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anni - 1241  >>  1260

Il 18 luglio 1242 è documentata nel nostro Diplomatico la presenza in Fucecchio di un VICARIO IMPERIALE in sostituzione di quello lucchese. 
La nostra dipendenza giuridica, quasi secolare, da Lucca conobbe una pausa e soprattutto una rottura notevole quando l’imperatore Federico II° scelse Fucecchio come sua dimora al posto di Firenze.
Fucecchio nel 1249 vide sfilare per le strade i guelfi fatti prigionieri dall’esercito di Federico II° nella battaglia di Capraia.
Questo cambiamento di rotta, forzato, per la presenza in loco dell’Imperatore, ebbe ripercussioni notevoli nel 1250 quando l’Imperatore morì.
Ripresero le lotte fra le consociate Firenze, Lucca e Genova contro Pisa. Teatro delle battaglie fu il Valdarno. Pisa trionfò su Lucca sia a S. Vito di S. Croce sia a Montopoli. L’esito di queste battaglie indusse i nobili locali a schierarsi con i ghibellini. I Visconti di Fucecchio si schierarono con Pisa e vennero condannati al confino.
Non potendo Lucca disporre a suo piacimento del Castello di Fucecchio, decise e di costruire i castelli di S. Croce e di Castelfranco e di avviare la costruzione della ROCCA di S. Maria a Monte.

Dopo la morte di Federico II°, e precisamente nel 1251, rientrò a Fucecchio il VICARIO lucchese che esercitava la sua giurisdizione anche su S. Croce, Castelfranco, Montefalcone, Staffoli, Orentano, Galleno, Massarella, Ultrario (Torre) e Cappiano.
Con la morte di Federico II° si ricuci il nostro rapporto di dipendenza con la Dominante Lucca che si protrasse fino al 1314, l’anno in cui si spezzò e finì per sempre.

 

Il 14 ottobre 1246 don Galligo rettore dell’Ospedale di Altopascio concesse a livello perpetuo il podere posto in Ultrario ( Torre) nel luogo detto VICCHIO a tali di Mugnana che si impegnarono a pagare ogni anno 52 “affittuali” di grano e di miglio.
Il toponimo VICCHIO sopravvisse per oltre due secoli. Infatti nei primi anni del 1330 Gianni Guarmignani aveva a Vicchio e a Prato Moroni un podere di 77 staiora e panora 3 con casa e un sedimento murato più un chiostro di due panora.
Anche l’ospedale di Altopascio nei primi dl 1300 possedeva in località Vicchio un podere di staiora 43 con casa e capanna.
Pure Lippo di Ser Arrigo aveva un podere di staiora 26 a panora 4 a Vicchio nei primi del 1300.
Nei primi del XIV° secolo gli eredi di Ser Ubaldo Malagalie di Lucca possedevano a Vicchio un podere di staiora 152 e panora 6, più un castelluccio con due case e una casa fuori del castelluccio.

 

Il 14 aprile 1248 Orlando di Cardiano del fu Iacopo affittò ad Enrico di Baialardo ed ad altro di Fucecchio “per lavorarlo fino alla morte di Orlando tutto il podere che tiene dall’Ospedale di Altopascio e che era stato tenuto da suo padre nel luogo detto Casa dell’ospedale del ponte che sopra i vigneti di Fucecchio nei paraggi del Rio Renario in cambio di trenta staia di grano ogni anno e inoltre per 20 lire e mezza per l’entratura e il servizio di locazione.
E’ questo uno dei più antichi poderi della campagna fucecchiese del quale possiamo seguire la storia per sette secoli.
Situato su di un’altura dominante il Rio di Fucecchio ( quello di Via Giordano), l’antico RIVUS RENARIUS ( Masseria Corsini) deve il suo nome ala fatto di essere stato di pertinenza dell’ospedale di Altopascio al quale spettava la cura del ponte sull’Arno di Fucecchio.
Nel 1281 i suddetti affittuari rinunciarono a favore dell’Ospedale di Altopascio ad ogni diritto che avevano sul podere del Ponte, parte vignato e parte boschivo.
Il podere venne poi affittato agli stessi, ma per 5 anni e per un censo di 36 staia di grano.
Nella Decima granducale del 1572 all’ospedale di Altopascio è intestato un podere con casa, di staiora 250, alla Casa del Ponte.
Nel Catasto del 1802 il Podere Casa del Ponte è registrato tra le proprietà del Corsini con casa e staiora 365 di terra. Risulta ancora del Corsini nel Plantario del 1908.

