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Il 16 luglio 1722 il Gonfaloniere e gli Anziani del Comune di Fucecchio chiesero “genuflessi” al Granduca mediceo “ a volere concedere di poter vendere il legname di cerri e querce delle boscaglie delle loro Cerbaie, e tra questi in specie del bosco del Gamberaio e della Bella in Campo e dell’altro della Valle Grande, a riserva però di N. 1070 querce che nell’anno 1710 dai Maestri d’ascia dell’Arsenale di Pisa nella visita generale che fecero, contrassegnarono per servizio del medesimo Arsenale.”
Il nostro Comune chiedeva questa concessione per poter estinguere la falla di 1400 scudi con l CASSA dell’Uffizio dei Signori Nove di Firenze.
Il Comune aveva venduto le 1678 staia di grano ricavati dai suoi 193 poderi allivellati nelle Cerbaie, ma la somma ricavata – tenuto conto dell’abbassamento dei prezzi – non era stata sufficiente a coprire la tassa annua impostaci da Firenze.
I Nove di Firenze interpellarono il Provveditore all’Arsenale di Pisa che avversò la concessione affermando che il Comune di Fucecchio, ricorrendo annualmente a questa richiesta, aveva depauperato pericolosamente le Cerbaie di querce.
Il Comune di Fucecchio, in data 24 ottobre, contestò epistolarmente le accuse del Provveditore dell’Arsenale di Pisa affermando fra l’altro che detto Provveditore non aveva mai messo piede nelle Cerbaie.
I rapporti fra le tre istituzione non erano …facili.

 

Il 22 ottobre 1722 venne eletto dal Comune di Fucecchio, per la durata di tre anni, in veste di curato e cappellano della chiesa di Galleno il prete Sisto Vanni.

 

Il 31 ottobre 1722, all’età di 83 anni, morì Cosimo III dei Medici granduca di Toscana al quale successe il molto chiacchierato Giangastone, ultimo granduca della famiglia Medici. Fucecchio, appena saputa la notizia della morte di Cosimo III, si mise a LUTTO.
Sette giorni dopo il decesso, secondo il costume, Giangastone andò a visitare in duomo il SS. Sacramento in compagnia di diversi chiacchierati cortigiani.
I nobili di Fucecchio, sette giorni dopo quella visita, furono raggiunti da un ordine granducale che prescriveva loro di vestire alla francese.
Con questa prescrizione, Giangastone intendeva punire la Nobiltà che egli odiava. Giangastone, inoltre, non corrispose più la pensione alle persone che si convertivano al cristianesimo e a quei preti e frati che facevano le spie alla Corte, cioè al clero delatore.
Preti e frati fucecchiesi non mancarono di protestare quando Giangastone ricusò di frequentare le feste religiose.
Il nostro clero, inavvertitamente presagiva la fin di un’epoca.

 

Il 29 marzo 1723, l’Amministrazione comunale di Fucecchio, facendo seguito ad una richiesta avanzata dal padre guardiano dei frati Minori Osservanti del Convento La Vergine, stanziò a favore del Convento dei detti frati la somma di 20 scudi.
Per cause di natura imprecisata, nel 1723, la campana dei frati di piazza La Vergine fu trovata rotta.
Il guardiano si rivolse ad un fonditore e si fece rilasciare il preventivo per la rifusione di detta campana. Il preventivo ammontò a 25 scudi.
Poiché la somma era troppo alta per la misera Cassa del Convento, il Guardiano e i suoi religiosi si presentarono al Gonfaloniere e al Consiglio degli Anziani e
“ gli espongono come gli è stata rotta la campana grossa del loro convento e senza sapersi da chi, e non avendo modo alcuno di poterla far rifondere, per campare di continue elemosine né aver assegnamenti, supplicano le Signorie loro di sussidio caritativo di scudi 25 per rifondere detta campana”.

 

Il 4 agosto 1723 “ Si fece di nuovo il CORO di noce e l’Opera di S. Salvatore spese 170 scudi per la diligenza e la sorveglianza del signor Attilio Aleotti, il primo Operaio eletto da Sua Altezza Reale Cosimo III dei medici.
Il CORO lo lavorò mastro Giuseppe e Giusto fratelli e mastro Luchini sagrestano di questa chiesa di S. Francesco (S. Salvatore) per 36 anni continui e dappoi fu eletto guardiano”
Il sagrestano di cui parla il documento (il libro dei Recapiti) era un frate francescano conventuale.

 

Il 31 maggio 1725 prese possesso della pieve di Fucecchio il sacerdote Giuseppe Tondoli che subentrò ad Anton Maria Tondoli, pievano dimissionario dopo 33 anni di servizio (dal 1692 al 1725).
ANTON MARIA TONDOLI, fucecchiese, figlio di benestanti ( il padre aveva gestito una mescita di vino e di acquavite; poi era diventato venditore all’ingrosso a S. Miniato e a Pescia di tabacco e acquavite), si era rivelato intelligente, ambizioso, interessato ai soldi, portato alla pittura ( sua l’immagine della pieve di S. Giovanni) e alla letteratura, ma anche testardo al punto da creare grosse tensioni nella nostra popolazione.
Il suo bersaglio prediletto erano i frati neri di S. Salvatore; il suo obiettivo prediletto era forse l’accantonamento di capitali che dovevano essere estorti agli altri.
Benché la Pieve disponesse di 4.000 staiora di terreno che gli assicuravano un reddito annuo di £ 28.000, il Tondoli brigava continuamente per convincere la popolazione che le spese di manutenzione della chiesa pievana spettavano all’Opa di S. Salvatore e non al pievano. 
Abusando delle sua competenze in fatto di storia locale inventò che anche la manutenzione della pieve era stata prevista nello Statuto della fondazione dell’Opa del 1374.
Il Magistrato dei Nove di Firenze non cadde però nel trabocchetto: riguardò lo Statuto e si rese conto della falsità del Tondoli.
Sfruttatore incallito, in occasione della festività del Corpus Domini, pretendeva dai frati neri di S: Salvatore l’uso dei paramenti sacri, le torce, la cera grossa e minuta per le Messe basse e 60 lire per il predicatore.
Quando il Tondoli si ritirò a vita privata, i frati neri tirarono un lungo respiro di sollievo.
Il Tondoli compilò la lista di tutti i pievani di S. Giovanni Battista di Fucecchio.

