegiata con le misure esatte.
Il Taviani consegnò la pianta della nuova Collegiata al cancelliere Fanetti (segretario comunale) che provvide a trasmetterla al senatore Averardo Salviarti che tanta cura si era preso per indurre il granduca al rescritto di approvazione della elevazione della Pieve di Fucecchio a Collegiata datato 4 ottobre 1771.
A sua volta l’arciprete inviò il rapporto al Principe Corsini affinché lo presentasse al granduca Leopoldo I di Lorena.

 

Il 15 gennaio 1772 l’Arno straripò e si verificò un’alluvione più disastrosa di quella del 1740. In quella occasione il Padule si riempì come non mai di acqua.
Il disastro dell’alluvione venne appesantito da nevicate e da venti così impetuosi che travolsero le campagne e le capanne dei contadini e dei pescatori.
Tali avversità atmosferiche si protrassero fino al 10 febbraio. Centinaia furono le famiglie ridotte alla disperazione.
(Masani- Appunti )

 

Il 7 giugno 1772, nel giorno di Pentecoste, ci furono fuochi d’artificio ed una solenne processione.
La gente fece ressa sia per l’una che per l’altra manifestazione e tanto fu il calore con cui si prese parte alee funzioni da spingere qualcuno e poi molti ad affermare di avere veduto una vaga illuminazione “intorno all’immagine di Maria santissima di Montenero” che si trovava dipinta ella cantonata che guarda la piazzetta della casa dei Bonistalli.
Si aggiunse poi a questa euforia la corsa del PALIO con la lancia. Ma fu una corsa talmente deludente che la gente andò via arrabbiata “per la grossolana imperizia di quelli che correvano dai quali non poté mai infilarsi l’anello due volte.
(canonico Giulio Taviani)

 

Il 22 luglio 1772 il canonico Giulio Taviani andò a S. Miniato a perorare una causa che stava particolarmente a cuore ai neo canonici del Capitolo della Collegiata (1771). Essi non erano contenti del colore della loro mozzetta e chiedevano di poter usare a loro arbitrio ora quella di color nero e ora quella di color paonazzo.
Il Vescovo accolse la loro richiesta e incaricò lo stesso Taviani di redigere il testo della Bolla con la quale sarebbe stato sanzionato il diritto dei canonici a indossare o l’una o l’altra mozzetta (mantellina). Il Vescovo avrebbe poi apposto sul testo del Taviani la propria firma.
Questo ennesimo successo dl canonico Taviani – erezione della Pieve a Collegiata e il placet per la costruzione della Nuova Collegiata – scatenò le invidie e le gelosie del clero fucecchiese.
E così il povero canonico Taviani che si adoperava continuamente per innalzare sempre di più il prestigio del nostro paese diventò oggetto di rancori e di insospettabili rivalità.

 

L’8 agosto 1772 si svolse , come ogni anno la Festa di S, Gaetano, titolare della chiesa delle monache di S. Romualdo posto nell’attuale Corso Matteotti. A questa festa prendevano parte tutti i canonici del Capitolo della Collegiata. Quella mattina, nella sagrestia della chiesa di S. Gaetano venne attaccato aspramente dai suoi colleghi il canonico Giulio Taviani.
Il Taviani fu accusato di essere entrato in chiesa in cotta, da solo, senza il Capitolo. Così agendo aveva disonorato il Capitolo facendolo stimare una istituzione insignificante. I canonici, irritati per essere stati soppiantati, vollero portare il fatto davanti al vescovo. 
Il Taviani, su consiglio di un amico abate, si portò a S. Miniato da vescovo per sciogliere il nodo di quello stato di conflittualità.
Il vescovo stilò uno STATUTO in cui furono fissati i doveri dei canonici.

 

Il 4 ottobre 1772 Leopoldo I, granduca di Toscana, con benigni Rescritto accordò al Vescovo Poltri – di S. Miniato- la facoltà di insignire il pievano di Fucecchio alla dignità di ARCIPRETE e i sacerdoti della Congrega del SS Nome di Gesù del titolo di CANONICI.

 

Il 13 ottobre 1772, di mattina, alle ore 10,30, entrò in Fucecchio il Granduca Leopoldo I con la consorte e parte della Corte. Proveniva da Empoli. Percorse in carrozza Corso Matteotti e scese in Piazzetta, l’attuale piazza Niccolini.
Proprio davanti alla Madonna di Montenero del Bonistalli, in piazza Niccolini, il Granduca incontrò don Giulio Taviani che si improvvisò subito Cicerone e cerimoniere portandosi alla destra del granduca medesimo.
Dal Poggio Salamartano Leopoldo I ammirò il panorama. “Piacque all’ARR la veduta dal nostro Poggio da cui si vedon la Terra le Castella del Valdarno”.
Il Taviani colse l’occasione per invitarlo a visitare la Collegiata “.. ed egli ricusò sul principio credendosi che fossi fuori di strada per andare a Cappiano dove voleva esservi alle ore 11”. Ma il Taviani spiegò che la chiesa era quella di fronte e allora accettò di visitarla. 
“ Restò meravigliato che i frati fossero tanto vicini e disapprovò che in quel sito vi avessero fabbricato un convento.”
Il Taviani spigò che il convento era più antico della Collegiata.
Il granduca entrò in chiesa e rimase scandalizzato “ dalla indecenza di questa chiesa vedendola lacera”
Fu una mossa astuta del Taviani. Così, prendendo la palla al balzo, il Taviani disse al Granduca che per il restauro occorrevano “gli avanzi delle rendite delle Confraternite di S. Giovanni Battista e della Madonna della Croce. Il Granduca disse di stendere una relazione e di spedirgliela a Firenze.
Intanto tutte le campane suonarono a festa.
Tutto il popolosi riversò sul Poggio Salamartano e questo fatto innervosì il Granduca. Infatti “bisognò che i servitori facessero la strada per passare a forza a forza di urti. Facevano Corte al Granduca il principe Lorenzo Corsini, il Conte di Thourn, il Marche Albizi, la Contessa Suarez Pecori e la Marchesa Corsi.”
Al ritorno in carrozza, il granduca Leopoldo I non ragionò che della Collegiata da restaurarsi. Poi nel momento che entrò in carrozza “ disse ancora che gli insegnassero un luogo per fare lo SPEDALE degli ammalati e ciò lo ripeté più volte a tutti.”
Al Taviani dell’ospedale non interessava niente.

 

Il 25 ottobre 1772 il Capitolo della Collegiata decise di assumere la mozzetta (mantellina) di color paonazzo con sua fodera di mantino rosso e bordatura di simile colore nei vespri delle prossime festività dei Santi e così lasciare quella di colore nero usata per lo spazio di un secolo e mezzo.
L’erezione della Pieve di S. Giovanni Battista a Collegiata e la istituzione del Capitolo della Collegiata produsse un po'’ di gelosia nei padri francescani conventuali di S. Salvatore.

 

Il 28 ottobre 1772 esplose in maniera aperta il conflitto tra i frati conventuali di S. Salvatore e il Capitolo della Collegiata. Quel giorno morì la vedova di Bartolomeo Panicacci, Gaetana.
Fin dall’antichità si usava suonare per mezz’ora a distesa una campana per convocare il clero.
Al termine di quel suono il clero si partiva dalla Collegiata per andare nella chiesa tumulante allo scopo di dare inizio alla rito funebre. Quel giorno la chiesa tumulante era S. Salvatore.
I frati conventuali, prima che la campana terminasse di suonare, iniziarono la celebrazione della Messa. Inoltre avevano spostato gli sgabelli in modo da chiudere dentro un cerchio il clero secolare.
Appena il Capitolo entrò in chiese con l’arciprete in testa e vide la Messa già cominciata e i frati al centro, ai lato e dietro le sedie del Capitolo, ebbe inizio un battibecco che interessò tutti i fedeli presenti che parteggiarono per ‘uno o per l’altro partito.
L’arciprete protestò. Il guardiano replicò:- Il posto è questo, se loro vogliono, se no…
Capitolo ed arciprete se ne andarono. La notizia fece scalpore. Un frate, poi, ingigantì il contrasto. Ci pensarono i familiari della defunta a sistemare la faccenda. I parenti della defunta ordinarono alquante Messe anche ai sacerdoti del Capitolo. E nonostante qualche inevitabile strascico, ancora una volta i soldi fecero nascere ed appianare un conflitto apparentemente insanabile.

