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anni
- 1621
>> 1640
Il
16 febbraio 1621 il pittore Francesco Mati, allievo del
Bronzino, appose la sua firma e la data su di un dipinto
destinato all’altare di S. Agostino, il primo sulla parete
destra nella chiesa di S. Salvatore di Fucecchio, sul Poggio
Salamartano. Questo altare era stato realizzato con le
elemosine raccolte dal Terz’Ordine Francescano.
Il dipinto ad olio su tela raffigura l’allegoria del
Giudizio Finale. Esso rappresenta la Madonna inginocchiata su
una nube in adorazione della Trinità.
Intorno alla Madonna ci
sono alcuni Santi fra cui S. Paolo, S. Giovanni Battista, S.
Gregorio dal ricco piviale cremisi e S. Agostino con piviale
dorato.
Al centro del quadro ci sono anime che salgono al cielo; in
basso le 3 virtù teologali: Fede, Speranza e Carità.
Il
22 agosto 1621
vennero stanziati 105 scudi a favore dei frati zoccolanti per
“tirare innanzi” la loro chiesa all’incrocio delle
cinque vie (oggi Piazza La Vergine).
Vennero stanziati dal Comune altri 70 scudi per la fabbrica
della chiesa e per la costruzione del Convento.
Il
4 settembre 1622
si cominciò a costruire, intorno alla chiesina della
Misericordia costruita nel 1608, l’attuale chiesa La Vergine
lunga 30 metri, larga mt11,5 e alta mt 14. La posa della prima
pietra venne effettuata dal Podestà di Fucecchio.
Il
5 dicembre 1622
venne istituita con Bolla papale di Gregorio XV° la DIOCESI di
S. MINIATO.
Alla giurisdizione della nuova diocesi venne sottoposta anche
la nostra abbazia di S. Salvatore – dal 1299 convento di S.
Francesco- che dipendeva dalla episcopessa di Fucecchio, la
badessa delle clarisse di Gattaiola in Lucca, che a sua volta
dipendeva dalla Santa Sede.
Dell’abbazia di S. Salvatore di Fucecchio se ne parla
espressamente nella Bolla pontificia.
S. Miniato era passato sotto la Repubblica di Firenze nel
1409.
LA Repubblica di Firenze aveva chiesti a papa Alessandro V di
erigere S. Miniato a sede vescovile. Il papa aveva accolto
favorevolmente la richiesta, ma morì prima di aver stilato la
Bolla.
La pratica rimase insabbiata nei cassetti della burocrazia
vaticana per ben 213 anni.
La richiesta che portò alla istituzione della Diocesi di S.
Miniato partì dal vescovo di Lucca, monsignor Alessandro
Guidiccione, e fu appoggiata dalla vedova di Cosimo II°, Maria
Maddalena d’Austria e dal Governo del Granducato.
Il
13 agosto 1624
monsignor Francesco Nori, l’angelo della peste, primo
vescovo della nostra Diocesi di S. Miniato, istituita il
5.12,1622, fece il suo ingresso nella città di s. Miniato.
Euforici e commossi, i nostri sacerdoti con il Pievano in
testa, andarono in deputazione ad ossequiare il nuovo vescovo.
Il vescovo ricevette il clero fucecchiese con molta affabilità
e promise di fare presto la sua prima visita pastorale.
I Fucecchiesi, appena venne notificata la data della visita
pastorale si entusiasmarono e prepararono il loro paese a
festa. Lo accolsero con un arco trionfale, con festoni e fiori
alle finestre e alle porte di ciascuna casa.
Il vescovo
benedisse con trepidazione la nostra popolazione che umile si
prostrò davanti a lui.
Qualche tempo dopo, sia il Pievano che i sacerdoti ottennero
dal vescovo un privilegio: il Pievano poteva portare il
cappuccio paonazzo con impunture rosse; i sacerdoti potevano
portare il cappuccio nero con impunture paonazze.
Erano segni di distinzione che fecero effetto sul popolo
abituato da sempre a considerare la Pieve una chiesa di infimo
grado.
