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anni
- 1641
>> 1660
Il
2 aprile 1642, il Priore della Compagnia di S. Giovanni
Battista o dei Frustati neri, tenuto conto che molti
confratelli in occasione del Giovedì Santo e della Santissima
Pasqua non comparivano ad eseguire le debite funzioni che si
convenivano ad una confraternita religiosa, in conformità
dell’ordine del Magistrato dei Nove, dispose:
- Chi, con la cappa o senza, nel Giovedì Santo non sarà
presente e alla lavanda dei piedi e di poi alla rassegna che
si farà e chi la mattina della SS. Resurrezione non si
presenterà a far la pace, “ si intende, ipso fatto, casso
(espulso) da detta Compagnia eccezion fatta per quei fratelli
che ne fossero effettivamente impediti”.
Il
24 novembre 1642,
mentre un congruo numero di fucecchiesi era impegnato nella
guerra fra Granducato di Toscana e stato pontificio, si radunò
in forma solenne tutta l’amministrazione comunale con il
Gonfaloniere in testa che portava solennemente e
processionalmente un PIATTO di stagno.
L’adunanza era stata indetta per riconoscere ed elogiare le
doti amministrative di Ser Pier Francesco di Santi Magni di
Empoli che per 14 anni, in veste di Gonfaloniere, aveva
governato Fucecchio espletando il suo mandato così bene “
che le Cerbaie fucecchiesi si sono ridotte in buonissimo stato
con utile pubblico e privato.
Fu accresciuta l’entrata dei livellari, si restaurarono
l’OROLOGIO e la CANCELLERIA (palazzo comunale) che si
trovava di fronte al Palazzo Pretorio.
Si fece una CISTERNA nella piazza (Vittorio Veneto); venne
fatto restaurare il Palazzo del Podestà (Palazzo Pretorio) e
il Salone del Consiglio.
Erano state magnificamente restaurate, dentro e fuori la
terra, le strade e le chiese.
Il PIATTO DI STAGNO fu offerto dalla Comunità commossa come
segno di riconoscenza per l’opera svolta in 14 anni di
servizio attivo.
Se nel porgere il PIATTO al loro ex Gonfaloniere sperarono di
veder affiorare nel suo volto segni di gioia, si sbagliarono:
Sr Pier Francesco, semmai, mostrò chiaramente i segni del
disappunto. Con un piatto di .. stagno non poteva sentirsi
moralmente ripagato un funzionario così zelante e prolifico.
Il
18 marzo 1643,
Ferdinando II° dei Medici, granduca di Toscana e Maestro di
Santo Stefano (Altopascio), vendette per 70.000 scudi ai
figli del marchese Corsini l’intera fattoria di Fucecchio
(22 poderi) e nello stesso tempo concesse loro in affitto
anche l’area e gli edifici della ROCCA per l’annuo canone
di lire 99,96 da pagarsi al Comune di Fucecchio.
La ROCCA, voluta e costruita a spese di Firenze (1322-1330),
svolse la sua precipua funzione militare fino al 14.2.1415,
anno in cui venne affidata da Firenze al Comune di Fucecchio
perché l’assegnasse in affitto ai privati che ne avessero
fatto richiesta.
I Corsini divennero proprietari anche della ROCCA il
7.12.1864.
I Corsini hanno venduto la ROCCA e la Fattoria ad una
Immobiliare nel 1980.
Nel 1981 l’Immobiliare ha venduto al Comune di Fucecchio la
ROCCA con tutti i fabbricato, palazzo residenziale del fattore
compreso.
Il
28 marzo 1643,
con contratto rogato dal notaro Cristofano Tinghi, venne
concessa in affitto alla famiglia Corsini la ROCCA con le sue
pertinenze. Il canone annuo venne fissato nella misura di £
99,96.
La Rocca, fortificazione militare con mura e 4 torri, era
stata costruita dopo il 1320 e venne inaugurata nel 1330,
l’anno in cui Fucecchio si sottomise a Firenze.
La Rocca era presidiata da una guarnigione fiorentina.