 

Nel 1772 la Congregazione venne elevata al rango di CAPITOLO DELLA COLLEGIATA.

 

Il 16 gennaio 1773 il vescovo di S. Miniato mandò a chiamare il canonico fucecchiese Giulio Taviani allo scopo di dirimere una vertenza sollevata da canonici saminiatesi della cattedrale contro quelli del Capitolo della Collegiata di Fucecchio. Motivo della disputa era la “mozzetta dei canonici fucecchiesi” che era troppo simile a quella del Capitolo diocesano.
Il vescovo disse al Taviani che i canonici fucecchiesi erano andati fuori delle concessioni loro accordate. Essi potevano portare la mozzetta color paonazzo, ma senza i ”bottoncini ed occhietti rossi” e senza la fodera di simil colore.
Il vescovo, dopo aver chiarito i termini della vertenza, chiese che una deputazione di canonici fucecchiesi si recasse a S. Miniato per por fine alla querelle.
Come deputato unico, a nome di tutti, ritornò il Taviani medesimo che portò al vescovo un nuovo esemplare di mozzetta da sottoporre al giudizio dei canonici di cattedrale. 
Il canonico saminiatese Stefani prese in consegna la mozzetta portatagli dal Taviani, la fece esaminare dagli altri canonici e, dopo quattro giorni, la riconsegnò al Taviani con il consenso dei confratelli. ( Masani- pag. 196 )

 

Il 3 aprile 1773 il granduca Leopoldo I emanò un decreto con il quale proibiva a chiunque di fare i FUNERALI fuori della propria parrocchia sotto pena di scudi 300.
Tale decreto venne reso pubblico a Fucecchio la mattina dell’11 aprile.
L’arciprete della Collegiata dichiarò provvidenziale questa ordinanza granducale. Non esultò soltanto il nostro arciprete ma anche tutti i parroci del Granducato visto che la maggior parte dei FUNERALI veniva affidata ai frati francescani che se ne accaparravano le parcelle tanto ambite da chi doveva sopportare gli oneri della conduzione delle parrocchie.

Finalmente parve chiuso, a Fucecchio, il capitolo dei duelli fra arciprete e frati francescani, conventuali e zoccolanti. Ma, come si suol dire, fatta la legge trovato l’inganno. Infatti…
Morì a Fucecchio, in aprile, Francesco Maria Comparini. I congiunti fecero il FUNERALE in parrocchia conformemente a quanto prescritto dal decreto granducale.
Il giorno dopo scialarono con i frati del Convento La Vergine commissionando loro una funzione funebre in pompa magna.
Allibiti e stizziti i canonici del Capitolo denunciarono il fatto a Firenze e a S. Miniato. Il Vescovo ed il Governo dovettero ammettere che l’operato della famiglia Comparini era più che legittimo.

 

Il 10 aprile 1773, Fucecchio si parò a festa. 
La festeggiata era la chiesa di S. Giobbe dove, a spese del Comune, era stato fatto discostare dal muro, di tre braccia, l’altare a causa dell’umido che filtrava dalle pareti.
Il Capitolo della Collegiata si portò processionalmente in quella chiesa al seguito del Vescovo e fu una bella festa maggiormente goduta perché proprio in quei giorni il granduca aveva emesso un MOTU PROPRIO tanto gradito ai parroci.
Il decreto granducale proibiva a chiunque di fare i funerali fuori della propria parrocchia sotto pena di scudi 300.
Il decreto costituì una bastonata vera e propria per i FRATI ai quali, da sempre, erano stati sempre commissionati i FUNERALI.

 

Il 13 aprile 1773, Leopoldo I° granduca di Toscana proibì per tutto il granducato il GIOCO delle CARTE e dei DADI “per i luoghi pubblici e nei teatri”.
Il popolo, ed in particolare quello fucecchiese, mugugnò. Ma il Buon Governo non intese lagnanze e si dichiarò severissimo contro coloro che avessero tenute aperte le case clandestine.
Naturalmente ci fu chi azzardò, chi aprì banchi da gioco in casa propria e chi si divertì buggerandosi della Legge. Il granduca non ignorava questi ripieghi né si illudeva sull’obbedienza assoluta dei toscani.
Per quanto si fosse fatto una concezione particolare sulla dolcezza del carattere dei toscani, sapeva che in certe zone e specie nel Valdarno Inferiore l’obbedienza sarebbe stata solo formale. Ma non era questo che premeva maggiormente al giovane granduca.
Gli premeva piuttosto andare a fondo con certe RIFORME che aveva in mente e che già in partenza avrebbero atterrito i suoi sudditi.
Esse riguardavano soprattutto la status ecclesiastico.
Tutte quelle CONFRATERNITE e quei CONVENTI che pullulavano in Toscana e in particolare a Fucecchio e le processioni notturne penitenziali erano piaghe che in qualche modo andavano risanate.

 

Il 6 maggio 1773 il ministro Carlo Bonsi del Granducato di Toscana inviò a tutti i vescovi una Circolare con la quale venivano proibite non solo le PROCESSIONI notturne (troppo numerose), ma anche e soprattutto le macabre esibizioni dei membri della Compagnia dei Flagellanti durante le processioni della Settimana Santa.
In ricordo della flagellazione di Gesù Cristo, i confratelli della Compagnia dei Flagellanti, inebriati forse da abbondanti libagioni ed in preda alla conseguente carica di isterismo, si frustavano a sangue durante la processione notturna della Settimana Santa.
Il popolo fucecchiese, anziché condannare simile manifestazione, accorreva in massa per vedere l’orrendo spettacolo di sangue che scorreva lungo il corpo dei Flagellanti.
La proibizione di questo macabro rito suscitò turbolente reazioni di disapprovazione in seno alla nostra popolazione che indusse il Magistrato ad occuparsene severamente.

 

Il 4 luglio 1773, di ritorno da Firenze, il dott. Domenico Alessandro Cicci, portò la notizia che il Convento di S. Salvatore, sul Poggio Salamartano, sarebbe stato destinato agli ammalati di Fucecchio.
Il granduca Leopoldo I, nella sua visita effettuata a Fucecchio il 13.10,1772, era rimasto colpito sia dallo stato di indecenza della Pieve (Collegiata), ma soprattutto dalla mancanza di un OSPEDALE e la inspiegabile vicinanza dei frati di S. Salvatori con i preti della Pieve di S. Giovanni, entrambi sul Poggio Salamartano. Il granduca parlò di queste anomalie fucecchiesi con i suoi collaboratori (ed uno di questi era il dott. Cicci).
La reazione dei frati conventuali di S. Salvatore fu pronta e vivace.
Come prima mossa stesero una SUPPLICA al Granduca per dimostrare la necessità della loro presenza a Fucecchio coprire la richiesta di confessioni. I conventuali trasmisero poi un’altra supplica al Gonfaloniere e agli Anziani del nostro Comune.
Mario Trivellini, amministratore comunale, per controbattere tali suppliche e per avvalorare la tesi che i Fucecchiesi volevano un OSPEDALE, raccolse le firme di numerosissimi cittadini “onde chiedere l’ospedale per gli ammalati”.
Fuori di sé dalla rabbia e convinto che dietro il Trivellini ci fosse il Capitolo della Collegiata, il padre guardiano dei conventuali i S. Salvatore stese una relazione che lo stesso padre Provinciale bocciò perché, oltre alle falsità che conteneva, vi erano espressioni poco decorose per il clero della terra di Fucecchio.

