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TORNA
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anni
- 1281
>> 1299
Il
5 gennaio 1281 l’Imperatore Ridolfo sottoscrisse i
privilegi e i diplomi per la elezione dei Vicari che dovevamo
raccogliere il giuramento di fedeltà nelle terre di S.
Miniato, Fucecchio, S. Croce e Castelfranco.
Il
2 febbraio 1281
il sindaco ( incaricato) del Comune rurale di Cappiano
vendette per 500 denari pisani piccoli il Castello di Cappiano
e tutta la di lui giurisdizione della quale vengono descritti
i confini ad un incaricato del comune di Fucecchio, il medico
Ansidoro.
L’atto di vendita venne rogato a Cappiano da Uberto, giudice
e notaro dell’imperatore.
In questo atto di vendita compare anche la zona denominata
NISCETA.
Con questo vocabolo ed il suo sinonimo MISTIETA viene indicata
la zona compresa fra la Ferruzza e Cappiano sul lato sinistro
del viale per chi si dirige verso Cappiano.
Nei documenti medievali il toponimo assume anche queste altre
forme: ISCHETA, SCETA. Tutte queste parole derivano dalla
parola latina AESCOLUS che significa ischio.
L’ischio è una pianta della specie delle querce, molto
simile al rovere. Nel medioevo, però, questa zona non
presentava più boschi di ischio. I documenti testimoniano
invece la presenza di poderi e di vigneti.
Vi erano terreni dell’Abbazia di S: Salvatore ( addirittura
un “vignale abbadie), un dominicano dei Visconti eredi dei
Cadolingi. Molti terreni della zona STIETA furono presi in
affitto perpetuo da alcuni possidenti fucecchiesi nel XIII°
secolo. Fra i più ragguardevoli la famiglia
dell’Arcivescovo Ruffino di Lotario che nel suo testamento
lasciò in dotazione all’ospedale di S. Margherita, posto in
fondo a via Donateschi, persino il castello, i terreni e le
vigne.
Nel 1979, nell’area dov’è stato edificato l’attuale
Consorzio Agrario, vennero alla luce reperti che testimoniano
in questo luogo una presenza umana quasi ininterrotta a
partire addirittura dalla preistoria.
( Archivio di Stato di Firenze – Comunità e Bollettino
Storico n. 9)
Il
13 marzo 1281
fu deliberato dal nostro Comune un prelievo fiscale secondo le
seguenti modalità:
1- le SPESE GENERALI sostenute dal Comune sarebbero state
ripartite secondo la LIBRA e l’ESTIMO. La libra era un
registro nel quale erano iscritti i possessori dei beni
immobili che erano chiamati a pagare le imposte in
proporzione;
2- le SPESE relative al SALARIO degli ufficiali o funzionari
in carica sarebbero state suddivise fra i vari FUOCHI o
famiglie.
In questa occasione fu usato il terzo sistema di prelievo
fiscale detto TESTATICO ( pagamento di una quota a testa: ogni
cittadino doveva pagare una certa somma) Tale forma venne
usata nel 1294 per pagare i manovali e i maestri impegnati
nella costruzione della PORTA di S. Andrea sulla quale in
seguito sarebbe stata eretta la TORRE di Castruccio.
Gli elenchi delle tre categorie di CONTRIBUENTI ci avrebbe
consentito un’indicazione sicura sulla consistenza
demografica del paese.
Soltanto un DAZAIOLO (registro degli iscritti nella LIBRA) del
1291 e uno del 1331 ci danno il numero degli iscritti nel
CASTELLO VECCHIO e nei BORGHI fuori porta ( fuori del paese).
Moltiplicando il numero degli iscritti per un certo coefficiente
otteniamo:
2411 abitanti nel 1291;
2608 abitanti nel 1331.
Il CASTELLO VECCHIO comprendeva: S. Andrea, piazza Vittorio
Veneto, piazza Niccolini, Roccone via Donateschi, via La
Marmora, Via Gattavaia, Corso Matteotti.
( ERBA D’ARNO N. 15 anno 1984).
Il
3 giugno 1284
il Comune Rurale di Galleno si sottomise liberamente a quello
di Fucecchio giurando fedeltà nelle mani del sindaco Anselmo.
L’8
ottobre 1284
il Comune e gli uomini di ORENTANO per mezzo di Rustichello dl
Bascetto loro sindaco domandano di essere dichiarati veri e
legittimi castellani di Fucecchio.
Promettono di fare e di subire tutti i pesi reali e personali
del Comune di Fucecchio sottoponendo se stessi e tutti i loro
beni in perpetuo al medesimo promettendo però di pagare i
debiti contratti dal Comune di Fucecchio fino al presente
giorno né di essere costretti a riattare alcuna strada, pozzo
o muro.
Il suddetto Comune di Fucecchio e, per esso, Maestro Anfidio
sindaco (delegato) prendendo per mano Rustichello ammette esso
e gli uomini del suo Comune per veri Castellani di Fucecchio
promettendo di difendere le loro persone e beni. Pattuiscono
le loro persone di osservare ciò che è stato stabilito sotto
pena di cinquecento buoni denari pisani fiorentini piccoli.
L’8
dicembre 1284
i Comuni Rurali di Orentano e Galleno si sottomisero
formalmente al comune di Fucecchio.