 

Il 23 marzo 1726, l’operaio dell’OPA Aleotti e il cancelliere Angolo Vincenzo Biondi stipularono con il maestro Iacopo Tetti di Pisa il contratto per la rifonditura della campana di mezzo giorno che, per il suo gracchiare, dava adito a mormorazioni fra la popolazione.
La nuova campana doveva pesare 2.500 libbre e recare la seguente iscrizione:
“Cristus nobiscum stat et ecclesiae comoditati Dn.Aleotti operaius S. Salvatoris et Angelus Biondi cives florentinus et huius comunitatis dictae operae secretarius iterim curarunt A.D. 1726”

 

Il 17 gennaio 1727, tutto il popolo adunato sotto il campanile vide calare la campana e ridurla in 7 pezzi del peso di 2.240 once.
Il 23 gennaio il 7 pezzi furono gettati nel fornello con una quantità di rame prelevato a Livorno. Gettata la mistura, si chiuse il fornello.
La colata avvenne due giorni dopo. Nessun fucecchiese volle mancare allo spettacolo.
Alle ore 3,30 si mise il fuoco nella fornace. Alle ore 20, 00 precise, mentre il guardiano e i frati conventuali di S. Salvatore cantavano le litanie della SS. Vergine, fu aperto il fornello e “colata la campana, la quale, con l’aiuto del Signore, riuscì bene”.

 

Il 14 settembre 1728 si concluse con una sorprendente delibera del nostro Comune il dissidio apertosi sull’ORATORIO delle VEDUTE di Cappiano fra Fucecchiesi e i Nove Conservatori di Firenze.
Tutto era cominciato il 15 marzo 1723 quando un gruppo di anonimi supplicò il Comune di Fucecchio a concedergli il permesso di fabbricare un Oratorio nuovo con altare intorno al tabernacolo con l’Immagine della Madonna delle Vedute che la tradizione fa risalire al 1200, ma la cui esistenza risulta documentata fin dal 28.10.1568.
Il Comune rifiutò il permesso di fabbricazione agli anonimi, ma lo concesse a certo dottor Domenico Bonistalli.
L’Oratorio con altare venne costruito nel 1726.
I Nove di Firenze, il 13.7.1726, ordinarono al nostro Comune di demolire le mura e l’altare del nuovo Oratorio. Il Comune si oppose.
I Nove, il 24.5.1727, proposero la traslazione dell’Immagine della Madonna nell’Oratorio di S. Rocco extra muros di Fucecchio.
Il Comune di Fucecchio, dopo aver inizialmente rigettato la proposta dei Nove, la fece sua nella riunione del 14 settembre 1728.
Nel corso della seduta vennero deliberate:
1) la traslazione dell’Immagine della Madonna nell’Oratorio di S. Rocco;
2) la resezione del muro dove si trovava affrescata l’Immagine della Madonna;
3) la collocazione dell’Immagine della Madonna in mezzo all’altare fra le immagini di S. Rocco e di S. Sebastiano;
4) la conservazione dell’Immagine della Madonna in un tabernacolo la cui chiave doveva essere custodita dal Cancelliere comunale (segretario);
5) lo scoprimento dell’Immagine della Madonna doveva essere autorizzato dal Gonfaloniere(sindaco) e dagli Anziani:
6) la elezione di due Operai (amministratori) per la cura delle elemosine e per la costruzione di un altare in pietra.

 

Il 4 maggio 1730 il Gonfaloniere e gli Anziani del Comune di Fucecchio, nell’imminenza della traslazione dell’Immagine della Madonna dal tabernacolo delle Veduto nell’Oratorio comunale di S. Rocco e Sebastiano di Fucecchio fuori delle mura, istituirono l’OPERA DELLE VEDUTE. Deliberarono di nominare due Operai a vita con il compito di amministrare gratuitamente gli interessi della sacra Immagine della Madonna e di tener conto di tutte le elemosine offerte dai devoti con l’obbligo di renderne conto al Cancelliere del Comune e di segnarle in un libro a parte.
Le funzioni precipue dei due Operai consistevano soprattutto e nel migliorare il fabbricato dell’Oratorio ( che venne successivamente trasformato in chiesa a tre navate) e nel favorire il culto della Madonna ( che culminò nella solennissima festa dell’Incoronazione del 20.5.1830).
Nell’aprile del 1784 il Comune dotò l’Opera di un REGOLAMENTO ben preciso.
Il 29 maggio 1786 vennero unifica le Opere delle Vedute e di S. Candido.
Il 28 maggio 1789 vennero unificati nelle mani del Camarlingo comunale i camarlinghi delle Opere delle Vedute e della Compagnia di S. Candido.
Il 3 dicembre 1807 le due Opere furono nuovamente separate.
Il 5 dicembre 1831 e il 13 novembre 1835 il Comune stilò un altro REGOLAMENTO che riguardava tre Opere: chiesa di S. Maria delle Vedute, Oratorio della Ferruzza e Compagnia di S. Candido.

 

Il 18 maggio 1730, giorno dell’Ascensione, venne traslata l’Immagine della Madonna delle Vedute che si trovava appunto in località Vedute, nella frazione di Ponte a Cappiano.
Tagliato il pezzo d’intonaco sul quale era dipinta l’Immagine, esso venne collocato su di un carro trainato da buoi e trasportato solennemente a Fucecchio. Il carro fu seguito da una interminabile processione di autorità e di popolo.
Lungo i 6 chilometri del percorso, una moltitudine di gente devota fece ala al passaggio della Madonna sebbene piovesse dirottamente.
Alla processione della traslazione seguì il rito della collocazione della sacra Immagine nell’Oratorio di S. Rocco (l’attuale chiesa di S. Maria delle Vedute) che da allora assunse il nome di Santuario delle Vedute.
Il trasloco dell’Immagine era stato deciso il 14.09.1728 per or fine al conflitto fra autorità civili e religiose circa manutenzione della edicoletta che era stata costruita attorno al preesistente tabernacolo tra il 1723 e il 1726.