 

Il 23 agosto 1773 il canonico Giulio Taviani, per tenere desta l’attenzione dei cittadini si di sé e soprattutto per rimpinguare le casse esangui della Collegiata, mise gli occhi sull’Oratorio della Ferruzza di proprietà del Comune.
Cogliendo pretesto dalla morte del cappellano Benvenuti che officiava quell’Oratorio, il Taviani propose di erigere la chiesa della Ferruzza a PARROCCHIA.
Il Vicario Generale di S. Miniato scartò la proposta perché la chiesa era di proprietà del Comune e perché le rendite non erano sufficienti per mantenere un sacerdote-parroco.
Dopo questo rifiuto, il Taviani riunì il Capitolo della Collegiata e lo convinse ad inoltrare una supplica al granduca affinché “unisse in perpetuo alla massa capitolare (rendita) l’entrata dell’Oratorio a condizione di portare tutti i pesi ed obblighi ad esso connessi”
Il Taviani non aveva calcolato l’ostilità sia del Podestà che del Cancelliere che preferivano tenere la Ferruzza come chiesa separata.
Il Taviani cercò di correre ai ripari e di prevenire i prevedibili rifiuti di Firenze. Infatti inoltrò domanda al Comune di Fucecchio. 
Il 16 settembre il Cancelliere Fanetti riunì il Consiglio Generale per discutere la richiesta avanzata dal Taviani. Il Cancelliere Fanetti, prima di sottoporre a votazione la richiesta del Taviani, arringò gli elettori illustrando i pericoli inerenti alla unione richiesta. 
13 furono i voti contrari alla richiesta del Taviani e 9 i favorevoli.
Questo fu il primo insuccesso del dinamico canonico fucecchiese.

 

Il 24 ottobre 1773 giunse a Fucecchio Monsignor Pietro Vannucci, vescovo di Massa e Populonia, “nostro Patriota””.
Il Vannucci, nominato vescovo nel 1770, si era imposto come uno dei più energici vescovi della Maremma.
Non riusciva, però, a staccarsi dalla sua Fucecchio e dal suo popolo in mezzo al quale aveva vissuto la miglior parte della sua gioventù 
Il nostro concittadino che conosceva bene le miserie dei paesani offrì a tutti quello che poteva dare: la sua preghiera, il conforto della parola e qualche sovvenzione ai più diseredati.
Il popolo si strinse intorno a lui; i canonici erano commossi e fieri di lui.
Il canonico Taviani disse:
- E’ un grande onore per una chiesa che vi celebrasse un vescovo ma che poi era grandissimo che vi celebrasse quel vescovo.. e che la terra di Fucecchio non aveva visto per lo spazio di due secoli.
Il Vannucci ritornò a Fucecchio il 18 ottobre 1775. Non poteva e non voleva mancare all’appuntamento con la nuova chiesa di S. Andrea per dirvi la Messa. 
Il 20 ottobre vi cresimò una educanda di cognome Buti, quindi tornò alla sua abitazione fucecchiese in Via Torcicoda, già via Gentile, una viuzza senza sfondo che nella piazza.

 

Il 13 maggio 1774 il canonico Pellegrino Guerrazzi, a forma del rituale romano, assistito da due sacerdoti, pose la prima pietra per la erigenda nuova chiesa di S. Andrea, contigua all’omonimo monastero occupato dalle clarisse e risalente al 1334.
La vecchia chiesa di S. Andrea, la cui presenza è documentata da un atto del 6.10.1298,era stata ricavata, secondo una tradizione popolare, dallo spedale dei monaci di S. Salvatore di Fucecchio..
Lo scavo delle fondamenta era iniziato l’11 aprile 1774. 
Le fondamenta vennero scavate entro l’orto delle monache “dal muro dividente la clausura dalla piazza che resta davanti alla chiesa nuova”
Il 19 luglio vennero tolti dalle vecchia chiesa gli ex voto. Moltissimi fucecchiesi assistettero interessati alla spoliazione della chiesa.
La nuova chiese venne consacrata dal Vicario generale il 25 luglio 1775.
Il 22 settembre 1775 venne terminato anche il campanile della chiesa.
Il crocifisso miracoloso ( si raccontava della resurrezione di un bambino nato morto) venne nuovamente festeggiato il 5 aprile 1776, tre giorni prima della Pasqua.
Alla cerimonia dello scoprimento del Crocifisso miracoloso ( era rimasto coperto per 2 anni in sagrestia) vennero invitate tutte le Compagnie e ad ognun venne assegnata una panca. Queste le Compagnie:
1- Compagnia della Madonna della Croce
2- Compagnia di S. Giovanni Battista
3- Compagnia di S. Rocco e S. Sebastiano
4- Compagnia di S. Caterina
5- Compagnia di S. Crispino e Crispiniano
6- Compagnia dei Coronati Scalzi
Era consuetudine che ogni Compagnia portasse in dono 2 ceri

 

Il 30 maggio 1774 si ebbe a Fucecchio il primo MERCATO DEI BOZZOLI del baco da seta.
Affinché tutto procedesse con ordine e giustizia, venne affisso ad una colonna della Loggia del Pretoria un BILANCIONE ed un altro cavalletto di legno per uso dei compratori e dei rivenditori.
I rivenditori furono molti; i compratori, pochi.
La delusione fu data soprattutto dai compratori coalizzati per non dare più di 16 scudi e 8 soldi la libbra, mentre i rivenditori giuravano che a quel prezzo ci avrebbero rimesso.
Notizie sull’allevamento dei bachi da seta nel nostro territori se ne hanno soltanto a partire dal 1768.
Il Mercato dei Bozzoli si esaurì nell’arco di pochissimo tempo.

 

Il 30 maggio 1774, giorno dell’inaugurazione del mercato dei Bozzoli, il canonico Giulio Taviani , andando come di consueto ad assistere alla costruzione della nuova chiesa di S. Andrea, fece una scoperta interessante.
“ Essendo entrato in quella parte di orto che ora è Piazza davanti alla chiesa vidi nella parete della Casa delle Monache ove è pigionale Tiberio di Biagio Benvenuti, un mattone in cui era scritto in numeri arabici 1463 “ 
che egli interpretò come l’anno della fondazione della casa.

 

Il 19 luglio 1774, tre mesi dopo l’inizio dei lavori di demolizione e ricostruzione della chiesa di S. Andrea posta nell’attuale piazza dell’Ospedale, venero tolti dalla chiesa gli ex voto che si trovavano intorno all’altare del SS. Crocifisso.
La gente diceva che quello era un crocifisso miracoloso, soprattutto per le donne in stato interessante desiderose di avere un figlio maschio. Ad avvalorare questa tesi indicava un ex voto di Lucchesi e dava per vero il fatto che in tempi passati la moglie di questo Lucchesi non riusciva a partorire che figli morti.
Il marito, alla fine, si seccò e minacciò di morte la moglie se avesse partorito ancora un figlio morto. Il che accadde. La poveretta, spaventata dalle minacce del marito corse dinanzi al SS. Crocifisso di S. Andrea e chiese la grazia che le facesse risuscitare il figlio. Ed il miracolo avvenne.
Questo fatto tramandatosi nel tempo avvalorò la tesi del Crocifisso miracoloso. Ecco perché il giorno in cui vennero tolti dalla chiesa di S. Andrea tutti gli ex voto, tutta Fucecchio era presente alla spoliazione. Vi andò anche il canonico Giulio Taviani spinto dalla curiosità di vedere qualcosa di insolito.
La sua curiosità venne premiata 6 giorni dopo, quando dai lavori di sterro affiorarono tante ossa umane e teschi, il che fece molta impressione e dette luogo a diverse supposizioni. Una delle tesi più suggestive fu quella secondo sull’area della chiesa doveva trovarsi a partire dal secolo XII° l’ospedale dei monaci vallombrosani di S. Salvatore,. Questa ipotesi spiegherebbe anche la presenza di pitture, sopra le due porte della chiesa, raffiguranti un Salvatore avente un libro in mano con le parole Salvator mundi, salva nos.
Questa tesi non era però condivisa dl Taviani che di certe cose se ne intendeva.