Soltanto nel 1415 il nostro Comune ottenne il permesso di
poter vigilare la rocca con propri soldati.
I Corsini non ebbero mai cura della Rocca e scaricavano gli
oneri della sua manutenzione sul bilancio del nostro Comune
che, fra l’altro, non ne era nemmeno proprietario. Il Comune
divenne proprietario della Rocca il 30.11.1782
Il 7 dicembre 1864 venne stilato l’atto di affrancazione
mediante il quale l Rocca passò in proprietà ai Corsini,
mentre l’attuale Piazza Montanelli che apparteneva ai
Corsini, passò in proprietà al Comune.
Nel 1980 gli eredi del Principe Corsini vendettero la Rocca,
il parco , il Palazzo e tutta la tenuta ad una immobiliare
Nel 1981 la suddetta Immobiliare vendette al Comune per 900
milioni di lire la Rocca, il Parco ed il Palazzo della
Fattoria Corsini.
Il
24 giugno 1644
si festeggiò, come ogni anno e con grande solennità, il
patron0o della nostra Pieve: S. Giovanni Battista.
Le Compagnie offrirono a tutti i mendicanti pane, “
stiacciata e fichi secchi” tenendo in tal modo viva una
tradizione che si ripeteva da alcuni secoli.
Per quale giorno tutto doveva essere in ordine.
Il Comune faceva spazzare la Piazza ( Vittorio Veneto) e le
strade dove passava la processione, mentre le Compagnie già
da tempo avevano provveduto i lavori di riparazione dei loro
fabbricati.
La Compagnia di S. Giovanni Battista era la più disgraziata
di tutte. Non riusciva mai a togliere il fetore che usciva
dalle sepolture presenti nella chiesa.
Decisi ad eseguire un
lavoro in profondità, i fratelli decisero realizzare sopra il
pavimento, che era assai basso ed umido, una volta non
“tanto alta che possa entrarvisi per dare sepoltura ai corpi
e alzare alla estremità della volta un tamburo che porti in
aria, sopra il tetto, e da quello esali il fetore. Il fetore
era talmente invasivo da penetrare non solo nel vicino
Convento di S. Salvatore ma persino nelle case vicine
all’attuale pizza Garibaldi.
In occasione di questa FESTIVITA’ il Comune era obbligato a
mandare a Firenze 2 barili di pesce marinato in sostituzione
del CERO convenuto nei patti di sottomissione sottoscritti da
Fucecchio nel 1330.
L’8
dicembre 1644
il Priore e gli Operai della Compagnia di S. Giovanni Battista
esposero che per gran fetore che davano i sepolcri che erano
nello SPOGLIATOIO dell’Oratorio di detta Compagnia dove si
celebravano” li sacrifici per li defunti ( vi era eretto
l’altare ad hoc), è necessario provvedersi con por sopra
detto pavimento che è assai basso ed umido una volta ma tanto
alta che possa entrarvisi per dar sepoltura ai corpi che alla
giornata andranno passando all’altra vita e da una porta da
farvi per di fuori ed alzare alla estremità della volta un
tamburo che porti in aria sopra il tetto della chiesa e da
quello esali il fetore e perciò per fare detta volta è
necessario alzare ancora il tetto della chiesa secondo il
disegno dei periti.. perché è necessario portare via il
puzzo interno dove si celebrano i sacrifizi e tale fetore va
penetrando ancora sino al Convento dei RR. Padri Conventuali
(di S. Salvatore) e alla Chiesa Parrocchiale e a quei vicini
con grandissimo scandalo del Popolo, tanto più che non si
vede altro modo di rimediare per altro così grave difetto,
non essendo bastato raddoppiare i serrami di detti sepolcri.
Qualche giorno dopo gli Operai decisero di fare un tramezzo
nello spogliatoio di detta Compagnia affinché resti segregato
il luogo dove si celebrano le Messe per i defunti ed il luogo
dove si seppelliscono affinché il fetore non apporti tanto
fastidio e danno come al presente. E il tramezzo venne fatto.
il
29 maggio 1647
il granduca Ferdinando II° dei Medici accordò al nostro paese
che contava 5.000 abitanti il permesso di fare il MERCATO
settimanale di mercoledì.