 

Il 18 luglio 1732 si concluse una vicenda davvero curiosa.
“la cagna del contadino Martelli mordeva le suore di S. Romualdo (che avevano il loro monastero in corso Matteotti) e questo fatto fu relazionato al Vescovo affinché prendesse provvedimenti. Il vescovo scrisse a Giuseppe Lovaini affinché ordinasse al Martelli di uccidere la canina”
Il 18 luglio 1732 fu uccisa “la consaputa cagna mordace” ed il Vescovo fu subito avvisato della avvenuta esecuzione.

 

L’8 aprile 1733, 412 capi di famiglie povere donarono alla chiesa di S: Rocco extra muros (l’attuale chiesa delle Vedute) 500 scudi ereditati dal medico Giuseppe Bonistalli.
Con i 500 scudi venne fatto erigere l’altare su cui sarebbe stata collocata la sacra Immagine della Madonna delle Vedute e nel quale venne apposta una targa con la seguente dicitura:
Fatto dai poveri di Fucecchio con parte dell’eredità lasciata loro dal medico Giuseppe Bonistalli.
 

Il 15 aprile 1735, al tempo d Giangastone, ultimo granduca mediceo della Toscana, il Governo fiorentino scrisse questa lettera al nostro Cancelliere comunale (segretario):
“In relazione alle libbre di erba che si debbono dare ad ogni cavallo in ragione di 25 libbre, devono essere date ogni due o tre giorni e non ogni giorno e che alcuni ufficiali si contentino dell’erba dei prati e di quella che è fra il grano con nascondervi qualche porzione di erba d’orzo”
Da Empoli scrivevano al delegato di Fucecchio:
“ Essendo stato destinato questo luogo per lo scarico di munizioni da guerra ed altri attrezzi militari per il servizio delle truppe di S. M. per doversi trasportare da qui a Siena…mi è stato ordinato da S.A.R. che qualora mi manchino Bestie le chieda nelle comunità vicine”. 
In seguito alla guerra tra Francia e Spagna (1735) gli Spagnoli dilagarono per la Toscana dovendosi portare in Lombardia. Le comandava il Duca di Montemar che installò il suo quartier generale a Firenze.
Da qui ordinò ad ogni comune di preparare legna, sacconi, coperte, quartieri per i soldati, letti per gli ufficiali e stalle per i cavalli.
Il Comandante spagnolo della guarnigione di Fucecchio si mostrò esigente e scostante.
Il Cancelliere Testi si fece a pezzi per soddisfare tutte le richieste spagnole.
I Fucecchiesi fecero del loro meglio per nascondere la paglia, gli animali e le grasce.
Il Comandante della guarnigione si lamentò epistolarmente con il duca di Montemar per la “ deficienza con cui era stata accolta la sua truppa”. Il fiorentino Maltoni scrisse una lettera di scuse al Comandante spagnolo di stanza a Fucecchio (11.2.1735).Gli ordini spagnoli e le rimostranze dei comuni del Valdarno divennero consuetudine.

 

Il 2 luglio 1735 il granduca Giangastone, ultimo granduca della famiglia dei Medici, emise un’ordinanza indirizzata a tutta la comunità di Fucecchio. 
Molti Fucecchiesi andavano nei boschi limitrofi a tagliare legna e specialmente alberi da alto fusto. Le zone degli alberi ad alto fusto erano riservate in esclusiva al granducato perché servivano alla fabbricazione delle galere della flotta granducale.
Il ministro dell’Arsenale di Pisa aveva scritto più volte al granduca per notificargli che i cittadini delle Cinque Terre abbattevano clandestinamente le piante di quelle zone in esclusiva.
L’ordinanza del granduca fu abbastanza perentoria.

“ Non è lecito a nessuna persona di qualsiasi grado di tagliare o danneggiare querce grosse o piccole e non fare abbattimenti in dette CERBAIE e infra i luoghi di Fucecchio, Bientina e la via che va da Pescia ad Altopascio e da quello in giù che va la Lago di Bientina
sotto la PENA di anni 5 di GALERA
e chi taglierà o farà abbattimenti
la pena di 2 SCUDI per albero oppure 
sarà multata la bestia che porta la legna.”

Infine il granduca ordinò al Cancelliere di Fucecchio di visitare le Cerbaie ogni due mesi e di addentrarsi dentro le boscaglie. Una precedenza ordinanza prescriveva al Cancelliere di effettuare due sole ricognizioni ogni anno.

 

17 novembre 1735
Di nuovo era scoppiata la guerra tra la Francia e la Spagna.
Gli Spagnoli, diretti dal sud in Lombardia, dilagarono per la Toscana. Erano comandati dal duca di Montemar che mise il suo quartier generale a Firenze da dove emanò ordini severissimi.
Ogni villaggio, paese, città ebbe l’ordine perentorio di preparare legna, sacconi, coperte, quartieri per i soldati, letti per gli ufficiali e stalle per i cavalli.
Il comandante della guarnigione spagnola di stanza a Fucecchio mise in seria difficoltà il nostro Cancelliere Testi a cui il 17.11.1735 fece recapitare il seguente ordine:
“.. Procuri di eseguire con puntualità quanto le verrà ordinato..”
La presenza di truppe spagnole a Fucecchio creò seri problemi di ogni genere: sporcizia, vandalismi, prepotenze.
Gli Spagnoli presero subito a tagliare gli alberi delle CERBAIE che erano per noi di capitale importanza.
Inutili risultarono le rimostranze dei nostri amministratori.