I due comuni rurali mantennero la loro autonomi amministrativa
e, in cambio di un giuramento di fedeltà e di disponibilità,
ottennero la protezione militare del più potente comune di
Fucecchio.
Il
23 settembre 1287
il Podestà e il Capitano del Popolo di Lucca emisero un
arbitrato per ricomporre i dissidi sorti tra Fucecchio e i due
Comuni del Valdarno, S. Croce e Castelfranco, che nel 1281
erano culminati in una guerra aperta vinta dai Fucecchiesi. La
battaglia decisiva era avvenuta nell’ultima decade del
maggio 1281 presso AGUZZANO (S. Pierino). Vi si scontrarono
due veri e propri eserciti formati da forze locali e da
mercenari del Valdarno e della Valdinievole.
La battaglia, come pronosticato da S. Cristiana era stata
vinta dall’esercito fucecchiese.
Tre furono i motivi fondamentali dei dissidi che imposero
l’arbitrato di Lucca:
1) S. Croce e Castelfranco avevano tentato di impadronirsi di
parte del territorio comunale di Fucecchio e dei relativi
tributi che vi gravavano ( una zona molto appetibile era la
località denominata Fucecchiello);
2) S. Croce, contravvenendo a precise diffide del comune di
Fucecchio, aveva costruito sulla Gusciana un ponte fortificato
in località Rosaiolo e una strada che congiungeva S. Croce al
lebbrosario di Querce. Questa strada veniva considerata
dannosissima perché poneva in secondo piano la Via Francigena
per noi tanto importante sul piano economico;
3) S. Croce e Castelfranco volevano infine attribuirsi la
piena ed autonoma giurisdizione civile e criminale spettante,
invece, al Vicario che aveva il proprio “ banco di Giustizia
a Fucecchio”.
L’arbitrato stabilì con chiarezza i confini territoriali
dei tre comuni e statuì che le persone dovevano pagare i
tributi al Comune all’interno del quale risiedevano.
Una
delibera del 25 marzo 1288
menziona le 3 porte castellane che dovevano essere vigilate
per impedire l’ingresso dei ghibellini:
1- la Porta Valdarnese appartenente alla vecchia cerchia di
MURA e nella quale confluivano le strade di Pistoia e quella
di Cappiano che proseguiva poi versa la via dell’Arno ( via
Tea);
2- la Porta Raimonda appartenente alla nuova cerchia di MURA
realizzata fra il i280 e il 1288;
3- la Porta Domini Bernardi ( Bernarda) dove, nel 1291, si
trovava un uomo incaricato dal Comune di pesare sia i cereali
destinati ad essere macinati nel Mulino Grosso sull’Arno sia
la farina che successivamente veniva riportata nel Castello (
paese dentro la cinta muraria).
Vi era sull’Arno un Portus molendorum con 3 mulini di
proprietà del Monastero di S: Salvatore. Questi mulini
venivano affittati a conduttori laici. Inoltre il Monastero,
in prossimità del ponte, gestiva ben 7 botteghe artigiane, un
ospedale retto nel 1213 da frate Benencasa, un Oratorio
costruito su quattro colonne ed una vasta area fabbricabile di
cui affittò, dal 1251 al 1258, 60 lotti di 300 mq ciascuno.
Questo polo di sviluppo, imprenditoriale d urbanistico, si
esaurì nel 1258 quando il Monasteri fu ceduto alla monache
clarisse di Gattaiola in Lucca.
Risale
al 6 giugno 1288
il più antico rogito , trovato, stilato dal notaro
Rustichello di Pardo, figlio di notaro, ricco e proprietario
di beni mobili ed immobili, residente in prossimità del
palazzo Della Volta nell’attuale Via Guglielmo di S. Giorgio
ed in possesso di un giardino recintato in località Ghiaia
presso la Ferruzza.
Il reperimento del suo protocollo notarile relativo al
triennio 1296-1299 ci permette di spingere la nostra
attenzione dalle vicende pubbliche a quelle private e ci fa
cogliere così la fisionomia sociale delle comunità locali.
Rustichello, come il padre, che era stato notaio e consigliere
comunale, divise l’attività professionale con l’impegno
politico. Più volte ricoprì la carica di consigliere e di
Anziano nei primi decenni del Trecento e mantenne sempre
inalterato il proprio prestigio in un’epoca di intensi
rivolgimenti. Nel 1330 fece parte della delegazione dei 6
uomini incaricati di trattare la sottomissione di Fucecchio
con i Priori e il Gonfaloniere di Giustizia di Firenze.
L’8 aprile 1334, dopo oltre 40 anni di attività e dopo
essere stato per l’ultima volta consigliere comunale nel
mese di marzo, e dopo aver rogato una specie di testamento,
trasmise i suoi rogiti ed ogni altra scrittura al figlio
Niccolò, notaio.
Sia Niccolò che gli altri fratelli erano iscritti nella lista
dei Magnati fucecchiesi tenuti a prestare garanzia per la PACE
nel castello.
Il
27 agosto 1290
risulta in fase di costruzione la nuova strada fra Fucecchio e
Cappiano, destinata a sostituire un tratto dell’antica Via
Francigena ( si tratta in pratica dell’attuale Via Romana
Francesca).