 

Il 25 aprile 1249 i guelfi assediati dall’esercito di Federico II° a Capraia si arresero. L’imperatore, che per scaramanzia aveva eletto il nostro paese a suo residenza, ordinò che i prigionieri guelfi fossero condotti, incatenati, a Fucecchio. Fra questi vi erano il Conte Rodolfo di Capraia, suo fratello Anselmo e Ranieri Zingami Buondelmonti. I Fucecchiesi assistettero all’impiccagione di alcuni notabili guelfi, all’accecamento di altri e alla prigionia dei rimanenti.
Quasi contemporaneamente giunse a Fucecchio la notizia della sconfitta patita a Fossalta dal figlio di Federico II°, Enzo, che, fatto prigioniero, era stato condotto a Bologna.
Federico, allora, partì in tutta fretta da Fucecchio, diretto nel suo Regno di Sicilia.
I Fucecchiesi poterono osservare uno ad uno i prigionieri che in catene seguirono l’imperatore.
Giunto in Puglia, Federico II° fece uccidere in maniera barbara tutti i prigionieri: prima li fece accecare e poi li fece gettare in mare.
Soltanto il Buondelmonti, per la sua grandezza d’animo, ebbe bruciati gli occhi e salva la vita.
Federico II° morì un anno dopo, il 3.12.1250.

 

Il 25 settembre 1254 il padre di Dante Alighieri. Alagherius filius Bellincionis, in qualità di sindaco e di procuratore dell’abate di S. Salvatore di Fucecchio, Nicola, si rivolse al giudice per restituire ai creditori la somma di 50 soldi e 2 denari a titolo di risarcimento delle spese sostenute nella sentenza del 10 settembre 1254. Questi i fatti.
L’abate Giovanni di S. Salvatore, dal 1242, aveva contratto un debito di 500 lire con due nobili di Pogna, certi Rinuccio e Corbaccione.
Anche l’abate Nicola aveva contratto un ulteriore prestito di 200 lire visto che il monastero non disponeva di liquidi. Ai due creditori vennero assegnati temporaneamente le rendite derivanti dai due mulini situati sull’Arno e da due poderi, uno in località Cerreta e uno sulla Usciana. I MULINI e le case del podere di Cerreta vennero bruciati dalle truppe pisane e pistoiesi nel corso della guerra che entrambe le città fecero contro Firenze e Siena. Al termine della guerra l’abate Nicola fece ripristinare i mulini e riprese il pieno possesso dei beni nonostante che il periodo di sfruttamento concesso ai due soprascritti creditori non fosse ancora concluso.
Tinuccio e Corbaccione denunciarono il fatto. Il 10msettembre, a Lucca, venne celebrato il processo al quale, però, l’abate Nicola non si presentò.
Il giudice sentenziò a favore dei due creditori che furono di nuovo immessi nel possesso dei beni, riscattabili da parte dell’abate qualora si fosse presentato entro un anno o personalmente o rappresentato da un sindaco, dopo aver restituito le spese sostenute dagli attori durante la fase del processo.

 

Il 4 dicembre 1255 papa Alessandro IV° inviò una lettera al pievano di Barbinaia perché gli indicasse un Monastero “deformato” (chiacchierato per forme di comportamento poco conformi ai dettami della morale) da assegnarsi alle monache clarisse di Gattaiola di Lucca.
Il pievano di Barbinaia gli indicò quello di S. Salvatore di Fucecchio dove si trovava una comunità di Vallombrosani.

 

Il 18 settembre 1257 il canonico Gualtierotto, confessore delle monache di Gattaiola in Lucca, per ordine del pontefice emise una sentenza definitiva contro i monaci del nostro monastero di S. Salvatore.
Gualtierotto decretò che il monastero di S. Salvatore passava in perpetuo sotto la giurisdizione della monache di Gattaiola di Lucca “ con tutte le pertinenze, possessioni e giurisdizioni sue”.
I monaci vallombrosani del monastero fucecchiese venivano privati del monastero e di tutte le altre chiese e cappelle e di tutti i beni mobili ed immobili e di qualsivoglia cosa appartenente a detta abbazia.

 

Il 19 ottobre 1257 il Monastero o Abbazia di S. Salvatore passò alle monache di Gattaiola in Lucca.

