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anni
- 1341
>> 1360
Il
17 giugno 1341 Vanni del fu Berto di Guido Lotto da
Fucecchio nel suo testamento istituì eredi universali i
POVERI DI GESU’ CRISTO.
Il
2 ottobre 1341
un manipolo di soldati fucecchiesi a fianco dell’esercito
della Repubblica fiorentina combatterono contro l’esercito
pisano e furono sconfitti.
Il
9 giugno 1342, Malatesta da Rimini, capo delle truppe
fiorentine in guerra contro quelle pisane, mosse da Fucecchio
con 2.000 uomini a cavallo e grande quantità di fanti a
scorrazzare nel pisano devastando e danneggiando quanto più
era possibile e facendo prigionieri a Marti perfino 1500
cavalieri.
Nonostante questo successo, i fiorentini subirono uno scorno
inimmaginabile. L’anno prima. Nel 1341, il mercenario
Mastino della Scala aveva concordato il prezzo di vendita di
Lucca con Firenze. I Pisani, essi pure interessati
all’acquisto di Lucca e che avevano già contattato Mastino,
assediarono i lucchesi. Questi ultimi, visto che i fiorentini
non riuscivano a venire a capo della guerra contro Pisa,
nonostante i successi parziali, trovarono conveniente cedere
la loro città a Pisa.
Il
6 novembre 1343 Pietro e Vestro, fratelli, figli del fu
Bonfiglio da Fucecchio, vendettero a Bartolo il MIGLIORONOTO
che avevano sopra un pezzo di terra posto nei confini di
Fucecchio di stiora 14 per il prezzo di 200 lire.
Il pezzo di terra, però, era di proprietà del monastero di
S. Maria di Gattaiola di Lucca. Le monache di Gattaiola erano
clarisse. Infatti ogni anno, nel mese di agosto venivano date
alle clarisse di Gattaiola due staia di grano secondo lo staio
dell’Allegri di Fucecchio.
Acconsentirono a questa vendita anche Donna Caterina, moglie
del suddetto Pietro, e donna Margherita, moglie del suddetto
Vestro, per qualunque ragione dotale che avessero sopra questa
terra.
Padre Roberto, rettore della chiesa di S. Gregorio di Oltrario,
sindaco del monastero delle Colonne, a nome del medesimo
approvò la vendita.
Il
19 gennaio 1344 il Comune rurale di Orentano del distretto
di Fucecchio elesse a suo sindaco (rappresentante) Tinaccio di
Leale e suo Procuratore Nerino di Lupo di detto luogo.
Tinaccio e Nerino si presentarono davanti al Podestà, agli
anziani e al Gonfaloniere di Giustizia di Fucecchio per
promettere di “stare e obbedire” ai comandi del Comune di
Fucecchio e di essere sudditi e sottoposti al detto Comune.
Il
26 febbraio 1345 i consiglieri comunali fucecchiesi
elessero un procuratore incaricato di recarsi a Firenze –da
cui dipendevamo dal 1340- presso i Priori e il Gonfaloniere di
Giustizia per ottenere un compromesso sulle liti esplose tra
Fucecchio, Santa Croce e Castelfranco a proposito dei confini
dei tre Comuni nelle Cerbaie. Tutti e tre i Comuni si
accusavano reciprocamente di sconfinamenti.
Il problema dei CONFINI venne però risolto definitivamente
con i lodi del 1368 e del 1398 emessi dai due giudici
fiorentini.
A Fucecchio venne assegnato l’uso dei pascoli di quella zona
delle Cerbaie posta ad oriente della strada che dal ponte di
S. Croce sull’Usciana conduce a Pescia; la zona ad occidente
della medesima strada fino al lago di Sesto venne assegnata a
Santa Croce e Castelfranco con l’eccezione di Orentano,
Staffoli e Galleno che dal 1300 risultavano sotto la
giurisdizione di Fucecchio.
Il lodo venne corredato di una clausola: il comune di
Fucecchio avrebbe dovuto permettere ai due comuni di poter
mandare il proprio bestiame al di là dei limiti stabiliti a
condizione che pagassero annualmente per 20 anni un fitto di 6
fiorini.
Nel lodo del 1398 il fitto venne fatto ascendere a 10 fiorini
e la durata slittò da 20 a 25 anni.
Il
27 aprile 1345 la ricchissima famiglia fucecchiese Della
Volta, insignita di cavalierato nel 1337 da Malatesta di
Malatesta da Rimini, capitano dei Fiorentini di passaggio da
Fucecchio, finse di voler cacciare con armati dal paese le
famiglia Simonetti sua rivale.
In effetti i Della Volta sollevarono il contado contro la
Signoria di Firenze per surrogare forse qualche centro di
potere.
Firenze, per sedare i tumulti e riportare la pace a Fucecchio,
dovette impegnare le sue truppe dislocate nella Valdinievole e
nel Valdarno.