Il Camerlengo (tesoriere) viene perciò autorizzato dal
consiglio del Comune di Fucecchio a risarcire tutti coloro che
per la realizzazione dell’opera hanno avuto colture, edifici
o pescaie (impianti per la pesca o per i mulini) danneggiati.
In totale si spesero 248 lire, 13 soldi e 9 denari, una somma
abbastanza rilevante per quei tempi.
Il
3 marzo 1291
il Vicario di Fucecchio Lando di Sartore e la sua curia ( i 10
dipendenti) vennero condannati a percepire la metà del loro
salario per avere eletto gli Ufficiali sopra i PESI e MISURE
non avendo tale autorità.
La sentenza venne pronunziata da Angiolo, Giudice degli
Appelli e Querele di Lucca.
Il
27 maggio 1291
un’ambasciata fucecchiese si recò a Lucca, la nostra
Dominante, a protestare perché mancavano uomini per custodire
il PONTE DI BARCHE costruito da poco per ordine di Lucca.
Perché mancavano questi uomini?
Perché il Vicario lucchese di stanza a Fucecchio aveva
arruolato nella primavera del 1291 quasi 400 dei 600
fucecchiesi abili alle armi per sostenere la lotta contro
Pisa.
In aprile il Vicariato del Valdarno doveva fornire
all’esercito 300 uomini, 94 dei quali dovevano essere
fucecchiesi e suddivisi in fanti, pavesari, balestrieri e
approvvigionatori.
Sempre in aprile era stato imposto a Fucecchio l’invio di
altri 200 uomini a S. Maria a Monte; poco prima altri 100
fanti erano stati mandati a Buggiano.
Le ripercussioni economiche di questi arruolamenti sono
facilmente prevedibili se si pensa che i 400 arruolati
dovevano abbandonare la loro attività.
La difesa del territorio, la formazione ed il mantenimento
degli eserciti aggravavano notevolmente il peso finanziario
che ogni comune doveva sostenere.
A nulla valsero le petizioni di sgravi presentate dalle
ambasciate dei Comuni a Lucca.
A nulla valsero anche le suppliche indirizzate al nostro
Vicario per essere sollevati da impegni finanziari
insostenibili.
Da
una delibera del 21 ottobre 1291
risulta che le riunioni del Consiglio Comunale venivano
effettuate nel PORTICO dell’ ospedale di S. Maria adiacente (sul lato sinistro) alla chiesa di S. Salvatore.
Altre volte, invece, il Consiglio generale e Maggiore si
riuniva nella chiesa di S. Giovanni Battista che sorgeva
sull’area dove nel 1787 venne costruita l’attuale chiesa
Collegiata. Sempre nella medesima chiesa venne firmata la PACE
DI Fucecchio del 1293.
Qualche anno prima, le suddette riunioni consiliari si
facevano nella casa di certo CAMBI come risulta da un verbale
datato 23.2.1288.
Le riunioni del Parlamento e della popolazione si svolgevano
nella piazza del Poggio Salamartano.
Subito dopo il 1300 le riunioni si svolsero sempre o nella
LOGGIA del Palazzo del Podestà o dentro il palazzo medesimo
ancora esistente e meglio conosciuti come Palazzo Pretorio
sito in piazza Vittorio Veneto.
Il
31 maggio 1293
frate Ricco, Rettore dell’ospedale di Altopascio, eseguì la
ricognizione dei beni lasciati in eredità all’ospedale dal
defunto Bonifazio, membro della famiglia Liena di Lucca.
Nell’elenco vi era ricordato, fra tanti altri beni
fucecchiesi, un podere di Montellori detto CASTRUM RABITI che
era appartenuto appunto a RABITO, padre del defunto Bonifazio.
Il castello era posto nel medesimo podere di cui facevano
parte terre con vigne, campi e prati. Il nome RABITO era stato
popolarmente mutato in RAPITO.
Il padre di Bonifazio aveva ottenuto in affitto una trentina
di anni prima dalle monache di Gattaiola di Lucca, ormai
padrone del Monastero di S. Salvatore, i 3 MULINI
dell’abbazia situati presso il Porto d’Arno. È probabile
che avesse ottenuto in affitto dalle medesime anche il podere
di Montellori nel quale aveva poi eretto la fortificazione.
L’insediamento cintato di mura non ebbe però lunga vita.
Tale Castello, di modeste dimensioni, fu distrutto per
iniziativa del Comune di Fucecchio che aveva bisogno di
laterizi per riparare le mura e le torri dopo l’assedio di
Uguccione della Faggiola in data 22.1.1316. ed in previsione
dell’attacco di Castruccio.
Il castello fu distrutto i solo giorno, nel luglio del 1319,
da soli 7 operai cui fu corrisposta globalmente la somma di 7
lire e 7 soldi.
Nelle Decime Granducali del 1572 troviamo a Castrum Rapiti un
podere di proprietà dell’Ospedale di Altopascio
Nel Catasto del 1802 il podere di Castro Rapiti di staiora 466
con casa fa parte della proprietà Corsini.
Nel plantario del 1908 il podere è stato diviso in due unità:
Castel Rapiti di sopra di staiora 281; Castel Rapiti di sotto
di staiora 138.