Il granduca, come contropartita, ordinò che fossero aperte
due Osterie: una, fuori delle mura, doveva avere anche stanze
per alloggiare le persone (albergo); l’altra, dentro le
mura, doveva soltanto offrire cibo e bevande (ristorante).
L’istituzione del sospirato MERCATO apriva una nuova porta
per la vita economica della nostra popolazione.
La prima richiesta di concessione del MERCATO era stata
avanzata il 12.9.1604 ed accantonata dal granduca per non
scatenare le lagnanze degli Empolesi.
La richiesta venne nuovamente ripresentata nel 1626, l’anno
nella carestia, nel 1639 e nel 1646.
Proprio nel 1647 i nostri amministratori comunali, considerato
che il piatto di stagno del valore di 50 soldi era poca cosa,
deliberarono di offrire al Podestà uscente e ai suoi
collaboratori, essi pure uscenti, una forchetta del valore di
5 lire e non di più.
Il
10 novembre 1647
al cancelliere (segretario comunale) Carlo Laurenzi da Uzzano
subentrò Cesare Bartolini di Fivizzano..
In questa occasione venne redatto l’INVENTARIO delle cose di
proprietà del Comune situate nella residenza e negli uffici
destinati al cancelliere.
Il Palazzo della Cancelleria, in mezzo a Piazza Vittorio
Veneto e con la facciata rivolta verso il Palazzo Pretorio,
era in bruttissime condizioni: era quasi pericolante.
Entrando per l’uscio, si accedeva in un andito dove si
aprivano due finestre.
Questo andito costituiva l’ingresso sia per l’Ufficio del
Cancelliere sia per l’abitazione vera e propria.
Nell’ingresso vi erano una tavoletta con i nomi degli
impiegati, un bancone di legno con armadio e cassettino, una
cassapanca e un paio di bilance con i pesi di ferro.
Entrando nell’appartamento del Cancelliere trovavamo la sala
da pranzo, arredata con una credenza per il vitto ed
un’altra credenza per l’untume, due tavolini e 9 sgabelli
di noce con spalliera. Completavano la dotazione un camino con
alari e stidione, due mezzine di rame, un secchio e due
cassette per la spazzatura.
A destra e a sinistra della sala da pranzo si aprono due
camere da letto identiche, con una sola finestra, una cassa
per gli indumenti ed un letto composto da pagliericcio o
saccone posto su tavole sorrette da panchette e recanti, ai
vertici, delle colonne di legno per sostenere i tendaggi.
Sopra la sala vi era la cucina con una sola finestra, un
camino col paiolo, due tavoli di albero, una caldaia da
bucato, un paiolino di rame, un mortaio di pietra, una padella
da friggere e un cappellinaio rotto.
Attigue alla cucina, la stanza dove si faceva il pane, con una
finestra, due casse per la farina, una madia e delle tavole da
pane.
Nel fabbricato vi era anche la CAMERA DELL’ORIOLO
(orologio).
Sopra la cucina c’era la stanza a tetto dove si trovavano i
polli.
Vi erano poi al pianterreno le stalle e una cantina; nel
sottosuolo un’altra cantina.
Il
25 novembre 1649
morì il pievano Simone Fanciullacci. Prima di morire aveva
disposto che gli succedesse il nipote Cristoforo Cicci.
Il vescovo, naturalmente, non voleva riconoscere il Cicci come
Pievano e allora nominò un economo (supplente o reggente)
nella persona del sacerdote Luca Montanelli.
La sede vacante venne messa a concorso. Il concorso venne
vinti dal sacerdote Francesco Ringhieri che, però, per paura,
non prese possesso della Pieve di S. Giovanni di Fucecchio:
preferiva attendere il responso della Santa Sede a cui il
Cicci si era rivolto.
Quando il vescovo venne in visita a Fucecchio nel 165°, fu
ricevuto dall’economo Montanelli anziché dal vincitore
Ringhieri.
Era tradizione ricevere il vescovo al confine di Fucecchio con
il baldacchino. Il baldacchino apparteneva ai frati
conventuali di S. Salvatore.