 

Il 20 settembre 1774 il granduca di Toscana Leopoldo I , nel quadro delle Riforme programmate, abolì il Tribunale della Nunziatura.
Il Nunzio Apostolico divento ipso facto un semplice ambasciatore di Roma presso il granducato.
Subito dopo questo atto si formarono in Toscana e quindi anche a Fucecchio due partiti:
quello antiriformista capeggiato dallo stesso ministro Vincenzo degli Alberti e quello dei riformisti che ebbe nelle popolazioni più misere di tutta la Toscana i più accesi sostenitori.
A seguito dell’abolizione del Tribunale della Nunziatura giunsero al Granduca numerose suppliche e denunce sulle pratiche illecite dei frati cercatori che in tempo di raccolto ne esigevano una parte promettendo il Paradiso o minacciando la pena eterna.
Tutti ricordavano come in tempo di carestia gli zoccolanti avevano potuto permettersi il lusso di vendere 200 staiora di grano accumulato nei loro magazzini. Leopoldo I° firmò inoltre una Legge che assegnava i conventi alle giurisdizioni vescovili.
Fucecchio non rimase contagiato dalla febbre anticlericale.
A Fucecchio neppure ci si accorse di queste riforme. I Fucecchiesi si contentavano di fare il tifo che per i frati e chi per i preti. Insomma non c’era ombra di anticlericalismo.

 

Il 10 ottobre 1774, due giorni dopo che la nuova chiesa di S. Andrea era stata coperta, vennero smurate le due pile di marmo dalle colonne della vecchia chiesa, fu gettata giù la soffitta che rimaneva sopra l’altare del SS. Crocifisso, le travi, i tavolati e si cominciò a distare il muraglione della chiesa verso la strada. Nella soffitta furono trovate parecchie tavole votive esprimenti grazie ricevute da SS. Crocifisso.
Il 25 luglio, mentre si scavava la fossa per la continuazione delle fondamenta della nuova chiesa erano state trovate molte ossa e teschi di diverse grandezze.
Ciò si spiega sapendo che la chiesa di S. Andrea era lo spedale dei monaci Vallombrosani del Poggio Salamartano.
La posa della prima pietra era avvenuta il 13 maggio 1774 ad opera del confessore ordinario Pellegrino Guerrazzi, canonico di Castelfranco.

 

Il 13 ottobre 1774, nel disfare il muraglione della ricostruenda chiesa di S. Andrea, posta in piazza dell’Ospedale, venne alla luce u arco antico e, sotto, un altro arco di minori dimensioni.
Nella cavità tra questi due archi si trovò il dipinto di un Salvatore di aspetto venerando che teneva in mano un libro in cui vi erano scritti tre versi che non si potevano leggere essendo tutti corrosi.
Infine, sotto questi due archi si videro le vestigia di un’antica porta accanto alla quale vi era una finestra a feritoia che il canonico Taviani misurò in braccia una e mezzo, annotando nello stesso tempo che era “in tutto simile nelle forme alle finestre della nostra Pieve di S. Giovanni.”

 

Il 28 gennaio 1775, alle ore 1, i fucecchiesi udirono il primo rintocco dell’orologio nuovo con campana, in sostituzione di quello vecchio, del 1693, che era stato sistemato in cima al campanile della Collegiata che si trovava sul lato destro dell’attuale sagrato.
L’orologio con campana venne costruito ed installato dall’orologiaio Giuseppe Andreoli del Borgo di Lucca.
L’orologio installato nel 1693 sul campanile della ex Pieve di S. Giovanni, diventata Collegiata nel 1771, era rimasto sulla torre della Cancelleria (palazzo Comunale), al centro dell’attuale Piazza Vittorio Veneto e con la facciata che guardava il Palazzo Pretorio, fino al 1684, l’anno in cui la torre della Cancelleria venne demolita perché pericolante.
Quando questo orologio cominciò a dare evidenti segni di vecchiaia, venne sostituito con uno nuovo, a spese del Comune, nel 1775.
Questo orologio nuovo non ebbe lunga vita perché nel 1782 il campanile della Collegiata venne demolito e l’orologio venne rimontato, lo stesso anno, nella parte alta del campanile di S. Salvatore dove rimase fino al 1829, l’anno in cui venne trasferito definitivamente in cima alla facciata della Collegiata.

 

Il 17 febbraio 1775, mentre stavano per concludersi i lavori di ricostruzione della chiesa di S. Andrea (in piazza dell’ospedale) iniziati nel 1774, venne inaugurato l’affresco della cupola della chiesa medesima eseguito dal pittore fucecchiese Alessandro Masini.
Il Masini aveva affrescato la cupola a tempo di record se si pensa che aveva cominciato il 9 gennaio del medesimo anno, il 1775.
L’affresco mostrava il martire S. Andrea nell’atto di salire in cielo, portato da un gruppo di angeli.
Tutta la popolazione volle assistere a quella inaugurazione. Purtroppo il povero Masini venne fatto oggetto di critiche abbastanza pesanti.
Nessuno è profeta in patria.

 

L’1 marzo 1775 diventò esecutivo un provvedimento emanato dal granduca Pietro Leopoldo: con esso veniva profondamente riformato anche l’ordinamento amministrativo del nostro Comune.
Il potere esecutivo venne affidato alla Magistratura dei 7 formata dal Gonfaloniere e da 6 priori scelti per estrazione tra coloro che disponevano di un reddito superiore a mille scudi;
il potere legislativo fu affidato ad un Consiglio Generale di 20 membri estratti fra coloro che figuravano nel libro dell’estimo: ai 20 si dovevano aggiungere i 7 della Magistratura.
I membri delle due Magistrature erano obbligati ad indossare durante le riunioni il LUCCO nero (un mantello-tonaca lungo fino ai piedi).
Per effetto di questa riforma vennero aboliti ben 10 Uffizi (cariche) oltre al magistrato del Gonfaloniere e a quello degli Anziani.
Vennero infatti abolite le seguenti cariche:
la carica dei Capitani di parte; la carica dei Consiglieri;
la carica degli Invitati per il Consiglio Generale; la carica di Soprassindaco al Vicariato;
la carica di Sindaci a vendere; la carica di Ragionieri al Camarlingo;
la carica di Assegnatari al Camarlingo; la carica di Operai di fuori;
la carica di Deputati di guerra; la carica di Camarlingo minore.

E, dulcis in fundo, il Comune di Fucecchio venne obbligato a pagare alla Cassa della Camera della Comunità di Firenze 833 scudi.

 

La Legge granducale del 4 marzo 1775 che proibiva la MONACAZIONE delle fanciulle al di sotto dei 10 anni e il Motuproprio del 4 maggio del medesimo anno che integrava la Legge con 8 prescrizioni ben precise provocarono nei due monasteri femminili fucecchiesi, quello di S. Romualdo e quello di S. Andrea, un certo nervosismo e molto sgomento.
La Legge e il Motuproprio avrebbero essiccato le entrate dei due monasteri.
Per essere ammesse nel monastero di S. Andrea occorreva versare una DOTE di 350 scudi ed un corredo che doveva essere lussuoso ed abbondante. Naturalmente venivano gradite anche successive oblazioni (che erano quasi d’obbligo) e che venivano registrate sotto la voce di elemosine.
Secondo una di quelle 8 prescrizioni del 4 maggio la DOTE non era più obbligatoria e il valore del corredo non doveva superare i 25 scudi.
Secondo un’altra prescrizione, le OBLATE (suore che rispettavano la Regola ma che non avevano professato i VOTI) potevano abbandonare il Conservatorio senza pagare nessuna somma per gli alimenti ricevuti.
Infine si doveva accertare rigorosamente l’autenticità della VOCAZIONE. Per effetto di questa prescrizione la VESTIZIONE era rimandata al 20° anno compiuto. Inoltre la ragazza, prima di “vestirsi” doveva vivere per 6 mesi fuori del monastero.
Gli Operai dei due monasteri fucecchiesi notificarono a Firenze che non c’erano nei nostri monasteri fanciulle sotto i 10 anni.
Lo sgomento fu provocato dalla repentina diminuzione degli introiti e dalla paventata mancanza di “sguattere” visto che ore non potevano più entrare bambine ( del popolo ) sotto i 10 anni.
(Bollettino Storico Speciale ’87 – pp.94-96)

 

Il 6 luglio 1775 il granduca lorenese emanò una legge speciale riguardante i testamenti fatti a favore dell’“anima propria”.
Tale legge granducale proibiva di lasciare una somma superiore ai 100 zecchini alla Chiesa, pena la nullità del testamento.