 

31 dicembre 1735 - Poiché era di nuovo scoppiata la guerra tra Francia e Spagna, gli Spagnoli diretti in Lombardia si erano acquartierati in Toscana ed avevano sistemato a Firenze il loro Quartier Generale diretto dal Duca di Montemar.
Anche a Fucecchio c’era una guarnigione spagnola che ci creò problemi di ogni genere: dalla sporcizia alle prepotenze e allo svuotamento dei nostri magazzini.
I soldati spagnoli presero anche a tagliare gli alberi di alto fusto delle Cerbaie riservati all’Arsenale di Pisa, mostrandosi sordi alle rimostranze delle autorità locali preposte alla sorveglianza di quelle piante tagliate indiscriminatamente.
Il delegato del granduca scrisse allora immediatamente a Firenze.
In data 31 dicembre 1735 giunse a Fucecchio, da Firenze, una risposta di questo tenore:
“….quando non può impedire il taglio della legna che fanno gli spagnoli nella sua giurisdizione, procuri almeno di farsi fare la ricevuta oppure veda se nei magazzini vi è legna e gli dia quella…”

 

Il primo gennaio 1736 nel quadro della guerra franco-spagnola il Malaspina da Firenze scrisse al Podestà di Fucecchio che il Cancelliere di Pescia lo aveva avvertito della scarsità di legna che vi era nella valle e del timore che le truppe spagnole di passaggio prendessero a tagliare gli ulivi o alberi fruttiferi: “ perciò Vostra Eccellenza procuri di far tagliare 30 cataste di legno di codesto luogo e le manderà subito a Pescia “
( Masani pag. 163 )

 

Il 9 febbraio 1736, il duca spagnolo di Montmar, ignorando a bella posta il granduca Giangastone dei Medici, decise di acquartierare nel territorio compreso tra Fucecchio, Santa Croce e Castelfranco due battaglioni di fanteria ed ordinò che venissero preparati 500 sacconi ed altrettante coperte, e materassi e letti per i sergenti ed ufficiali, e stalle per i cavalli.
Erano truppe dirette in Lombardia a combattere contro i francesi ed erano sbarcate a Livorno quattro anni prima.
La loro presenza aveva depauperato le Cerbaie e aveva ridotto alla miseria i nostri contadini e la popolazione civile continuamente vessata da richieste impossibili.
I soldati spagnoli arrivarono puntualmente.
Due di loro riuscirono a raggirare l’appaltatore di tabacco Giuseppe Ferrini che li aveva alloggiati nella sua abitazione per due mesi.
I due soldati avendo saputo che il Ferrini disponeva di una stanza sotterranea pr la distillerie dell’acquavite, vi entrarono e in pochi giorni la…prosciugarono.
A nulla valsero i reclami e la denuncia avanzata dall’appaltatore al Magistrato.
Anzi, Firenze, per rendere meno irritabili gli spagnoli, ordinò ai nostri di corredare ogni colonnello di 79 libbre di legna, di 3 candele, di 6 once d’olio. Ad ogni tenente dovettero essere corrisposte 45 libbra di legname, 2 candele e 4 once di olio.
( Masani p. 163 )

 

Il 17 marzo 1736, al tempo del granduca Giangastone dei Medici, un anno dopo che erano riprese le ostilità fra Spagna e Francia e mentre gli spagnoli si dirigevano in Lombardia dissanguando tutte le nostre risorse, Firenze scrisse al nostro Comune affinché provvedesse a mandare paglia ai contadini di Santa Croce sull’Arno “.. benché speri che tra poco debba partire codesto Reggimento” di spagnoli.. 
Ormai il nostro Comune stava assumendosi gli oneri maggiori.
Benché noi fornissimo in misura esatta agli spagnoli quanto da essi ci veniva richiesto, tramite Firenze, essi si lamentavano sempre dei quartieri, dei sacconi e delle coperte e perfino dell'erba che “ era assai piccola e tenera da non dare quella quantità necessaria per i cavalli”
L’approvvigionamento dell’erba per i cavalli era diventata una grande disgrazia: non c’era più erba nei campi perché non faceva in tempo a crescere che veniva tagliata.
Fucecchio fu addirittura costretto ad assumersi anche l’onere del deposito delle munizioni e di altri attrezzi militari. Quest’onere richiedeva una maggiore disponibilità di veicoli e di bestie da traino. Gli animali da trasporto mancavano ovunque e tutti i materiali bellici di S.A.R. dovevano essere trasferiti a Siena.
La prepotenza era la sigla con cui gli spagnoli si presentavano ai nostri fucecchiesi.

 

Il 14 aprile 1736 ci fu la visita pastorale del nuovo vescovo Monsignor Giuseppe Suarez “vestito di piviale, processionalmente sotto il baldacchino a sei aste portato da sei delle principali persone di detta Terra vestite di abito nero, si portò alla chiesa primiceria (principale, e cioè nella Piede di S. G: Battista oggi Collegiata), suonando per detto tempo le campane di tutte le chiese et l’organo di detto Primicerio e dopo le solite cerimonie fece un erudito discorso. ”Visitò il SS. Sacramento ed ordinò che fosse di nuovo foderato il Tabernacolo nel quale si conserva la sacra pisside il cui coperchio, malandato, doveva essere di nuovo inargentato.
In tale visita ribadì al Pievano “ pro tempore” l’uso del cappuccio paonazzo con impunture rosse sopra la cotta e agli altri sacerdoti l’uso del cappuccio color nero con impunture rosse sopra la cotta.
Visitò anche l’Oratorio di S. Rocco fuori le mura ammirando l’Immagine della Madonna da poco traslata.
Clero e fedeli accolsero con giubilo questa visita.
I frati zoccolanti del Convento La Vergine ignorarono la visita perché contrariati dalla prospettiva di vedere il loro Convento trasformato in Ritiro.

 

Il 21 aprile 1736 venne istituito dal Definitorio provinciale il RITIRO nel Convento La Vergine di Fucecchio per espressa volontà di padre Teofilo da Corte che ne diventò il guardiano. La vecchia famiglia dei frati, non sentendosela di osservare le regole del RITIRO si ritirò i altri Conventi.
Il RITIRO era una forma di vita francescana stabilita da 12 REGOLE così rigide da far assumere al Ritiro la fisionomia di un’esistenza monastica.
I frati dovevano andare in coro a recitare le Ore Canoniche ben 5 volte al giorno:
- alle ore 24 per la recita del Mattutino e la Meditazione fino alle ore 1,30;
- alle ore 4 per la recita di Prima e altra Meditazione;
- alle 10,45 per la recita di Sesta e Nona;
- dalle ore 13,30 alle ore 15 per la recita del Vespro;
- alle ore 15,30 per la recita di Compieta ed un’ora di Meditazione.
La POSTA in arrivo e in partenza era censurata; 
la porte delle celle dovevano restare sempre aperte;
era proibito parlare con le donne; 
era proibito praticare l’esorcismo e conversare con i confratelli. 
I frati potevano uscire ogni 15 giorni purché accompagnati.
Ogni 15 giorni dovevano farsi la barba e la chierica.
Le uniche concessioni:
1- i frati potevano fiutare il tabacco;
2- i frati potevano conversare fra loro nella sala del Capitolo.
Il Ritiro venne soppresso dai Francesi il 13.9.1810 con un editto imperiale.
Venne ripristinato il 13.7.1815 e vi entrarono otto padri e sei laici.