Il Magistrato dei Nove di Firenze aveva loro ordinato di non
prestare a nessuno gli arredi sacri e quindi anche il
baldacchino.
I frati perciò si rifiutarono di noleggiare al Montanelli il
baldacchino che lo aveva loro richiesto con un mese di
anticipo rispetto alla visita pastorale.
Il Montanelli, allora, si rivolse al Comune. Il comune girò
la richiesta al magistrato dei Nove di Firenze che, per quella
volta diede ai frati di S. Salvatore il suo benestare.
E così il Montanelli poté ricevere il vescovo col
baldacchino.
Intanto i due Pievani, il Ringhieri ed il Cicci, disoccupati,
attendevano il responso della Santa Sede che non tardò a
giungere.
Proprio al termine della visita pastorale si seppe che la
Santa Sede aveva accolto il ricorso del Cicci e lo aveva
riconosciuto come pievano.
Il
9 ottobre 1650,
di ritorno da Roma, dove molti fratelli della Compagnia di S.
Giovanni Battista si erano recati a lucrare l’indulgenza
dell’Anno Santo grazie ad una somma messa a loro
disposizione dalla Compagnia, gli Operai, adunati per trattare
l'allargamento dello spogliatoio della Compagnia che era
diventato stretto per il tramezzo fatto per ovviare al fetore
che veniva dai sepolcri, decisero di gettare giù il tramezzo
della sagrestia.
Gli Operai decisero di realizzare la
sagrestia dentro al vano pigliando tanto sì che basti secondo
le indicazioni dei periti. La spesa prevista assommava a 45
scudi.
Il
12 novembre 1650,
grazie all’intervento della Santa Sede, venne insediato
nella Pieve di S. Giovanni Battista il sacerdote Cristoforo
Cicci, nipote del pievano Simone Fanciullacci morto un anno
prima e precisamente il 25.11.1649.
Prima di morire, il Fanciullacci aveva disposto che gli
succedesse il nipote Cristoforo Cicci.
Essendo la cosa del tutto arbitraria nacque una forte lite fra
i preti da una parte e il Vescovo di S. Miniato dall’altra.
Il Vescovo non voleva riconoscere il Cicci come pievano e
nominò un economo nella persona del sacerdote Luca
Montanelli.
Cristoforo Cicci fece ricorso alla Santa Sede.
Il vescovo indisse il concorso per la nomina del pievano. Il
concorso venne vinto dal prete fucecchiese Francesco Ringhieri.
La Pieve di Fucecchio aveva così 2 pievani, il Cicci e il
Ringhieri. La Pieve, però, continuò ad essere officiata
dall’economo Montanelli perché il Cicci era a Roma e il
Ringhieri non si azzardava a prendere possesso della Pieve
poiché sapeva che il Cicci godeva di pezze di appoggio
altolocate.
Intanto la Santa Sede dette ragione al Cicci che il 12
novembre 1650 prese possesso della Pieve di Fucecchio.
Il
3 febbraio 1651
, convenuti come al solito nella Cancelleria comunale di
Fucecchio, posta nell’attuale Piazza Vittorio Veneto di
fronte al Palazzo Pretorio, gli Operai della Compagnia di S.
Giovanni Battista Benvenuti, Panicacci e Pier Francesco
Doddoli deliberarono di portare a conoscenza del Magistrato
dei novembre
“ …come il 2 febbraio nell’atto di distribuire le
candele benedette ai confratelli della Compagnia fu chiamato
Lorenzo di Iacopo Martini e dal Cappellano di detta Compagnia
gli fu data la solita Candela ed egli non la volse dicendo che
la voleva di tre once e perché di tale peso l’avevano avuta
due suoi fratelli frati ed un’altra maggiore come capo di
casa e se ne andò. Allora io mandai per mezzo del nipote una
candela di 2 once; neppure volse riceverla, ma strappatola di
mano a detto suo nipote andò all’altare a renderla e anco
cominciò a sparlare col dire che quello non era buon Governo
e che gli Operai erano dei pargoli causando tumulto grande.