Il passaggio della Pieve sotto la Diocesi di S. Miniato
accentuò non poco lo stato di conflittualità tra frati
conventuali di S. Salvatore e clero della Pieve di S. Giovanni
Battista.
Fino l 1622, anno dell’istituzione della Diocesi, i
conventuali avevano esercitato sempre la loro supremazia sulla
Pieve. La Pieve dipendeva, infatti, dal monastero di S.
Salvatore.
Ora che il clero fucecchiese non dipendeva più dai frati
conventuali, poteva vantare parità di diritti quando si
dovevano celebrare i riti funebri.
Fino al 1622 i riti funebri
erano stati appannaggio esclusivo dei conventuali.
E i riti
funebri rappresentavano una appetitosa fonte di entrate.
Siccome i frati non potevano più vantare diritto di priorità,
le liti fra i due corpi di religiosi si fecero più frequenti.
A nulla valse l’opera di intercessione del Comune. Si cercò
di dirimere la vertenza chiedendo l’arbitrato
dell’arciduchessa .
Ma lo stato di conflittualità rimase sempre acceso. Si spense
nel 1783, quando i conventuali, soppressi, dovettero
abbandonare per sempre Fucecchio.
Il
26 agosto 1624,
due anni dopo la istituzione della diocesi d S. Miniato, il
Pievano di Fucecchio ed altri sacerdoti decisero di istituire
in perpetuo una CONGREGAZIONE ossia un Collegio di 10
sacerdoti sotto il titolo del SS. NOME DI GESU’ l fine di
uffiziare più decorosamente che fosse loro possibile la Pieve
di S. Giovanni Battista, illustre e ragguardevole come può
vedersi nel Corpo Canonico ed anche
“..,per promuovere maggiormente il Culto Divino e la
devozione del popolo fattosi sempre più numeroso, come pure
per maggior istruzione del Popolo”.
Il
4 ottobre 1624,
essendo imminente la visita di monsignor Nori, vescovo di S.
Miniato – la diocesi era stata istituita due anni prima, nel
1622 – per la CRESIMA dei parrocchiani, il Comune stanziò:
- 4 scudi per 4 trombettieri
- 25 scudi per abbellire il Comune
- 27 per un arco trionfale.
Inoltre vennero eletti i deputati che dovevano fare i
complimenti al vescovo a nome di tutta la Comunità.
L’11
giugno 1625,
mentre il Gonfaloniere (sindaco) e i Priori (assessori) erano
in riunione si videro comparire davanti il pievano e due
sacerdoti della Congregazione del SS. Nome di Gesù, certi
Giovanni Baldini e Camillo Montanelli. Il Pievano e i due
collaboratori prosternarono ancora una volta il loro
disappunto nei confronti dei frati francescani Conventuali
presenti dal 1299 in S. Salvatore. Le liti continue fra preti
e frati, secondo i tre preti, avevano come causa principale il
seppellimento dei morti. I riti funebri rappresentavano una
fonte di entrata preziosa. Quasi tutti i fucecchiesi, quando
moriva un loro congiunto, si rivolgevano ai conventuali anziché
al pievano che era il loro parroco.
Il Gonfaloniere ed i Priori non avevano alcun potere in
materia per poter dirimere la vertenza. D’accordo con i tre
decisero di chiedere l’intervento dell’arciduchessa
affinché stabilisse una volta per sempre delle REGOLE precise
in materia di riti funebri.
Seduta stante, Gonfaloniere e Priori elessero Baldassarre
Magnozzi affinché si portasse a Firenze a supplicare
l’arciduchessa perché facesse tutte le differenze fra il
Pievano e i frati conventuali.
Il
25 luglio 1625
il giovane sacerdote Francesco di Polito Fanciullacci stava
parlando con suo zio Sallustio Galleni quando, sentendosi
spiato da una finestra che dava sulla Piazza, gridò allo zio:
- Dite piano! Dite piano perché la spia è alla finestra.
La spia era Benedetta, moglie di Maro Galleno.