Il
12 luglio 1293
venne firmata a Fucecchio la PACE fra Guelfi ( Lucca, Firenze
e Genova) e Ghibellini ( Pisa).
La PACE prevedeva
1- che i Pisani congedassero il Conte Guido da Montefeltro che
aveva fatto conseguire tanti successi all’esercito pisano;
2- che i Guelfi tornassero nel pieno godimento dei loro beni;
3- che ai Lucchesi ed ai Fiorentini fossero riconosciute certe
esenzioni finanziarie nel commercio con i Pisani.
Fucecchio, in questa occasione, godette un momento di grande
celebrità nazionale ed internazionale sia per la presenza di
grandi personalità che vi intervennero sia per le benefiche
conseguenze che una simile PACE avrebbe prodotto non solo in
Toscana ma anche su tutto il territorio nazionale.
Il
9 aprile 1294
papa Gregorio IX concesse la REGOLA ai frati ospitalieri di
Altopascio cui era stata commessa anche la manutenzione
dell’ex Ponte di Bonfiglio a Fucecchio, nel 1244, per il
passaggio dei pellegrini.
E’ presumibile che anche a Fucecchio fosse stata installata
una mansione ( sede ) degli ospitalieri dato che possedevano
parecchi beni immobiliari sia all’interno che all’esterno
del nostro castello di Fucecchio.
Da un documento del 1481 ( un atto di permuta con il quale gli
ospitalieri entrarono in possesso di una casa con un pezzo di
terra in prossimità del Vicolo dello Spedalino e di un
fabbricato sito in via del Cassero) sappiamo che essi
possedevano nel Castello e distretto di Fucecchio altri beni
immobili.
La composizione del corpo degli ospitalieri prevedeva.
1- un gruppo di frati professi che giuravano di rispettare la
REGOLA;
2- un gruppo di confratelli laici che prometteva ( senza
giurarlo) di osservare la REGOLA;
3- un gruppo di armati a cavallo (addetti alla difesa dei
pellegrini) detti impropriamente cavalieri del Tau.
TAU è il nome della lettera dell’alfabeto greco
corrispondente alla nostra T e che simboleggia la croce su cui
Cristo morì.
Il
9 giugno 1294
fu ordinato, tramite il VICARIO lucchese di stanza a
Fucecchio, l’invio al fondaco di Lucca di 50 moggia di
grano, 25 di orzo e 250 di biade, queste ultime al prezzo di
50 soldi al moggio.
Il VICARIO era il portavoce della nostra Dominante, cioè del
Comune di Lui da cui Fucecchio dipendeva. Era una specie di
Prefetto ante litteram.
I suoi compiti erano molteplici:
- Trasmetteva gli ordini di Lucca, la Dominante, per quanto
concerneva la formazione dell’esercito, il mantenimento
delle fortezze, la fornitura di scorte alimentari alle
milizie, la consegna periodica di cereali al Giudice della
Grascia di Lucca.
- Spettava al Vicario il mantenimento dell’ORDINE PUBBLICO (spettò a lui intervenire in difesa dei pastori fucecchiesi
assaliti nelle Cerbaie da una masnada di malviventi)
- Il Vicario affiancava il Podestà in materia
giurisdizionale. Era egli pure affiancato e assistito da
giudici anche locali, i subvicari, che potevano agire in sua
vece quando ne avessero ricevuto una delega ad emettere
sentenze nei centri che dipendevano dal vicariato fucecchiese
(S. Croce, Castelfranco, Montefalcone, Staffoli, Massarella,
Torre)
- La sfera specifica del Vicario era essenzialmente quella
politica dato che rappresentava gli interessi della Dominante
(Lucca).
Da
un documento del 6 luglio 1294
si ha notizia del “Palazzo del Comune lucchese” posto in
prossimità della Pieve. Vi risiedeva e vi rendeva giustizia
il Vicario lucchese.
E’ il primo palazzo pubblico di cui si ha notizia. Esso è
il segno inconfondibile dell’avvenuto consolidamento
dell’egemonia di Lucca sul nostro Comune.
L’escalation era stato tanto rapida quanto imprevedibile.
Soltanto la politica fiscale restò di competenza Del
Consiglio Comunale di Fucecchio che riscuoteva ed amministrava
i dazi senza rispondere alle autorità lucchesi.
I rapporti tra Fucecchio e Lucca erano stati regolati nel 1278
nel refettorio del Monastero di S. Salvatore alla presenza
dell’abate Iacopo. Questa convenzione stabiliva:
- che gli uomini del Comune di Fucecchio, fatti salvi i
diritti imperiali, avrebbero scelto un Podestà lucchese il
quale avrebbe giurato fedeltà allo statuto, mentre Lucca si
impegnava a non inviare altri Podestà nelle “Ville” di
Cappiano, Ultrario (Torre), Massarella, Galleno, Staffoli,
Orentano e Canova su cui avrebbe esercitato giurisdizione
Fucecchio;
- che il Podestà aveva il potere di inquisire e condannare
secondo le norme statutarie anche in deroga alle sentenze
emesse, per la stessa materia, dal Vicario.