Anche dagli Operai della Compagnia fu ordinato di radiarlo
dalla Compagnia”
Il
14 novembre 1651
furono mandati ambasciatori a Firenze per supplicare il
granduca affinché concedesse anche a Fucecchio il sospirato
MONTE DI PIETA’. Il Granduca rimase perplesso di fronte a
questa richiesta. Le ragioni addotte dagli ambasciatori
fucecchiesi sui poveri di Fucecchio non erano sufficienti per
coprire i danni che sarebbero stati sofferti dal Monte di pietà
di Empoli. Per questa ragione il Granduca rispose che ci
avrebbe pensato ancora prima di prendere una decisione in
merito che gli sembrava prematura.
Ci pensò un anno.
Il 24 marzo 1562 il granduca permise che anche Fucecchio
avesse il suo MONTE DI PIETA’.
Il
24 marzo 1652,
il granduca mediceo di Toscana concesse a Fucecchio il
permesso di istituire il MONTE DI PIETA’(istituto che
concede piccoli prestiti su pegno di cose mobili) che avrebbe
costituito per i nostri poveri una occasione di più per
meglio sopportare la loro miseria.
Tutto era cominciato un anno prima e precisamente
nell’ottobre del 1651. Piovve moltissimo. Le strade
divennero fangose e l’Arno non poteva essere attraversato.
Come sempre chi maggiormente risentiva di questi disagi era la
povera gente e coloro che dovevano attraversare l’Arno e
usare le strade per svolgere le loro attività commerciali.
Per venire incontro ai loro bisogni, l’undici novembre venne
proposto che in Fucecchio fosse aperto il MONTE DI PIETA’
“per sovvenire ai poveri nei loro bisogni ai quali conviene
andare a Empoli con grave disaggio et incomodo et havere un
danno notabile poiché molte volte in riguardo ai tempi
piovosi e delle fiumane dell’Arno non possono andare ad
impegnare”.
Il 14 novembre erano stati mandati ambasciatori a Firenze per
supplicare il granduca al fine di concedere il sospirato MONTE
DI PIETA’.
Le ragioni addotte dai nostri ambasciatori sui poveri di
Fucecchio non erano sufficienti per coprire i danni di cui
avrebbe risentito il Monte di Pietà di Empoli.
Soltanto il 24 marzo 1652 il granduca accondiscese.
Il
12 giugno 1652
gli Operai (amministratori) della Compagnia di S. Giovanni
Battista che aveva la propria sede nell’attuale canonica
dell’arciprete ed il proprio oratorio nell’attuale
sagrestia della collegiata, stanziarono 50 scudi per eliminare
il palco morto posto sopra la loro chiesa, detta di S.
Donnino, e per surrogarlo con una volta per farvi delle
PITTURE ( diventerà la volta dipinta dal Bamberini).
Al primo stanziamento ne seguirono altri due, sempre di 50
scudi, nei mesi di agosto e di novembre.
Altri scudi vennero stanziato nel 1653 per l’arricciatura,
intonacatura e per l’imbiancatura della volta .
L’anno dopo si fecero le docce al tetto della chiesa di S.
Donnino perché l’acqua filtrava fra le mura.
Il
26 agosto 1655
fu ordinato dal Consiglio Comunale di rispettare i muriccioli
della Porta di S. Andrea e la scalinata in pietra della chiesa
della Ferruzza e si proibì di arrotarvi scuri, pennati ed
altre lame sotto pena di pagare la multa di 14 lire da
applicarsi metà all’accusatore e metà al Conservatorio di
S. Caterina in Corso Matteotti.
Il
26 giugno 1656
giunse a Fucecchio la notizia che finalmente era stato
nominato il nuovo vescovo di S. Miniato nella persona del
fiorentino Giovanni Battista Barducci.
I Fucecchiesi esultarono. Da due anni la sede vescovile di S.
Miniato era vacante.
La gioia dei fucecchiesi si spense nel giro di pochissimi
giorni.
Un’altra epidemia di PESTE falciò anche nella nostra
Fucecchio tante vite umane.
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