Il prete, scocciato da quella presenza impertinente, cominciò
a urlare:
- Puttana, la Rocchetta! Puttanaccia, roccaccia!
La donna controbatté:
- Con chi parli, prete sudicio? Son donna da bene e bado ai
fatti miei.
Il prete replicò:
- Ti voglio cavare gli occhi, puttana!
E preso dall’ira, le tirò un sasso. La donna si ritirò
dalla finestra. Allora il prete fece l’atto di entrare in
casa con un pugnale alla mano per ammazzarla.
La gente lo fermò
in tempo. Sopraggiunse il marito di Benedetta. Il Fanciullacci
gli corse incontro urlando:
- Voglio ammazzarti! Ti voglio ammazzare!
Maro, alla meno peggio, riuscì a rifugiarsi in casa. Poi, però,
ebbe la malaugurata idea di affacciarsi alla finestra e di
chiedere spiegazioni.
Il giovane prete andò in escandescenze e disse:
- Becco, beccaccio! Ti voglio ammazzare! Ti voglio tagliare le
corna tue.
Sei un becco!
Dovette intervenire il Podestà per placare le acque. Gli
spettatori vennero abbandonati
Ci fu il processo e il Fanciullacci venne condannato
all’esilio perpetuo e ad una multa di cento lire.
In seguito la sentenza fu mitigata permettendo al prete di
ritornare a Fucecchio una volta al mese. L’ammenda venne
ridotta a 5 scudi.
Il
16 agosto 1625
gli Ufficiali del Comune andarono in Cerbaia a misurare e
consegnare ai preti della “ Nuova Congrega dl Nome di Gesù
della Pieve di S. Giovanni Battista staiora 500 di terre
donateli dal Consiglio.”
Il
29 ottobre 1626
vennero stanziati 20 scudi per dare la volta della LOGGIA
della Piazza (Vittorio Veneto) che minaccia rovina e venne
supplicato il granduca perché ci imprestasse le pitture dello
stemma da ricopiarsi nella volta con l’impegno a
restituirle.
Successivamente fu deliberata la lastricatura di Via Torcicoda.
Il
29 febbraio 1627
i Capitani di parte cedettero la ROCCA in affitto alla
famiglia Corsini.
Il contratto venne rogato il 18.3.1643. Con questo contratto
il Corsini si impegnava a corrispondere al Comune di Fucecchio
il canone annuo di £ 99,96.
Il
16 giugno 1627
gli Anziani del comune di Fucecchio stanziarono 17 scudi a
favore di Pasquale Baldasseroni per risarcirlo delle spese del
suo soggiorno a Pisa che era durato 7 giorni.
Il Baldasseroni era stato mandato a Pisa perché vi si
trasferita momentaneamente la Corte granducale dei Medici. Il
Baldasseroni aveva ricevuto l’incarico di conferire con la
Serenissima affinché si adoperasse con la propria autorità
affinché fosse posta fine, una volta per sempre, alla lite
sempre accesa tra il Pievano e i frati conventuali di S.
Salvatore.
Il
17 giugno 1627
gli Operai (amministratori) della Compagnia di S. Giovanni
Battista stanziarono 6 scudi per far ridipingere di nuovo il
TABERNACOLO DELLA PIETA’ che riesce sul Poggio Salamartano
nel muro di detta Compagnia essendo detto tabernacolo vecchio
e scalcinato.
Il
9 agosto 1627
i pilastri su cui insistevano gli archi del loggiato del
Palazzo Pretorio vennero sbarrati con delle aste di ferro per
impedire che sotto la loggia vi venissero parcheggiate le
bestie da traino
Il
17 agosto 1627
gli Anziani decisero “di risarcire la via del Cassero e gli
spigoli delle strade di Fucecchio essendo necessari.”
Stanziarono inoltre 6 scudi per supplire alle spese della
pittura della Vergine Maria in Gattavaia e l’Arme di detto
Comune.
Si decise anche di lastricare via del Cassero.