 

Il 6 luglio 1775, il giorno dopo la benedizione della nuova chiesa di S. Andrea che si trovava nell’attuale Piazza dell’Ospedale, venne atterrato l’altare di S. Stefano che aveva il pregio di essere sormontato da un catino con l’arco in pietra in cui era inserita una tavola rappresentante s. Stefano nell’atto in cui viene trafitto dalle lance mentre due pagani gli scagliano pietre.
A distanza si vedono Gerusalemme e un vescovo che esce con i suoi preti mentre a sinistra una monaca vestita di nero con gli zoccoli ai piedi secondo il costume francescano, con un velo bianco e uno nero sopra la testa che cadevano sulle spalle, teneva le mani giunte in atto di orare e gli occhi rivolti verso l’immagine del protomartire. Sul fondo della tavola si leggevano queste parole:
L’HA FATTA FARE SUOR FIAMMETTA ALDOBRANDI FIORENTINA, E L’HA FATTA PER SUA DEVOZIONE L’ANNO 1589.
La suora del quadro non era altro che la stessa donatrice della tavola, forse abbadessa del monastero dato il suo lignaggio. Lo comprova il fatto che in quell’altare si dovevano celebrare due messe la settimana per i defunti della famiglia Aldobrandi.

 

Il 23 luglio 1775 venne inaugurata la ricostruita CHIESA DI S. ANDREA posta nell’attuale piazza dell’ospedale.
La facciata di questa chiesa era rivolta verso l’attuale negozio di generi alimentari. Il suo fianco sinistro (per chi si pone davanti alla chiesa) copriva l’attuale lato perimetrale della piazza che coincide con il lato destro della via Castruccio.

 

Il 25 luglio 1775 fu consacrata ad opera di Monsignor Giuseppe Pamilini, vicario generale, la NUOVA CHIESA DI S. ANDREA, attigua all’omonimo monastero di clausura che sarebbe stato soppresso dieci anni dopo
La vecchia chiesa di S. Andrea di cui già si parla in un documento del 1239 venne demolita nel 1774. La posa della prima pietra “a forma del rituale romano” era avvenuta il 30 maggio 1774” ad opera del canonico Pellegrino Guerrazzi.
La cerimonia della spoliazione della vecchia chiesa era avvenuta il 19 luglio 1774 alla presenza di tutto il popolo di Fucecchio particolarmente devoto al SS. Crocifisso che molti ritenevano miracoloso, soprattutto per le donne in stato interessante desiderose di avere un figlio maschio.

 

Il 5 agosto 1775 risultavano presenti in Fucecchio le seguenti Compagnie religiose:
1 - Compagnia del SS. Sacramento
2 – Compagnia della Madonna della Croce
3 – Compagnia di S. Giovanni Battista
4 – Congregazione del Pio Suffragio
 

Il 4 settembre 1775 venne iniziata la costruzione del CAMPANILE per la nuova chiesa di S. Andrea posta in piazza dell’Ospedale.

 

Il 22 settembre 1775, due mesi dopo la sua consacrazione, la chiesa venne dotata di UN NUOVO CAMPANILE.
Il Crocifisso miracoloso che per due anni era rimasto coperto nella sagrestia, venne riesposto al pubblico e solennemente festeggiato il Venerdì Santo del 5 aprile 1776. Alla cerimonia vennero invitate anche le sei Confraternite locali:
1 - la Compagnia della Madonna della Croce 
2 – la Compagnia di S. Rocco e S. Sebastiano
3 – la Compagnia di S. Giovanni Battista
4 – la Compagnia di S. Caterina
5 – la Compagnia di S. Crispino e S. Crispiniano
6 – la Compagnia dei Coronati scalzi

 

Il 15 agosto 1775, mentre si stava ultimando la ricostruzione della chiesa di S. Andrea, il camerlengo della Compagnia di S. Giovanni Battista scrisse all’organaro Filippo Tronci di Pistoia invitandolo a Fucecchio per discutere sullo stato dell’organo che non ne voleva più saperne di funzionare.
In altre parole lo si invitava a rifare l’Organo.
Come falegname ed intagliatore venne assunto Giuseppe Montanelli che era assai bravo.
La Compagnia fece rifare anche la facciata dal pittore Gasparo Masini e dai suoi figli Niccolò ed Alessandro.
Niccolò dipinse la Misericordia; il padre dipinse i 4 putti sopra le finestre.

 

Il 16 agosto 1775 venne presa in esame dal Consiglio Comunale la richiesta avanzata dall’Opera di S. Salvatore e dalla Compagnia della Madonna della Croce. Esse chiedevano che il Comune accomodasse i condotti che ricevevano le acque piovane dai tetti delle due chiese per condurle alla CISTERNA di Piazza “..i quali essendo guasti infracidavano i muri”
Il Comune deliberò di rifare le docce di latta alle due chiese.

 

Il 22 settembre 1775 venne terminato il CAMPANILE della Nuova Chiesa di S. Andrea ubicata nell’attuale piazza dell’ospedale con la facciata rivolta verso il bar e il negozio di generi alimentari.

 

Il 20 ottobre 1775 Monsignor Vannucci, fucecchiese, venuto a Fucecchio per inaugurare la nuova chiesa di S.ANDREA, vi cresimò l’educanda Buti e tornò nella sua abitazione posta in via Torcicoda, già via Gentile.

 

il 26 novembre 1775 il canonico fucecchiese Giulio Taviani venne ricevuto a Firenze da granduca Leopoldo I.
Puntualissimo il nostro canonico si presentò a Corte. Appena Leopoldo I lo vide, lo riconobbe. Il Taviani gli aveva fatto da Cicerone quando il granduca era giunto inaspettatamente a Fucecchio il 3 ottobre 1772.
Il Taviani si inchinò profondamente e poi dette il via alla sua loquacità. Parlò prima della Collegiata che il granduca aveva a cuore e finì con i frati di S. Salvatore che , come ben sapeva, erano il pruno nell’occhio granducale.
Della Collegiata lamentò l’indigenza e di S. Salvatore imbrogliò le carte. 
Parlò in modo da far apparire come l’usurpazione dei frati conventuali di S. Salvatore a carico della Collegiata, già Pieve, si protraesse da secoli con grave pregiudizio finanziario dei canonici.
Il granduca lo ascoltò interessato, e forse divertito dalla irrompente passionalità del canonico fucecchiese.
Nell’accomiatarsi con la dovuta riverenza, il Taviani udì il granduca dirgli caldamente “Servo vostro, signor canonico”: al che il nostro don Giulio andò in estasi.
In estasi andarono anche i Fucecchiesi quando udirono la relazione della udienza granducale.
Stizziti, e a ragione, si mostrarono i frati di S. Salvatore, specialmente quando il Taviani supplicò il granduca di far tenere le prediche quaresimali nella Collegiata invece che nella chiesa dei frati di S. Salvatore.

 

Il 5 aprile 1776 nella chiesa di S. Andrea (nell’attuale piazza dell’ospedale) si espose all’adorazione del popolo il Crocifisso miracoloso che per quasi due anni, stante l’opera di costruzione della nuova chiesa, era stato tenuto dentro il Monastero di S. Andrea ricoperto di drappi.
Allo scoprimento furono invitate tutte le varie Confraternite laicali per il 2° giorno di Pasqua e furono altresì pregate di portare le solite offerte di due ceri ciascuna.
In panche distinte si videro: 
1- i fratelli della Compagnia della Madonna della Croce; 
2- quelli di S. Giovanni Battista; 
3- quelli di S. Rocco e S. Sebastiano
4- quelli di S. Caterina Vergine e martire
5- quelli di S. Crispino e Crispiniano
6- quelli della Passione detti Coronati Scalzi.
Queste compagnie facevano cerchio all’altare del SS. Crocifisso e, dietro, il gran popolo accorso alla funzione, la quale finì con un breve ragionato r e fervido discorso sopra la Passione fatto dal padre Bernardino da Livorno, predicatore nella chiesa La Vergine.
La festa del Crocifisso era stata istituita in seguito ad un miracolo prodigioso avvenuto il 3° giorno dopo Pasqua sull’altare del Crocifisso. Il neonato di certo di certo cav. Lucchese fu portato morto dalla madre sull’altare del Crocifisso. Alla presenza della balia e di alcune monache il bambino resuscitò.
A perpetuarne la memoria il cavaliere regalò un voto e il clero istituì la Festa del Crocifisso.