I Della Volta, benché banditi da Fucecchio, non si dettero
per vinti e continuarono a piantar grane a Firenze fino al
1349, anno in cui vennero riammessi e dentro al paese e nel
possesso di tutti i loro beni confiscato loro all’atto del
bando.
Il
28 aprile 1346 venne festeggiata solennemente la
ricorrenza di S. Vitale, istituita festa civile dal Comune di
Fucecchio con delibera del 5 aprile 1346. Nel testo della
delibera non solo vennero elencate norme rigorose e
particolareggiate per i festeggiamenti, ma venne anche
finanziata la realizzazione di due affreschi raffiguranti la
storia del santo: uno nell’angolo della torre del Comune e
l’altro o nell’abbazia di S. Salvatore o nella Pieve di S.
Giovanni.
Ma perché fu imposto da parte del Consiglio Comunale il culto
di S. Vitale?
Un anno prima, e precisamente il 27.1345, i Della Volta,
potente consorteria fucecchiese, avevano tentato con l’aiuto
di altri fuoriusciti e di alcuni magnati di S. Miniato, di
rovesciare il governo locale per staccare nel contempo il
nostro castello dal dominio fiorentino e per cacciare il clan
avversario dei Simonetti.
Il colpo era fallito.
Il giorno successivo, il 28 aprile 1345, ricorrenza di S.
Vitale, anche grazie all’intervento delle milizie fiorentine
di stanza nelle terre vicine, i rivoltosi furono respinti:
alcuni di essi furono catturati ed altri condannati, in
contumacia, alla pena di morte.
La vittoria riportata sul nemico fu associata all’aiuto del
santo del giorno che era appunto S. Vitale.
La festa di S. Vitale durò pochi anni. Essa infatti venne
sospesa quando i Della Volta o chi per essi ripresero ad
esercitare il potere a Fucecchio.
Il
23 giugno 1346 giurarono FEDELTA’ ed OBBEDIENZA a
Firenze alcuni rappresentanti del Comune di Fucecchio. Ecco
come venne verbalizzato questo importante atto.
“ A coloro che guarderanno questa pagina appaia a tutti come
il rev. Bona Volta, pievano della Pieve di Fucecchio, Scotizza
di Maestro Arrigo, Gherto del fu Forese, Tommaso di Roberto,
Lando Bertinci, Andrea Nardi e Franceschino Corsini uomini di
Fucecchio, amici e seguaci, oggi davanti a me notaio e a tutti
i rappresentanti offre sé ai rappresentanti di Firenze
giurando fedeltà ed obbedienza.”
Il
25 febbraio 1347 furono processati per furto Giovanni di
Posarello, chiamato Bastardino, della potente famiglia dei
Della Volta insieme ad altri quattro compagni di Fucecchio,
Santa Croce e S. Miniato, tutti definiti ladri e derubatori
pubblici e famosi.
Due giorni dopo, lo stesso Bastardino venne anche inquisito,
insieme ad un altro magnate fucecchiese, per aver ucciso un
avversario politico ed infine fu condannato in contumacia alla
decapitazione.
Questi banditi non erano dei professionisti bensì degli
esiliati che, per ragioni politiche, erano stati dichiarati
ribelli.
In questi casi i banditi – coloro che erano stati posti al
bando dal Comune – nell’intento di vendicarsi e di
rientrare nel castello non esitavano a darsi a vere e proprie
azioni di brigantaggio e ad unirsi a malviventi comuni.
Il
12 aprile 1347 il Podestà di Fucecchio, Stefano di Duccio
del Forese, ordinò al messo comunale Mazzeo Bonfiglioli di
bandire nei luoghi consueti che i macellai dovevano vendere
una libbra di castrato nostrano per 13 denari e 12 scudi per
una libbra di castrato pugliese.
Il
23 novembre 1352, giorno di S. Clemente, assunto a
coprotettore del Comune di Fucecchio, fu scongiurato u nuovo
tentativo di sovvertire il Governo fucecchiese ad opera dei
SIMONETTI che furono cacciati in esilio.
Il 29 agosto 1353 il Comune affidò al pittore Guglielmo
l’incarico di eternare sul muro del Palazzo del Comune il
tradimento di Piglio Simonetti e dei suoi seguaci.
Un dipinto raffigurante la Vergine esisteva nel 1298 sopra la
Porta Nuova realizzata nel 1294 in fondo a Via Castruccio. La
Torre venne eretta qualche decennio più tardi.
Il
1° maggio 1353
i giovani di Fucecchio, secondo una tradizione ormai secolare,
mettevano dinanzi ai propri usci o a quelli delle proprie
innamorate alberi, piantine o rami. Tale usanza venne
interrotta per sempre da un articolo dello Statuto 1560.
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