Nel1289 la nomina del Podestà risulta sottratta al Comune di
Fucecchio:
Ai primi dl 1300 accanto al Vicario ed l Podestà di nomina
lucchese troviamo una nuova figura, quella del Capitano della
Provincia con compiti di POLIZIA particolarmente sgradito
all’Amministrazione Comunale che doveva subire l’onere
finanziario della di lui presenza e di quella del notaio e dei
danti al di lui servizio.
Il
16 settembre 1294
il Monastero di S. Salvatore venne circondato da una
moltitudine di Lucchesi capeggiati da certo Ser DINO che
voleva far sloggiare i monaci dal Monastero per conto della
badessa del convento di Gattaiola in Lucca.
Dentro al Monastero vi era anche padre Valentino, l’abate
maggiore di Vallombrosa.
Purtroppo la presenza del Superiore dell’Ordine
Vallombrosano ed il suo intervento verbale contro Ser Dino non
risortirono alcun effetto.
Ser Dino, privo di scrupoli, usò violenza sia contro
l’abate Iacopo sia contro l’abate superiore Valentino.
Il 16 settembre 1294 vennero cacciati dal monastero i due
abati, tutti i monaci, conversi e chierici, e i familiari dei
medesimi.
Inutilmente il popolo si schierò dalla parte dei monaci.
Questa cacciata all’insegna della violenza segnò la fine
ingloriosa della presenza dei monaci nel nostro paese.
Le monache di Gattaiola erano entrate in possesso del
Monastero S. Salvatore di Fucecchio il 18.3.1258.
Nel 1263, con un atto di permuta, avevano ceduto il Monastero
al vescovo di Lucca.
Accortesi dello svantaggio di una simile permuta, le clarisse
di Gattaiola erano rientrate in possesso del monastero di S.
Salvatore il 25.2.1265 grazie ad un atto pontificio che
annullava la permuta del 1263.
Nel 1266, Guido Novello di Firenze, colui che aveva assediato
Fucecchio, con un atto di forza aveva reinsediato i monaci nel
Monastero di S. Salvatore da cui erano stati allontanati nel
1258.
I Vallombrosani che si trovavano a Fucecchio dal 1068,
l’anno in cui erano subentrati ai benedettini, lasciarono
definitivamente il nostro paese nel 1294.
Il
22 settembre 1294
il fucecchiese RUFFINO LETTIERI, arcivescovo di Milano e
padrone di un castello posto in Nischeta, dettò le sue ultime
volontà nelle quali precisò le disposizioni relative alla
fondazione del suo OSPEDALE DI S. MARGHERITA posto forse
nell’attuale vicolo dello Spedalino in fondo a via
Donateschi.
L’arcivescovo Ruffino volle che il suo ospedale e
l’annesso Oratorio ( l’attuale enoteca al bivio fra via
Donateschi e via Machiavelli) fossero dedicati alla beata
Margherita martire.
Nel documento si precisa che nella camera grande
dell’ospizio ci dovevano essere 16 letti per comuni poveri
mentre nella camera più piccola ce ne dovevano essere 4 per
persone più oneste cioè i suoi frati predicatori.
Notevoli furono le dotazioni per consentire una costante e
duratura manutenzione dell’ospedale:
- il Castello di Nischeta con terre, vigne e redditi
dipendenti;
- vincolò gli eredi ad erogare somme in denaro ogni anno a
vantaggio della pia istituzione.
L’ospedale doveva essere gestito dalla Casa di Altopascio Il
Maestro della Casa di Altopascio ed i priori dei frati
predicatori di Lucca furono incaricati di designare gli
ospitalieri e i cappellani che si sarebbero alternati nella
cura dell’ospedale. I due avrebbero dovuto ascoltare il
parere di Enrico da Fucecchio, vescovo di Luni.
L’8
maggio 1295
è l data con cui inizia l’unico protocollo che si è
conservato del notaro Rustichello di Pardo, residente a
Fucecchio accanto al palazzo dei Della Volta, iscritto nelle
lista dei magnati, ricco possidente e più volte membro del
Consiglio e del Corpo degli Anziani.
Questo protocollo, insieme d altri documenti della famiglia
confinante Montanelli-Della Volta, è custodito
nell’archivio di stato di Pisa.
Il registro è ricco di informazioni su molteplici aspetti
della vita fucecchiese medioevale: dai legami economici
stretti per mezzo di prestiti ai vincoli familiari che
emergono dalle donazioni e dai matrimoni fino alle novità che
andavano maturando nella campagna.
Le 111 carte del protocollo comprendono complessivamente 478
contratti rogati dal 1295 al 1299.
Nel primo anno se ne hanno soltanto 3.
Poi, a partire dal 1296 si possono contare 12 rogiti al mese,
una quota modesta dovuta forse all’ancor giovane età del
notaio o piuttosto alla solita situazione patrimoniale che gli
consentiva di dedicarsi interamente anche all’attività
politica.
I contratti possono essere così suddivisi:
- prestiti 254 pari al 53%
- locazioni 48 pari al 10%
- procure 42 pari al 9%
- compravendite 34 pari al 7%
- quietanze 30 pari al 6%
- soccide 15 pari al 3%
- altre 55 pari al 12%
Il
31 ottobre 1295
papa Bonifacio VIII° emanò la Bolla con la quale veniva eletto
Vescovo di Milano il fucecchiese RUFFINO, a quel tempo
arcidiacono della chiesa di Reims in Francia.