 

Il 12 aprile 1776, alle ore una di notte, fuggì dal convento di S. Andrea in maniera rocambolesca la monaca Isabella Benvenuti, giovane , vivacissima e ,a detta di molti, un po’ tocca.
Dopo essersi calata dal muro con la complicità della note si cambiò d’abito e prese la via Pistoiese. Bussò alla casa del Giulianetti, un calzolaio, e, presentata si come una povera orfana diretta al convento dei frati di S. Romano, riuscì a convincerlo ad accompagnarla a S. Romano.
Nonostante che non fosse ancora l’alba, i due si misero in cammino.
Raggiunto S. Romano, Elisabetta si fece accompagnare a Montopoli dove disse di avere una sorella. 
Nel ritornare a casa, il Giulianetti vide per terra il fagotto che era appartenuto alla ragazza e si rese conto che si trattava di una monaca. Impaurito per le conseguenze che ne potevano derivare, si chiuse in casa.
In convento non fu difficile immaginare la fuga di Isabella che era recidiva.
La invitarono a ritornare in convento, ma lei non volle ritornarci.
Di lei si occuparono anche il vescovo e il granduca. Il primo la dispensò dalla clausura; il secondo le fece restituire la dote.

 

Il 28 maggio 1776, Monsignor Poltri, dopo aver dormito in casa dell’arciprete Benvenuti, posta in fondo al Borghetto dove prima c’erano le fornaci di stoviglie del Corsini, iniziò la visita pastorale che si protrasse fino al 4 giugno, giorno in cui si verificò una vera apoteosi di partecipazione popolare.

 

L’1 giugno 1776 vennero stanziati 200 scudi per innalzare ed ampliare il PALAZZO PRETORIO allo scopo di ricavarci anche un’abitazione conveniente sia per il Podestà (Iusdicente) sia per il suo ministro o Cancelliere.
Sette mesi dopo, il 17 gennaio 1777, vennero stanziati altri 300 scudi per portare a compimento la suddetta opera.

 

Il 4 giugno 1776 si concluse in una apoteosi di religiosità popolare la visita pastorale del vescovo di S. Miniato monsignor Poltri.
Monsignor Poltri era giunto a Fucecchio il giorno 27 maggio e venne ospitato nella casa dell’arciprete Benvenuti che abitava “ in fondo al Borghetto dove prima c’erano le case e le fornaci da stoviglie dei Corsini che era questa attività erano stati soprannominati Cencini”.
La visita iniziò il 28 maggio.
“3 giorni dopo la conclusione della visita pastorale, il vescovo, ritornato a Fucecchio per consacrare la Chiesa di S. Salvatore, dovette dirimere una disputa sorta tra l’OPA rappresentata dall’Aleotti e i frati conventuali di S. Salvatore sulla proprietà della consacranda chiesa. Entrambe le parti ne reclamavano la proprietà.
Il vescovo, nell’atto di consacrazione, dichiarò l’OPA (consiglio di amministrazione di S. Salvatore) “ come padrona dello stabile” in quanto lo manteneva e copriva anche le spese della consacrazione.

 

Il 25 giugno 1776 il Cancelliere (segretario) Francesco Ferretti, facendo riferimento ad una circolare granducale che chiede notizie sui ROMITI e sui ROMITORI, trasmise a Firenze queste informazioni:
“ Vi in questa Cancelleria (territorio comunale) un solo ROMITO ad una distanza di un miglio dalla chiesa detta della Madonna della Querce nelle boscaglie e macchie aggregate alla Fattoria di Sua Altezza Reale.
Il ROMITORIO è composto di due stanze unite ad un Oratorio similmente piccolo ed il ROMITO gode di due staiora di terra prativa.”
Il Ferretti prosegue narrando che circa un secolo fa “…. Il ROMITO dell’epoca, prendendo a pretesto l’aria cattiva della vallata e soprattutto la gran quantità di elemosine raccolte sotto l’Immagine della Madonna appesa ad una quercia, si trasferì nell’area dove oggi si trova la chiesa, vi fabbricò la suddetta chiesa ed un ROMITORIO di 5 stanze più una stalla.”
Successivamente si sarà di nuovo trasferito ad un miglio di distanza.
Questo è il fatto accaduto u secolo prima. Nell’agosto 1687 due bambine di QUERCE, figlie di un contadino, vennero a Fucecchio gridando di aver visto la Madonna e di aver ricevuto da essa l’ordine di di costruire una CAPPELLA nel luogo dell’apparizione. Nonostante l’incredulità del clero locale e diocesano, la popolazione si recava continuamente alla QUERCE per impetrare grazie e miracoli.
D’ottobre il padre delle due bambine per rendere credibile l’avvenimento scavò ai piedi della quercia delle apparizioni e trovò una Madonna in terracotta da lui precedentemente interrata come ebbe a confessare al Cancelliere Fabbrini.

 

Il 27 giugno 1776 il vescovo mons. Poltri consacrò la chiesa di S. Salvatore e , nonostante le pretese dei frati conventuale, riconobbe all’OPA (l’Opera o Consiglio di amministrazione) la proprietà della chiesa di S. Salvatore, dato che ne curava la manutenzione e ne sopportava tutte le spese, compresa quella della consacrazione.

 

Il 5 settembre 1777, in occasione dell’imbiancatura della chiesa di S. Salvatore, fu ritrovata dal canonico Giulio Taviani sotto l’altare di S. Francesco un Arme (stemma) in pietra in fondo al quale era un’iscrizione con incisa una croce ed il nome di Guidaccio della Volta fatto cavaliere nel 1337. I Della Volta venivano quindi sepolti in S. Salvatore. Quell’arme non era che una pietra tombale.
Sul pavimento della chiesa si trovano queste lapidi tombali:
1) ai piedi della scala del presbiterio si trova la lapide marmorea del 1695 in sostituzione di quella del 1572 a chiusura del sepolcreto dei frati conventuali.
2) Lapide in pietra della tomba di Lorenzo dei Tavolacciai e suoi eredi datata 1606.
3) Tomba di Alberto Aleotti ed eredi datata 1757
4) Lapide della tomba di Iacopo Montanelli datata 1683, ubicata nel Comunicatorio.

L’ACQUASANTIERA che si eleva sul pavimento della chiesa fu colocata nella sua sede attuale nel 1618.

 

Il primo gennaio 1779 l’Amministrazione comunale di Fucecchio decise di riordinare l’Archivio: L’incarico venne affidato a Filippo Nelli e a 3 compagni di fatiche. Il compenso pattuito fu di lire 80.
( padre Vincenzo Checchi - Quaderno E, pag. 21)

 

L’8 febbraio 1779, in ossequio all’ordine del Sovrano, furono sigillate 245 cartapecore esistenti nell’Archivio Comunale.
Tali pergamene furono consegnate al canonico Taviani che provvide a portarle all’Ordine Diplomatico di Firenze.

 

In riscontro ad una lettera granducale del 27 marzo 1779, con la quale anche il Comune di Fucecchio veniva invitato a vendere la sua porzione di Ci Cerbaie, il Consiglio Comunale incaricò il perito S. Novelli di dividere e stimare le boscaglie delle Cerbaie in 7 porzioni.
Il Novelli, ad operazione conclusa, trasmise questa lista delle sette porzioni:

1- Bosco dell’Ontanato di staiora…………….. 52
2- Primo taglio Valdirotta di staiora …………..221
3- Terzo pezzo Valdirotta di staiora …………..380
4- Bosco dell’……. di staiora …………………166
5- Valle e Poggio della Fontana di staiora ……113 e laghettino
6- Secondo taglio Valdirotta di staiora ………..268
7- Bosco della Diacciaia di staiora …………….184

 

Il 25 aprile 1779 avvenne una rissa in Collegiata con spargimento di sangue.