Il
6 settembre 1627
gli Anziani elessero il molto eccellente Giovanni Francesco
Lupi per recarsi a cavallo a S. Miniato presso il vescovo per
difendere le ragioni della Pieve di Fucecchio in materia di
precedenza nei confronti della Prioria di S. Croce in
occasione del 1° Sinodo Diocesano.
L’11
dicembre 1627
il Consiglio Comunale discusse a lungo nella chiesa della
Madonna delle 5 Vie. Si riteneva necessario levarla di lì e
voltarla verso il convento.
Orazio Taviani propose esser bene dare il placet di levare
detta chiesa donde è e rivoltarla verso il Convento senza
spesa ed aggravio di detto Convento.
Si decise di lastricare via del Cassero con ciotoli di pietra.
L’11 dicembre 1627 gli Operai delle MURA e PALAZZO
del Comune di Fucecchio stanziarono 14 scudi per rifare
l’Arme (stemma) nella Loggia del Palazzo (Pretorio) le quali
si erano levate per rescritto di S.A.S., ma si devono
rimettere in Pittura.
Il
12 marzo 1628
venne deciso di togliere la STANZA dei PEGNI perché a causa
dell’umidità essi marcivano. Per poter riattivare la stanza
dei pegni vennero deliberati i lavori necessari per il suo
ripristino.
Il
4 ottobre 1630
fu emesso dall’Operaio della Sanità di Fucecchio uno degli
ultimi ordini per prevenire ed arginare l’epidemia della
PESTE che aveva già investito pesantemente Firenze. La
famiglia granduca si era trasferita nella Fortezza del
Belvedere.
L’ordine emesso dall’Operaio di Sanità prescriveva che
nessuno doveva entrare od uscire dal Vicariato di S. Miniato ,
di cui anche il nostro Comune faceva parte, senza aver fatto
la dovuta QUARANTENA allo scopo di evitare il prevedibile
contagio.
Nei giorni precedenti il 4 ottobre, i Deputati alla Sanità
avevano preso severi provvedimenti di prevenzione:
1) Vennero fatte serrare le Porte dell’Osteria e la Porta di
S. Andrea.
Le guardie di queste Porte ebbero l’ordine di non
lasciare entrare nessuno che non fosse gente di Fucecchio e
suo Comune sotto pena della disgrazia del Granduca.
2) Alla Porta di Borghetto dalla quale entravano i forestieri,
doveva essere collocato uno dei deputati alla Sanità con il
pieno potere di fare o non farli entrare nel nostro paese.
3) Le Guardie dovevano serrare le Porte alle ore 2 di notte,
consegnare le chiavi al capo delle Guardie che a sua volta
doveva consegnarle al donzello del Comune che doveva riaprire
le Porte a giorno (all’alba).
4) Nessuno poteva trascorrere due giorni e due notti fuori di
Fucecchio perché sarebbe caduto in disgrazia del Granduca.
5) Il Consiglio Comunale doveva riunirsi ogni due giorni per
prendere i provvedimenti più opportuni.
Nonostante le precauzioni prese, neppure Fucecchio rimase
esente dl contagio. La gente morì a grappoli. Un pazzo
terrore si impadronì di tutti, poveri e ricchi.
Fu in questo clima di terrore che venne deciso di apporre
all’angolo della Cancelleria comunale (palazzo)
un’immagine in scultura in marmo rappresentante la Madonna:
quella che venne chiamata LA MADONNA DI PIAZZA.
Il
3 dicembre 1630,
essendo di nuovo scoppiata la PESTE a Firenze e a Pisa, i
deputati alla Sanità di Fucecchio presero i seguenti
provvedimenti:
1) Fu ordinata la chiusura della Porta dell’Osteria,
all’inizio di Via Giovanni Nelli, vietando l’ingresso alla
gente estranea al paese e al Comune.
2) Si prescrisse che alla Porta di Borghetto (Via La Marmora),
davanti all’imbocco dello sdrucciolo del Roccone, facessero
la guardia, a turno, gli 8 Deputati della Sanità con facoltà
di risolvere seduta stante le questioni meno urgenti e meno
gravi.