Ruffino era nato a Fucecchio.
Suo padre si chiamava Lotario.
Aveva sicuramente una sorella di nome Margherita e forse un
fratello di nome Dino che doveva essere già morto quando
Ruffino, il 22 settembre 1294, dettò a Lucca, nel monastero di
S. Romano, il TESTAMENTO rogato dal notaro Caldevillano del fu
Pagano. Questo testamento ci rivela le ingenti ricchezze del
nostro conterraneo che fondò il primo OSPEDALE per poveri 8 e
non per pellegrini) ubicato forse nell’attuale Vicolo dello
Spedalino (vedi 22.9.1294)
Purtroppo il nostro Ruffino non prese mai possesso della
diocesi di Milano.
Nel 1295, in attesa della consacrazione a Vescovo, venne
surrogato temporaneamente dal suo Vicario Berardo da
Pozzobonello.
Mentre era a Roma in attesa di ricevere la consacrazione
episcopale dal pontefice, venne a morte nel marzo del 1296,
molto probabilmente il 31 di quel mese.
Per volontà testamentaria venne seppellito in un convento
domenicano a Roma.
Il
9 novembre 1295,
un ennesimo arbitrato pose fine ad un contrasto che si era
aperto nel 1110 e che aveva come contendenti i signori di
Rosaiolo e l’abbazia di S. Salvatore.
Nel 1110 Bonifazio ed Alberto, fratelli e figli di Eppo e di
Sigismondo del fu Bonifazio donarono il MONASTERO e la CHIESA
di S. BARTOLOMEO di Cappiano e i beni pertinenti all’Abbazia
di S. Salvatore di Fucecchio.
I donatori dovevano essere stati i fondatori del Monastero ed
abitavano a ROSAIOLO, località ad ovest di Cappiano.
I discendenti dei donatori, però, non digerirono mai
quell’atto di donazione ed innestarono liti interminabili
con il Monastero di S. Salvatore di Fucecchio al quale non si
riconosceva il diritto di padronato sull’abbazia di S.
Bartolomeo, sulla pescaia e sul mulino di Regnana sulla destra
dell’Usciana.
Un arbitrato del 1182 si concluse con il riconoscimento del
diritto di padronato l’abbazia di S. Salvatore di Fucecchio.
Ai signori di Rosaiolo ( i discendenti dei donatori), il 9
novembre 1295, venne riconosciuto il diritto di assistere alle
nomine e di dare il proprio consenso per eventuali vendite dei
beni dell’abbazia di S. Bartolomeo. Il diritto di eleggere
il priore del monastero di S. Bartolomeo e di rimuoverlo spettò
sempre all’abate di S. Salvatore e poi alla badessa delle
clarisse di Gattaliola in Lucca a partire dal 23.12.1299.
Nel 1500 l’abbazia di S. Bartolomeo aveva perduto tutto il
suo prestigio. Ne dà conferma il fatto che il monastero
cappianese possedeva soltanto un podere valutato 450 fiorini.
Nel 1622 il monastero di S. Bartolomeo passò sotto la diocesi
di S. Miniato.
La proprietà del medesimo, però, fu riconosciuta o affidata
ad alti prelati.
L’ultimo abate proprietario del S. Bartolomeo fu il FEI che
risiedeva a Roma.
Quando nel 1794 morì il Fei, l’abbazia di S. Bartolomeo
venne soppressa e i suoi beni venduti.
Sull’area del monastero venne in seguito costruita
l’attuale chiesa parrocchiale.
In
un documento del 25 novembre 1295
è ricordata una casa nella Contrada di Borghetto ( Via La
Marmora), in luogo detto POZZO CAVO (fondo).
In questo documento è attestata quindi la presenza del
secolare POZZO di Borghetto che nel secolo XIX° venne surrogato
non una fontana pubblica nello slargo della curva di Via La
Marmora in corrispondenza dell’imbocco di Via Pietro
Martini..
In un altro documento del 1427 si legge “Una chasa posta in
Fisciechio in luogho detto al pozzo chavo”.
E’ segnalato anche nel la Pianta della Terra di Fucecchio di
Luigi Banti (1785) e nel Plantario del 1812. Descrivendo Via
Jena (La Marmora) il Banti annota che vi esiste un pozzo assai
profondo.
Il
22 luglio 1296
il notaro Rustichello di Parso registrò sul suo Protocollo
notarile un prestito effettuato dall’USURAIO Franchino di
Orlando. Anche nel Medioevo esisteva una simile progenie di
operatori finanziari.
Franchino , nel 1296, concesse 17 prestiti per u totale di 127
lire. Facendo la media possiamo dedurre che ogni prestito
assommava a 7 lire. Con 7 lire, nel 1296, si poteva comprare
un bue oppure dieci pecore.
Gli interessi maturati da Franchino nel 1296, assunto il 20%
come tasso di interesse, furono di 25 lire, pari a 3 buoi e
all’affitto di una casa per circa 3 anni.
Per prestiti a media scadenza (4-8 mesi) il tasso oscillava
dal 18 al 20%. Per quelli lunga scadenza il tasso oscillava
fra il 30 e il 50%.