 

Il 24 aprile 1736 giunse a Fucecchio, in veste di Guardiano del Ritiro francescano, istituito tre giorni con l’assenso del granduca Giangastone dei Medici, il frate francescano padre TEOFILO da CORTE.
Padre Teofilo non venne accolto con entusiasmo.
Il guardiano del convento era andato via da Fucecchio.
Padre Teofilo, constatata l’ostilità dei frati del convento e informato delle notizie che sul suo conto erano state propalate a bella posta dai frati ed avallate dalla nostra Amministrazione comunale che aveva addirittura invitato epistolarmente (22.4.1736) il Padre provinciale a recedere dal proposito di istituire il Ritiro a Fucecchio, rimase sbigottito. L’amarezza gli fece perfino dimenticare di rendere pubblica la sua patente di Guardiano e di Presidente del nuovo RITIRO di Fucecchio.
L’arrivo di padre Teofilo fece addirittura aumentare le rimostranze della popolazione. Si scrisse perfino al Vescovo Suarez affinché si opponesse con la sua autorità “ per il bene del Popolo” alla istituzione del Ritiro.
Si era perfino vociferato che non appena padre Teofilo avesse messo piede a Fucecchio il Convento La Vergine avrebbe perduto ogni contatto con la popolazione e che gli affreschi del chiostro affidati al pittore padre Alberico Carlini sarebbero stati cancellati perché padre Teofilo vi avrebbe trovato il peccato o una deviazione spirituale nei colori usati. Si giunse perfino ad affermare che i “legati dei defunti” sarebbero andati perduti.

 

Il 3 maggio 1736 il Nunzio Apostolico presso la Corte del granduca Giangastone dei Medici, monsignor Stoppani, arcivescovo di Corinto, diede il suo consenso al Padre Provinciale – dopo quello del granduca – alla erezione del RITIRO nel convento francescano La Vergine di Fucecchio.

Nella seduta del Consiglio Comunale del 3 maggio 1799 venne affidato al cittadino Leporai l’incarico di acquistare le fascette tricolori che dovevano portare al braccio gli amministratori comunali e le altre autorità in occasione dell’innalzamento dello STEMMA della Repubblica.
Nella medesima seduta si deliberò di fare la FESTA DELL’ALBERO DELLA LIBERTA’ il 9 maggio 1799 alle ore 2. Il Magistrato incaricò il Vicario Regio di render noto il giorno fissato per la festa e ad esortare a tener serrate le botteghe eccetto quelle dei commestibili e a illuminare le proprie finestre la sera di quel giorno, specialmente sulle Piazze e nelle strade principali.

 

Il 5 maggio 1736 padre Teofilo da Corte, giunto a Fucecchio il 24 aprile in veste di Guardiano del Ritiro La Vergine, subì un affronto imprevedibile nonostante l’ostilità seminata a bella posta in seno alla popolazione dai frati medesimi del Convento La Vergine.
Il figlio del fattore della fattoria Corsini, insieme ad una comitiva di persone armate di bastoni, si portò nell’attuale via Roma e, di fronte a numerosi fucecchiesi, vomitò contro padre Teofilo parole indegne e lo minacciò di fargli ruzzolare le scale. Alcuni membri della comitiva dissero che se non se ne fosse andato via subito da Fucecchio avrebbero dato fuoco al Convento e lo avrebbero bruciato vivo.
Quando questi discorsi vennero riferiti a padre Teofilo, egli rispose con calma che queste cose ci hanno da essere e per non deviare dal suo scopo, quella notte stessa, fece alzare i frati perché cantassero Mattutino.

 

Il 10 maggio 1736 giunsero da Civitella nel Ritiro di Fucecchio, istituito il 21 aprile 1736 ed affidato alla Guardiania di padre Teofilo da Corte, padre Federico di S.Lucia ed un terziario di Venezia. Il loro arrivo fu la goccia che fece traboccare il bicchiere.
Il Vicario padre Casini, che si sentiva il Superiore dell’ex Convento La Vergine, tuonò dal pulpito della chiesa che padre Teofilo avrebbe ridotto quel convento nella più squallida miseria.
Padre Teofilo abbassò la testa mentre padre Casini urlava:
- ..perché egli è un ipocrita ed un ignorante.
Padre Teofilo, per quanto gracile di corporatura, si era dimostrato un lavoratore indefesso ed un nemico assoluto dell’ozio.

 

Il 13 maggio 1736 venne approvata dal Definitorio la Magna Cartha del RITIRO fucecchiese stilata da padre Teofilo da Corte. Due degli articoli di questa Magna Cartha stabilivano:
1- I Guardiani del Ritiro non dovevano né togliere né aggiungere qualcosa alle Leggi del Ritiro;
2- Le predicazioni non dovevano essere fatte dai padri del Ritiro.

 

Il 31 maggio 1736 si svolse la processione del Corpus Domini a cui presero parte. Per consuetudine, il clero secolare, le Compagnie, le confraternite, i frati zoccolanti e quelli conventuali.
Quel giorno tutti i Fucecchiesi scesero nelle vie e si riunirono in Piazza (Vittorio Veneto) non solo per veder meglio la processione, bensì per poter osservare da vicino padre Teofilo da Corte mandato a Fucecchio per trasformare il Convento La Vergine in Ritiro. L’aspettativa, però, andò delusa : padre Teofilo non prese parte alla processione. Voleva forse mostrare il suo disappunto visto che il popolo di Fucecchio aveva ripetutamente manifestato il desiderio di mandarlo via? I risentimenti si facevano palesi con la tipica espressione fucecchiese: 
“ Ma chi crede di essere quel frate venuto dalla Corsica? Pretende forse di dettar legge ai Fucecchiesi?
Anche le autorità si sentirono mortificate dall’assenza del frate corso e vollero una spiegazione.
La verità che venne a galla fu davvero sconcertante: padre Teofilo, al momento di uscire per andare a processione, venne rinchiuso dai frati in sagrestia. (Anche i frati ne avevano piene le tasche di questo frate asceta!)
A giustificazione del loro operato i frati spiegarono:
- Poiché i Fucecchiesi, al passaggio di questa processione sono soliti gettare tanti fiori, noi temevamo che essi lanciassero anche dei sassi contro padre Teofilo.
E così salvarono capra e cavoli, mentre gli spagnoli spadroneggiavano su cose, animali e persone del nostro paese.