3) Si ingiunse che le due porte (quelle dell’Osteria e del
Borghetto) dovevano essere chiuse a doppio chiavistello alle
ore 2 di notte, cioè due or dopo il tramonto, con l’obbligo
di consegnare le chiavi al donzello del Comune.
4) Si prescrisse che venisse comminata la pena di due tratti
di fune ai cittadini trasgressori e si ordinò altresì che
fosse comprato il canapo per la carriola di Piazza (Vittorio
Veneto) se questo fosse mancato.
5) Fu ordinata la requisizione della “concia” di Mariano
Fanciullacci per tenervi in quarantena i viaggiatori
provenienti da Firenze, da Pisa e da altri luoghi sospetti.
6) Tutte le persone provenienti da S. Croce dovevano essere
munite di bolletta autenticata di accompagnamento e dovevano
essere ammesse soltanto alla Porta di S. Andrea (Via
Castruccio) per entrare in paese.
7) Alla Porta di Borghetto era permessa l’entrata soltanto
ai navicellai di altri Comuni.
Il
9 gennaio 1631,
a causa della peste che si era sviluppata anche in Toscana,
gli Operai decisero di restaurare bene le tombe che si
trovavano nella loro sede e di spianare il pane per i poveri
mendicanti e per i malati. (Masani- Appunti)
Il
21 aprile 1631
il Comune deliberò che, a causa dell’epidemia
pestilenziale, rimanesse aperta solamente la Porta
dell’Osteria che doveva servire per l’entrata e l’uscita
delle persone dal comune di Fucecchio.
La peste che affliggeva anche il nostro Comune era di natura
bubbonica in quanto il cadavere di una donna di Ponte a
Cappiano “…portava sotto il braccio sinistro un gonfio
grosso quanto un pane ed un altro simile nello stesso braccio
e il cadavere era tutto nero”
Le capanne e gli indumenti degli appestati venivano bruciati e
poi risarciti a carico del Comune.
Le visite ai luoghi sospetti d’infezione venivano ordinati
al cerusico (dentista, barbiere, medico).
I barcaioli non dovevano dar da mangiare e da bere ai
forestieri
I becchini , ai quali veniva corrisposto un salario mensile di
sette scudi, dovevano stare rinchiusi e vivere per conto loro,
tanto più che intorno al cimitero – sul Poggio Salamartano
– era stata innalzata una palizzata particolare.
Durante il seppellimento di certa Elisabetta, detta la Nepa,
uno dei becchini che doveva stare isolato alla Concia del
Giani, era scappato e non si trovava più. L’altro becchino,
che non voleva provvedere da solo all’interramento, si
rifiutò di sotterrare la Nepa. Ma con la mancia di una
piastra supplementare il becchino rimasto si placò.
Il
6 giugno 1631,
al Galleno, dove infuriava la PESTE in modo veramente
spaventoso, in una sola casa si ebbero 7 morti.
Sospettato di peste in Fucecchio fu il Cancelliere Matteo che
vene sostituito da Giuliano Lupi, mentre il Podestà Bonifazio
Partigiani morì di contagio il 16 settembre. Ne fu data
notizia a Sua altezza Reale e all’Auditore perché fosse
nominato un nuovo Podestà.
Intanto venne bruciato il letto su cui era morto il Podestà e
fu stanziata una somma per l’acquisto di un nuovo letto. Le
udienze non furono più tenute nella Podesteria, ma
nell’Oratorio di S. Rocco dentro le mura, contiguo alla
Pieve di S. Giovanni Battista.
Le udienze vennero tenute in questo Oratorio perché S. Rocco
era considerato fin dal 1300 il taumaturgo della pestilenza.
L’epidemia svuotò le casse comunali. La nostra
Amministrazione dovette contrarre un debito con il Monte di
Pietà di Firenze di 8.000 scudi pari a 56.000 lire toscane e
a 47.000 lire italiane. Il Comune si era impegnato ad
estinguere il debito versando ogni anno al Monte di Pietà 400
scudi.