 

Il 18 marzo 1258 l’abbazia di S. Salvatore e quella di S. Bartolomeo di Cappiano, per ordine di papa Alessandro IV°, passarono in proprietà alle monache clarisse di Gattaiola in Lucca unitamente alle altre chiese e pievi dipendenti con tutte le loro entrate e beni stabili.
La badessa di Gattaiola. Che subentrava all’abate di S. Salvatore, pur rimanendo a Lucca per ragioni di clausura, ebbe la facoltà di nominare il pievano di S. Giovanni Battista, di concedere benefici, di inquisire, condannare e sospendere chierici e di autorizzare i vescovi a cresimare a Fucecchio
La Bolla pontificia di papa Alessandro IV° segnava la prima conclusione di una vicenda iniziata da tre anni.
Le monache di Gattaiola avevano richiesto la proprietà della nostra Abbazia dove vivevano soltanto cinque monaci nel 1255. La richiesta, che era stata subito accordata dal pontefice non diventava mai esecutiva a causa delle “bustarelle” elargite a piene mani dall’abate a favore di coloro che avrebbero dovuto adempiere alla volontà del papa.
Neppure di fronte alla Bolla pontificia i 5 vallombrosani si diedero per vinti: uscirono dal monastero, ma con la ferma volontà di ritornare. La fine della badia vallombrosana era comunque imminente.

 

Il 18 marzo 1258, per effetto della Bolla pontificia emessa in quella data da papa Alessandro IV°, parve concludersi la secolare lite fra il vescovo di Lucca e l’abate di S. Salvatore a proposito della PIEVE di Salamarzana, oggi Collegiata.
Grazie ad un’altra Bolla, quella di papa Gregorio VII°, del 1085, il Monastero di S. Salvatore venne dichiarato esente dalla soggezione al vescovo lucchese e venne riconosciuto all’abate il diritto a eleggere il PIEVANO della chiesa di Salamarzana. Fu ribadita, però, l’appartenenza di Fucecchio alla diocesi di Lucca e fu prescritto che il PIEVANO, una volta nominato dall’abate, prestasse giuramento al vescovo di Lucca cui spettava la suprema autorità d’INTERDETTO e di SCOMUNICA sul popolo fucecchiese.

Al vescovo, però, premeva poter nominare il pievano ed entrare in possesso dei BENI del monastero di S. Salvatore.
Nel 1250 scesero in campo le monache di Gattaiola in Lucca che convinsero papa Alessandro IV° a rimediare allo stato di povertà in cui versavano facendosi promettere l’assegnazione dei beni di un monastero della diocesi lucchese che fosse immediatamente sottoposto alla Santa Sede e fosse dichiarato DEFORMATO, ossia decaduto moralmente e materialmente.
La scelta cadde sul monastero di S. Salvatore di Fucecchio perché, una volta provata la corruzione morale e l’incapacità amministrativa dell’abate Nicola e della sua famiglia vallombrosana ( 4 monaci), sarebbe stato reso esecutivo il seguente progetto:
le monache di Gattaiola avrebbero ricevuto il monastero di S. Salvatore di Fucecchio che avrebbero ceduto al vescovo di Lucca in cambio della chiesa cittadina di S. Pietro Maggiore.
E così l’Ecclesia di Fucecchio non sarebbe stata più una Chiesa “separata”.

 

Il 15 luglio 1260 il Pontefice Alessandro IV° esortò i Fucecchiesi ad aiutare finanziariamente i frati di Altopascio a cui era affidato il patronato e la manutenzione del PONTE sull’Arno che in quell’epoca minacciava rovina. Meritevole risultava inoltre l’iniziativa dei frati di Altopascio di volerlo ricostruire in pietra.
Questa in sintesi la storia del nostro PONTE in età medioevale.
Un documento del 23.1.1002 testimonia la presenza, in Fucecchio, del Ponte di Bonfiglio su cui esercitava il patronato il Monastero di S. Salvatore.
L’alluvione del 1006 spazzò via non solo il Monastero di S. Salvatore ma anche il Ponte in legno.
In un documento del 29.10.1114 si parla di PORTO e di NAVE del monastero di S. Salvatore, ma non di ponte.
Fino al gennaio 1185 gli Ospedali di Campolliano e Rosaia furono in lite con quello di Altopascio sul patronato del ponte di Fucecchio. Nel 1185 trovarono una forma di accordo. Una svolta la si ebbe il 24 aprile 1169 quando Papa Alessandro III° confermò con una Bolla il patronato di Altopascio sul ponte di Fucecchio.
Nel XIII° secolo (1200-1300) si riconosce soltanto ad Altopascio il diritto di traghettare con NAVE se il ponte fosse stato inagibile.
Federico II° imperatore ordinò all’Ospedale di Altopascio di tenere sempre a disposizione una nave nel caso che le inondazioni avessero distrutto il ponte.
Nel XIV° secolo ( 1300-1400) finì il patronato di Altopascio sul nostro ponte che venne preso in custodia prima dal Comune di Fucecchio e poi dal Capitano Generale della Guerra di Firenze.

 

 

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