 

Il 9 giugno 1736 padre Teofilo da Corte, neo Guardiano del Ritiro francescano La Vergine di Fucecchio dove era giunto il 24 aprile e cioè tre giorni dopo l’istituzione di detto Ritiro, scrisse una lettera al Provinciale di Firenze per renderlo edotto della ostilità che il Ritiro incontrava nella terra di Fucecchio. Il più ostile era il frate francescano padre Gaetano Casini che da diversi anni dimorava nel convento La Vergine di Fucecchio. Ma non era il solo come lo si può desumere da l testo della lettera
“…odo che monsignor vescovo di questa Diocesi si impegna fortemente per far restare qui il padre Gaetano Casini. Già ha avvisato più volte essere difficilissimo che il Ritiro possa sussistere con la di lui presenza…”
Il padre Provinciale, determinato nelle realizzazione di un Ritiro nel Convento francescano di Fucecchio, vi inviò padre Beretto da Pontassieve quale Presidente. Intanto padre Filippo di Castigliola iniziò un corso di esercizi spirituali al clero e al popolo e questo fece cambiare la mentalità del Popolo fino ad allora contrario a padre Teofilo. Lo stesso padre Filippo se ne accorse nella prima questua del pane fatta dopo la venuta di padre Teofilo. Molti ne dettero molto, tanto che fu più che sufficiente. Ormai padre Teofilo stava per vincere
Infatti padre Casini, visto che le cose non andavano secondo i suoi progetti partì per sempre con i suoi due amici. Ma prima di abbandonare il Convento LA Vergine ( il 12 giugno 1736) volle prendere tutte le sue cose spogliando addirittura il Convento e lasciandolo privo perfino di olio. Padre Teofilo, comunque, aveva vinto.

Il 13 giugno 1736, festa di S. Antonio da Padova, padre Teofilo da Corte che era giunto a Fucecchio il 14 aprile, fece un memorabile sermone in chiesa.
Tutti i fucecchiesi presenti in chiesa LA Vergine ne rimasero affascinati.
Un certo Domenico Checchi, appaltatori di forni, mandò al convento tutto il pane che aveva.
Un benefattore anonimo mandò al convento u barile d’olio
Poi giunsero 6 barili di vino e molto pesce.
Il giorno successivo, dopo questo strepitoso successo, padre Teofilo da Corte notificò alle autorità locali la sua patente di guardiano del RITIRO francescano di Fucecchio.
Padre Teofilo mise subito in atto le severe REGOLE del Ritiro.

 

Il 22 giugno 1736 padre Teofilo da Corte poté finalmente insediarsi come GUARDIANO nel RITIRO di Fucecchio. Immediatamente ai nuovi fratelli convenuti nel Ritiro La Vergine di Fucecchio padre Teofilo presentò le LEGGI del Ritiro dette Ordinazioni e suddivise in ben 24 capitoli.

 

Il 26 novembre 1736 giunse a Fucecchio una piccola schiera di giovani diretti al Ritiro della Vergine istituito il 21 aprile di quell’anno nel Convento La vergine di Fucecchio e diretto da padre Teofilo da Corte.
Per padre Teofilo l’arrivo di questi giovani segnò una tappa luminosa nella storia del suo Ritiro avversato nel suo sorgere dai frati zoccolanti, dal clero e dalle autorità civili.
Immediatamente padre Teofilo fece ampliare il convento dotandolo di una nuova ala dato che ormai erano in molti a sostarvi o perché di passaggio o per compiervi gli esercizi spirituali. Padre Teofilo fece restaurare anche la chiesa e rifornì di libri la biblioteca del convento tanto che il priore Fanciullacci, amante dei libri, spesso andava a leggerli. Inoltre permise al pittore padre Alberico Carlini, chiamato dai frati zoccolanti, di concludere il ciclo dei affreschi all’interno del chiostro.
Siccome molte persone entravano ed uscivano a loro piacimento dal Convento, padre Teofilo, temendo che questo traffico rovinasse la clausura, alzò un muro di cinta, fece tamponare gli archi del chiostro dal portone del convento fino alla porta che immette nella sagrestia. Volle poi che un muro fosse eretto fra le colonne impedisse di vedere le vie adiacenti. Infine, in chiesa, eresse una cancellata per separare il presbiterio dalla navata.

 

Il 9 luglio 1737 morì l’ultimo granduca mediceo della Toscana e precisamente Giangastone.
Automaticamente, per una Convenzione europea, il Granducato di Toscana e quindi anche Fucecchio, passarono sotto la casa austriaca dei Lorena.
La vita di Fucecchio venne, a suo modo, rivoluzionata sia pure in modo graduale.
Poiché il granduca lorenese Francesco Ferdinando II era impegnato nella guerra nei Balcani, i 48 senatori e i 200 membri del Consiglio granducale giurarono fedeltà nelle mani del Reggente, il principe di Craon.
Il primo atto del nuovo Governo fu quello di imporre “ una colletta universale per estinguere il debito” contratto per il mantenimento delle truppe spagnole.
“ Ogni suddito deve pagare il suo debito a Cesare. E dovettero pagare anche i Fucecchiesi.
Successivamente il nuovo Governo invitò tutti i Comuni a presentare bozze di riforma a carico delle Compagnie religiose e dei luoghi pii causa di tanti conflitti. Il nostro Comune fece la gatta di Masino e non presentò nessuna bozza.