Poiché esistevano precisi divieti canonici in materia di
usura, il nostro notaro sostituiva la voce PRESTITO con
l’espressione importo da restituire.
Quando il debito era stato saldato, il notaro Rustichello
annotava sul margine della carta la formula dello scioglimento
“Hoc rogitum cassum est per me Rustichellum”
Il rinvio del pagamento oltre i termini pattuiti era
frequente, mentre rare erano le insolvenze registrate con la
formula Non solvit.
Il
18 novembre 1296
venne stilato uno dei 15 contratti di SOCCIDA presenti nel
protocollo notarile del periodo 1295-1299 dove Rustichello di
Pardo, notaro, rogò ben 478 contratti.
I concessionari di SOCCIDE erano generalmente benestanti di
Fucecchio o dei castelli vicini interessati ad affidare
l’allevamento dei loro animali ai contadini delle nostre
colline o a contadini da poco immigrati nelle nostre campagne
ricche di prati e di boschi.
L’affidamento del bestiame minuto (pecore, capre e montoni)
aveva la durata di circa un anno. Al termine
dell’affidamento i contraenti dividevano a metà i frutti e
cioè gli agnelli, la lana e il formaggio.
Un’altra forma di SOCCIDA era il noleggio degli animali da
lavoro.
Il benestante che concedeva a noleggio animali da lavoro come
buoi e vacche riceveva come compenso tre staia di grano
all’anno.
Uno staio di grano coincideva con la quantità di grano
consumata mensilmente da una persona.
Tradotto in monete, l’affitto di un bue fruttava 10 lire
l’anno che era il prezzo di un bue. Un lavoratore salariato
di quell’epoca guadagnava 6 lire al mese.
Il
18 febbraio 1297,
come riportato nel protocollo notarile (1295-1297) del notaro
Rustichello di Pardo, la vedova Simonetta sottoscrisse un
prestito di soldi 27.
Il protocollo di Rustichello in cui sono registrarti ben 478
contratti ci fa conoscere da vicino coloro che in
quell’epoca esercitavano l’USURA (prestiti) e coloro che
più frequentemente vi ricorrevano.
I 9 USURAI menzionati nel protocollo si trovano fra i membri
più ragguardevoli del nostro Comune. Sono proprietari
terrieri come Franchino di Orlando e Meo di Arrigo; oppure
notai come Pepo Ugolino e Turchino di Saragone; oppure
commercianti come il pannaiolo Nardo di Bastocco.
Questi usurai ricoprivano anche cariche prestigiose come
quelle di consiglieri, camerlenghi e membri delle commissioni
speciali.
Nel paniere dei debitori troviamo in primo luogo i contadini,
soprattutto quelli dei centri minori come Ventignano, Massa
Piscatoria, Galleno, Montefalcone, Musignano presso Stabbia e
quelli emigrati dai castelli vicini.
Fra i debitori troviamo anche alcuni abitanti del castello di
Fucecchio che avevano saltuariamente bisogno di denaro, come
la vedova Simonetta.
Non mancano nel paniere dei debitori personalità di spicco:
notai, dirigenti della vita politica, uomini di antica nobiltà
come FIGO di Acconcialeone dei Visconti che era collocato al
15° posto nella lista dei 553 iscritti a pagare l’imposta.
I debitori di questa ultima categoria ricorrevano ai prestiti
non per indigenza bensì per il bisogno di disporre
immediatamente di moneta liquida.
Il
21 aprile 1297
fu rogato dal notaro fucecchiese Rustichello di Pardo un
contratto di mezzadria, una istituzione nuova nel mondo
agricolo toscano.
Questi i termini del contratto:
Cello di Napoleone, di nobile casata fucecchiese, confermò la
locazione AD MEDIUM a Orlandino di Raimone da Cerreto Guidi e
a suo figli Ciucco di un podere situato presso il Poggio di
Volpaia, dove già da tempo i due risiedevano.
La terra, in parte arativa e in parte boschiva, viene concessa
per quattro anni e il proprietario si impegna a fornire le
scorte vive e morte: un paio di buoi, un somaro, u aratro con
coltro e vomere, otto staia di grano e otto di spelda da
prelevare annualmente dalla parte spettante al padrone;
inoltre un prestito di tre lire fino allo spirare del
contratto.
I due contadini oltre a mantenere fissa dimora nel podere e
cedere ogni anno la metà dei frutti, avrebbero consegnato
anche due paia di pollastri in settembre e 60 uova in tre
tempi: a Pasqua, a Natale e per la festa di Tutti i Santi.
Inoltre Rainone e Ciucco avrebbero custodito il bosco senza
tagliare legna se non per uso strettamente familiare e
avrebbero rimondato regolarmente le fosse esistenti oltre a
scavarne delle nuove, se necessarie, con un aiuto di parte
padronale. Lo STRAME sarebbe rimasto interamente ai contadini
finché fossero restati sul podere, mentre, in caso di
abbandono, la parte restante sarebbe andata interamente al
padrone.
29
ottobre 1298
Da protocollo notarile di Rustichello di Pardo che copre le
annate che vanno dal 1295 al 1299 risulta che Fucecchio fu i
quell’epoca centro di IMMIGRAZIONE e zona di passaggio
stagionale (in primavera e in autunno) per i pastori della
Garfagnana e dell’Appennino cime appare in un contratto
rogato dal nostro notaro il 29 ottobre 1298.