 

Il 18 luglio 1779 si riunì il Capitolo della Collegiata per ascoltare la relazione del cancelliere canonico Giulio Taviani che si era portato a S. Miniato per sapere con esattezza dal Vicario Capitolare come distribuire le competenze ai vari canonici del Capitolo dato che l’arciprete si era gravemente “infermato”.
Al termine della relazione del canonico Taviani vennero così distribuiti gli incarichi:
- l’amministrazione dei sacramenti della Penitenza, del viatico e dell’Olio Santo venne affidata ai canonici Benedetto Taviani, Giuseppe Lotti, Giuseppe Panicacci e Tommaso Santini;
- l’amministrazione dei Battesimi, l’esposizione dei morti dalla casa alla chiesa ai sacerdoti Antonio Cicci e Pasquale Giusti;
- la celebrazione dei matrimoni e la Messa parrocchiale, la preparazione del Vangelo e catechismo ed il carteggio al canonico Giulio Taviani.

 

Il 24 agosto 1779, dopo le dimissioni del canonico Giuseppe Lotti, il canonico Giulio Taviani venne eletto ARCHIVISTA del Capitolo della Collegiata.

 

Il 14 novembre 1779 il Gonfaloniere (sindaco) e i Priori (assessori) deliberarono di assegnare scudi 5 ad un notabile fucecchiese perché suoi portasse a Firenze conferire col Granduca per convincerlo ad accordarci il permesso di fare una chiesa Collegiata Nuova sull’area della vecchia Pieve.

 

Il 24 dicembre 1779 prese possesso dell’Arcipretura di Fucecchio don Gabriele Baccini della parrocchia di S. Pantaleone del piviere di Cerreto Guidi e nativo di La Rotta.
La nomina del Baccini fu il primo grave smacco per il canonico fucecchiese Giulio Taviani che per i suoi meriti culturali ed ecclesiastici era considerato il candidato numero uno a ricoprire la carica di Arciprete.
L’arcipretura di Fucecchio era stata messa concorso dopo la morte dell’arciprete Domenico Benvenuti avvenuta il 13 settembre.
Al concorso avevano partecipato 5 sacerdoti fucecchiesi (fra cui anche il Taviani) e 5 sacerdoti non fucecchiesi, tra cui il Baccini.
I temi assegnati ai concorrenti furono facilissimi e tutti poterono svolgerli senza incontrare difficoltà.
A Fucecchio e a Firenze, dove era conosciutissimo, si era quasi certi della vittoria del Taviani. Ma il 1° dicembre 1779 tutti rimasero raggelati quando seppero che il vescovo Brunone Fazzi aveva nominato arciprete di Fucecchio don Gabriele Baccini.
Il canonico Taviani, per mascherare la sua delusione, scrisse una gentilissima lettera al Baccini che era rimasto sorpresissimo della nomina perché anche lui era fermamente convinto che il nuovo arciprete sarebbe stato il canonico Giulio Taviani.
Il vescovo scrisse subito al Taviani:
“…. Ho dovuto per legge della mia coscienza risolvermi favorevolmente per il Baccini.. Ecco le dovute giustificazioni e i motivi della mia determinazione…”
Il Taviani scrisse nelle sue Memorie:
“.. non so per quale cosa..”

 

Il 27 maggio 1780 venne stilato l’INVENTARIO degli arredi laici di S. Salvatore alla presenza di padre Luigi Arcangeli, sagrestano dei padri conventuali di Fucecchio che si trovavano in S. Salvatore dal 1299.
Fra le molte cose troviamo elencati:
- tre libri di canto fermo, uno di cartapecora e l’altro in carta Reale d’Antifonario
- tre libri da Uffizi Divini in cartapecora vecchi
- una Mitra con Pastorale, attribuiti a S. Pietro Igneo
- quattro seggiole grandi a braccioli di damasco rosso con sue bullette di ottone e sue mensole dorate cole sue coperte di cuoio stampato
- un parato consistente in due tonacelle e una pianeta di fondo d’argento vellutato a fiori rossi con tutti i suoi finimenti, guarnito il tutto d’oro, col suo piviale simile.
- una croce d’argento dorato e smaltato in più luoghi di peso C/c 4.86

 

Il 29 maggio 1780 il parroco di Gavena, Lorenzo Montanelli, supplicò il Gonfalone di poter collocare nella ricostruita chiesa di S. Bartolomeo una iscrizione di marmo e di poter avere un sussidio dato che la ricostruzione della chiesa aveva superato i 950 scudi preventivati dall’ingegner Salvetti. Entrambe le richieste vennero bocciate con queste motivazioni:
- il 13 agosto era stato approvato il progetto di ricostruzione che prevedeva la spesa di 950 scudi ed il recupero di 631 scudi derivati e dai residui della vecchia chiesa e dalla permuta di un pezzo di terra. Siccome il parroco aveva fatto eseguire dei lavori aggiuntivi, la spesa era lievitata a 1560 scudi.
- il parroco si era obbligato col Comune di Fucecchio a supplire di persona per le spese eccedenti. Se il Comune fosse intervenuto finanziariamente sarebbe stato contraddetto il testo della iscrizione su lapide di marmo dalla quale risultava che la chiesa era stata ricostruita con i soli soldi del parroco.

 

Il 29 giugno 1780, il Granduca Leopoldo I, con un Motuproprio, elevò la terra di Fucecchio a VICARIATO MAGGIORE.
L’ambito del Vicariato di Fucecchio abbracciò i comuni di Fucecchio, Montecalvoli, S.Maria a Monte, Castelfranco di Sotto, S. Croce sull'Arno, Cerreto Guidie Vinci
Il Vicariato era una Pretura ante-litteram. Il Vicario. Giudice presiedeva processi di natura civile e di natura criminale.
Il Motuproprio prescriveva l’allestimento di una sede dotata di aule per i processi, di uffici, di abitazioni per il Vicario ed i cancellieri civile e penale , le carceri e l’appartamento per il guardiano delle carceri.
La sede con aula, uffici, carcere e d appartamenti venne allestita nel Palazzo Pretorio nell’attuale Piazza Vittorio Veneto.

 

Il 29 giugno 1780 venne partecipato anche a Fucecchio l’ordine granducale e di allontanare dal territorio del Granducato i vagabondi, i forestieri saltimbanchi e ciarlatani e di vigilare sui forestieri non conosciuti.
Il 1780 fu l’anno delle REPRESSIONI:
- il 29 gennaio vennero abolite le danze pubbliche;
- il 29 settembre fu prescritto che ogni albergatore doveva rimettere la nota dei forestieri che prendevano alloggio nelle loro locande;
- il 23 agosto venne proibito lo sparo dei mortaretti (i Fucecchiesi erano abituati a spararne qualcuno in occasione delle feste in onore dei Santi locali).

 

Il 26 luglio 1780 il canonico Giulio Taviani trasmise Firenze la presente supplica:
“ Il canonico Giulio Taviani, umilissimo servo e suddito di Vostra Altezza Reale con profondo rispetto rappresenta di essersi impegnato per il corso di parecchi anni a raccogliere memorie riguardanti la detta terra sua e di essere stato animato a proseguire in tale dispendiosa fatica dalla Magistratura Comunitativa della terra medesima con averlo autorizzato a prelevare dalla Cancelleria i Registri dei partiti antichi
CHIEDE
di poter continuare in questa fatica ed estrarre dal detto Archivio e cancelleria quei Registri e Partiti e Filze che gli abbisognano.”