 

Il 12 luglio 1737 i 48 senatori e i 200 membri del Consiglio giurarono nelle mani del Reggente, Principe Craon, fedeltà al nuovo granduca Ferdinando II° di Lorena che si trovava nei Balcani a combattere contro i Turchi.
Il 9 luglio era morto Giangastone, l’ultimo granduca dei Medici.
Nessuno a Fucecchio si entusiasmò per questo cambio di guardia. Anzi furono in molti a pensare che “peggio di così non poteva andare.”

 

Il 4 novembre 1737, in seguito alla morte (9.11.1737) di Giangastone, l’ultimo granduca mediceo, il principe di Craon, quale reggente del granduca Lorenese Francesco Stefano emanò un editto che riguardava soprattutto le Compagnie e i Luoghi Pii, dove molto spesso si accendevano liti interminabili.
Questo editto, nel tentativo di inaugurare forse un nuovo modo di governare ispirantesi alla collaborazione, affermava:
Chiunque abbia zelo del bene pubblico è invitato a contribuire , a proporre quelle riforme che crederà potere più ridondare a beneficio del popolo.
I fratelli della Compagnia di S. Giovanni Battista si guardarono bene dal dare consigli e così pure il popolo di Fucecchio che non aveva digerito ancora la “colletta” imposta dal nuovo Governo per estinguere il debito contratto per il mantenimento delle truppe spagnole.
Il granduca lorenese, impegnato nei Balcani nella guerra contro i Turchi, fece il suo ingresso in Firenze il 19 gennaio 1739 alle ore 3 di notte. Vi rimase 4 mesi e, prima di ripartire, nominò come suo reggente il solito Principe di Craon che si impegnò a mandare a Vienna 300.000 scudi.
“Iboia!” dissero i Fucecchiesi quando lo seppero. E presero in uggia anche l’Austria.

 

Il 10 gennaio 1738 vennero stanziati dall’Opera di S. Salvatore ben 600 scudi per rifare il tetto della chiesa di S. Salvatore, per innalzarla di 5 braccia.
L’impresario a cui vennero affidati i lavori fu il fucecchiese Domenico Benvenuti. Nel protocollo della perizia erano elencati altri interventi che modificarono notevolmente la facciata della chiesa di S. Salvatore:
- la tamponatura del Rosone e l’apertura di un finestrone rettangolare; 
- l’intonacatura della facciata medesima che avrebbe cancellato per sempre le due bifore con i catini decorati con ceramiche arabe. 
I lavori risultarono ultimati nel 1739.

 

Il 13 luglio 1738 gli Operai dell’OPA di S. Salvatore , dato che il tetto della chiesa minacciava di rovinare, deliberarono non solo di risarcire il tetto, ma anche “ con tale occasione di alzare adattamente la medesima chiesa col farvi in essa ogni altro risarcimento ed ornamento.”
I lavori deliberati vennero assegnati agli impresari Domenico e Giovan Francesco Benvenuti.

 

Il 28 ottobre 1738 venne stipulato il contratto fra l’OPA (consiglio di amministrazione) di S. Salvatore e gli impresari edili fucecchiesi Domenico e Giovan Francesco Benvenuti per il rifacimento del TETTO della chiesa di S. Salvatore deliberato in data 18.7.1738.
Le mura perimetrali vennero innalzate di circa 5 braccia ed il tetto venne sorretto da 7 CAPRIATE o cavalletti poggianti su apposito cornicione.
La chiesa di S. Salvatore rimase chiusa al culto per un anno.
Oltre al tetto fu aperta nella facciata una grande finestra rettangolare in pietra al posto del ROSONE.
Le BIFORE con bacino di ceramica islamica ai lati del rosone vennero tamponate.
Vennero rimodellate le tre finestre sulla parete laterale della chiesa per rendere meno evidente la perdita di un terzo di luminosità a seguito della costruzione di alcune celle sul perimetro del chiostro rifatto ex novo nel 1691.
Sul lato sinistro della chiesa venne rifatta una delle tre finestre in corrispondenza di quelle del lato destro. Le altre due erano state tamponate a seguito dell’innalzamento della contigua chiesa della Madonna della Croce.
La facciata della chiesa venne intonacata, mentre l’interno venne completamente imbiancato.
Vennero rimossi gli altari della SS. Concezione, di S. Antonio e di S: Agostino.
Venne rifatto il pulpito con l’Arme del dell’OPA e del Comune di Fucecchio.
La spesa ammontò a 1394 scudi.
L’ultima imbiancatura e l’ultimo rifacimento del tetto risalgono al 1974.

 

Il 19 febbraio 1739 fece il suo ingresso a Firenze, con due anni di ritardo, il granduca lorenese Francesco Stefano che era subentrato nel 1737 a Giangastone, l’ultimo granduca mediceo.
I festeggiamenti in suo onore durarono tre giorni nonostante le precarie condizioni economiche, sociali e militari della Toscana.
Sposato con Maria Luisa, figlia dell’Imperatore d’Austria, ebbe ben 16 figli, fra cui Maria Antonietta – la decapitata – e Leopoldo, il futuro granduca riformatore. Questi i provvedimenti più significativi del primo granduca lorenese:
1- con un rescritto del 7 aprile 1738 ordinò a tutti i parroci di rimettere al proprio vescovo lo stato delle anime allo scopo di effettuare una forma di censimento demoscopico;
2- nel 1741 riesumò la TASSA della MACINA ( istituita nel 1689 ed abolita nel 1700) con la quale obbligò clero e monasteri a pagare la tassa sul macinato;
3- nel 1745 ordinò che la gestione dei monasteri fosse affidata a 4 Operai (amministratori) per garantire regolarità e funzionalità: A Fucecchio gli Operai del monastero di S. Andrea furono così dispotici da indurre ripetutamente la badessa ad esporre a Firenze le sue lamentele.
4- Impose anche al clero le gabelle sul VINO e sulle GRASCE (cereali);
5- Divise la popolazione in tre classi: nobili, cittadini e popolo;
6- L’1 gennaio 1749 venne fatto registrare come 1 gennaio 1750 per allineare il calendario storico di Firenze, Pisa e Lucca con quello delle altre città toscane.
Morì il 18 agosto 1765 dopo aver assistito, il 5.8.1765, al matrimonio del figlio Leopoldo, suo erede, con Maria Luisa, figlia del re di Spagna.