Il
16 settembre 1631,
a seguito della famosa epidemia di PESTE, morì anche il
Podestà di Fucecchio BONIFAZIO Portigiani.
Il
30 dicembre 1631
morì il primo vescovo di S. Miniato, monsignor Nori
Francesco.
Morì di PESTE.
Era stato soprannominato l’ANGELO DELLA PESTE per
l’assistenza indefessa che aveva prestato agli appestati.
La peste aveva imperversato per due volte nella nostra diocesi
e quindi anche nel nostro Comune dal 1630 al 1634.
Inutili si erano rivelati tutti i provvedimenti cautelativi
presi.
Era stata fatta serrare la Porta di S. Andrea e le guardi
ebbero l’ordine di non lasciar entrare che gente di
Fucecchio o del suo comune.
Alla Porta di Borghetto stazionavano a turno con poteri
assoluti i deputati comunali alla sanità. Il Consiglio
Comunale doveva riunirsi ogni due giorni per prendere i
provvedimenti più urgenti.
Nonostante tutti i provvedimenti la gente moriva a grappoli.
Il terrore era pernicioso. In questo clima di tensione fu
deciso di collocare la statua della Madonna appena acquistata
dal Comune in una cunetta scavata sulla facciata della
Cancelleria (palazzo Comunale) posto di fronte al Palazzo
Pretorio.
Appena passata la peste, qualcuno rimarcò che nel volto della
Madonna vi era una macchia color tabacco e tutti gridarono al
miracolo.
Quella macchia sul volto, per molti, stava a significare che
la Madonna aveva preso su di sé la peste per liberare i
fucecchiesi dal terribile contagio.
Da qui il titolo che le
venne attribuito, Madonna di Piazza, Liberatrice della Peste.
Il
15 novembre 1636
il papa Urbano VIII, col Breve CUM SICUT ACCEPIMUS concesse
l’indulgenza plenaria alla CONFRATERNITA DI S. GIUSPPE per
le festività di S. Giuseppe, Concezione, Annunziata,
Assunzione e Natività della Madonna.
Il
20 dicembre 1636
morì Cristina, madre del quarto granduca Mediceo Cosimo II
che era succeduti a 18 anni al padre Ferdinando morto il 3
febbraio 1609.
A Fucecchio la notizia della morte di Cristina fu accolta con
respiro di sollievo.
Cristina e la nuora Maria Maddalena, in pochi anni, avevano
dilapidato in lusso e pompe il tesoro che il primo granduca
dei medici aveva destinato alle calamità pubbliche.
Proprio per mancanza di sovvenzioni granducali la PESTE infuriò
nel nostro paese per 4 anni, dal 1630 al 1634.
Cristina a Maria che gestivano il potere in nome di Ferdinando
II°, per tacitare il clero di tutta la Toscana, gli conferirono
poteri e privilegi incredibili.
Alla morte della madre Cristina Ferdinando II° cominciò a
regnare.
Animato dl dal desiderio di dotare il granducato di una
potentissima flotta navale, fece finire in galera moltissimi
fucecchiesi che per scaldarsi d’inverno rubavano nelle
Cerbaie cedri pedagnoli ed alberi di basso fusto.
Le Cerbaie erano diventate nel frattempo una delle riserve
pregiate di legname per gli arsenali di Pisa e di Livorno.
Incurante delle materne premure nei confronti del clero,
avendo assoluto bisogno di denaro, impose la gabella del
macinato anche agli ecclesiastici.
Assistemmo allora ad un fatto curioso a livello locale: il
pievano, i frati e tutti gli altri preti, con l’appoggio del
papa, protestarono pubblicamente contro il Granduca. I
presunti difensori dell’Ordine pubblico diventavano
addirittura dei contestatori ante litteram!
L’1
settembre 1638
il Vescovo di S. Miniato indisse il primo SINODO DIOCESANO che
fu molto importante per la Pieve (oggi Collegiata) di
Fucecchio.
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