Baldo di Aliotto e suo figlio Fioruccio, proprietari fi greggi
ovini della Garfagnana affidarono il loro gregge composto da
2.000 capi di bestie minute a certo Cecco di Bindo di Grosseto
de Marictima. Questo Cecco si impegnava a guidare i 2000 capi
di bestiame dall’Arno fino ai pascoli di Collecchio, in
Maremma, e trattenere là il bestiame per restituirlo il
successivo primo maggio ancora presso l’Arno.
A Cecco
sarebbero stati pagati in due rate 6 soldi per ciascun ovino
per una somma complessiva di 600 lire con le quali avrebbe
dovuto affrontare le spese da quel momento totalmente a suo
carico.
Ai 16 pastori scelti da lui per guidare le il gregge
spettavano:
pane di grano, vino in misura conveniente, carne due volte la
settimana, calzari di cuoio e un paio di calzature di panno.
Una pecora costava poco più di una lira. Per fare una lira
occorrevano 20 soldi.
Il flusso migratorio era costituito soprattutto da contadini
che optarono per i poderi di Ultrario (Torre), di Massarella e
di Cappiano.
Fu Ultrario la meta preferita dagli immigrati che provenivano
da Bucciano, Borgo S. Fiora, Montebicchieri, Roffia,
Segromigno ..
Il
20 luglio 1299
il mercante Nardo di Bastocco fece registrare al notaro
Rustichello alcune somme prestate ai certi contadini immigrati
a Massarella. Il tasso di interesse oscillava fra il 15 e il
20%.
Nardo di Bastocco era un personaggio fucecchiese di grande
spicco.
Nel 1294 aveva fatto parte del Consiglio Maggiore.
Nella graduatoria dei possidenti locali, Nardo di Bastocco
occupava una posizione intermedia. Apparteneva perciò al ceto
borghese.
Nardo era prima di tutto un commerciante di panni che teneva
in affitto una bottega presso il Palazzo della Volta.
Proprietario del fondo era il padre di Rustichello di Pardo,
il notaro a cui affidava la registrazione dei propri atti
commerciali.
Nardo ricavava i sui guadagni da un’attività abbastanza
diversificata. La sua clientela era costituita soprattutto dai
contadini di Massarella.
Proprio con uomini di Massarella, tra il novembre 1298 ed il
febbraio 1299, effettuò 6 vendite, a credito, di pezze di
stoffa di panno fiorentino, e tutte in tagli modesti compresi
fra le 7 e le 10 bracci. Per garantirsi quei crediti, Nardo si
premurava di farli registrare sul Protocollo del notaro
Rustichello di Pardo.
Nardo forniva anche a noleggio il bestiame per il lavoro da
svolgere nei campi del podere. Interessante il contratto di
soccida che fece sottoscrivere a Becca, la moglie di Selmo,
alla quale noleggiò una vitella di pelo rosso. Becca era
rimasta a Galleno, mentre il marito Selmo si era trasferito a
Castel Ladrone, presso Cappiano, dove lavorava sul podere di
Giovanni Parghia di Lucca.
Bottegaio, noleggiatore, usuraio, proprietario di terre e di
bestiame, Bastocco trovava anche il tempo per impegnarsi nella
vita politica.
Il
23 settembre 1299
fu rogato dal notaio imperiale Niccolò Viviani l’atto di
donazione fatta ai padri conventuali francescani dalla badessa
delle monache di Gattaiola in Lucca.
Con questo atto la badessa faceva dono ai frati conventuali
“ di un pezzo di terra sopra la quale era situata la Badia
di S. Salvatore (monastero) colla chiesa, chiostro e cimitero
alla medesima annesso e con tutto il Poggio e orto e sue
appartenenze”
Questo documento si rivelò preziosissimo quando, alcuni
secoli dopo, nel 1775, il canonico Taviani voleva far credere
ai fucecchiesi che il Poggio che il Poggio Salamartano era di
proprietà comunale.
Quando il Guardiano dei conventuali mostrò il documento del
1299 il povero canonico Taviani venne smascherato e da allora
non godé più della fiducia e della stima che gli erano state
sempre riservate dai paesani.
Il
23 dicembre 1299,
suor Leonora Caviccioni, badessa delle clarisse di Gattaiola
di Lucca nonché episcopessa di Fucecchio essendo subentrata
per volontà della Santa Sede all’abate dei vallombrosani di
stanza nel nostro paese,
cedette
il monastero di S. Salvatore di Fucecchio ai frati francescani
conventuali, riservandosi però tutti i privilegi,
giurisdizioni, esenzioni, beni ed entrate ai quali mai avrebbe
rinunciato.
Due furono le funzioni assegnate ai conventuali, detti
comunemente FRATI NERI per il colore del loro saio:
- la cura delle anime;
- l’amministrazione delle Entrate della Pieve di S. Giovanni
Battista (oggi Collegiata) affinché fossero economicamente
autosufficienti)
Uscirono così definitivamente di scena i monaci vallombrosani
che tanto lustro avevano dato al nostro borgo prima che si
infangassero moralmente.
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