 

Un rescritto granducale del 12 aprile 1739 modifico l’ordinamento ecclesiastico locale.
Venne istituita la parrocchia della chiesa di S. Rocco extra muros o delle Vedute. Al parroco venne assegnata una congrua di 10 scudi al anno.
Venne anche approvata la divisione in sestieri della Diocesi operata dal vescovo Suarez.
La chiesa suffraganea di S. Giovanni Battista ( Collegiata) ebbe come chiese suffraganee o aggregate quelle di
S. Bartolomeo di Gavena,
S. Maria di Bassa,
S. Leonardo di Ripoli,
S. Gregorio di Torre,
S. Madonna della Querce,
S. Leonardo di Cerreto Guidi,
S. Pantaleone,
S. Bartolomeo di Cappiano,
S. Rocco
S. Donnino,
S. Stefano di Corliano,
S. Niccolò di Cecina,
S. Silvestro di Larciano.

 

Il 6 marzo 1740 il Comune di Fucecchio, in risposta ad una istanza presentata dall’Opera dell’Oratorio di S. Rocco fuori le mura che chiedeva il diritto di nominare il proprio cappellano e la rendita della cappellania, deliberò
- che i cappellani dell’Oratorio di S. Rocco sarebbero stati nominati ancora dal Comune e che al concorso di nomina potevano essere ammessi anche i chierici (seminaristi) oltre che i sacerdoti
- e che le rendite spettavano solo e soltanto al cappellano.
Questa la prassi seguita fino al 1740 per la elezione del cappellano dell’Oratorio di S. Rocco extra muros (l’attuale chiesa di S. Maria delle Vedute):
Prima del giorno fissato per l’adunanza degli Anziani, dei Capitani di parte e del Consiglio generale presieduto dal Gonfaloniere, il cancelliere (segretario comunale) faceva le pubblicazioni con bando di concorso affisso alla porta dell’Oratorio e della Pieve di S. Giovanni Battista (Collegiata). Nel bando erano contenute le notizie circa gli emolumenti che l’eletto veniva a percepire con gli obblighi e i carichi annessi. Rimaneva eletto chi avesse riportato un maggior numero di voti. In caso di parità fra due o più concorrenti, l’elezione era demandata a Sua Altezza Reale il Granduca. La nomina era fatta per un triennio, ma più spesso per un quinquennio.

 

Il 13 maggio 1740 padre Teofilo da Corte, Guardiano del Ritiro La Vergine di Fucecchio, si ammalò così gravemente che dovette mettersi a letto. Dopo un’agonia di 6 giorni, il 19 maggio 1740, morì.

 

Il 19 maggio 1740, alle ore 2,30, dopo sei giorni di agonia, all’età di 64 anni, morì nel Ritiro La Vergine di Fucecchio il Guardiano padre Teofilo da Corte. Padre Teofilo era giunto a Fucecchio il 24 aprile 1736 per dar vita, nel convento La Vergine, a un RITIRO.
La notizia della morte fece il giro di tutto il paese e dei paesi vicini.
La mattina tutti si riversarono in chiesa a rendere omaggio alla salma.
Da quel momento tutti cominciarono a chiamarlo a voce alta SANTO. E come una valanga si gettarono sul cadavere e con coltelli e cesoie incominciarono a strappare la tonaca del morto. Subito si cominciarono a spargere notizie di miracoli.
I Fucecchiesi vollero che la salma rimanesse esposta per 2 giorni.
Il Calaverni fece trarre una maschera dal volto per conservare l’effigie del primo Guardiano del nostro Ritiro.
La contessa Vittoria Guicciardini Rinuccini fece fare dall’artista fiorentino Giovan Battista Cipriani una miniatura dell’effigie che poi fece incidere sul rame da Carlo Faucci.
Si legge in una deposizione di fra’ Bernardino di Castelpiano:
“ Prima di seppellirlo fu portato in libreria. E due medici, il Ribotti ed il Calaverni, nell’estrarre le interiora, messe in un vaso a parte, si trovò che il sangue era ancora fluido: ne fu riempita una caraffina da padre Biagio di Montefollonico e molti vi inzupparono dei pannilini da conservare come reliquie. Il cuore se lo divisero gli astanti.”
Padre Teofilo fu seppellito nel sepolcro comune dei religiosi davanti all’altar maggiore della chiesa.

 

Il 19 maggio 1740, all’età di 64 anni, morì a Fucecchio padre Teofilo da Corte (in Corsica), che quattro anni prima aveva fondato nel nostro convento un RITIRO che garantiva un’assoluta osservanza della disciplina francescana da parte di tutti i frati.
Morto in odore di santità, non ci fu un solo fucecchiese che non andò a rendere omaggio alla salma del frate che fu letteralmente spogliata. Tutti desideravano possedere una sua reliquia.
A furore di popolo la salma dovette rimanere esposta per altri due giorni in chiesa.
Due medici, al termine dei due giorni di esposizione, trassero dal corpo del defunto frate le viscere ed il cuore. Il sangue era ancora fluido e e ne fu raccolto una caraffina.
Quattro anni dopo, il 10.12.1744, iniziò l’iter della causa della BEATIFICAZIONE che si concluse dopo 152 anni e precisamente il 19 gennaio 1896 dopo quattro ricognizioni sul corpo ( 1744-1769-1807-1895)
Fucecchio festeggiò il suo BEATO – non ancora Santo – l’8 settembre 1896
La causa di CANONIZZAZIONE che si concluse a Roma il 29 giugno 1930 con la proclamazione di Teofilo da Corte SANTO, presenti il Guardiano di Fucecchio padre Carlo Catarsi e l’arciprete don Giulio Frediani, era iniziata il 9 febbraio 1901.
I due miracoli che venero esaminati e riconosciuti come tali ebbero per protagoniste suor Teresa Ulivelli, guarita miracolosamente l’8 settembre 1924 e suor Matilde Pollacchi guarita il 12 agosto 1926.
I miracolati che avevano consentito la proclamazione della BEATIFICAZIONE, ERANO STATI Francesco Tognetti e Giuseppina Aleotti.

 

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