 

Il 31 luglio 1780 l’ingegner Anastagi, su committenza del Soprintendente della Camera delle Comunità del Compartimento fiorentino, cavalier G. B. Nelli, presentò due piante del palazzo Pretorio nelle quali sono riportate il Piano Terra e il Primo Piano nella situazione di fatto con sovrapposte le modifiche necessarie per la riduzione del Palazzo a sede del VICARIATO REGIO.
L’osservazione di queste piante ci consente di rilevare quanto segue:
1- il PORTICO del Pretorio aveva la forma di L ed occupava tutto il piano terra del palazzo.
2- Sul retro dell’edificio esisteva un’altra loggia, più piccola, che permetteva l’illuminazione di un vano centrale;
3- L’ingresso ai piani superiori aveva dimensioni ampie e da esso partivano due rampe di scale contrapposte che portavano, una, all’abitazione del Podestà e, l’altra, al TEATRO, corredato di palcoscenico, orchestra, platea, palchetti e che occupava la parte centrale del Palazzo per tutta la sua profondità e per l’altezza di due piani.
4- Il progetto Anastagi prevedeva l’acquisto della Casa Lotti, in Borgo Valori e a confine con il Palazzo e l’utilizzazione della scuola pubblica a confine essa pure del Palazzo, sulla piazza (oggi palazzo Pacini Arrigo).
Al piano terra della Casa Lotti sarebbe stato realizzato il CARCERE per le DONNE, le altre cinque segrete (celle) sarebbero state realizzate nell’orto.
Ai due piani superiori sarebbero stati realizzati i quartieri per i notari.
Il progetto, che prevedeva la conservazione del TEATRO, non venne approvato.

 

Il 3 agosto 1780 il SS. Sacramento della vecchia Collegiata venne portato in S. Donnino, l’Oratorio della Compagnia di S. Giovanni Battista. Della chiesa di S. Donnino c’è rimasta la parte superiore con la volta dipinta dal Bamberini corrispondente alla sala parrocchiale contigua all’attuale sagrestia della Collegiata.
Qualche giorno dopo il trasferimento del SS. Sacramento, a furia di popolo, si procedette alla SPOLIAZIONE della chiesa.
Era questo il rituale che precedeva la demolizione e la ricostruzione della Nuova Collegiata voluta dal canonico Giulio Taviani e dal popolo.
La mobilia, trasferita da una casa all’altra, per qualche giorno fece il giro del paese.
Il corpo di S. Candido venne portato nel convento delle suore di S. Andrea posto nell’area dell’attuale Piazza dell’Ospedale
Il 3 agosto venne rimosse anche le pietre sacrali degli altari. Il fonte battesimale fu trasportato nella chiesa di S. Donnino.
Il 18 agosto venne posta la prima pietra della Nuova Collegiata alla presenza dell’arciprete della Collegiata, del Capitolo, del clero e di numeroso pubblico
Anche la GAZZETTA TOSCANA riportò l’avvenimento con tutti i particolari.
Il granduca Leopoldo I, irritato per la disinvoltura con cui il canonico Taviani aveva dato l’avvio ai lavori senza l’autorizzazione del Governo centrale, ordinò la immediata cessazione dei lavori.
I lavori era la costruzione della nuova Collegiata ripresero l’anno successivo e si conclusero nel 1787.

 

Il 5 agosto 1780 venne trasportato nel Monastero di S. Andrea (nell’attuale piazza dell’Ospedale) il contenitore dove era stato collocato il corpo di S. Candido, patrono di Fucecchio. Il trasporto del corpo di S. Candido venne seguito dal Clero e dai rappresentanti del Comune.
La badessa del Monastero di S. Andrea, la clarissa suor Angiola Caterina Cappelli, ricevé il sacro corpo del santo per custodirlo e tenerlo a disposizione del Magistrato con quattro sigilli.

 

Il 4 settembre 1780 il granduca lorenese Leopoldo I decretò con Motuproprio lo smantellamento e quindi la fin del Lago di Fucecchio e l’inizio della bonifica del nostro Padule. Infatti con il Motuproprio ordinò:

1) La demolizione della CHIUSA( o pescaia o calle) di Ponte a Cappiano che segnò la fine del Lago che aveva seminato tanti lutti per effetto delle ricorrenti epidemia 8 le ultime quelle del 1745, 1746 e 1756).
2) La vendita e l’allivellazione delle 7 tenute del Granducato in Padule.
3) L’allargamento della Gusciana e degli altri canali interni del Padule.
4) Lo scavo di un altro canale nel centro del Padule che dalla Fattoria del Capannone porta le acque della Pescia di Collodi nel Canale Maestro.
5) La costituzione del Consorzio dei 9 Comuni per la manutenzione del Padule medesimo.

 

Il 7 settembre 1780 l’ingegnere Anastasi presentò la relazione per la riduzione del Papalazzo Pretorio a Palazzo Vicariale (Pretura).
Il Vicariato Regio di Fucecchio era stato istituito nel 1780 dal Granduca Leopoldo I. 
Il Vicariato esercitava la sua giurisdizione civile e criminale sui Comuni di Fucecchio, Cerreto Guidi, Vinci, Santa Croce, Castelfranco, S. Maria a Monte e Montecalvoli.
Il progetto relazionato dall’Anastasi e approvato dal Consiglio Comunale prevedeva la installazione, all’altezza del primo piano, e del carcere maschile e femminile (sette celle) e del quartiere del guardiano del carcere (per realizzare il carcere e il quartiere del guardiano venne demolito il nuovissimo Teatro dell’Accademia dei fecondi che vi si trovava da 27 anni) e gli Uffici del Vicario e quelli del notaro civile e criminale e la SALA delle udienze. All’altezza del secondo piano sarebbero stati ricavati tre appartamenti: quelli dei due notari formati, ognuno, da cinque stanze e quello del Vicario formato da 10 stanze (6 delle 10 stanze si sarebbero trovate al primo piano).
Il lavori vennero aggiudicati all’impresario locale Domenico Rosati che si impegnò ad eseguirli in 6 mesi a partire dal 6 novembre 1780. La somma pattuita per la esecuzione dei lavori fu di 34.301 lire.
La istituzione del Vicariato determinò la fine dell’Accademia dei Fecondi e la distruzione totale del Teatro.
Al piano terra vennero fatte tre celle per i debitori civile e la Cappella per i servizi religiosi a favore dei detenuti.

 

Il 21 settembre 1780 giunse da Firenze, capitale del Granducato di Toscana, una lettera indirizzata al nostro Municipio che si trovava in Piazza Vittorio Veneto nell’ala sinistra dell’attuale Palazzo posto fra Via del Cassero e Via Mario Sbrilli. Questi i passi salienti della lettera:
“Ho avuto notizia che le tumulazioni dei cadaveri si facciano in un cimitero annesso ad una Compagnia il quale fu assai poco o niente ventilato e mancante di un sufficiente numero si sepolture, tramandi cattive esalazioni per cui la maggior parte di codesti abitanti reclamano.
Si informi se ciò sussista e, se sì, si costruisca un cimitero a sterro secondo le modalità trasmesse.”
I nostri amministratori fecero i sordi: Ai morti ci dovevano pensare i parroci e le Compagnie religiose. Ogni chiesa ed ogni Compagnia disponevano di sepolture in muratura e a sterro.
La sepoltura dei morti costituiva una fonte non indifferente di entrate. Il potere economico dell’Ecclesia nel nostro Comune era enorme grazie anche alle concessioni elargite a suo tempo dai granduchi della famiglia Medici. Questo potere economico venne progressivamente svuotato dalla politica dei Lorena che in un triennio (1781-1783) soppresse due Compagnie (quella della Madonna della Croce e quella di S. Giovanni Battista), tre conventi (quelli di S. Romualdo, di S. Salvatore e di S. Andrea) e 4 chiese ( S. Gaetano, S. Andrea, S. Donnino e Madonna della Croce).
I Lorena volevano dotare Fucecchio di cimitero, ospedale e scuola pubblica.
I Fucecchiesi, sobillati dal clero, rifiutarono questi servizi.
E a proposito di cimitero il granduca ritornò alla carica nel 1783: proibì l’uso dei cimiteri delle Compagnie ed intimò al Comune la costruzione di un cimitero a sterro fuori del centro abitato. Nel frattempo le salme sarebbero state tumulate nelle chiese di S. Salvatore e della Collegiata.

 

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